Lo sconosciuto

di
genere
saffico

Dicembre 2025

Di nuovo in aeroporto. Lei arriva nel primo pomeriggio e poi abbiamo un imbarco due ore dopo. Almeno questo è il programma.

Ho messo un po’ di cose nel trolley e contrariamente al solito, non mi sono vestita comoda. Indosso un tailleur grigio, la gonna stretta e un buon palmo sopra il ginocchio, un piccolo spacco laterale, camicetta bianca, autoreggenti scure. Fra il collant per il freddo e le gambe nude come preferirei, una via di mezzo. No reggiseno. Un inezia di perizoma. Ho i capelli tirati indietro, un filo di trucco. E un morbido cappotto beige che mi protegge dal libeccio di oggi.

C’è un motivo, per questo abbigliamento. Mi sono resa conto che non ho mai fatto sesso in aereo e sono determinata a entrare nel Mile-High Club. Cioè fra quelli che hanno fatto sesso in un aereo in volo.

Sto scherzando. Non è per questo che abbiamo organizzato la coincidenza del suo volo con il mio. E’ stata una scelta obbligata dopo attento studio dei voli disponibili. Un weekend a Sharm. Lei viene da Barcellona.

Però visto che voleremo insieme, mi sono vestita come piace a lei. Quando ci vediamo ci vuole così poco a accenderci. Chissà, forse ci riusciamo.

E’ atterrata e aspetto che esca. Sento addosso gli sguardi degli uomini. Mi piace. Un vecchio che finge di guardare le sue scarpe quando mi volto.

Cammino con un leggero movimento dei fianchi. Non esagerato, solo ritmico. Intenzionale. Sto sfilando. Senza esagerare, ma con lo stesso sguardo di assente consapevolezza da passerella. Non guardo nulla ma percepisco tutto.

Un uomo seduto alza gli occhi dal telefono e mi segue mentre gli passo davanti. Non faccio nemmeno finta di non accorgermene.

Lascialo guardare. Lascialo desiderare. Sorrido lievemente. Sento il mio potere.

Lei esce e mi guarda con il sorriso che dagli occhi arriva alla bocca. Scuote leggermente la testa. Ha capito il mio gioco. Percepisce il mio perizoma umido d’istinto.

Un leggero bacio sulla bocca, che non sfugge a un ragazzo che la seguiva con gli occhi. Ci guarda, la bionda e la mora. Lesbiche.

Facciamo il check-in. Ci sarebbe il tempo per portarla a conoscere la mia amica del duty free, ma è in ferie. Peccato.

Attendiamo e chiamano il nostro volo. Al cancello scansionano il nostro biglietto. Un assistente di volo ci accoglie sull’aereo. Giovane. Bello. La divisa perfetta. Vedo i suoi occhi che cercano i miei. Forse un secondo di troppo.

Il suo sorriso mi ha fatto provare un brivido. Sono affamata.

Sussurro: "Ciao" e apro un bottone della camicetta automaticamente.



Il corridoio è stretto. Cerchiamo i nostri posti. Li abbiamo trovati solo in due file diverse. Economy, niente altro disponibile. Mentre cammino, mi sistemo la gonna.

Incrocio lo sguardo di un uomo che sfogliava una rivista e vedo i suoi occhi sulle mie cosce, spalancati e senza vergogna.

La mia fila era sul retro. Sedile centrale. Ali è sull’altra fila. Mi guarda e sorride. Lei indossa un paio di jeans e un dolcevita panna. I capelli legati e grandi occhiali scuri.

Al mio posto, c’è un uomo sul sedile del finestrino. Rasato, pulito, sui 30 anni. Capelli corti, un bel viso. Fissa assorto fuori dal finestrino. Guarda concentrato. Mi viene voglia di disturbarlo. Mi volto verso Ali e di nuovo verso di lui. Lei capisce, sorride e le labbra sillabano: “Puta”. Si siede e mi guarda di sottecchi.

Sorrido e immagino le possibilità. Dopotutto questo volo potrebbe essere divertente.

