Masturbazioni

di
genere
incesti

Fra noi non è stato incesto. Nemmeno sesso.

Il lockdown, per me, è stata una mazzata scientifica, di quelle che ti stendono. Ero appena tornata a casa dei miei, con la coda tra le gambe, dopo una patetica storia chiusa troppo tardi e con l’ammissione che a ventisei anni non ero in grado di mantenermi da sola. Mi ha bastonata chirurgicamente, proprio nel momento in cui stavo rialzando la testa e mi sentivo carica. Avevo finalmente trovato un lavoro che mi piaceva: in una palestra!
L’unica consolazione era che andava male per tutti e che prima o poi sarebbe finita. A mamma e papà, impiegati nel servizio sanitario, non ha stravolto la vita più di tanto, uscivano a lavorare tutti i giorni. Per mio fratello è stato un vero casino, l’ha demolito. Era iscritto al primo anno d’università. È quello più intelligente dei due. Ed è anche più bello.

È tardo pomeriggio. Terza o quarta settimana di prigionia. Tutto è così assurdo. Il tempo non esiste.
Sono ore che chiacchieriamo peggio di fidanzatini. Gabriele non ne vuole sapere di mettersi a studiare, vuole ridere e le mie storie lo spaccano di risate. Di me ormai sa tutto quello che si può sapere ma ogni volta scopro che sa qualcosina di più. Il suo miglior amico è il fratello di uno dei “portughesi”, la compagnia della vacanza in Portogallo, e a Lele sono arrivate troppe voci su di me.
Sono la sua sorella preferita, mi dice mentre mi agguanta da dietro e mi costringe a risedermi sul divano, in braccio a lui. È un cretino, non esistono altre sorelle. Per lui sono quella sveglia, quella che è scappata di casa a vent’anni, quella che sa divertirsi, quella dei racconti del Portogallo. Mi fa tenerezza, non sa che sono scappata per andare a vivere con un sodomita compulsivo e che l’altra storia che ho avuto è stata una tragedia esistenziale. Però ha ragione, mi sono anche divertita.
“Confessalo! È vero che dormivate in tre in tenda?”
Nego recisamente come deve fare la sorella maggiore. Mi ribalta, mi tortura di solletico, finiamo sul tappeto, la maglia mi sale sulla schiena, incastriamo le gambe, mi solletica i fianchi nudi. Ride, ma lo sguardo è duro. Mi tocca. Ci lascia la mano. La preme. Gliela tolgo.
“No, non possiamo.”
Mi spiace per lui. Gli stringo i pantaloni di felpa. Il suo cazzo per la prima volta. Cazzo se sto male.
“Mettiamo in ordine, tra poco tornano.”
Scappa in camera. A tirarsi una sega.
.-.
Chiudo il PC. Luca vuole fare sesso su Skype. No, non fa per me, io ho bisogno di carne. Di odore. Di calore. E poi con lui ci ho fatto solo un paio di volte ed è stato quel che è stato. Mi manda per WhatsApp la foto del cazzo sbrodolato di sborra. Un idiota. Questo lockdown ci rovina. Penso a Lele solo. S'è mollato con la tipa nelle feste di Natale, non ha nessuna, nemmeno su Skype.
Spingo la porta socchiusa. È seduto sulla poltroncina girevole, lontano dalla scrivania, a gambe lunghe. Si sta segando. Mi guarda.
Tre passi, mi accoccolo al suo fianco, toglie la mano. È caldo, liscio, roseo con la cappella larga. Un cazzo che dà emozioni. Con un brusco movimento si abbassa tutto sulle cosce. Non lo guardo, fisso il cazzo. Mi pulsa in mano, lo sego. Piano e lungo. Mio fratello ha un uccello invidiabile. Invidio Manuela, la stupida che si scopava prima di questa galera. Gli tocco le palle, mugola di disperazione, sta già per venire. Stringo forte il cazzo, premendo col pollice. Sborra colando sull’asta. Sulla mia mano. Mi risveglia cose che non deve risvegliarmi.

Corro in bagno per lavarmela. Apro il rubinetto, l’acqua scorre violenta, da turbarmi. Guardo la mano, provo con la punta della lingua. Chiudo la porta a chiave. Lecco anche fra le dita, succhio il polso. Chiudo il rubinetto e mi appoggio di culo al lavandino. Abbasso i leggings, mi do piacere, in cerchio attorno al clitoride, premo, mi penetro, frullo, scateno l’orgasmo.
Per un po’ rimango appoggiata al lavabo. Le gambe tremano. Mi lavo veloce. A mamma ho promesso di preparare una parmigiana.

È in forno. Sono tornati. Lele è ancora in camera. Papà è in doccia, mamma critica, ho messo troppo formaggio. Mi dice di chiamare Lele. Entro. Chiude la porta dietro di me. Mi tocca i seni, mi si struscia addosso. Gli torco il naso. “Andiamo, stupido.”
Mi lascia. Si vede il cazzo sotto i pantaloni. Gli allargo l’elastico e glielo ricaccio nei boxer.
“Cosa avete da ridere voi due?” ci chiede mamma.

