Hai da accendere?

scritto il 2026-10-09 tempo di lettura 30 min

di
genere
confessioni
cura
A

Certe volte mi guardo allo specchio del corridoio, mentre mi sistemo i capelli prima di uscire, e mi chiedo chi sia la donna che mi fissa.Mi chiamo Matilde, ho cinquantuno anni. Venticinque dei quali passati a fare la moglie perfetta, la madre premurosa, la custode di una quiete che ormai è solo una tomba imbiancata. Con Sergio non facciamo l’amore da dieci anni, forse di più. Un bacio sulla guancia al volo, la buonanotte borbottata con la testa affondata nel cuscino, e il silenzio pesante di un condominio a Marigliano che sa di abitudine e muffa. I nostri figli, Daniela e Andrea, sono grandi, ormai autonomi, e la nostra casa è diventata un mausoleo di fantasmi dove ci muoviamo come coinquilini stanchi.
Eppure, io non mi sono mai spenta del tutto. Ho la carnagione chiara, i capelli biondi solcati da qualche filamento argentato che mi piace esibire, e un corpo che curo con una disciplina feroce, anche se nessuno in quella casa se ne accorge più. Sotto i vestiti porto ancora i segni di anni di yoga fatto seriamente: un seno che, nonostante i miei cinquant'anni e due figli allattati, resiste ancora alto e sodo, e soprattutto il mio pezzo forte, il mio orgoglio segreto: un culo tonico, scolpito, che stringo dentro i miei pantaloni a sigaretta o nei jeans elasticizzati. Adoro le camicette colorate, fluide, e non rinuncio mai ai tacchi, neanche per andare in ufficio. È il mio vezzo, la mia armatura per ricordarmi che esisto. Ma a casa mia, i tacchi battono sul parquet senza che nessuno alzi lo sguardo dalla televisione o dallo smartphone.
Poi, una mattina di fine primavera al Centro Direzionale, la mia armatura si è crepata del tutto.
Ero uscita dal portone del mio ufficio per la pausa sigaretta, la testa piena di scadenze. Ho cercato l'accendino in borsa. Vuoto. Ho guardato intorno con l'aria smarrita. A pochi passi da me, appoggiato al muretto di un bar, c'era un ragazzo. Non un modello da rivista: un ragazzo normale, alto circa un metro e ottanta, con un paio di chili in più sui fianchi che lo rendevano incredibilmente massiccio e carnale, i capelli corti già brizzolati ai lati e due occhi castani, caldi, fissi su di me con un’insistenza che mi ha tolto il respiro.
«Hai mica un accendino?» gli ho chiesto, la voce roca.
Lui ha sorriso, tirando fuori l'accendino dalla tasca dei jeans. Me lo ha porto, ma mentre la fiamma si accendeva, non ha distolto lo sguardo dal mio viso neanche per un secondo. Mi ha studiata tutta, lentamente: dai tacchi, su per le gambe fasciate dai pantaloni a sigaretta, fino alla scollatura della camicia. Ha visto la donna dietro la facciata perbene. Sapeva perfettamente chi ero, eppure in quel momento mi sono sentita desiderata come mai in vita mia.
Si chiamava Giulio, faceva il consulente informatico in un palazzo lì vicino ed era single. Quella che doveva essere una semplice, banale pazzia per evadere dalla noia si è trasformata in qualcosa di molto più viscerale.
Passarono quattro giorni dall’ episodio dell'accendino, giorni che definirei sospesi. Non sapevo ancora come si chiamasse , non sapevo dove lavorasse esattamente, eppure quell'immagine continuava a tornarmi in mente nei momenti più impensati. Mentre firmavo un documento, mentre tornavo in treno a Mariglianoo, mi sorprendevo a ripensare a quegli occhi castani che mi avevano spogliata con lo sguardo. Non era l'ammirazione stupida di un ragazzino, era la fame di un uomo che aveva riconosciuto una donna. E la cosa peggiore — o forse la più eccitante — era che mi era piaciuto da morire.
Quattro giorni dopo, nel caos del tardo pomeriggio al Centro Direzionale, mentre una fiumana di dipendenti usciva dai palazzi di vetro per precipitarsi verso la metropolitana o i parcheggi, l'ho visto di nuovo.
Era fermo vicino all'isolato, mentre salutava una ragazza carina, con i capelli lunghi e lo zaino in spalla. Per un attimo ho sentito una fitta strana allo stomaco, un fastidio improvviso: Ecco, vedi? È fidanzato, è ovvio, ho pensato con un misto di delusione e cinismo. Ma un attimo dopo la ragazza si è allontanata svoltando verso la circumvesuviana, e lui è rimasto lì, da solo, a guardarsi intorno come se cercasse qualcosa. O qualcuno.