Il mio bagaglio a mano è piccolo e leggero, poco più di una borsa. Mentre entro nella mia fila, volto le spalle all'uomo seduto al finestrino. Sembra il tipo che cerca di non guardare, il che non fa altro che renderlo più divertente. Ho fatto scivolare il ginocchio destro sul sedile centrale e mi sono piegata lentamente in avanti per riporre la borsa. La gonna si è alzata con appena una spinta e non l'ho fermata. Ho fatto finta di armeggiare con il bagaglio. L'ho spinto un po' più in profondità. E così gli ho dato una vista della mia coscia nuda, appena sopra la calza.

Non voglio prenderlo in giro. Gli sto offrendo qualcosa.

Non è esibizionismo: è’ una rivelazione. Il corpo femminile. Posso percepire la sua emozione. E l’adorazione.

Ho guardato giù. Stava guardando.

All’inizio ha fatto finta di leggere le istruzioni di sicurezza. Si è sistemato meglio a sedere. Ma i suoi occhi erano fissi, magnetizzati. Mentre il corpo mostrava disagio, con piccoli gesti inutili. E poi si è rilassato e il suo sguardo si è fissato sul mio corpo. Sulla coscia nuda e sulle morbide curve sottostanti. Ho mantenuto la posa più a lungo del necessario. Fagli vedere. Lascialo desiderare.

Sento una scivolosità accumularsi fra le mie cosce. La sua emozione mi accarezza.

I nostri occhi si incontrano. Non distolgo lo sguardo. E lui rimane come congelato. Preso tra ammirazione e vergogna, si gira verso la finestra, con il viso arrossato di un bellissimo rosso colpevole. Il colore della confessione. Sorrido.

Mi siedo e lascio salire la gonna quel tanto che basta. Allaccio la cintura lentamente, deliberatamente, passo le dita lungo le cosce mentre mi sistemo. Mi volto verso di lui e gli sorrido. Tenta di restituirlo, ma si ingolfa. Ancora rosso. Ancora scosso. Distoglie di nuovo lo sguardo, come un fedele in presenza di qualcosa di troppo divino per guardarlo direttamente.

Non gliene faccio una colpa. Lo capisco. E' qualcosa di atavico.

Soliti rituali pre volo degli assistenti.
Guardo Ali e lei mi guarda e di nuovo scuote la testa e mi sillaba “puta”.

Lo sto facendo per lei.

Per me.

Per quel maschio ignaro di essere sfiorato dalla grazia.

Il mio gioco. La seduzione. La caccia.

Davanti a lei: le offro il mio meglio come tributo all’energia devastante della sua bellezza. Lei è la mia dea che mi guarda benevola, mentre officio un sacramento, un rituale, un sacrificio.

Le mie dita si spostano verso sulla fila dei bottoni della camicetta. E’ una cosa così semplice. Un giocattolo. Un grilletto. Una chiave per sbloccare l'attenzione. Ho guardato di traverso. Il mio sconosciuto seduto davanti al finestrino sposta delle app sul telefono.

Ma i suoi occhi continuavano a scorrere verso di me, mai a lungo, quel tanto che bastava per soddisfare la sua sete con un piccolo sorso alla volta.

Ho iniziato lentamente. Giocando con il bottone. Aperto. Chiuso. Di nuovo aperto. Poi l’altro, ancora. Il mio respiro rallenta. Il mio sangue no. Si vede la morbida curva superiore del mio seno. Sento i miei capezzoli irrigidirsi con l'aria fresca e il caldo del momento. Ho sfiorato un capezzolo con un dito, solo per sentirlo stringere.

Con la coda dell'occhio l'ho visto guardare di nuovo. Questa volta indugia. Pensava di essere sottile, ma so come si muovono gli occhi quando sono guidati dal bisogno. Il suo sguardo scarta di lato, come quello di una preda, intrappolato tra paura e fascino, e si posa sul mio petto. Non lo guardo. Non ancora. Ho solo sorriso dolcemente, come se pensassi a qualcosa fra me. Mi allungo di nuovo, con le braccia alzate quel tanto che basta per stringere la camicia sul petto. Quando riabbasso le braccia la camicia si apre e la curva del seno è un invito.

