Il Polpo
scritto il 2026-10-14 tempo di lettura 21 min
di
Moniq
genere
etero
cura
A
“Non so niente di te, ma mi piacerebbe rivederti” mi dice.
Si sta rivestendo e cercando le sue cose, sparse nella stanza.
“Temo non sia possibile, Raoul” rispondo.
“Sei sposata?”
“Si”
“Tornerai qui?”
“Chissà. Ma al momento non credo”.
Resto sul letto mentre si veste. Con il lenzuolo fino alle spalle, guardo l’uomo della spiaggia rivestirsi. Ha un nome e me lo ha detto. Ma il nome è qualcosa di troppo intimo e io non voglio questa intimità.
Fa un sorriso storto, un po’ rassegnato, un po’ triste. Ha un bel viso, un bel sorriso e occhi intelligenti. E espressivi. Mi spiace essere così fredda. Sto pensando a qualcosa da dire.
E lui: “posso darti il mio telefono? Se tornassi…”
“Dammi la tua email” rispondo “se torno ti scrivo”.
“L’email? “
“Si. Ce l’hai una email?”
“Si, certo. Ok. Te la scrivo.”
Annuisco. “Poi ti rispondo così hai la mia, ok? … anzi… “ ci ripenso ”dimmela. “
Prendo il telefono, apro l’app di posta, scrivo il suo indirizzo e scrivo “Ciao. Grazie. M”
“Ok. Allora vado. “dice.
Faccio segno di si con la testa. Lo saluto con la mano e con l’accenno di un bacio. Mentre lo faccio, volevo essere gentile ma sembra quello che in fondo è: un commiato veloce. La porta si chiude. Mi alzo e vado in bagno. Mi infilo sotto la doccia. Mi lavo di dosso l’odore del sesso. Strofino l’asciugamano sui capelli, non ho phon. Non importa, fuori fa caldo. Mi rivesto e esco. Lascio la chiave alla ragazza. E’ tutto già regolato. Contanti. Esco nella strada e la luce mi ferisce gli occhi. Indosso gli occhiali scuri, guardo su maps la direzione da prendere per una piazza con dei taxi. Mi incammino, ce n’è uno libero, salgo, dico il nome del mio hotel e torno alla vita pubblica.
Da questo scambio di email, nasce questo racconto, perché poi lui mi scrive. Mi racconta quella giornata. Io scrivo la mia parte e ne viene fuori una storia. Questa.
Raoul:
Ero seduto al bar, con il caffè davanti, quando l’ho notata.
Era alta, magra, bionda, con i capelli raccolti in una coda. Indossava un tailleur celeste chiaro, di cotone leggero, un po’ sgualcito, con le maniche della giacca tirate appena sopra i polsi. Sotto, una camicetta bianca. Occhiali scuri, sandali turchesi, niente calze. Una borsa capiente color avio le pendeva dalla spalla, e dalla chiusura spuntavano alcuni fogli fascicolati.
Aveva un portamento elegante, ma non era quello a colpirmi. Era qualcosa di meno definibile, una specie di incongruenza. In mezzo alla confusione del mercato, fra le bancarelle, le voci dei venditori e la gente che si spostava da un banco all’altro, sembrava appartenere a un altro posto. A un’altra situazione, forse.
Non aveva l’aria di una turista, e la mia è una città in cui, a quell’ora, i turisti non mancano.
Si fermò al centro della piazza e si guardò intorno, lentamente, come se stesse cercando qualcuno. O qualcosa. Non sembrava impaziente, ma nemmeno rilassata. Ogni tanto spostava la borsa sulla spalla e tornava a osservare la gente.
Mi ritrovai a seguirla con lo sguardo, cercando di capire cosa ci fosse in lei che non tornava. I fogli che spuntavano dalla borsa mi incuriosivano. Documenti di lavoro, forse. Ma che genere di lavoro poteva portare una donna vestita così, in una piazza del mercato, in una mattina come quella?
Camminava guardando la gente, come se non avesse una meta ma cercasse qualcuno.
Da dove mi trovavo riuscivo a vederla attraverso la porta aperta. Si fermò davanti a un negozio di pesce, con un grande acquario davanti. Restò qualche istante ferma, come indecisa sul da farsi. Poi disse qualcosa al proprietario, un uomo robusto, con il grembiule bianco macchiato. Poi indicò qualcosa nell’acquario.
Pensai che stesse comprando del pesce. Magari doveva organizzare una cena, una cosa del genere. Ma non aveva l’aspetto di una casalinga uscita per fare la spesa. E perché guardava il proprietario con quell’attenzione, come se stesse aspettando una risposta precisa?
Mi resi conto che stavo cercando di costruire una storia intorno a una sconosciuta, e che non avevo la minima intenzione di smettere.
Posai la tazzina, chiamai il cameriere con un gesto e pagai in fretta. Mentre mi alzavo, la vidi chinarsi leggermente verso l’acquario. Il proprietario le stava dicendo qualcosa, e lei ascoltava senza togliersi gli occhiali.
Uscii dal bar e attraversai la piazza, evitando le persone che si fermavano davanti alle bancarelle.
Non sapevo ancora cosa le avrei detto. Sapevo soltanto che volevo scoprirlo.
E così mi avvicinai alla pescheria.
Quando arrivai davanti alla pescheria, capii che non stavano parlando di una cena.
La donna stava discutendo con il proprietario. Non alzava la voce, ma c’era qualcosa di insistente nei suoi gesti, una determinazione che contrastava con la calma apparente del suo atteggiamento. Continuava a indicare l’acquario, mentre l’uomo scuoteva la testa, allargando le braccia come per spiegarle che non era possibile, o che non aveva alcuna intenzione di farlo.
Lei non sembrava disposta ad accettare la risposta. Si spostò appena di lato, indicò di nuovo l’acquario e disse qualcosa che non riuscii a sentire. Frugò nella borsa e tirò fuori dei soldi.
Il proprietario si passò una mano sulla fronte. La guardò per qualche secondo, poi abbassò lo sguardo e fece un gesto che mi parve di resa.
A quel punto si voltò verso il banco degli attrezzi e prese un retino dal manico lungo.
Mi avvicinai ancora un poco.
L’uomo sollevò il coperchio dell’acquario e immerse il retino nell’acqua. Ci fu un movimento improvviso, un guizzo scuro sul fondo, poi il pescivendolo riuscì a intrappolare qualcosa e lo tirò fuori lentamente.
Era un polpo. Grosso, vivo, con i tentacoli che si contorcevano nel retino e le ventose che si attaccavano alla rete, cercando un appiglio. L’acqua colava sul pavimento di piastrelle bianche.