I nostri sguardi si sono incrociati a trenta metri di distanza. Ha sorriso, un sorriso lento, complice, e si è fatto avanti facendomi cenno con la mano.
«Ancora senza accendino?» mi ha chiesto ironico quando ci siamo ritrovati vicini, l'aria fresca della sera che muoveva i suoi capelli brizzolati.
«No, stavolta l'ho comprato» gli ho risposto, cercando di mantenere un tono distaccato, anche se sentivo le guance imporporarsi. «Ma a quanto pare ho un pessimo senso dell'orientamento con le coincidenze.»
Abbiamo iniziato a camminare insieme, mescolati alla folla che si dirigeva verso la Stazione Centrale. Mi sono presentata: «Matilde». E lui, stringendomi la mano per un secondo di troppo, con una stretta calda e ferma: «Giulio».
Mentre camminavamo verso piazza Garibaldi, il ghiaccio si è rotto del tutto. Mi ha raccontato che quella che avevo visto prima era solo una collega con cui aveva chiuso una grana tecnica in ufficio, ed è bastato quel dettaglio a far svanire la mia sciocca gelosia. Io gli ho raccontato del mio lavoro d'ufficio, della routine, della mia vita a Marigliano. Lui, con quella cadenza napoletana morbida e rassicurante, mi ha svelato che viveva alla Pignasecca, nel cuore di Napoli, in un appartamento tutto suo.
«Devo prendere la linea due per tornare a casa» mi ha detto lui quando siamo arrivati nel sottosuolo della stazione, fermandoci un attimo prima dei tornelli.
«E io il treno per la Circum» ho risposto io, improvvisamente dispiaciuta che quella passeggiata stesse finendo.
In quel momento, in mezzo al caos dei pendolari, Giulio ha fatto un passo verso di me. Ha abbassato la voce, guardandomi con quell'insistenza bruciante che mi aveva stregata la prima volta: «Che ne dici se la prossima volta evitiamo di salutarci alla stazione e ci prendiamo un caffè con calma, solo noi due? Dammi il tuo numero, Matilde».
Non ho esitato neanche un secondo. Gliel'ho dettato sul display del suo telefono, sentendo il cuore battere così forte che temevo potesse sentirlo anche lui.
I giorni successivi furono un continuo controllo del display del telefono. Tra i nostri impegni lavorativi e i turni che non coincidevano quasi mai, vederci di persona era diventato impossibile, e WhatsApp era diventato il nostro rifugio segreto. I primi messaggi erano leggeri, ironici, battute scambiate nei momenti morti della mattinata in ufficio.
“Tutto bene al Centro Direzionale? O le stampanti minacciano l'ammutinamento?” mi scriveva lui verso l'ora di pranzo.
E io rispondevo sorridendo allo schermo come una scema: “Le stampanti resistono, ma io comincio a perdere i colpi. Colpa della caffeina o di qualcos'altro.”
Bastava un complimento buttato lì, un’allusione leggera a come mi stava bene quella camicia verde smeraldo vista di sfuggita, per mandarmi in tilt. Mi ritrovavo a sorridere da sola davanti alla scrivania, con il cuore che batteva all'impazzare, riscoprendo un brivido che credevo estinto da un quarto di secolo. A casa, la sera, mentre cenavo con Sergio che guardava il telegiornale senza proferire parola, io tenevo il telefono stretto nella mano sotto il tavolo, in attesa di un suo vocale o di un cuoricino. Ero tornata a essere una ragazzina al primo amore, disposta a tutto pur di sentire quella scossa elettrica nello stomaco.
Poiché le coincidenze non bastavano più a colmare la fame che ci stavamo portando dentro, alla fine decisi di prendere in mano la situazione. Non potevo più aspettare che le nostre strade si incrociassero per caso tra la folla.
“Venerdì pomeriggio ho un buco prima di rientrare a Marigliano. Che ne dici di quel caffè che mi devi?” gli scrissi di getto, senza darmi il tempo di ripensarci.
La risposta arrivò dopo meno di un minuto, secca e carica di promesse: “Venerdì alle 16:30. Ti vengo a prendere io fuori dal tuo palazzo.”
Il batticuore aumentò vertiginosamente. Nei giorni prima dell'appuntamento, l'attesa si mescolò al gioco della seduzione. Stuzzicandolo via chat, volli metterlo alla prova:
“Ascolta, informatico... Venerdì per il caffè devo vestirmi da seria professionista o posso osare un po'? Tu come mi vorresti?” scrissi, mordicchiandone il labbro mentre digitavo.
La sua risposta arrivò accompagnata da un'emoji che la diceva lunga:
“Matilde, bella come sei tu puoi metterci quello che ti pare addosso. Anzi, puoi pure metterci un sacco di juta e saresti comunque la donna più desiderabile di tutta Napoli. Ma se proprio vuoi sapere la verità... ti vorrei con quella camicia azzurra che marca le tue forme e una delle tue gonne o dei pantaloni stretti che esaltano quel gran pezzo di culo che ti ritrovi.”
