I tre Giudici
scritto il 2026-10-17 tempo di lettura 9 min
di
H_B
genere
gay
cura
A
La pesante porta di legno si aprì cigolando, lasciando entrare il secondino cui facevano seguito tre figure togate. Il prigioniero, incatenato al muro, li guardò in tralice con un misto di disprezzo e timore. Il bel viso era segnato dalle settimane di prigionia: la mascella squadrata, nascosta dalla barba incolta, incorniciava le labbra carnose ma screpolate a causa delle privazioni. Le tre figure presero posto sulle sedie allestite di fronte a lui.
La prima aprì un corposo registro e lesse il capo d’accusa: «La Corte è qui riunita allo scopo di giudicare l'imputato per il reato di sodomia.»
Lui sollevò lo sguardo e sputò per terra, biascicando una bestemmia.
«La Corte non terrà conto del comportamento inappropriato: si limiterà a svolgere il suo dovere, giudicando in modo imparziale la colpa di cui siete accusato», continuò il secondo.
«Liberatelo, prego!», concluse il terzo.
Il secondino — uomo flaccido e untuoso nell'aspetto — cercò nell’enorme mazzo di chiavi quelle per aprire gli strumenti di costrizione che lo tenevano imprigionato: il collare, le manette a muro e le pastoie alle caviglie.
«Ora spogliatelo.» l’ordine giunse perentorio.
Il mellifluo guardiano non vedeva l’ora di adempiere al compito e posare le sue manacce luride su quel ben di Dio. Con famelica concupiscenza si avventò sui brandelli di stoffa che ricoprivano le carni del giovane, sciogliendo le asole della blusa e dei pantaloni logori per rivelare un corpo che, nonostante la carenza di igiene, si mostrava armoniosamente tonico e muscoloso. Gli occhi dei tre si concentrarono in particolare sul pube, folto e peloso, dal quale faceva mostra di sé un'importante virilità che in lunghezza superava quella dello scroto, ugualmente irsuto ed importante. Tossicchiarono, senza riuscire di fatto a distogliersi dalla visione.
«Come si dichiara l'imputato?»
«Innocente.» La sua voce era ferma e sicura mentre si massaggiava i polsi intorpiditi.
«Bene, che venga messa agli atti questa dichiarazione, e da qui procederemo. Replicheremo qui i tre momenti culminati nel reato contestato. Vi invito pertanto di avvicinarvi.»
Obbedì, e si trovò al cospetto del primo uomo che si spogliò della tonaca: «E voi liberatemi dei pantaloni.»
Eseguì l’ordine, rivelando una virilità di dimensioni comunque inferiori alla sua.
«La denuncia riporta che avete afferrato il membro della vittima iniziando un movimento ondulatorio, provocandone l’erezione e il conseguente eccitamento.»
«Lo nego!»
«Sia messo agli atti. Vi prego tuttavia di afferrare questo membro e di mimare esattamente ciò che vi ho appena letto.»
«Non ho alcuna intenzione di...»
«Non potete sottrarvi a una richiesta che proviene dai tutori della Legge!»
La mano avanzò, tremante per la rabbia e l’umiliazione, agguantando il membro per farlo scorrere avanti e indietro: risalì fino in cima e ne liberò il prepuzio con un movimento delicato.
«L’azione si sta rivelando oltremodo efficace…» — anche di più, in effetti. L'uccello s’impennò rapidamente, divenendo bollente. Il giovane vi sputò sopra e, con le dita, distribuì con calcolata lentezza il liquido vischioso lungo tutta la lunghezza e la circonferenza. Il togato sussultò, costringendosi ad aggrapparsi alla seduta per non cadere. Il prigioniero sorrise mentre serrava la presa, continuando il lento andirivieni.
Il secondino, eccitato, tentò d’intromettersi e, calandosi le brache, esibì la sua erezione, che non venne punto degnata.
«Vi prego, contegno!», fu l’ammonimento dei giudici. «Qui si sta lavorando, si stanno verificando prove…» E il bavoso lumacone richiuse bottega, indispettito.
Il giudice iniziò ad ansimare agitandosi, poi si bloccò tendendo gli arti e assumendo la posa grottesca di un burattino, mentre le calde e abbondanti gemme opalescenti schizzavano sul viso e sul petto di chi le aveva provocate, imbrattandone il generoso manto di pelo che lo rivestiva. Il funzionario si accasciò ansante sulla sedia per riprendere fiato.