La donna si chinò per osservarlo da vicino.
Io rimasi sulla soglia, senza capire.
Non era tanto il polpo a sorprendermi. In una pescheria di mare, un polpo vivo non aveva niente di straordinario. Era il modo in cui lei lo guardava, con un’attenzione quasi professionale, come se non stesse osservando un animale destinato alla cucina, ma qualcosa che aveva bisogno di essere identificato, verificato, forse riconosciuto.
Il proprietario teneva il retino sospeso a mezz’aria e sembrava aspettare istruzioni.
Fu allora che mi accorsi di essere arrivato troppo vicino per fingere di essere lì per caso.
La donna sollevò la testa. Per un istante, attraverso le lenti scure, ebbi la sensazione che mi stesse guardando direttamente.
Non vedevo i suoi occhi eppure era come se mi scrutasse. Provai un senso di disagio. Mi guardai intorno come se cercassi qualcuno.
Il pescivendolo, però, aveva ancora qualcosa da dire. Indicò il polpo e fece un gesto eloquente con la mano, come a suggerire che poteva prepararglielo subito. La donna scosse la testa.
«No, no. Lo voglio vivo.»
Erano le prime parole che le sentivo pronunciare. Era italiana quindi. Non so perché ero convinto che fosse francese.
L’uomo la guardò come se non avesse capito bene.
Lei ripeté la richiesta, scandendo le parole, e aggiunse che doveva metterlo in una busta con un po’ d’acqua.
Il pescivendolo rimase immobile per un momento, il retino ancora in mano. Poi alzò le spalle, con l’espressione di chi ha deciso che non vale la pena discutere oltre. Prese una busta di plastica robusta, vi versò un po’ d’acqua e vi lasciò scivolare dentro il polpo. La donna seguì l’operazione con attenzione, controllando che l’animale fosse completamente immerso.
Pagò, ringraziò con un gesto appena accennato e uscì.
La vidi allontanarsi con la borsa a tracolla su un fianco e, nell’altra mano, quella busta trasparente gonfia d’acqua. Il polpo si contorceva al suo interno, aderendo con i tentacoli alle pareti deformate della plastica. A ogni movimento, l’acqua oscillava nella busta, riflettendo la luce del sole.
Fu in quel momento che la mia curiosità diventò irresistibile.
Non riuscivo a immaginare quale fosse lo scopo di tutto quello. Una donna elegante, fuori posto in quella città, con dei documenti nella borsa e un polpo vivo in mano. Non sembrava un capriccio, né l’acquisto bizzarro di una turista. C’era una logica che mi sfuggiva, e volevo capire quale fosse.
Mi alzai il bavero della camicia, più per darmi un contegno che per una reale necessità, e mi misi a seguirla.
Camminava a passo veloce, senza esitazioni. Attraversò la zona del mercato e si diresse verso il porto, passando fra gruppi di persone, biciclette e furgoni in sosta. Io mantenni una certa distanza, cercando di confondermi nella folla e di non fissarla troppo apertamente. Ogni tanto perdevo di vista la busta trasparente, ma bastava un riflesso sull’acqua o il movimento chiaro del suo tailleur per ritrovarla.
Proseguì lungo il lungomare. Il traffico si diradò, le voci del mercato lasciarono il posto al rumore delle onde contro le banchine e all'odore salmastro che arrivava dal mare. Non si voltò mai. Neppure una volta.
Dopo aver costeggiato il porto, abbandonò il marciapiede e si diresse verso un tratto di spiaggia. La seguii ancora, rallentando quando lei rallentava, fermandomi per qualche secondo quando sembrava sul punto di fare qualcosa.
Arrivata alla sabbia, si chinò e si tolse i sandali turchesi. Li tenne insieme in una mano, senza appoggiarli a terra, e cominciò a camminare verso il bagnasciuga.
La busta con il polpo oscillava al suo fianco.
Io mi ero avvicinato di nuovo. Abbastanza da distinguere il movimento dei suoi capelli raccolti, le pieghe del tessuto celeste sulla schiena, il modo in cui affondava i piedi nudi nella sabbia umida.
Continuava a non voltarsi.
Mi fermai a pochi metri dal punto in cui la sabbia più scura incontrava l'acqua. Il mare era calmo, appena increspato da una brezza leggera. Lei si arrestò davanti alla prima onda, lasciando che l'acqua le sfiorasse i piedi.
E io, ormai, ero troppo coinvolto per andarmene.
La vidi appoggiare la borsa sulla sabbia asciutta. Poi, con una naturalezza che mi spiazzò, si sbottonò i pantaloni del tailleur e li fece scendere lungo le gambe, fino alle caviglie. Ne uscì con un piccolo movimento dei piedi e li lasciò lì.
Aveva delle gambe bellissime. Lunghe, affusolate, perfettamente proporzionate.
Rimasi a guardarla più del necessario, lo ammetto. Indossava uno slip celeste, quasi della stessa tonalità del tailleur. Non potei fare a meno di notare anche quella scelta di colori, la stessa cura negli abbinamenti persino nell'intimo. Non era vestita per andare in spiaggia, eppure sembrava perfettamente a suo agio.
Entrò lentamente in acqua, fino a quando il mare le raggiunse le ginocchia.
La luce si rifletteva sulla superficie e il tessuto della giacca, rimasta addosso, si muoveva appena nella brezza. Si fermò, sollevò la busta e la inclinò con cautela.
Per un momento vidi il polpo aderire alla plastica con tutti i suoi tentacoli, come se avesse intuito ciò che stava per accadere. Poi l'acqua della busta si riversò in mare e l'animale scivolò fuori, sparendo sotto la superficie.
Lei rimase a guardare.
Non fece gesti di soddisfazione, non sorrise. Seguì con gli occhi il punto in cui il polpo era scomparso, aspettando. Una piccola onda le arrivò alle cosce e si ritirò lasciando sulla pelle un velo lucido.
Io ero rimasto sulla sabbia, immobile.
Ero partito da una curiosità quasi frivola, dalla voglia di capire chi fosse quella donna elegante che sembrava capitata per errore in una città di mare. Adesso l'avevo vista comprare un polpo vivo, portarlo fin lì e restituirlo al mare.
Non avevo la più pallida idea del perché.
E la cosa che mi colpiva di più era che lei non sembrava aver fatto nulla di strano. Era come se avesse semplicemente portato a termine un compito, una cosa prevista, necessaria.
La donna si voltò verso la spiaggia, finalmente. Per la prima volta da quando l'avevo vista in piazza, il suo sguardo passò nella mia direzione.
Non sapevo se mi avesse riconosciuto come l'uomo che l'aveva seguita o se fossi soltanto uno dei tanti presenti sulla spiaggia.