Arrossii fino alla radice dei capelli leggendo quelle parole sullo schermo del telefono, ma dentro di me sentii un calore denso, carnale, che mi scese fin dentro le ossa. Non era più un semplice flirt platonico. Eravamo d'accordo sul peccato, e mancava solo il momento in cui avremmo smesso di nasconderci dietro le parole.
Ci eravamo dati appuntamento in un bar non lontano dal Centro Direzionale, ai margini di Piazza Nazionale. Avevo scelto con cura la camicia azzurra di cui aveva parlato, quella che fasciava il seno lasciando appena intuire le linee sotto il tessuto, abbinata ai pantaloni a sigaretta che facevano risaltare esattamente quel che sapevo lui voleva vedere. Quando lo vidi arrivare, con l’andatura rilassata e quei capelli brizzolati tagliati corti, ebbi un tuffo al cuore.
Ci sedemmo a un tavolino all'aperto, tra il rumore del traffico napoletano e il brusio della gente. Ma per quanto mi riguardasse, il mondo intorno era scomparso. Sapevo di avere addosso i suoi occhi in ogni singolo istante: mi guardava le mani mentre mescolavo il caffè, le labbra mentre parlavamo di sciocchezze, il modo in cui mi muovevo. Era uno sguardo fisico, pesante, che mi accarezzava la pelle come una mano calda, facendomi volare la fantasia ben oltre quel tavolino di alluminio. Immaginavo le sue dita sotto la stoffa, il peso del suo corpo sul mio, il modo in cui avrebbe potuto ridurmi in pezzi se solo ci fossimo trovati chiusi in una stanza.
Eppure, per tutto il tempo, continuammo a girarci intorno. Parlammo del lavoro, del caldo che cominciava a farsi sentire, ridemmo di battute stupide, rimanendo però confinati in una bolla di cortesia educata. Nessuno dei due faceva la mossa decisiva. Io avevo paura di sembrare troppo facile, lui forse temeva di fare il passo falso con una donna sposata.
Pagammo il conto e ci alzammo. Ci incamminammo lungo una delle traverse che da Piazza Nazionale portano verso la zona della stazione, tra i palazzi alti e il via vai della sera che cominciava ad allungarsi. La frustrazione per quella timidezza di fondo mi pizzicava la lingua.
Così, piantai i tacchi sull'asfalto, mi voltai verso di lui con un sorrisetto di sfida e, con tono fintamente frivolo, gli dissi:
«Sai che pensavo... pensavo proprio che avresti provato a baciarmi.»
Giulio si bloccò, mi guardò con quel suo sorriso furbo e, facendo un passo verso di me, mi rispose a un palmo del viso:
«Beh, sono ancora perfettamente in tempo per farlo.»
Non resistetti, dovevo stuzzicarlo fino in fondo. Feci un passetto indietro, socchiudendo gli occhi con aria di sufficienza:
«Mah, non so... forse ti manca il coraggio.»
Non mi diede nemmeno il tempo di finire la frase. La parola "coraggio" mi morì in gola, soffocata dalla sua bocca che si avventò sulla mia con una fame disperata, improvvisa, feroce.
Quello non fu un bacio educato, di quelli a cui ero abituata da anni. Fu un’invasione totale. Giulio mi prese il viso con entrambe le mani, stringendomi la pelle delle guance e affondando le dita nei miei capelli, mentre le nostre labbra si scontravano con una violenza dolce, quasi rabbiosa. Spalancò la mia bocca senza cerimonie, e la sua lingua entrò calda, pesante, famelica, mescolandosi alla mia saliva in un vortice che mi tolse il respiro. Sentii il sapore del suo caffè, il calore del suo respiro che sapeva di tabacco e di uomo, e in un millisecondo tutto il mio corpo si sciolse.
Mi mancò la terra sotto i piedi. Diedi un piccolo sussulto, aggrappandomi con le dita al risvolto della sua giacca per non cadere, mentre il bacino mi si inchiodava contro il suo in un contatto così intimo e sfacciato, in mezzo alla strada, che mi mandò un brivido rovente d'eccitazione fin dentro le mutandine. Venti anni di matrimonio, di silenzi, di carezze fredde e meccaniche si sgretolarono in quel singolo secondo, spazzati via dalla forza di quella lingua che mi stava divorando. Quando finalmente si staccò di un centimetro per lasciarmi respirare, avevamo entrambi le labbra lucide, gonfie, e il cuore che batteva all'impazzare.
Mi guardò dritto negli occhi, con un sorriso trionfante e la voce roca:
«Adesso? Che mi dici? Secondo te mi manca il coraggio Matilde?»
E io, con le ginocchia che tremavano dentro i tacchi, riuscii solo a scuotere la testa, completamente sua.