Mi volto verso di lui. Occhi spalancati. Labbra divise. Colto in flagrante nell'atto di adorazione. Questa volta non ho fatto finta di non accorgermene. Ho chiuso gli occhi con lui. Il suo viso avvampa di rossore. Distoglie lo sguardo, ma non prima che io veda passare nelle sue pupille lussuria, vergogna, emotività, soggezione.

Era tutto lì, scritto sul suo viso in un solo secondo di resa. L'aereo comincia a muoversi. Il leggero rombo dei motori che si risvegliano sotto di noi. Mi sono appoggiata allo schienale del sedile e ho lasciato che la camicia rimanesse aperta. Non mi stavo nascondendo. Lascialo guardare.

Poi ho girato la testa e gli ho detto a voce bassa, divertita: "Non sei molto bravo a lanciargli occhiate furtive".

Senza guardarlo. Ride, colto di sorpresa. Un suono breve e sorpreso. "Io... Mi dispiace."

Lo guardo. Sembra davvero contrito. Occhi chiusi.

"Non farlo", gli dico "Non dispiacerti, non scusarti. "

Sbatte le palpebre. Sorrido di nuovo, più dolcemente adesso.

Non è una presa in giro. Non è crudele. E' semplicemente generoso. Perché non si tratta di sedurlo. Non proprio. Si tratta di condividere questa parte di me, questo calore radioso e spudorato che vive nella mia pelle. Voglio che veda. Per sentire ciò che sento: questo fuoco crescente che danza tra piacere e potere. E soprattutto voglio che lo veda lei. Il mio amore.

I motori ruggiscono più forte. L'aereo si lancia in avanti, rotolando sempre più velocemente lungo la pista. Lo sento nel petto. Il ronzio del movimento. L'ondata di attesa. Stiamo lasciando la terra. In volo. Le luci della città sotto di noi, un mare sparso d'oro che si dissolve in nuvole. La cabina si oscura, i passeggeri si sistemano nel silenzio, avvolti nei loro piccoli mondi personali. Ma il mio resta espanso e sento lui accanto a me vibrare, come un cavo troppo teso
Mi sistemo sul sedile, mi volto leggermente verso di lui e lascio che la gonna mi arrivi un po' più in alto sulla coscia. Giusto quanto basta per dare un suggerimento. Per fargli chiedere cosa indossassi o non indossassi.

"Scusa se mi sto agitando molto", dissi, sfiorandomi una mano sul petto come se mi stessi sistemando la camicia. "A volte divento semplicemente... irrequieta sugli aerei."

Mi lancia un'occhiata. I suoi occhi si abbassano: colpevoli e grati. "Va tutto bene", dice schiarendosi la gola. "Non è un problema"

"Mi piace muovermi", continuo, abbassando leggermente la voce.

Ho disincrociato le gambe e le ho lentamente reincrociate, lasciando che il movimento alzasse ancora più in alto l'orlo della mia gonna. "Mi aiuta a distrarmi".

Emette una risata sommessa. "Sì, io... Lo vedo."

Poi, come presa da un pensiero improvviso, mi tolgo le scarpe e disinvoltamente, afferro il bordo dell’autoreggente e velocemente le tolgo. Prima una e poi l’altra. Rimango con le gambe nude. Mi alzo e infilo le calze nel bagaglio. La mia pelle è a contatto con la sua gamba.

“Tanto lì farà caldo”, dico “e l’elastico mi stringeva. Scusa.”

Mi guarda e balbetta un “certo… di niente...“

Mi volto ancora un po' verso di lui. Abbastanza vicino che la mia spalla quasi sfiora la sua. Abbastanza vicino che possa sentire la debole traccia del mio profumo e il calore della pelle.