Guardo la Tv da sola, fino a intontirmi. Sono le due, vado a dormire. È come se lo sapessi, la porta si apre dopo dieci minuti. Lo stendo sul mio letto. Si spoglia dei boxer. Gli tiro un succoso pompino al buio.
.-.
Gli devo insegnare io, è maldestro, m'innervosisce..
Gli guido il dito, in circolo attorno al clitoride, gli premo il polpastrello per mostrargli come, con che pressione, e gli mostro come infilare le altre dita. E gli do il ritmo, il ritmo è tutto, prima lento, poi più veloce, poi, capisce da solo, il ditalino dev’essere frenetico. È una scarica che mi manda ritta distesa, le gambe rigide e la schiena che mi si spacca all’indietro.
Mi ci vogliono cinque minuti per riprendermi, voglio godermi anche le più piccole scariche.
È ancora con me, non se n’è andato. Gli faccio il mio primo pompino riconoscente. Di gola.
Mi si stende sopra, attento a non schiacciarmi. Le palle sul naso, le mani che mi premono i seni. Si allunga, mi scopa in gola. Strofina il naso sul mio pelo. Infila le dita come gli ho insegnato.
Conosco i più deboli fremiti di mio fratello, sta per venire. Mi scopa in gola pestandomi il naso, inclino la testa indietro, il più possibile, cerco di sostenerlo con le mani, è pesante e il bacino mi martella. Mi schizza in gola, tre dita artigliate in fica, per me è orgasmo devastante.
Me ne libero, lo spingo via. Ho conati, non respiro, ho raptus pelvici. “Stronzo! Mi stavi affogando!” Ridiamo come scemi. Mi arrotolo, lo riprendo in bocca. Lele fa uno scatto involontario. Ha il cazzo cianotico. Gli lecco le palle. Calde, senza peli. “Sborri come un cavallo.” Lo faccio felice.
.-.
Fisso nel vuoto, le piastrelle sopra la macchinetta del caffè. Sono in pigiamino. L’aroma caldo riempie la cucina. Lo sento entrare. Mi si mette dietro, due mani sul culo. Mi lascio palpare, i pantaloncini sono di cotone leggero, mi scivolano sulle chiappe nude. Do un’occhiata dietro, senza voltarmi. Vedo il suo fianco nudo, Lele è senza boxer.
Mi preoccupo, mio fratello soffre male questa prigionia, e sorrido, ha i coglioni iperattivi e il testosterone fuori scala. Gli ho fatto da infermiera per due giorni, avrò bevuto una secchiata di sborra per non sporcare in giro e ho peggiorato soltanto la situazione.
“Scordatelo, ho appena bevuto il caffè.”
“Dai, ho qui una sborrata incredibile.”
S’è fatto insistente, audace. Mi agguanta il pube a mani incrociate, lo spuntone mi scorre tra le chiappe. Il pigiamino è sottilissimo. Gli bagno le dita, sento il calore del cazzo. Il mio fratellino soffre.
“Non fare lo scemo, non possiamo.”
Ma nessuno pensa mai a me. A un cazzo bellissimo. Ho la figa gonfia, che si apre ansimante. Soffro anch’io. Spingo contro.
Me li abbasso, mi chino sul mobiletto. La cappella trova la strada da sola, mi penetra ed è sollievo nel cervello. Mi scopo da sola. Beatamente, avanti indietro. Poi lascio il lavoro a lui. Sono la sua terza figa. Lo so. Mi ha parlato di Sofia e Manuela. Mi sbatte come si deve, i maschi questo non devono impararlo.
È vittima della sua furia. Sborra. Potente. In pancia.

S’è scaricato. Io metto su una cialda per lui. Me ne rimangono quattro, devo passare in farmacia, mai avrei pensato di averne bisogno in questo cazzo di periodo.
“C’è il caffè.” Gli urlo.