Quel bacio in mezzo alla traversa di Piazza Nazionale era stato solo l'antipasto, una miccia accesa che ci aveva lasciato addosso una smania irrefrenabile. Entrambi avremmo voluto mollare tutto, prenderci per mano e sparire in un motel o in un portone buio. I nostri corpi si desideravano in modo plateale, crudo, quasi animalesco. Ma il tempo era tiranno: il mio treno per Marigliano non poteva aspettare, e i suoi impegni lo richiamavano dall'altra parte della città. Ci staccammo a malincuore, con la promessa muta negli occhi che quella era solo una tregua.
Il viaggio di ritorno in treno fu un supplizio delizioso. Me ne stavo seduta al mio posto, con la borsa stretta in grembo, mentre il convoglio sobbalzava sui binari della Circumvesuviana. Non riuscivo a smettere di pensare alla sua bocca che mi aveva letteralmente rapita, a quel sapore di tabacco e caffè, a quel modo prepotente che aveva avuto di prendermi. Ma soprattutto, ripensavo a quell'istante in cui i nostri bacini si erano schiacciati: avevo sentito chiaramente, netta e durissima, la sua erezione premerci contro. Solo a ripensarci, un brivido mi bagnava le mutandine. Per tutto il tragitto la mia fantasia volò sfrenata: mi immaginavo sbattuta contro una parete, presa in modo maschio, duro, senza tanti complimenti, in ogni singola posizione che riuscissi a concepire. Ero arrivata al punto di pensare che, se fossi morta subito dopo essere stata scopata così da lui, sarei morta felice.
I giorni successivi su WhatsApp furono un'escalation inarrestabile. I messaggi si fecero via via più espliciti, sfacciati, sdoganando parole dirette che non usavo da decenni, o forse mai. Giulio non girava più intorno alle cose, e la cosa incredibile era che io speravo in quelle richieste. Quando mi scrisse chiedendomi di mandarli una foto, di mostrargli come ero combinata sotto i vestiti in ufficio, non provai imbarazzo: provai un brivido di eccitazione folle. Iniziai a fare sul serio: corsi in un negozio di lingerie e spesi una fortuna in intimo ad hoc per lui. Perizomi ridotti a un fil di ferro, sottovesti di pizzo trasparente, reggipetto che spingevano il mio seno in alto. Mi guardavo allo specchio di casa mia, con quelle mise addosso, e mi sentivo viva, desiderabile, una donna affamata di sesso.
Il culmine arrivò una sera, mentre ero in cucina a preparare la cena con la televisione accesa di fondo e Sergio che leggeva il giornale in salotto. Il telefono vibrò nella tasca dei pantaloni. Era Giulio.
“Venerdì sera vieni a casa sua alla Pignasecca. Con tuo marito inventati quello che vuoi, digli pure che fai tardi per un'emergenza o che esci con le amiche. Ti voglio tutta per me, sul mio letto. Ho intenzione di divorarti.”
Lessi quel messaggio tre volte di seguito, mentre il cuore mi martellava nel petto. Nemmeno per una frazione di secondo balenò nella mia mente un senso di colpa verso Sergio. Nessun rimorso, nessun dubbio morale. C'era solo una voragine di eccitazione che chiedeva di essere riempita.
Risposi a Giulio con un unico, chiarissimo messaggio:
“Ci sarò. E tu faresti meglio a farti trovare pronto.” dissi con aria di sfida, la sua risposta non si fece attendere, mi mandó un vocale e per ascoltarlo mi spostai in camera da letto,con il telefono stretto tra le mani, feci partire l'audio. Quella voce profonda, mista di italiano e di un napoletano viscerale, mi investì come una frustata rovente:
«Matì, tu non hai capito... Io ti desidero, voglio fare prima l'amore, poi sesso e infine t'vogl' chiavà malament'!»
Al solo ascolto di quelle parole, pronunciate con una sicurezza maschile, sfacciata, padrona, sentii un'ondata di calore denso scendermi dritta tra le cosce. Le gambe mi si fecero di colpo molli, al punto che dovetti aggrapparmi allo spigolo del comò per non perdere l'equilibrio. Sentire quella voce così dominatrice mi diede la certezza assoluta che, quella sera, Giulio mi avrebbe distrutta nel modo migliore possibile, mi avrebbe smontata e rimontata a suo piacimento. E l'idea di farmi annientare da lui, di perdere completamente il controllo, mi piaceva da morire.
Arrivò finalmente la sera fatidica. Avevo preparato ogni singolo dettaglio con una cura maniacale, quasi fossi una ragazzina al primo appuntamento importante, ma con la consapevolezza e la malizia di una donna che sa esattamente cosa vuole.