Prese la parola il secondo giudice, che proseguì la lettura del testo: «La parte lesa attesta che il reo gli intimò di spalancare la cavità orale al fine di introdurvi il proprio membro in stato di erezione.»
«È falso, Vostro Onore, una calunnia!»
«Anche in questo caso dovremo appurare se lo sia davvero», fece l’altro di rimando mentre appoggiava a terra la tonaca, inginocchiandosi al cospetto del membro già parzialmente eretto dell'imputato. Protese la mano e lo sollevò per valutarne le dimensioni.
«Notevole attrezzo, non v’è che dire… Quanto alla consistenza…», commentò, iniziando a soppesare il generoso sacco scrotale. Lo solleticò con la mano libera mentre l’altra teneva strettamente il membro. Risalì fino alla cima, lo scappucciò, scoprendo il glande rosso già bagnato. L’accusato sospirò osservando la punta della lingua percorrere la superficie prima dell’affondo delle labbra, che lo fecero sparire all’interno del palato. Il magistrato la sputò con un’espressione schifata: l’odore di urina era notevolmente insopportabile.
«Che si provveda a una successiva abluzione del soggetto…»
La titubanza durò giusto il tempo di pronunciare la frase: il ghiotto boccone venne subito riaccolto tra le labbra, annegandolo nella saliva per dissiparne l’aroma acre e amalgamarlo al liquido giallognolo che il piccolo orifizio mesceva.
Spalancò le fauci per accoglierne una porzione ancor più generosa, succhiando con avidità fino a strappare all’imputato gemiti inconsulti. Nello sfilarselo di bocca aspirò con forza, contribuendo a tendere ulteriormente un'asta già imponente per lunghezza e diametro. Il giudice accettò la sfida che quella visione gli imponeva: ingoiarlo per intero. L’operazione gli costò un certo sforzo: il contatto del glande con la gola gli provocò un conato improvviso. Tossì e sputò abbondante saliva, la quale finì per lubrificare ancor di più quell'enorme pezzo di carne venosa.
Iniziò a toccarsi, mentre la sua stessa virilità traeva giovamento da quel trattamento: in breve anche lui diede i suoi frutti.
«Provvedete a pulire!»
Il secondino si avventò assetato ad assaporare il gusto inteso del seme versato, sui piedi come sul membro bagnato, sussultando a ogni leccata.
«Il terzo capo d'imputazione», esordì l'ultimo dei togati, «ascrive a vostro carico l'aver costretto la parte lesa ad esporre le proprie pudenda, al fine di predisporre la cavità anale alla successiva consumazione dell'atto carnale.»
«Ha scelto lui di usarmi», dichiarò l'imputato, mentre si lisciava i peli del petto districandoli dal seme che andava rapprendendosi.
«Anche su tale circostanza si rende indispensabile un riscontro immediato...»
Si alzò, depose la tunica, sfilò i pantaloni e, appoggiando un ginocchio alla sedia, volse le spalle al giovane chinandosi verso lo schienale.
«Secondino!», ordinò. L’untuosa figura intervenne prontamente, adoperandosi con la lingua per predisporre l’orifizio ad accogliere l’ospite che attendeva fremente.
Il ragazzo si avvicinò, divaricando e massaggiando le natiche del togato. Risalì il solco con la lingua fino a raggiungerne ad arrivare al pulsante fiore peloso che chiedeva di essere trattato secondo quanto esposto nella querela. Vi sputò sopra per riprendere e perfezionare l'opera del guardiano, ripetendo poi il gesto e servendosi del dito medio per distribuire il prodotto. Timidamente si avvicinò e accarezzò la fenditura, vi s'insinuò delicatamente, strappando un gemito al giudice; una volta penetrato del tutto, ne esplorò voluttuosamente l'interno.
«Ora vi ingiungo di reiterare il reato descritto nell'atto d'accusa!»
Le dita si sfilarono e la cappella ne prese il posto poco alla volta. Il volto del giudice si contrasse in una smorfia di dolore; batté i pugni sul ruvido legno chiedendo all’imputato di togliersi. L’ano violato aveva le pieghe completamente increspate mentre, con la mano tentava di lenire il dolore. Respirava affannosamente ma non si diede per vinto: «Riprendete da dove vi siete interrotto… E continuate… Anche ci volesse un giorno, vi voglio tutto dentro di me!»