Entrare in farmacia è angosciante. Coda distanziata, sbarramenti, mascherine. Le commesse con gli occhi coperti. Devo prendere le mie pillole. La farmacista, ridacchiando sottovoce, protetta dalla mascherina, mi racconta che sono finiti sotto scorta. “Sono tutti chiusi in casa.”
Devo ordinare a lei anche il lubrificante, non posso prenderlo io dagli scaffali blindati da transenne. Me ne mostra una mezza dozzina illustrandomeli. Sta cercando di vendermi il più caro.
.-.
Lele s’è calmato, è sceso a numeri più accettabili.
Scopare lo scarica di più.
“Diventerai un segaiolo di merda!”, fingevo di irritarmi. Lele, testosterone a palla, si sfiniva.
Ma quella notte, nella mia cameretta, mentre mamma e papà dormivano, ho sudato io per lui. Ha schizzato solo uno sputo, era la decima della giornata. Soffrivo quasi. L'ho poi leccato leggera.
.-.
Mamma mi blocca in cucina col suo sguardo da discorso impegnativo.
“Daniela, noi siamo felicissimi di averti ancora in casa, sei nostra figlia, ti vogliamo bene non sai quanto, ma una cosa… Non voglio sapere perché e per cosa avete litigato, ma così non va bene! È già un periodo difficile, voi due dovete andare d’accordo, non potete fare così. Io e tuo padre soffriamo a lasciarvi soli.”
Improvvisamente mi rendo conto che io e Gabriele ci evitiamo quando sono in casa loro due. Stiamo insieme solo il tempo della cena e poi ci dileguiamo in giro per la casa. Senso di colpa? Non so, forse lui. Io ho paura che gli vedano il cazzo duro.
“Promettilo, tu sei quella grande, cercate di far pace… E un’altra cosa: cosa sono tutti questi bucati che fai? Le sue lenzuola le hai già cambiate l’altro giorno.”
“Oh mamma, non farmelo dire. Lele è ancora un ragazzo, sta chiuso in camera giorni interi.”
Mamma sorride soddisfatta.
“È bellissimo, troverà la ragazza giusta. Ne sono certa!”
.-.
Penso sempre meno a lui. Merito anch’io.
Gli domando se ha un rasoio.
“Devi radermi.”
Mi sono lasciata andare, ora sono troppo lunghi per la ceretta. Non sono a mio agio se non ce l’ho depilata. Mi metto sul tavolo della cucina. A gambe larghe su un asciugamano che mi fa da cuscino. Qui è più comodo e c’è l’acqua vicina. M’insapona. Ci spacchiamo dal ridere, un nuovo gioco, mi blocco tesa solo quando passa il rasoio. Ha solo tre peli sulla guancia ma la mano ferma. Le minchiate che ci spariamo!
Mi massaggia col mio olio emolliente al cocco e poi è quello che voglio. Mi si incolla al pube a bocca spalancata. La lingua che mi fa svenire. Mi aggrappo ai suoi capelli ricci.
.-.
Entro per il caricabatterie.
Lele è semidraiato sul letto, il portatile sul ventre, cuffie alle orecchie. È in videochiamata con i compagni di corso. Voci confuse, risate stupide.
Non mi guarda, è impegnato. Lo invidio. Prendo il caricabatterie. Infilo la mano sotto il suo notebook. Sull’uccello ancora morbido. Lele sposta solo il portatile più in alto, quasi sul petto. Tiro in giù l’elastico dei pantaloni di felpa. È già mezzo duro. Lo stringo per dispetto. Lo sego lenta. La voce nasale di uno che si lamenta, che non capisce un cazzo di questo esame. Lele ride, ma è rigido dalla vita in giù.
Ho voglia. Gli scavalco le gambe, resto dritta sulle ginocchia. Sono in felpa e mutandine. Me lo strofino contro. Le scosto, mi calo piano. Scivolo bagnata sul cazzo che mi riempie il ventre. Resto ferma un secondo, in apnea di piacere, e inizio a muovermi. Ondeggio avanti e indietro, il cazzo che sento dentro. Da sopra il monitor Lele fissa il mio ventre che muovo. Lo incavo e lo gonfio. Impalata sul suo cazzo.
Lo devono richiamare due volte. “Sì sì, ho capito” dice confuso.
Ora mi alzo e mi riabbasso sulle ginocchia, il cazzo che mi esce quasi tutto e poi riscivola invasivo, che mi riempie e comprime. Il tessuto dei suoi pantaloni mi sfrega contro le cosce. Lui cerca di assentarsi, ride stupidamente a una battuta di qualcuno. Mi fermo in alto, stringo la fica sulla cappella.
“Vaffanculo a tutti, ci sentiamo.” Chiude il portatile di scatto, si piega dolorante per poggiarlo a terra.
Mi ribalta. Cerco di sfilarmele del tutto. Mi apre le gambe con le ginocchia, affonda nel ventre. Lo abbraccio con le gambe, alla vita, ho le mutandine alla caviglia.
Mi rivolta la felpa sul viso e mi succhia il seno.
È per non vedermi. Non baciarmi.
.-.
Sto rileggendomi Mme Bovary. Anch’io sono in lotta contro il mondo, contro la noia.
Ormai lo facciamo languidamente. Ci teniamo incastrati. Io che leggo, lui sulla mia schiena che chatta, ripassa o gioca alla play station. Metto un asciugamano sotto. Per mamma.
Non siamo alieni, sappiamo che non si fa tra fratello e sorella. Non facciamo l’amore, non ci amiamo. Mai baci. Una sola volta, sono stata io, con in bocca il suo seme caldo. Mai più, così mi merito davvero la punizione eterna.
Non parliamo mai di questo e facciamo male. Il non detto ferisce, crea tensione, allontana. So che ormai pensa solo a quello. E io colpevole di notte immagino, mi alleno col dildo.
Ho il suo cazzo inchiodato dentro. Duro, fermo. Lele ha un cazzo perfetto.
Infilo il segnalibro e spingo lontana Madame Bovary. Mi contorco con la schiena, gli prendo il cellulare e lo butto sul cuscino.
“Inculami.”
Gli ho scatenato la furia dei primi giorni. Mi sodomizza col cazzo disperato. Mi sfoga in culo tutto il suo testosterone.
Mi attendono giorni pesanti.
Fra noi non è incesto. Nemmeno sesso.
Solo masturbazioni.
scritto il
2026-10-04
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