Indossai una maglia bianca morbidissima, caratterizzata da uno scollo a V così profondo che lasciava scoperta gran parte del petto; sotto non portavo il reggiseno, ma soltanto una sottoveste di un tessuto impalpabile, così sottile e trasparente che definire tale sarebbe stato riduttivo. Sopra avevo appoggiato una giacchetta nera elegante, aperta. Per la parte inferiore, scelsi un paio di pantaloni aderenti, neri, che fasciavano perfettamente le cosce e i fianchi, fermandosi esattamente alla caviglia per lasciare intravedere la pelle. Nelle mutandine non c'era quasi nulla: un perizoma ridotto a un filo quasi invisibile, pronto a sparire al primo tocco. E per finire, il mio vezzo, la mia arma definitiva: un paio di décolleté slingback con un tacco a spillo vertiginoso, dodici centimetri di altezza che mi inarcavano la schiena, sollevavano il sedere e mi facevano sentire incredibilmente bella, potente, una vera e propria femmina affamata.
Salutai Sergio con una scusa fredda e automatica — un'uscita improvvisa con le amiche per un aperitivo e quattro chiacchiere che si erano prolungate — senza che lui alzasse lo sguardo dalla televisione. Uscii di casa con il cuore in gola, pronta a consegnarmi a Giulio.
Presi l’auto e in poco tempo raggiunsi l'appartamento di Giulio alla Pignasecca con i tacchi che battevano ritmati sui vicoli storici di Napoli, il cuore che mi martellava in gola e la sensazione di non appartenere più a nessun mondo se non a quello. Quando suonai alla porta e lui aprì, ebbi un sussulto. Indossava abiti semplici e informali — una t-shirt scura che fasciava le spalle larghe e un paio di jeans comodi — eppure quella naturalezza lo rendeva ancora più bello, massiccio, incredibilmente maschile.
Mi accolse con una cortesia disarmante, facendomi accomodare nel suo soggiorno caldo e accogliente. Ma la sua cortesia era un velo sottile sopra una fame nera: non mi staccò gli occhi di dosso neanche per un secondo. Seguiva ogni mio movimento, esaminando con lo sguardo le linee della giacchetta, la trasparenza della maglia, il modo in cui i tacchi alti mi slanciavano le gambe.
«Matilde... sei una donna fantastica, non è possibile» sussurrò con voce roca, avvicinandosi per sfiorarmi appena una guancia prima di farmi sedere a tavola.
Aveva preparato una cena leggera, ma nessuno dei due aveva davvero fame di cibo. Eravamo affamati l'uno dell'altra. Mentre cenavamo parlando a bassa voce, decisi di giocare la mia carta. Sotto il tavolo, sgusciai fuori dal tacco slingback, infilai il piede nudo tra i suoi pantaloni e cominciai a far risalire l'alluce lungo la sua gamba, fino a sfiorargli l'inguine.
Giulio trattenne il fiato, bloccandosi a metà frase. Con il piede sentii distintamente il rigonfiamento duro, pesante, di un'erezione già mastodontica che premeva contro la stoffa. Accarezzai quelle dimensioni importanti con malizia, facendogli perdere il controllo. In quel preciso istante, mentre i suoi occhi si facevano scuri di desiderio, desiderai con ogni fibra del mio corpo che mi saltasse addosso lì per lì, che mi sbattesse su quel tavolo e mi facesse sua come la peggior puttana di Napoli e provincia. Volevo che mi possedesse senza delicatezza, che mi facesse sentire di nuovo viva, che mi rendesse donna un'altra volta.
La miccia era definitivamente esplosa. Finimmo la cena in fretta, con le mani che si cercavano continuamente. Ci spostammo sul balcone che dava sui tetti della Pignasecca, accendendo una sigaretta per tentare di calmare il battito. Ma la situazione era ormai incontrollabile.
Mi appoggiai alla ringhiera, lo guardai negli occhi con un sorrisetto sfacciato e, facendogli un fumo leggero in faccia, gli dissi:
«Ottima cena... splendida compagnia... ma dimmi, Giulio... cosa manca?»
Lui non rispose con le parole. Fece scivolare via la sigaretta dalle mie dita, buttandola di sotto, e mi tirò a sé con uno scatto feroce, catturando le mie labbra in un bacio colmo di una passione cieca e disperata. Fu l'inizio della fine di ogni resistenza.
Iniziammo a spogliarci a vicenda in modo disordinato, animalesco, quasi strattonandoci i vestiti di dosso. La mia giacca cadde a terra, la maglia bianca e la sottoveste volarono via in un secondo, lasciando il mio seno nudo e il perizoma strappato in un attimo dalle sue mani grandi e impazienti. Giulio mi guardava come un animale affamato che vede la sua preda, mentre i suoi vestiti sparivano in fretta.
«T’vogl’, Matì... mo non ce la faccio più» ansimò lui, con la voce rotta dalla smania, premendo il suo corpo bollente contro il mio.