Ma non distolsi gli occhi abbastanza in fretta.
Raccolse i pantaloni tenendoli nella stessa mano dei sandali e si avvicinò. Sempre con le gambe nude, con naturalezza.
“Eri davanti al negozio del pesce. Mi hai seguita.” Non era una domanda. Era una constatazione. Non potei fare altro che assentire.
“Si. Mi scuso. Ma ero troppo curioso” ho detto. E lei ha fatto un segno di si con la testa, senza dire nulla. Non sapevo che dire. Così ho fatto un gesto verso il mare e ho chiesto:
“Perché?”
Ha alzato gli occhiali scuri e aveva occhi chiari. Blu, o verdi.
“Perché potevo” ha risposto. Come se fosse semplicemente la cosa giusta da fare e non fosse necessario spiegare nulla.
“Mi tieni la borsa per favore?” Ero rimasto in silenzio perché non avevo trovato niente da dire. Mi aveva fatto sentire stupido per aver posto quella domanda. Mi avvicinai e presi la borsa che mi porgeva.
Si infilò nei pantaloni. Allacciò la leggera cintura, spolverò i piedi dalla sabbia con una mano e li mise nei sandali. Li allacciò e disse “grazie” riprendendo la borsa.
Fece due passi e poi si voltò a guardarmi. “beh che fai, resti qui? Io torno indietro”
“ah no, vengo anche io, si… “ la affiancai. “Io mi chiamo Raoul”
Fece solo un segno con la testa. Per cui chiesi: “ e tu?”
“Puoi chiamarmi Monica, se ti piace”
Più conoscevo quella donna meno sentivo di conoscerla. Ogni risposta che riuscivo a avere moltiplicava le domande che avrei voluto farle.
“Che fai qui Monica?”
“Lavoro. Ho un convegno. Facevo un giro, e tu?”
“Io ci vivo. E facevo un giro anche io”
“Eri al bar, ti sei alzato e mi hai seguita in pescheria, poi alla spiaggia. Perché?”
Mi aveva visto nel bar.
“La verità è che sei bella e fuori dal normale. Mi hai incuriosito, tutto qui. Spero di non averti disturbata.”
“No. Non lo hai fatto. Ero uscita per cercare compagnia in fondo”
“Ah cercavi compagnia? E per cosa?”
“Beh, per scopare, per esempio. Sei interessato?”
“Cioè sei venuta qui per trovare qualcuno con cui scopare?”
“Si. Mi annoiavo e avevo, anzi, ho, voglia. Non posso?”
“e il polpo? “ la frase mi venne fuori senza controllo.
Per la prima volta la sentii ridere di cuore. Si fermò. Si tolse gli occhiali per guardarmi bene. E si, gli occhi erano verde chiaro. “Ascolta” disse. “Vuoi fare l’amore con me?”
Giuro che non ci stavo capendo nulla. Non sono un ragazzino, le mie storie le ho avute. Ho sempre pensato di saperci fare con le donne. Ma dentro di me i pensieri faticavano a ordinarsi. La mia faccia doveva esprimere tutto il casino che la sua frase aveva provocato nella mia mente. Non riuscivo a trovare niente di meglio da rispondere che un sorriso che avrebbe voluto essere furbo ma che suppongo fosse solo da idiota.
“Non ti farò del male, non ti rapinerò, non sono una serial killer. O magari sei sposato, fidanzato? Se è così non insisto. “ disse sorridendo. Incalzandomi.
“no no… io… non sono sposato… è che mi prendi di sorpresa… dove?”
“Non ho capito. Chiedendo dove hai detto si e sei passato al pratico oppure è per prendere tempo?”
“Oddio, no. E’ tutto così strano. Prima tu, poi il polpo. Ora questo. Non lo so”
“Devi solo dire si o no. E’ facile. Come per il polpo. Se puoi, lo fai. Se non puoi, no.”
“Si.”
“Hai detto si? Vuoi fare l’amore con me?”
“Si.”
“Ok. Ho una stanza. Andiamo.”
“Io ho casa, abito non troppo distante…” le dico. E intanto penso ai piatti nel lavello, il bagno come l’ho lasciato? le scarpe in giro, il letto sfatto…
E lei: “no, ho una stanza… già pagata, è vicina.”
Moniq
Mi piace il suo imbarazzo. Non sa se camminarmi a fianco, o dietro, o davanti. Io seguo il navigatore che con la sua voce mi indica le svolte e le vie da prendere, lui cerca di rendersi utile.
E’ un bel ragazzo. Lo avevo notato al bar che mi guardava. Stavo pensando di entrare poi ho visto l’acquario con il polpo e me lo sono dimenticato.
Quando l’ho lasciato andare si è allargato a stella, come se non ci credesse, per orizzontarsi. Ha cambiato colore, dal marrone scuro, rossastro, al colore della sabbia. E, giuro, mi ha guardata.
E poi, un’onda di colore, si è allungato e è andato. Potevo. L’ho fatto.
Fosse sempre così facile dare la libertà e la vita.
Mi sento bene. Ho voglia di scopare. No. Ho voglia di fare l’amore.
E questo ragazzo ha negli occhi quella meraviglia, quelle domande. Quella curiosità e gentilezza di cui ho bisogno.
Arriviamo all’alberghetto che ho scelto. Lui si guarda intorno come se cercasse qualcosa che gli dia un motivo di desistere. Mi piace questa sua indecisione. E’ proporzionale alla mia sicurezza. Mi sento generosa. Dea. Madre.
La ragazza alla reception non ci guarda nemmeno. Ho chiesto, con una bella mancia, se era possibile per alcune ore non registrarmi.
Non ne ho la certezza ma credo che convenga anche a lei buttare il foglio su cui ha scritto il mio nome. Dopo.
Chiudo la porta alle mie spalle. La stanza è fresca e in penombra. C’è odore asettico di biancheria sterilizzata, di candeggina e di tessuti vecchi.
“Eccoci qui” dico, “vuoi andare in bagno?” Lui si guarda intorno.
Dice: “non c’ero mai stato, non sapevo nemmeno esistesse questo posto”. Poi: “si grazie” e va in bagno.
Tolgo i sandali. Ho ancora sabbia sulle caviglie. Slaccio i pantaloni e ne esco. La giacca. La camicia. Mi siedo sul letto a gambe incrociate e attendo.
Quando esce si ferma e mi dice “sei molto bella”. Gli faccio segno con l’indice di avvicinarsi.
Lui fa due passi verso di me e chiaramente non sa che fare. Mi alzo e con un passo gli sono davanti: “posso baciarti?” gli chiedo.