Non ci volle un giorno, ma la penetrazione richiese diversi minuti e svariati tentativi date le dimensioni importanti, minuti intercalati da richieste esplicite, commenti volgari, grida e ansimi. L’asta infine entrò completamente: «Lasciate che mi abitui a voi e poi procedete nell’atto!»
Dopo la breve tregua, l’accusato afferrò i fianchi del magistrato e cominciò a muoversi avanti e indietro, dapprima lentamente e poi sempre più furiosamente.
I gemiti si trasformarono in piccole grida di piacere che indussero il giudice ad allungare le proprie mani sulla propria virilità; massaggiandola, si giunse alla terza eiaculazione che il secondino, prontamente chiamato ad intervenire, intercettò con la bocca prima che si spandesse sul pavimento lercio.
«Vi ingiungo di inibire l’eiaculazione!», e, rivolgendosi alla guardia: «Voi, nel contempo, disponente affinché ciascuna cavità sia debitamente lubrificata. È d'uopo che ogni presente renda testimonianza circa la gravità e i postumi dell’esecrando crimine!»
Il secondino adempì con sollecitudine al mandato ricevuto.
Il ragazzo non si risparmiò nell'imprimere energici affondi: un piacere quasi sadico lo animava nell’assoggettare i rappresentanti della Giustizia al medesimo che ne aveva determinato la carcerazione. D'un tratto si arrestò; il guardiano, intuendo che il soggetto aveva raggiunto il culmine, lo trasse prontamente dall’orifizio e lo crocifisse nuovamente al muro.
Pensò bene di approfittare della situazione appoggiando il suo culo cadente su quell'asta, divertendosi a lasciarla scorrere tra le natiche mollicce e pelose per poi, con un unico affondo violento, lasciarsi infilzare impunemente, ringraziando mentalmente dell’opportunità concessagli.
«Sto venendo...», sussurrò l'uomo incatenato. «Allontanati...»
Immediatamente il quartetto si prostrò ai piedi della vittima, ammirandone la virilità grondante di umori: quattro lingue si litigarono ciò che il giovane, straziato dal piacere, si apprestava a donare. E lui fu oltremodo generoso, regalando alla lingua e al viso di ciascuno una porzione del proprio carico.
Se la pulirono a vicenda.
Lo lasciarono lì nudo mentre, ricomponendosi, si affrettavano a chiudere il pesante tomo rilegato in pelle per raggiungere l'uscita, dichiarando: «…La necessità di dover procedere ad altre visite ispettive per approfondire meglio alcuni aspetti di una vicenda tanto intricata…»
La prima aprì un corposo registro e lesse il capo d’accusa: «La Corte è qui riunita allo scopo di giudicare l'imputato per il reato di sodomia.»
Lui sollevò lo sguardo e sputò per terra, biascicando una bestemmia.
«La Corte non terrà conto del comportamento inappropriato: si limiterà a svolgere il suo dovere, giudicando in modo imparziale la colpa di cui siete accusato», continuò il secondo.
«Liberatelo, prego!», concluse il terzo.
Il secondino — uomo flaccido e untuoso nell'aspetto — cercò nell’enorme mazzo di chiavi quelle per aprire gli strumenti di costrizione che lo tenevano imprigionato: il collare, le manette a muro e le pastoie alle caviglie.
«Ora spogliatelo.» l’ordine giunse perentorio.
Il mellifluo guardiano non vedeva l’ora di adempiere al compito e posare le sue manacce luride su quel ben di Dio. Con famelica concupiscenza si avventò sui brandelli di stoffa che ricoprivano le carni del giovane, sciogliendo le asole della blusa e dei pantaloni logori per rivelare un corpo che, nonostante la carenza di igiene, si mostrava armoniosamente tonico e muscoloso. Gli occhi dei tre si concentrarono in particolare sul pube, folto e peloso, dal quale faceva mostra di sé un'importante virilità che in lunghezza superava quella dello scroto, ugualmente irsuto ed importante. Tossicchiarono, senza riuscire di fatto a distogliersi dalla visione.
«Come si dichiara l'imputato?»
«Innocente.» La sua voce era ferma e sicura mentre si massaggiava i polsi intorpiditi.
«Bene, che venga messa agli atti questa dichiarazione, e da qui procederemo. Replicheremo qui i tre momenti culminati nel reato contestato. Vi invito pertanto di avvicinarvi.»
Obbedì, e si trovò al cospetto del primo uomo che si spogliò della tonaca: «E voi liberatemi dei pantaloni.»