E io, completamente persa in quel vortice di lussuria, con la bava alla bocca e le gambe che mi tradivano per l'eccitazione, gli afferrai il viso tra le mani, inchiodando i miei occhi nei suoi e rispondendogli senza vergogna, con la voce che mi tremava dal piacere:
«Giulio... chiav’m! Famm' sentì femmn' nat' vot'... miett’m o’cazz' tuoj int' a fess' e sfunn’m!»
Dal balcone ci precipitammo in camera da letto quasi inciampando l'uno nell'altra, divorati da una smania che non ammetteva attese. Giulio mi sollevò di peso, facendomi stendere sul letto con un movimento deciso, e si inginocchiò tra le mie cosce divaricate. Quel corpo massiccio, caldo, con quei chili in più che lo rendevano ancora più solido e carnale, si protese su di me.
Subito mi spinsi in avanti con la schiena, afferrando il suo membro già duro e pulsante. Iniziai a prenderlo in bocca con una fame che non sapevo di avere. Feci scivolare le labbra lungo la sua lunghezza, gustandomi il sapore forte, inconfondibilmente maschio di Giulio. Lo presi dentro fino in fondo, facendolo gemere a testa indietro, muovendo la lingua intorno al glande e succhiando con ritmo deciso, facendogli perdere il controllo mentre le sue mani mi afferravano i capelli, guidando i miei movimenti con colpi leggeri e possessivi.
Mentre io ero tutta dedita a lui, Giulio non stette a guardare. Fece scivolare la sua mano aperta tra le mie gambe, trovando la mia fessa già fradicia di umori. Senza preavviso, affondò due dita dentro di me, mi sfiló il suo cazzo dalla bocca e scese a sua volta cn la sua testa tra le mie cosce, mentre la sua lingua calda iniziò a leccarmi e a succhiarmi il clitoride con una voracità tale che mi fece inarcare la schiena, strappandomi un grido strozzato in gola. Ero bagnata fradicia, completamente aperta e pronta per lui.
In un attimo mi girò, mettendomi a pecora sul materasso. Mi afferrai ai cuscini, spingendo il bacino all'indietro, divaricando ancora di più le gambe per portarmi perfettamente in allineamento con quel cazzo che desideravo con ogni singola cellula del mio corpo. Sentii il calore della sua asta che premeva contro la mia apertura, e con un colpo secco, profondo, brutale, Giulio entrò dentro di me in un sol pezzo.
Un gemito feroce mi scappò dalle labbra: mi riempì all'istante, dandomi una botta di piacere così intensa che mi bruciò lo stomaco.
Da quel momento non ci fu tregua. Giulio prese a scoparmi con colpi secchi, potenti, profondi, che facevano sbattere il mio bacino contro le sue cosce con un rumore sordo e umido. Mi teneva saldamente per i fianchi con le sue mani grandi, marchiandomi la pelle, dettando un ritmo forsennato, animalesco. Sentivo ogni singolo centimetro di quel cazzo che mi scavava dentro, che mi rivoltava l'anima e il corpo. E mentre mi possedeva così, senza pietà, sentii la sua mano staccarsi un attimo dai fianchi per calarmi uno schiaffo secco, ben assestato, sulla natica destra.
Il suono dello schiaffo e il bruciore immediato sulla pelle del mio culo tonico fecero esplodere il piacere a livelli folli. Quel dolore misto a lussuria mi mandò in cortocircuito il cervello: iniziai a gemere come una pazza, chiedendogli di picchiarmi ancora, di sfondarmi senza riguardo, mentre il mio corpo veniva scosso da orgasmi violenti, uno dietro l'altro, in un delirio di sudore, saliva e sesso crudo.
La stanza era pervasa dal rumore sordo e ritmico dei nostri corpi che si scontravano, dal respiro pesante di Giulio e dai miei gemiti che ormai non riuscivo più a trattenere, né avrei voluto farlo. Lui continuava a spingere con un ritmo implacabile, forte, feroce, eppure palesemente padrone del suo corpo e del suo piacere, deciso a portarmi esattamente dove voleva lui.
Io ero un groviglio di sudore, carne e fuoco. Sotto quei colpi profondi, sentivo ogni centimetro di quel cazzo massiccio che mi rivoltava le viscere. Il piacere saliva dalle gambe, si accumulava nel basso ventre come una pressione intollerabile, densa, bruciante. Ogni affondo era una coltellata di puro godimento. E mentre mi scopava così, senza un attimo di tregua, con la mia faccia affondata nel cuscino e le mani che artigliavano le lenzuola, sentii il mio primo orgasmo esplodere dentro di me come una bomba atomica.