Fa segno di si, con la testa. Avvicino il viso e sfioro le sue labbra con le mie. Sento il suo odore. L’alito sa di dentifricio. Passo leggermente sul mento, le guance, verso il collo. Lo lecco e sento l’odore della mia saliva sulla sua pelle.
Mi mette le mani sui fianchi. Gliele tolgo. “Fermo” gli dico “Faccio io”.
Continuo a passare la lingua sulla sua pelle, ne aspiro l’odore. Lecco le sue labbra. La punta della sua lingua. Nel frattempo le mie mani non stanno ferme. Sono entrate sotto la sua maglietta, le unghie leggere sulla sua schiena, sul suo petto, poi il ventre. Lo guardo negli occhi mentre armeggio con la cintura dei pantaloni, la slaccio, apro il bottone dei jeans, passo il dito sul suo ventre, giocherello con i peli sotto l’ombelico e poi fissandolo, entro nelle sue mutande e arrivo al pene. Lo tocco con la punta delle dita mentre lo bacio con la lingua. Risponde al bacio.
Intrecciamo le lingue, sento il sapore della sua saliva che sa di menta. Mi abbraccia. “Fermo” gli dico.
Faccio un passo indietro tirandolo per l’elastico delle mutande. Mi siedo sul letto. Sono all’altezza giusta.
“Fermo”, dico ancora. Tiro giù le mutande e il cazzo salta su. Mi arriva il suo odore. Si sta alzando a scatti. E’ bello. Lo accarezzo con la punta della lingua seguendo il contorno di una vena. Sento il sangue pulsare. Lo lecco in questo modo, lungo l’asta. Come incollassi la cartina di una canna. Lo impugno con una mano alla base e tiro giù la pelle. L’odore di cazzo aumenta e mi fa bagnare. Passo il glande sulle labbra. Non mi vergogno certo a far vedere che mi sto beando di quel profumo afrodisiaco. E poi lo prendo in bocca. E’ bollente, leggermente salato, pulsa. Me lo mando giù in gola quanto posso. Mi riempio la bocca di cazzo. Lo abbraccio con le mani sulle natiche e me lo spingo dentro. Lui è in estasi, occhi chiusi, i suoi sospiri accompagnano i miei movimenti.
Mi piace moltissimo fargli un bocchino ma lo voglio dentro. Ho questa urgenza di essere riempita. Da questa mattina che lo voglio.
Mi butto indietro sul letto alzando le gambe, sposto le mutandine di lato.
“Scopami. Subito. Dammelo”
Non me ne frega del preservativo. Voglio quel cazzo dentro di me che mi riempie la pancia.
“Scopami, ti prego” dico. E sto veramente implorando.
Mi entra dentro lento ma fino in fondo. Mi godo ogni millimetro mentre avanza. Contraggo i muscoli e lo spremo quando arriva in fondo. Lo sento durissimo. “Dai, scopami, scopami, scopami, scopami…” lo ripeto come un mantra e accompagno i suoi affondi.
Ci baciamo. Mi succhia i capezzoli. Mi aggrappo alle sue spalle, al bacino e lo tiro dentro di me. Si ferma per controllarsi.
“No non venire, ti prego” dico.
Mi tolgo da sotto di lui. Mi giro supina. Scopami così. Me lo rimette dentro e con la mano raggiungo il clitoride e quasi subito sento l’orgasmo salire. Lui mi sta dando delle botte che rimbalziamo sul materasso sfondato e si sente il rumore delle molle e della carne che sbatte, il suo ventre sulle mie natiche.
Inizio a venire e stringo le cosce poi spingo verso di lui… prendo il cazzo con la mia fica fradicia e stringo, spingo e stringo… e lui: “cristo se fai così non resisto…”
“Non mi venire dentro” dico mentre continuo a spingere, stringere e mungere… lo sento rigidissimo che esce e poi i suoi schizzi bollenti sulla schiena. E poi che si accascia su di me, schiacciandomi, respirandomi dietro la nuca.
“E’ stato bello per te?” mi chiede.
“Si. Molto. E per te?”
“Incredibile. Sei bellissima. Io… non ho mai conosciuto una donna come te…”
“Nel senso che sono strana?” rido.
“No, sul serio, sei … diversa. Non solo sei bella, sei diversa… “
“Lo prendo per un complimento. Grazie. “
Mi tolgo da sotto di lui, mi copro con il lenzuolo.
“Ora mi sa che devo andare però.”
Ci rimane male, lo vedo. Mi spiace. Gli do un bacio sulle labbra. “E’ stato bello. Grazie” dico.
Risponde al bacio. E mi rendo conto di avere ancora voglia. E’ così dolce. Scendo verso il suo pene e glielo lecco. E’ morbido, bagnato, sa di me, e di lui. Lo prendo in bocca così e lo frullo piano con la lingua. Lo sento crescere e riempirmi la bocca.
Inizio un pompino salivoso. Ho voglia di farlo venire così. Un ringraziamento. Ma lui mi accarezza la schiena, il culo, mi infila un dito nella fica da dietro, poi giocherella con il buchino dietro.
Mi prende la voglia. Continuo a spompinare ma so già quello che voglio.
“Mettimelo nel culo” gli dico quando sento che è di nuovo duro. E mi giro ancora a pancia sotto.
Mi sale di nuovo sopra. E’ già bagnato dalla mia saliva. Lo passa nel solco della mia fica per riempirlo della mia bava. Poi lo punta e deciso spinge. Spingo anche io e entra centimetro dopo centimetro. Mi sistemo per fargli prendere la direzione giusta e entra fino in fondo. Poi inizia a muoversi e mi piace da impazzire.
Questa volta dura molto di più e mi scopa il culo di brutto. Me lo scopa come la fica. Entra e esce come fosse a casa sua. Inizio a venire e continuo per tutto il tempo. Quando dice che sta per venire mi tolgo glielo prendo in bocca e lo finisco così.
Restiamo qualche minuto fermi a riprendere fiato. Ho il suo sapore in bocca. In gola. Salato, dolce, aspro. Denso. Sento il mio alito da bocchinara. Ho le caramelle alla menta nella borsa. Che ora abbiamo fatto? Domani parlo alle 10. Devo rileggere il discorso.
“E’davvero ora che andiamo” dico “dai, scusa, vai in bagno prima tu poi io chiudo la stanza…”
“Ti aspetto? “
“No, meglio di no Usciamo separati.”
“Ti aspetto fuori?”
“No. Chiamo un taxi.”
“Non so niente di te, ma mi piacerebbe rivederti” mi dice.
Si sta rivestendo e cercando le sue cose, sparse nella stanza.
“Temo non sia possibile, Raoul” rispondo.
“Sei sposata?”