Eseguì l’ordine, rivelando una virilità di dimensioni comunque inferiori alla sua.
«La denuncia riporta che avete afferrato il membro della vittima iniziando un movimento ondulatorio, provocandone l’erezione e il conseguente eccitamento.»
«Lo nego!»
«Sia messo agli atti. Vi prego tuttavia di afferrare questo membro e di mimare esattamente ciò che vi ho appena letto.»
«Non ho alcuna intenzione di...»
«Non potete sottrarvi a una richiesta che proviene dai tutori della Legge!»
La mano avanzò, tremante per la rabbia e l’umiliazione, agguantando il membro per farlo scorrere avanti e indietro: risalì fino in cima e ne liberò il prepuzio con un movimento delicato.
«L’azione si sta rivelando oltremodo efficace…» — anche di più, in effetti. L'uccello s’impennò rapidamente, divenendo bollente. Il giovane vi sputò sopra e, con le dita, distribuì con calcolata lentezza il liquido vischioso lungo tutta la lunghezza e la circonferenza. Il togato sussultò, costringendosi ad aggrapparsi alla seduta per non cadere. Il prigioniero sorrise mentre serrava la presa, continuando il lento andirivieni.
Il secondino, eccitato, tentò d’intromettersi e, calandosi le brache, esibì la sua erezione, che non venne punto degnata.
«Vi prego, contegno!», fu l’ammonimento dei giudici. «Qui si sta lavorando, si stanno verificando prove…» E il bavoso lumacone richiuse bottega, indispettito.
Il giudice iniziò ad ansimare agitandosi, poi si bloccò tendendo gli arti e assumendo la posa grottesca di un burattino, mentre le calde e abbondanti gemme opalescenti schizzavano sul viso e sul petto di chi le aveva provocate, imbrattandone il generoso manto di pelo che lo rivestiva. Il funzionario si accasciò ansante sulla sedia per riprendere fiato.
Prese la parola il secondo giudice, che proseguì la lettura del testo: «La parte lesa attesta che il reo gli intimò di spalancare la cavità orale al fine di introdurvi il proprio membro in stato di erezione.»
«È falso, Vostro Onore, una calunnia!»
«Anche in questo caso dovremo appurare se lo sia davvero», fece l’altro di rimando mentre appoggiava a terra la tonaca, inginocchiandosi al cospetto del membro già parzialmente eretto dell'imputato. Protese la mano e lo sollevò per valutarne le dimensioni.
«Notevole attrezzo, non v’è che dire… Quanto alla consistenza…», commentò, iniziando a soppesare il generoso sacco scrotale. Lo solleticò con la mano libera mentre l’altra teneva strettamente il membro. Risalì fino alla cima, lo scappucciò, scoprendo il glande rosso già bagnato. L’accusato sospirò osservando la punta della lingua percorrere la superficie prima dell’affondo delle labbra, che lo fecero sparire all’interno del palato. Il magistrato la sputò con un’espressione schifata: l’odore di urina era notevolmente insopportabile.
«Che si provveda a una successiva abluzione del soggetto…»
La titubanza durò giusto il tempo di pronunciare la frase: il ghiotto boccone venne subito riaccolto tra le labbra, annegandolo nella saliva per dissiparne l’aroma acre e amalgamarlo al liquido giallognolo che il piccolo orifizio mesceva.
Spalancò le fauci per accoglierne una porzione ancor più generosa, succhiando con avidità fino a strappare all’imputato gemiti inconsulti. Nello sfilarselo di bocca aspirò con forza, contribuendo a tendere ulteriormente un'asta già imponente per lunghezza e diametro. Il giudice accettò la sfida che quella visione gli imponeva: ingoiarlo per intero. L’operazione gli costò un certo sforzo: il contatto del glande con la gola gli provocò un conato improvviso. Tossì e sputò abbondante saliva, la quale finì per lubrificare ancor di più quell'enorme pezzo di carne venosa.
Iniziò a toccarsi, mentre la sua stessa virilità traeva giovamento da quel trattamento: in breve anche lui diede i suoi frutti.
«Provvedete a pulire!»
Il secondino si avventò assetato ad assaporare il gusto inteso del seme versato, sui piedi come sul membro bagnato, sussultando a ogni leccata.
«Il terzo capo d'imputazione», esordì l'ultimo dei togati, «ascrive a vostro carico l'aver costretto la parte lesa ad esporre le proprie pudenda, al fine di predisporre la cavità anale alla successiva consumazione dell'atto carnale.»