Un urlo strozzato mi uscì dalla gola mentre le pareti della mia fessa si contraevano con violenza spasmodica attorno alla sua carne pulsante. Mi sentivo svuotata e piena allo stesso tempo, bagnata di sudore e di me stessa, inondata da un piacere così crudo, bestiale e sfacciato che per un attimo mi girò la testa. Dentro di me urlavo di gioia: Sì, cazzo, sì! Ero felice, di una felicità sporca, perversa, liberatoria. Dopo venticinque anni di carezze tiepide e di un letto matrimoniale che sapeva di morte, stavo provando cosa significasse essere presa, usata, posseduta fino all'esasperazione da un uomo vero. Non me ne importava niente di niente: in quel momento, quella puttana ero io, e ne andavo fiera.
Giulio, accorgendosi del mio spasmo e sentendo il mio corpo tremare sotto di lui, rallentò appena il ritmo solo per infuriare ancora di più la sfida. Mi afferrò con più forza per i fianchi, inchiodandomi al materasso, e avvicinandosi al mio orecchio mi sibilò con la voce roca, carica di una promessa lussuriosa:
«Ti è piaciuto, eh? Ma non è finita qui... Adesso ti faccio venire un'altra volta. E se ci riesci, ti chiavo in culo. Ti voglio sborrare in culo, nel tuo bellissimo culo.»

Sentire quella promessa oscena, quel comando così esplicito pronunciato mentre continuava a martellarmi dentro, mi fece perdere quel poco di senno che mi era rimasto. L'idea che il suo cazzo potesse entrare lì, in quel sedere sodo e tonico di cui andavo tanto fiera, di sentirmi riempita e violata anche in quel modo proibito da lui, mi mandò in cortocircuito totale. Il cervello mi esplose in un tripudio di lussuria cieca.
«Sì... sì, cazzo!» iniziai a gridare come una pazza, divarico ancora di più le gambe, offrendogli ogni mio centimetro, implorandolo di farlo, pronta a farmi distruggere del tutto pur di averlo dentro fino in fondo.
Cinque minuti. Cinque minuti che sembrarono un'eternità fatta di sudore, respiri affannati, pelle che si sbatteva contro pelle e un piacere così denso da diventare quasi dolore. Giulio non accennava a fermarsi, anzi, aveva trovato una cadenza infernale, scientifica nella sua furia. Mi martellava con un metodo che mi faceva impazzire: prima una serie di colpi profondi e pesanti che mi spingevano fin dentro le viscere, poi un'accelerazione di colpi rapidi e superficiali che facevano sfregare il suo membro contro il mio clitoride già ipersensibile, e subito dopo di nuovo affondi lunghi, devastanti, con un ritmo cadenzato che mi faceva vibrare l'anima e mi smontava le vertebre.
Il secondo orgasmo non arrivò come un'esplosione improvvisa, ma come un'onda gigantesca che montava da fondo schiena, alimentata da ogni singola spinta di quell'uomo. Sentivo le gambe tremare così forte da non reggere più neanche la posizione, le unghie affondate nelle lenzuola, la bocca aperta in un urlo muto. Nel preciso istante in cui il mio corpo cedette, contraendosi in una serie di spasmi feroci e violentissimi, Giulio non estrasse il cazzo. Anzi, mi afferrò con una mano vigorosa per i capelli, tirandola testa indietro inarcandomi la schiena, e con la bocca attaccata al mio orecchio mi sibilò con un tono che grondava lussuria pura:
«Sei una troia spaziale, Matì... Mo t’o mett’ n’cul.»

Il mio cervello andò completamente in cortocircuito. La vergogna era morta e sepolta da un pezzo, soffocata da una fame bestiale. Risposi urlando, con la voce rotta dal piacere e dalle lacrime di gioia:
«Sì... sì, so' na troia! Rompimi il culo, cazzo, fammi tua!»
In un attimo, senza darmi il tempo di abituarmi all'idea, Giulio mi spostò appena, preparandomi, e con una spinta decisa, potente, iniziò a entrarmi nel sedere. Sentii una pressione immensa, un allargamento bruciante e profondo che mi tolse il fiato per un secondo. Era un dolore denso, magnifico, osceno. I pensieri mi si affollavano nella mente in un vortice lercio e bellissimo: quello non era mio marito, non era la mia vita grigia a Marigliano, non erano i panni da stirare o le bollette da pagare. Era un uomo vero che mi stava prendendo l'ano con la forza di un toro, che mi stava marchiando nel modo più proibito e sfacciato possibile. E mi piaceva in un modo così osceno, così innaturale eppure così giusto, che avrei voluto urlarlo al mondo intero.
Giulio iniziò a spingere con la sua consueta forza anche lì, dentro il mio culo. Ogni colpo era una frustata di fuoco che mi percorreva la spina dorsale. Sentivo la carne cedere al suo passaggio, il calore della sua pelle contro i miei glutei, il rumore sordo dei nostri corpi che si scontravano mentre lui affondava senza pietà, dettando legge dentro di me. Ero la sua puttana, la sua donna, la sua valvola di sfogo, e non ero mai stata così felice in tutta la mia vita.