“Si”
“Tornerai qui?”
“Chissà. Ma al momento non credo”.
Si sta rivestendo e cercando le sue cose, sparse nella stanza.
“Temo non sia possibile, Raoul” rispondo.
“Sei sposata?”
“Si”
“Tornerai qui?”
“Chissà. Ma al momento non credo”.
Resto sul letto mentre si veste. Con il lenzuolo fino alle spalle, guardo l’uomo della spiaggia rivestirsi. Ha un nome e me lo ha detto. Ma il nome è qualcosa di troppo intimo e io non voglio questa intimità.
Fa un sorriso storto, un po’ rassegnato, un po’ triste. Ha un bel viso, un bel sorriso e occhi intelligenti. E espressivi. Mi spiace essere così fredda. Sto pensando a qualcosa da dire.
E lui: “posso darti il mio telefono? Se tornassi…”
“Dammi la tua email” rispondo “se torno ti scrivo”.
“L’email? “
“Si. Ce l’hai una email?”
“Si, certo. Ok. Te la scrivo.”
Annuisco. “Poi ti rispondo così hai la mia, ok? … anzi… “ ci ripenso ”dimmela. “
Prendo il telefono, apro l’app di posta, scrivo il suo indirizzo e scrivo “Ciao. Grazie. M”
“Ok. Allora vado. “dice.
Faccio segno di si con la testa. Lo saluto con la mano e con l’accenno di un bacio. Mentre lo faccio, volevo essere gentile ma sembra quello che in fondo è: un commiato veloce. La porta si chiude. Mi alzo e vado in bagno. Mi infilo sotto la doccia. Mi lavo di dosso l’odore del sesso. Strofino l’asciugamano sui capelli, non ho phon. Non importa, fuori fa caldo. Mi rivesto e esco. Lascio la chiave alla ragazza. E’ tutto già regolato. Contanti. Esco nella strada e la luce mi ferisce gli occhi. Indosso gli occhiali scuri, guardo su maps la direzione da prendere per una piazza con dei taxi. Mi incammino, ce n’è uno libero, salgo, dico il nome del mio hotel e torno alla vita pubblica.
Da questo scambio di email, nasce questo racconto, perché poi lui mi scrive. Mi racconta quella giornata. Io scrivo la mia parte e ne viene fuori una storia. Questa.
Raoul:
Ero seduto al bar, con il caffè davanti, quando l’ho notata.
Era alta, magra, bionda, con i capelli raccolti in una coda. Indossava un tailleur celeste chiaro, di cotone leggero, un po’ sgualcito, con le maniche della giacca tirate appena sopra i polsi. Sotto, una camicetta bianca. Occhiali scuri, sandali turchesi, niente calze. Una borsa capiente color avio le pendeva dalla spalla, e dalla chiusura spuntavano alcuni fogli fascicolati.
Aveva un portamento elegante, ma non era quello a colpirmi. Era qualcosa di meno definibile, una specie di incongruenza. In mezzo alla confusione del mercato, fra le bancarelle, le voci dei venditori e la gente che si spostava da un banco all’altro, sembrava appartenere a un altro posto. A un’altra situazione, forse.
Non aveva l’aria di una turista, e la mia è una città in cui, a quell’ora, i turisti non mancano.
Si fermò al centro della piazza e si guardò intorno, lentamente, come se stesse cercando qualcuno. O qualcosa. Non sembrava impaziente, ma nemmeno rilassata. Ogni tanto spostava la borsa sulla spalla e tornava a osservare la gente.
Mi ritrovai a seguirla con lo sguardo, cercando di capire cosa ci fosse in lei che non tornava. I fogli che spuntavano dalla borsa mi incuriosivano. Documenti di lavoro, forse. Ma che genere di lavoro poteva portare una donna vestita così, in una piazza del mercato, in una mattina come quella?
Camminava guardando la gente, come se non avesse una meta ma cercasse qualcuno.
Da dove mi trovavo riuscivo a vederla attraverso la porta aperta. Si fermò davanti a un negozio di pesce, con un grande acquario davanti. Restò qualche istante ferma, come indecisa sul da farsi. Poi disse qualcosa al proprietario, un uomo robusto, con il grembiule bianco macchiato. Poi indicò qualcosa nell’acquario.
Pensai che stesse comprando del pesce. Magari doveva organizzare una cena, una cosa del genere. Ma non aveva l’aspetto di una casalinga uscita per fare la spesa. E perché guardava il proprietario con quell’attenzione, come se stesse aspettando una risposta precisa?
Mi resi conto che stavo cercando di costruire una storia intorno a una sconosciuta, e che non avevo la minima intenzione di smettere.
Posai la tazzina, chiamai il cameriere con un gesto e pagai in fretta. Mentre mi alzavo, la vidi chinarsi leggermente verso l’acquario. Il proprietario le stava dicendo qualcosa, e lei ascoltava senza togliersi gli occhiali.
Uscii dal bar e attraversai la piazza, evitando le persone che si fermavano davanti alle bancarelle.
Non sapevo ancora cosa le avrei detto. Sapevo soltanto che volevo scoprirlo.
E così mi avvicinai alla pescheria.
Quando arrivai davanti alla pescheria, capii che non stavano parlando di una cena.
La donna stava discutendo con il proprietario. Non alzava la voce, ma c’era qualcosa di insistente nei suoi gesti, una determinazione che contrastava con la calma apparente del suo atteggiamento. Continuava a indicare l’acquario, mentre l’uomo scuoteva la testa, allargando le braccia come per spiegarle che non era possibile, o che non aveva alcuna intenzione di farlo.
Lei non sembrava disposta ad accettare la risposta. Si spostò appena di lato, indicò di nuovo l’acquario e disse qualcosa che non riuscii a sentire. Frugò nella borsa e tirò fuori dei soldi.
Il proprietario si passò una mano sulla fronte. La guardò per qualche secondo, poi abbassò lo sguardo e fece un gesto che mi parve di resa.
A quel punto si voltò verso il banco degli attrezzi e prese un retino dal manico lungo.
Mi avvicinai ancora un poco.
L’uomo sollevò il coperchio dell’acquario e immerse il retino nell’acqua. Ci fu un movimento improvviso, un guizzo scuro sul fondo, poi il pescivendolo riuscì a intrappolare qualcosa e lo tirò fuori lentamente.
Era un polpo. Grosso, vivo, con i tentacoli che si contorcevano nel retino e le ventose che si attaccavano alla rete, cercando un appiglio. L’acqua colava sul pavimento di piastrelle bianche.
La donna si chinò per osservarlo da vicino.
Io rimasi sulla soglia, senza capire.