"Sai..." inclino la testa e incrocio il suo sguardo... continuo il discorso di prima: "una volta quando mi sentivo guardata mi intimidiva..."

Solleva la fronte. Non dice nulla, ma i suoi occhi chiedono che continui. "Ma poi ho capito..."

Mi fermo, lasciando che il momento pesi fra noi.

"C'è qualcosa di bello nell'essere visti, nell’essere guardati. Come condividere una parte di ciò che hai con qualcuno che ha... fame."

Si dimena a disagio sul sedile, cercando una risposta che non gli viene.

"E tu..." sorrido "sembri uno che sta morendo di fame."

Il suo respiro si è fermato, udibile anche sopra i motori.

Bevo un sorso dalla mia bottiglietta d'acqua.

"Ti sto mettendo a disagio?" chiedo. Ma con un tono che trasforma la domanda in un'affermazione.

"No", dice, troppo in fretta, e poi: "voglio dire... forse un po'. Ma non in senso negativo."

"Bene." sorrido e abbasso la voce "mi piace quel tipo di disagio. Di quelli che ti formicolano nello stomaco..."

Fa un respiro profondo. Vorrebbe dire qualcosa ma non gli viene. E’ come una preda ipnotizzata dallo sguardo fisso del serpente che si avvicina sempre di più. Mi tiro indietro e gli rivolgo un piccolo sorriso innocente, dolce, come se nulla fosse accaduto.

Il gioco continua. L'aereo stava navigando verso est nel buio. Il ronzio del volo ci circondava: costante, intimo, come un respiro lento e vibrante.

"È una bella vista là fuori?" Chiedo con voce dolce, carica di calore.

Sbatte le palpebre, sorpreso dall'improvvisa attenzione. "Uh--sì", disse. "Per lo più nuvole. Non c'è molto da vedere."

"Ti dispiace se do un'occhiata?" Esita, poi annuisce e si appoggia leggermente allo schienale del sedile, facendo spazio.

Mi alzo, mi volto verso la finestra e mi chino in avanti, lentamente e deliberatamente. Il mio seno nudo a pochi centimetri dal suo viso, la mia camicia aperta, la mia pelle calda. Non era possibile che non potesse vedere tutto.

Lascio che il mio respiro salga e scenda, lascio che il ritmo sollevi e lasci cadere il mio petto davanti ai suoi occhi. Guarda. Questa volta non ha cercato di nasconderlo. I suoi occhi si posano sui miei seni, le labbra si aprono, riverenti e silenziose. Come se avesse dimenticato come respirare. Non mi muovo. Rimango lì, fingendo di ammirare le stelle, quando in realtà lo sto guardando riflesso nel vetro. Osservo il modo in cui i suoi occhi tracciano la curva del mio seno fissando la piccola punta dura del mio capezzolo che sento pulsare sotto il suo sguardo, come se fosse attratto dal calore della sua attenzione.

La mia figa mi manda segnali. Il dolore tra le gambe non è più lieve: era urgente. Affamato.

E poi il tempismo divino. L'aereo sobbalza bruscamente sotto di noi, tremando per la turbolenza. Ansimo e perdo l'equilibrio. I miei seni atterrano direttamente sul suo viso, morbidi e nud.

Le sue mani schizzano fuori istintivamente, afferrandomi la vita per stabilizzarmi. Le sue mani sono grandi. Calde. E si aggrappano a me come se non volesse lasciarmi andare.

"Mi dispiace", sussurro, per niente dispiaciuta.

Un'altra scossa. Mi appoggio con un braccio e poi, lentamente, gli avvolgo una mano dietro la testa. Lo tiro delicatamente in avanti, premendogli il viso tra i miei seni, cullandolo come un'offerta.

Il suo respiro si è impigliato nella mia pelle. L'aereo trema di nuovo e sento una delle sue mani scivolare più in basso, seguendo la curva dei mie fianchi, per poi afferrarmi il culo con dita ferme e avide.