Il finale fu un delirio di sensi. Sanguigno, bestiale, inarrestabile. Sentii Giulio irrigidirsi di colpo, i suoi muscoli contrarsi come corde d'acciaio mentre dava gli ultimi affondi devastanti, profondissimi, tenendomi inchiodata a sé con il cazzo confitto fino all'osso nel mio culo. Un ruggito strozzato gli uscì dalla gola e, in quel preciso istante, sentii un getto caldissimo, denso, pulsante, invadermi le viscere, colandomi dentro in una pioggia di sperma che sapeva di possesso assoluto.
Quell'ondata di calore fu la chiave che aprì l'ultima diga: un terzo orgasmo, feroce e definitivo, mi scosse da capo a piedi, strappandomi un urlo acuto prima di farmi crollare completamente senza energie, con la faccia affondata nel cuscino, svuotata di ogni forza fisica e mentale.
Giulio rimase sopra di me, pesante, sudato, con il respiro che piano piano rallentava. Si chinò a bassarmi il collo, le spalle, le labbra, ancora affamato di me nonostante avessimo appena bruciato tutto. E io, con la faccia bagnata di sudore e le membra indolenzite, mi voltai verso di lui e risposi ai suoi baci con la stessa identica fame, felice di essermi finalmente ripresa la mia vita, il mio corpo e il mio peccato.
Rimanemmo distesi su quel letto per lunghi minuti, incapaci di muoverci, sommersi dal nostro stesso sudore e da un silenzio che profumava di vittoria. Ci vollero tempo ed energia anche solo per riprendere a respirare regolarmente.
«Vieni, ti do una mano a rimetterti in sesto» mi disse Giulio con un sorriso affettuoso, dandosi una spinta per alzarsi. Mi prese per mano e mi guidò verso il bagno, invitandomi a fare una doccia insieme.
Sotto il getto caldo dell'acqua che lavava via i segni di quella tempesta di sesso, ebbi modo di guardarlo meglio. Vidi da vicino ogni dettaglio della sua fisionomia: quelle spalle larghe, i fianchi un po' morbidi che lo rendevano così vero, i peli bagnati sul petto e quel corpo forte, non scolpito in palestra ma solido, maschio, che mi piaceva da impazzire. Sotto l'acqua ci accarezzammo ancora, con una dolcezza nuova, prima di asciugarci e rimetterci i vestiti addosso.
Il congedo sulla porta fu intenso. Un bacio lungo, promesse sussurrate a bassissima voce e la certezza assoluta che ci saremmo rivisti presto. Mentre scendevo le scale del palazzo alla Pignasecca, avrei voluto solo poter trascorrere l'intera notte tra le sue braccia, stretta a quell'uomo che mi aveva guardata davvero, che mi aveva riaccesa dopo un decennio di buio e mi aveva fatto provare sensazioni che prima di allora avevo letto solo di sfuggita in qualche romanzetto rosa un po' spinto.
Il viaggio di ritorno in auto, con i finestrini leggermente abbassati per far entrare l'aria fresca della notte napoletana, fu un momento di lucido delirio. I pensieri nella mia mente trovavano finalmente una collocazione logica: ogni tassello della mia vecchia vita mi sembrava improvvisamente distante, estraneo, sbiadito.
Quando arrivai a casa e aprii la porta, trovai Daniela e Andrea in cucina che bevevano una tisana prima di andare a dormire.
«Mamma, sei tornata! Com'è andata la serata con le amiche?» mi chiese mia figlia sorridendo.
«Bene, amore... stanca ma bene» risposi con un filo di voce, stampandole un bacio sulla guancia, e lo stesso feci con Andrea.
Mentre le mie labbra sfioravano la pelle dei miei figli, un pensiero improvviso e perverso mi attraversò la mente, facendomi quasi sorridere dentro: questa stessa bocca, con cui adesso bacio i miei figli, un'ora fa ha ingoiato il cazzo di un uomo che anagraficamente avrebbe quasi potuto essere mio figlio.
Giulio aveva ventisette anni, sì. Ventisette anni contro i miei cinquantuno. Poteva essere un ragazzo della loro età, eppure a pensarci non provavo il minimo imbarazzo. Anzi, quella differenza d'età accresceva la mia eccitazione, rendendo tutto ancora più proibito e stimolante.
E, cosa più importante di tutte, non avvertivo un solo grammo di senso di colpa. Nessun rimorso per aver messo le corna a Sergio, per aver tradito venticinque anni di matrimonio con la stessa facilità con cui si cambia una pagina di un libro. Avevo buttato via le catene, avevo ripreso possesso del mio corpo, della mia lussuria e della mia vita. E rifarei tutto un milione di volte.
E lo rifarò
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