Non era tanto il polpo a sorprendermi. In una pescheria di mare, un polpo vivo non aveva niente di straordinario. Era il modo in cui lei lo guardava, con un’attenzione quasi professionale, come se non stesse osservando un animale destinato alla cucina, ma qualcosa che aveva bisogno di essere identificato, verificato, forse riconosciuto.
Il proprietario teneva il retino sospeso a mezz’aria e sembrava aspettare istruzioni.
Fu allora che mi accorsi di essere arrivato troppo vicino per fingere di essere lì per caso.
La donna sollevò la testa. Per un istante, attraverso le lenti scure, ebbi la sensazione che mi stesse guardando direttamente.
Non vedevo i suoi occhi eppure era come se mi scrutasse. Provai un senso di disagio. Mi guardai intorno come se cercassi qualcuno.
Il pescivendolo, però, aveva ancora qualcosa da dire. Indicò il polpo e fece un gesto eloquente con la mano, come a suggerire che poteva prepararglielo subito. La donna scosse la testa.
«No, no. Lo voglio vivo.»
Erano le prime parole che le sentivo pronunciare. Era italiana quindi. Non so perché ero convinto che fosse francese.
L’uomo la guardò come se non avesse capito bene.
Lei ripeté la richiesta, scandendo le parole, e aggiunse che doveva metterlo in una busta con un po’ d’acqua.
Il pescivendolo rimase immobile per un momento, il retino ancora in mano. Poi alzò le spalle, con l’espressione di chi ha deciso che non vale la pena discutere oltre. Prese una busta di plastica robusta, vi versò un po’ d’acqua e vi lasciò scivolare dentro il polpo. La donna seguì l’operazione con attenzione, controllando che l’animale fosse completamente immerso.
Pagò, ringraziò con un gesto appena accennato e uscì.
La vidi allontanarsi con la borsa a tracolla su un fianco e, nell’altra mano, quella busta trasparente gonfia d’acqua. Il polpo si contorceva al suo interno, aderendo con i tentacoli alle pareti deformate della plastica. A ogni movimento, l’acqua oscillava nella busta, riflettendo la luce del sole.
Fu in quel momento che la mia curiosità diventò irresistibile.
Non riuscivo a immaginare quale fosse lo scopo di tutto quello. Una donna elegante, fuori posto in quella città, con dei documenti nella borsa e un polpo vivo in mano. Non sembrava un capriccio, né l’acquisto bizzarro di una turista. C’era una logica che mi sfuggiva, e volevo capire quale fosse.
Mi alzai il bavero della camicia, più per darmi un contegno che per una reale necessità, e mi misi a seguirla.
Camminava a passo veloce, senza esitazioni. Attraversò la zona del mercato e si diresse verso il porto, passando fra gruppi di persone, biciclette e furgoni in sosta. Io mantenni una certa distanza, cercando di confondermi nella folla e di non fissarla troppo apertamente. Ogni tanto perdevo di vista la busta trasparente, ma bastava un riflesso sull’acqua o il movimento chiaro del suo tailleur per ritrovarla.
Proseguì lungo il lungomare. Il traffico si diradò, le voci del mercato lasciarono il posto al rumore delle onde contro le banchine e all'odore salmastro che arrivava dal mare. Non si voltò mai. Neppure una volta.
Dopo aver costeggiato il porto, abbandonò il marciapiede e si diresse verso un tratto di spiaggia. La seguii ancora, rallentando quando lei rallentava, fermandomi per qualche secondo quando sembrava sul punto di fare qualcosa.
Arrivata alla sabbia, si chinò e si tolse i sandali turchesi. Li tenne insieme in una mano, senza appoggiarli a terra, e cominciò a camminare verso il bagnasciuga.
La busta con il polpo oscillava al suo fianco.
Io mi ero avvicinato di nuovo. Abbastanza da distinguere il movimento dei suoi capelli raccolti, le pieghe del tessuto celeste sulla schiena, il modo in cui affondava i piedi nudi nella sabbia umida.
Continuava a non voltarsi.
Mi fermai a pochi metri dal punto in cui la sabbia più scura incontrava l'acqua. Il mare era calmo, appena increspato da una brezza leggera. Lei si arrestò davanti alla prima onda, lasciando che l'acqua le sfiorasse i piedi.
E io, ormai, ero troppo coinvolto per andarmene.
La vidi appoggiare la borsa sulla sabbia asciutta. Poi, con una naturalezza che mi spiazzò, si sbottonò i pantaloni del tailleur e li fece scendere lungo le gambe, fino alle caviglie. Ne uscì con un piccolo movimento dei piedi e li lasciò lì.
Aveva delle gambe bellissime. Lunghe, affusolate, perfettamente proporzionate.
Rimasi a guardarla più del necessario, lo ammetto. Indossava uno slip celeste, quasi della stessa tonalità del tailleur. Non potei fare a meno di notare anche quella scelta di colori, la stessa cura negli abbinamenti persino nell'intimo. Non era vestita per andare in spiaggia, eppure sembrava perfettamente a suo agio.
Entrò lentamente in acqua, fino a quando il mare le raggiunse le ginocchia.
La luce si rifletteva sulla superficie e il tessuto della giacca, rimasta addosso, si muoveva appena nella brezza. Si fermò, sollevò la busta e la inclinò con cautela.
Per un momento vidi il polpo aderire alla plastica con tutti i suoi tentacoli, come se avesse intuito ciò che stava per accadere. Poi l'acqua della busta si riversò in mare e l'animale scivolò fuori, sparendo sotto la superficie.
Lei rimase a guardare.
Non fece gesti di soddisfazione, non sorrise. Seguì con gli occhi il punto in cui il polpo era scomparso, aspettando. Una piccola onda le arrivò alle cosce e si ritirò lasciando sulla pelle un velo lucido.
Io ero rimasto sulla sabbia, immobile.
Ero partito da una curiosità quasi frivola, dalla voglia di capire chi fosse quella donna elegante che sembrava capitata per errore in una città di mare. Adesso l'avevo vista comprare un polpo vivo, portarlo fin lì e restituirlo al mare.
Non avevo la più pallida idea del perché.
E la cosa che mi colpiva di più era che lei non sembrava aver fatto nulla di strano. Era come se avesse semplicemente portato a termine un compito, una cosa prevista, necessaria.
La donna si voltò verso la spiaggia, finalmente. Per la prima volta da quando l'avevo vista in piazza, il suo sguardo passò nella mia direzione.
Non sapevo se mi avesse riconosciuto come l'uomo che l'aveva seguita o se fossi soltanto uno dei tanti presenti sulla spiaggia.
Ma non distolsi gli occhi abbastanza in fretta.