La mia mano stringe i suoi capelli. Faccio scivolare la gamba tra le sue e sento la durezza del suo cazzo tendersi contro i pantaloni. Mi mordo il labbro per non gemere. E poi l'aereo si è livellato. Le scosse cessano. L'attimo resta sospeso tra noi: senza fiato, pericoloso, sacro. Mi raddrizzo lentamente, con i capezzoli formicolanti, e mi sistemo la camicia quel tanto che bastava per far sembrare che avessi cercato di sistemarla.

Lui sembra stordito, distrutto, completamente distrutto. Mi piace così.

"Beh," gli dico dolcemente, "grazie per avermi tenuta."

Apre la bocca, ma non gli vengono parole. Solo un respiro. Un sorriso. Mi aiuta a rimettermi al mio posto e noto come le sue dita indugiano sulla mia gonna, sfiorandomi in alto lungo le cosce. Vorrebbe toccarmi ma non ha il coraggio. Non l'ho fermato.

“Allora, misterioso uomo del finestrino, come ti chiami?”

“Marco, sono un fotografo di moda”

“Io Monica e conosco bene i fotografi di moda…”

Gli porgo la mano e mi piace la sua stretta, morbida, ma maschia e calda.

“Mi piacerebbe fotografarti” dice e poi: “perché dici che conosci i fotografi di moda?”

Sorrido. Lascialo in sospeso.

“Devo andare in bagno, scusa” dico. Mi alzo. Vado verso Ali e le dico: “vieni”.

E’ un ordine, una supplica, un’urgenza. Andiamo verso la poppa. Entriamo in bagno insieme. L’assistente mora ci guarda e ha uno sfarfallio negli occhi, sorride.

Ali mi bacia, bloccandomi la testa con la sua mano. Le nostre lingue s’intrecciano. “Eres una puta deliciosa” (sei una deliziosa puttana) mi dice. “Sono la tua puttana” rispondo. La sua mano mi fruga fra le cosce, le dita trovano la mia fica bagnata. Ne mette due. Mentre continua a baciarmi e mordermi le labbra. Le porta fra le nostre bocche, lecchiamo insieme i miei succhi. Di nuovo. Mi sfiora il clitoride e gemo. Mi fa allargare le gambe, rude. Alza la gonna e si inginocchia in terra. Si attacca alla mia figa pulsante con la bocca. Succhia il clitoride. Mi scopa con le dita. Nemmeno un minuto e vengo. Si alza, mi bacia. Sa di me. Mi ricompongo. Facciamo pipì. Usciamo.

“What do you want to do with him?” (cosa vuoi fare con lui?)

“He's cute, he's sweet. I don't know.” (è carino, è dolce. Non lo so.)

Torniamo ai nostri posti. L’assistente ci guarda in modo diverso. Come per un segreto condiviso. L’uomo del finestrino mi guarda come per decifrarmi. Non ci riesce.

“Era urgente” gli dico.

“La tua amica…” indica verso Ali “ non è italiana…”

“no, è spagnola…”

“E’ molto bella… è … regale”

“Si, lo penso anch’io… ti piace?”

Si nasconde dietro la professionalità: “siete entrambe straordinariamente interessanti… da fotografare”

“hai mai fotografato scene porno?” gli chiedo con un sorriso ambiguo.

Ridacchia. “No, veramente… non ho mai … dei calendari glamour si… ma sesso vero no…”

“beh potresti avere la tua occasione” gli dico.

“voi… fate porno? Cioè… insomma… cosa intendi?”

“no no… siamo solo… amanti. “

E’ confuso. Non lo vedo nelle luci soffuse ma sono sicura che arrossisce. Si chiede che gioco abbia giocato. Sento i pensieri scorrere nella sua testa e non riuscire a ordinarsi.

Pausa. Lascio che il silenzio ci avvolga.

“Posso chiederti dove alloggi? Sei qui per lavoro?” chiede.

“Sono qui solo per piacere e, si, posso dirti dove… alloggiamo.”
di
scritto il
2026-10-02
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