«Ha scelto lui di usarmi», dichiarò l'imputato, mentre si lisciava i peli del petto districandoli dal seme che andava rapprendendosi.
«Anche su tale circostanza si rende indispensabile un riscontro immediato...»
Si alzò, depose la tunica, sfilò i pantaloni e, appoggiando un ginocchio alla sedia, volse le spalle al giovane chinandosi verso lo schienale.
«Secondino!», ordinò. L’untuosa figura intervenne prontamente, adoperandosi con la lingua per predisporre l’orifizio ad accogliere l’ospite che attendeva fremente.
Il ragazzo si avvicinò, divaricando e massaggiando le natiche del togato. Risalì il solco con la lingua fino a raggiungerne ad arrivare al pulsante fiore peloso che chiedeva di essere trattato secondo quanto esposto nella querela. Vi sputò sopra per riprendere e perfezionare l'opera del guardiano, ripetendo poi il gesto e servendosi del dito medio per distribuire il prodotto. Timidamente si avvicinò e accarezzò la fenditura, vi s'insinuò delicatamente, strappando un gemito al giudice; una volta penetrato del tutto, ne esplorò voluttuosamente l'interno.
«Ora vi ingiungo di reiterare il reato descritto nell'atto d'accusa!»
Le dita si sfilarono e la cappella ne prese il posto poco alla volta. Il volto del giudice si contrasse in una smorfia di dolore; batté i pugni sul ruvido legno chiedendo all’imputato di togliersi. L’ano violato aveva le pieghe completamente increspate mentre, con la mano tentava di lenire il dolore. Respirava affannosamente ma non si diede per vinto: «Riprendete da dove vi siete interrotto… E continuate… Anche ci volesse un giorno, vi voglio tutto dentro di me!»
Non ci volle un giorno, ma la penetrazione richiese diversi minuti e svariati tentativi date le dimensioni importanti, minuti intercalati da richieste esplicite, commenti volgari, grida e ansimi. L’asta infine entrò completamente: «Lasciate che mi abitui a voi e poi procedete nell’atto!»
Dopo la breve tregua, l’accusato afferrò i fianchi del magistrato e cominciò a muoversi avanti e indietro, dapprima lentamente e poi sempre più furiosamente.
I gemiti si trasformarono in piccole grida di piacere che indussero il giudice ad allungare le proprie mani sulla propria virilità; massaggiandola, si giunse alla terza eiaculazione che il secondino, prontamente chiamato ad intervenire, intercettò con la bocca prima che si spandesse sul pavimento lercio.
«Vi ingiungo di inibire l’eiaculazione!», e, rivolgendosi alla guardia: «Voi, nel contempo, disponente affinché ciascuna cavità sia debitamente lubrificata. È d'uopo che ogni presente renda testimonianza circa la gravità e i postumi dell’esecrando crimine!»
Il secondino adempì con sollecitudine al mandato ricevuto.
Il ragazzo non si risparmiò nell'imprimere energici affondi: un piacere quasi sadico lo animava nell’assoggettare i rappresentanti della Giustizia al medesimo che ne aveva determinato la carcerazione. D'un tratto si arrestò; il guardiano, intuendo che il soggetto aveva raggiunto il culmine, lo trasse prontamente dall’orifizio e lo crocifisse nuovamente al muro.
Pensò bene di approfittare della situazione appoggiando il suo culo cadente su quell'asta, divertendosi a lasciarla scorrere tra le natiche mollicce e pelose per poi, con un unico affondo violento, lasciarsi infilzare impunemente, ringraziando mentalmente dell’opportunità concessagli.
«Sto venendo...», sussurrò l'uomo incatenato. «Allontanati...»
Immediatamente il quartetto si prostrò ai piedi della vittima, ammirandone la virilità grondante di umori: quattro lingue si litigarono ciò che il giovane, straziato dal piacere, si apprestava a donare. E lui fu oltremodo generoso, regalando alla lingua e al viso di ciascuno una porzione del proprio carico.
Se la pulirono a vicenda.
Lo lasciarono lì nudo mentre, ricomponendosi, si affrettavano a chiudere il pesante tomo rilegato in pelle per raggiungere l'uscita, dichiarando: «…La necessità di dover procedere ad altre visite ispettive per approfondire meglio alcuni aspetti di una vicenda tanto intricata…»
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