Raccolse i pantaloni tenendoli nella stessa mano dei sandali e si avvicinò. Sempre con le gambe nude, con naturalezza.
“Eri davanti al negozio del pesce. Mi hai seguita.” Non era una domanda. Era una constatazione. Non potei fare altro che assentire.
“Si. Mi scuso. Ma ero troppo curioso” ho detto. E lei ha fatto un segno di si con la testa, senza dire nulla. Non sapevo che dire. Così ho fatto un gesto verso il mare e ho chiesto:
“Perché?”
Ha alzato gli occhiali scuri e aveva occhi chiari. Blu, o verdi.
“Perché potevo” ha risposto. Come se fosse semplicemente la cosa giusta da fare e non fosse necessario spiegare nulla.
“Mi tieni la borsa per favore?” Ero rimasto in silenzio perché non avevo trovato niente da dire. Mi aveva fatto sentire stupido per aver posto quella domanda. Mi avvicinai e presi la borsa che mi porgeva.
Si infilò nei pantaloni. Allacciò la leggera cintura, spolverò i piedi dalla sabbia con una mano e li mise nei sandali. Li allacciò e disse “grazie” riprendendo la borsa.
Fece due passi e poi si voltò a guardarmi. “beh che fai, resti qui? Io torno indietro”
“ah no, vengo anche io, si… “ la affiancai. “Io mi chiamo Raoul”
Fece solo un segno con la testa. Per cui chiesi: “ e tu?”
“Puoi chiamarmi Monica, se ti piace”
Più conoscevo quella donna meno sentivo di conoscerla. Ogni risposta che riuscivo a avere moltiplicava le domande che avrei voluto farle.
“Che fai qui Monica?”
“Lavoro. Ho un convegno. Facevo un giro, e tu?”
“Io ci vivo. E facevo un giro anche io”
“Eri al bar, ti sei alzato e mi hai seguita in pescheria, poi alla spiaggia. Perché?”
Mi aveva visto nel bar.
“La verità è che sei bella e fuori dal normale. Mi hai incuriosito, tutto qui. Spero di non averti disturbata.”
“No. Non lo hai fatto. Ero uscita per cercare compagnia in fondo”
“Ah cercavi compagnia? E per cosa?”
“Beh, per scopare, per esempio. Sei interessato?”
“Cioè sei venuta qui per trovare qualcuno con cui scopare?”
“Si. Mi annoiavo e avevo, anzi, ho, voglia. Non posso?”
“e il polpo? “ la frase mi venne fuori senza controllo.
Per la prima volta la sentii ridere di cuore. Si fermò. Si tolse gli occhiali per guardarmi bene. E si, gli occhi erano verde chiaro. “Ascolta” disse. “Vuoi fare l’amore con me?”
Giuro che non ci stavo capendo nulla. Non sono un ragazzino, le mie storie le ho avute. Ho sempre pensato di saperci fare con le donne. Ma dentro di me i pensieri faticavano a ordinarsi. La mia faccia doveva esprimere tutto il casino che la sua frase aveva provocato nella mia mente. Non riuscivo a trovare niente di meglio da rispondere che un sorriso che avrebbe voluto essere furbo ma che suppongo fosse solo da idiota.
“Non ti farò del male, non ti rapinerò, non sono una serial killer. O magari sei sposato, fidanzato? Se è così non insisto. “ disse sorridendo. Incalzandomi.
“no no… io… non sono sposato… è che mi prendi di sorpresa… dove?”
“Non ho capito. Chiedendo dove hai detto si e sei passato al pratico oppure è per prendere tempo?”
“Oddio, no. E’ tutto così strano. Prima tu, poi il polpo. Ora questo. Non lo so”
“Devi solo dire si o no. E’ facile. Come per il polpo. Se puoi, lo fai. Se non puoi, no.”
“Si.”
“Hai detto si? Vuoi fare l’amore con me?”
“Si.”
“Ok. Ho una stanza. Andiamo.”
“Io ho casa, abito non troppo distante…” le dico. E intanto penso ai piatti nel lavello, il bagno come l’ho lasciato? le scarpe in giro, il letto sfatto…
E lei: “no, ho una stanza… già pagata, è vicina.”
Moniq
Mi piace il suo imbarazzo. Non sa se camminarmi a fianco, o dietro, o davanti. Io seguo il navigatore che con la sua voce mi indica le svolte e le vie da prendere, lui cerca di rendersi utile.
E’ un bel ragazzo. Lo avevo notato al bar che mi guardava. Stavo pensando di entrare poi ho visto l’acquario con il polpo e me lo sono dimenticato.
Quando l’ho lasciato andare si è allargato a stella, come se non ci credesse, per orizzontarsi. Ha cambiato colore, dal marrone scuro, rossastro, al colore della sabbia. E, giuro, mi ha guardata.
E poi, un’onda di colore, si è allungato e è andato. Potevo. L’ho fatto.
Fosse sempre così facile dare la libertà e la vita.
Mi sento bene. Ho voglia di scopare. No. Ho voglia di fare l’amore.
E questo ragazzo ha negli occhi quella meraviglia, quelle domande. Quella curiosità e gentilezza di cui ho bisogno.
Arriviamo all’alberghetto che ho scelto. Lui si guarda intorno come se cercasse qualcosa che gli dia un motivo di desistere. Mi piace questa sua indecisione. E’ proporzionale alla mia sicurezza. Mi sento generosa. Dea. Madre.
La ragazza alla reception non ci guarda nemmeno. Ho chiesto, con una bella mancia, se era possibile per alcune ore non registrarmi.
Non ne ho la certezza ma credo che convenga anche a lei buttare il foglio su cui ha scritto il mio nome. Dopo.
Chiudo la porta alle mie spalle. La stanza è fresca e in penombra. C’è odore asettico di biancheria sterilizzata, di candeggina e di tessuti vecchi.
“Eccoci qui” dico, “vuoi andare in bagno?” Lui si guarda intorno.
Dice: “non c’ero mai stato, non sapevo nemmeno esistesse questo posto”. Poi: “si grazie” e va in bagno.
Tolgo i sandali. Ho ancora sabbia sulle caviglie. Slaccio i pantaloni e ne esco. La giacca. La camicia. Mi siedo sul letto a gambe incrociate e attendo.
Quando esce si ferma e mi dice “sei molto bella”. Gli faccio segno con l’indice di avvicinarsi.
Lui fa due passi verso di me e chiaramente non sa che fare. Mi alzo e con un passo gli sono davanti: “posso baciarti?” gli chiedo.
Fa segno di si, con la testa. Avvicino il viso e sfioro le sue labbra con le mie. Sento il suo odore. L’alito sa di dentifricio. Passo leggermente sul mento, le guance, verso il collo. Lo lecco e sento l’odore della mia saliva sulla sua pelle.
Mi mette le mani sui fianchi. Gliele tolgo. “Fermo” gli dico “Faccio io”.
Continuo a passare la lingua sulla sua pelle, ne aspiro l’odore. Lecco le sue labbra. La punta della sua lingua. Nel frattempo le mie mani non stanno ferme. Sono entrate sotto la sua maglietta, le unghie leggere sulla sua schiena, sul suo petto, poi il ventre. Lo guardo negli occhi mentre armeggio con la cintura dei pantaloni, la slaccio, apro il bottone dei jeans, passo il dito sul suo ventre, giocherello con i peli sotto l’ombelico e poi fissandolo, entro nelle sue mutande e arrivo al pene. Lo tocco con la punta delle dita mentre lo bacio con la lingua. Risponde al bacio.
Intrecciamo le lingue, sento il sapore della sua saliva che sa di menta. Mi abbraccia. “Fermo” gli dico.
Faccio un passo indietro tirandolo per l’elastico delle mutande. Mi siedo sul letto. Sono all’altezza giusta.
“Fermo”, dico ancora. Tiro giù le mutande e il cazzo salta su. Mi arriva il suo odore. Si sta alzando a scatti. E’ bello. Lo accarezzo con la punta della lingua seguendo il contorno di una vena. Sento il sangue pulsare. Lo lecco in questo modo, lungo l’asta. Come incollassi la cartina di una canna. Lo impugno con una mano alla base e tiro giù la pelle. L’odore di cazzo aumenta e mi fa bagnare. Passo il glande sulle labbra. Non mi vergogno certo a far vedere che mi sto beando di quel profumo afrodisiaco. E poi lo prendo in bocca. E’ bollente, leggermente salato, pulsa. Me lo mando giù in gola quanto posso. Mi riempio la bocca di cazzo. Lo abbraccio con le mani sulle natiche e me lo spingo dentro. Lui è in estasi, occhi chiusi, i suoi sospiri accompagnano i miei movimenti.
Mi piace moltissimo fargli un bocchino ma lo voglio dentro. Ho questa urgenza di essere riempita. Da questa mattina che lo voglio.
Mi butto indietro sul letto alzando le gambe, sposto le mutandine di lato.
“Scopami. Subito. Dammelo”
Non me ne frega del preservativo. Voglio quel cazzo dentro di me che mi riempie la pancia.
“Scopami, ti prego” dico. E sto veramente implorando.
Mi entra dentro lento ma fino in fondo. Mi godo ogni millimetro mentre avanza. Contraggo i muscoli e lo spremo quando arriva in fondo. Lo sento durissimo. “Dai, scopami, scopami, scopami, scopami…” lo ripeto come un mantra e accompagno i suoi affondi.
Ci baciamo. Mi succhia i capezzoli. Mi aggrappo alle sue spalle, al bacino e lo tiro dentro di me. Si ferma per controllarsi.
“No non venire, ti prego” dico.
Mi tolgo da sotto di lui. Mi giro supina. Scopami così. Me lo rimette dentro e con la mano raggiungo il clitoride e quasi subito sento l’orgasmo salire. Lui mi sta dando delle botte che rimbalziamo sul materasso sfondato e si sente il rumore delle molle e della carne che sbatte, il suo ventre sulle mie natiche.
Inizio a venire e stringo le cosce poi spingo verso di lui… prendo il cazzo con la mia fica fradicia e stringo, spingo e stringo… e lui: “cristo se fai così non resisto…”
“Non mi venire dentro” dico mentre continuo a spingere, stringere e mungere… lo sento rigidissimo che esce e poi i suoi schizzi bollenti sulla schiena. E poi che si accascia su di me, schiacciandomi, respirandomi dietro la nuca.
“E’ stato bello per te?” mi chiede.
“Si. Molto. E per te?”
“Incredibile. Sei bellissima. Io… non ho mai conosciuto una donna come te…”
“Nel senso che sono strana?” rido.
“No, sul serio, sei … diversa. Non solo sei bella, sei diversa… “
“Lo prendo per un complimento. Grazie. “
Mi tolgo da sotto di lui, mi copro con il lenzuolo.
“Ora mi sa che devo andare però.”
Ci rimane male, lo vedo. Mi spiace. Gli do un bacio sulle labbra. “E’ stato bello. Grazie” dico.
Risponde al bacio. E mi rendo conto di avere ancora voglia. E’ così dolce. Scendo verso il suo pene e glielo lecco. E’ morbido, bagnato, sa di me, e di lui. Lo prendo in bocca così e lo frullo piano con la lingua. Lo sento crescere e riempirmi la bocca.
Inizio un pompino salivoso. Ho voglia di farlo venire così. Un ringraziamento. Ma lui mi accarezza la schiena, il culo, mi infila un dito nella fica da dietro, poi giocherella con il buchino dietro.
Mi prende la voglia. Continuo a spompinare ma so già quello che voglio.
“Mettimelo nel culo” gli dico quando sento che è di nuovo duro. E mi giro ancora a pancia sotto.
Mi sale di nuovo sopra. E’ già bagnato dalla mia saliva. Lo passa nel solco della mia fica per riempirlo della mia bava. Poi lo punta e deciso spinge. Spingo anche io e entra centimetro dopo centimetro. Mi sistemo per fargli prendere la direzione giusta e entra fino in fondo. Poi inizia a muoversi e mi piace da impazzire.
Questa volta dura molto di più e mi scopa il culo di brutto. Me lo scopa come la fica. Entra e esce come fosse a casa sua. Inizio a venire e continuo per tutto il tempo. Quando dice che sta per venire mi tolgo glielo prendo in bocca e lo finisco così.
Restiamo qualche minuto fermi a riprendere fiato. Ho il suo sapore in bocca. In gola. Salato, dolce, aspro. Denso. Sento il mio alito da bocchinara. Ho le caramelle alla menta nella borsa. Che ora abbiamo fatto? Domani parlo alle 10. Devo rileggere il discorso.
“E’davvero ora che andiamo” dico “dai, scusa, vai in bagno prima tu poi io chiudo la stanza…”
“Ti aspetto? “
“No, meglio di no Usciamo separati.”
“Ti aspetto fuori?”
“No. Chiamo un taxi.”
“Non so niente di te, ma mi piacerebbe rivederti” mi dice.
Si sta rivestendo e cercando le sue cose, sparse nella stanza.
“Temo non sia possibile, Raoul” rispondo.
“Sei sposata?”
“Si”
“Tornerai qui?”
“Chissà. Ma al momento non credo”.
di
Moniq
Moniq
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