Una ragazza a L.A. 1 - Welcome Tanita
scritto il 2026-10-28 tempo di lettura 8 min
di
Moniq
genere
etero
cura
A−
Non c'erano ancora navigatori sullo smartphone.
Con l'indirizzo di Tyler su un foglietto, trasportata da Green Line, Blue Line e Red Line della metro e anche un autobus, trascinai il mio trolley da LAX fino a Crestwood Hills e quindi alla strada.
Suonai al campanello in fondo al suo vialetto e Tyler venne a aprirmi sorridendo e abbracciandomi.
Mi sentii meglio, perchè io e Tyler avevamo scopato e basta.
Era una di quelle storie che poteva continuare o poteva finire lì.
Non ci eravamo detti come stavamo bene insieme o come ci saremmo mancati se domani uno dei due fosse andato via.
Dopo gli shooting andavamo a mangiare qualcosa e poi salivamo da lui o da me. A seconda di chi aveva la stanza libera. Poi dopo, al più tardi la mattina, colazione e via. Ognuno per sè.
Poi lui era tornato a LA e mi aveva detto vieni quando vuoi Tanita.
Tanita. Aveva iniziato a chiamarmi così Inés, una ragazza argentina. Per distinguermi da un'altra ragazza con cui condividevo il nome ma anche il colore dei capelli.
Tanita era più veloce di Moniq l'italiana. Non mi dava fastidio.
A New York faceva freddo. Non mi piaceva la situazione. C'era un fotografo che mi stava addosso. Ci provava con tutte ma con me era incattivito.
Il fotografo spesso decide se vai bene o no per un lavoro. È un filtro. E' lui che ti "vede", è lui che scatta e che presenta le tue foto. Una luce, un angolo, giusti o sbagliati, fanno la differenza. Se non sei una superstar, il fotografo può abbassare le tue opportunità. Se dice che non sei adatta a un lavoro, vieni scartata. Lui per quanto giovane era molto bravo nel suo lavoro. Lamentarsi che ti toccasse senza permesso, che facesse commenti osceni o proposte dirette, non serviva a niente. Qualcuna accettava e ci andava a letto. Altre cambiavano.
Io non ero certo una che se la teneva stretta per il principe azzurro, ma se mi ricatti hai chiuso. Non importa chi sei. Non importa se dopotutto non fai schifo. Non importa se potresti essermi utile. Non importa se ci rimetto. Hai chiuso.
Per lui era una compulsione. Collezionava modelle come altri monete o sassi. Più avanti si fece un periodo in una clinica specializzata per “sex addicted”, ma credo che non sia più tornato a lavorare come prima. Venne poi definitivamente travolto negli anni del “me too”.
Comunque, in quel momento lui imperversava e la mia capa, Jane, per quanto fosse stata modella e mi fidassi di lei, non era in grado di proteggermi.
Avevo quindi l’indirizzo di Tyler a Los Angeles e un contatto serio da chiamare per un possibile lavoro. Niente altro.
“E’ difficile perdersi, se non sai dove stai andando” ha detto qualcuno. Se avessi avuto una t-shirt con questa scritta sarebbe stato il mio manifesto programmatico.
Insomma non avevo un piano di riserva. Se Tyler fosse stato freddo, o non si fosse fatto trovare, avrei dovuto trovarmi un posto per dormire e poi chissà.
Le belle ragazze che arrivano a Los Angeles in cerca di fortuna le vendono a containers.
La casa era sicuramente il posto più bello che avessi visto negli ultimi due anni. Da quando ero andata via da quella dei miei.
Tre camere da letto, due bagni, una grande cucina e un'ampia zona giorno.
Moquette nella zona notte e nella stanza da letto c'erano persino gli specchi sul soffitto.
La mia storia con Tyler non era granché dal punto di vista affettivo, ma a letto funzionava, eccome.
Non l'ho detto ma Tyler era bellissimo. Un mix di etnie shakerate da un barman divino. Pelle ambrata, capelli neri corvini, lisci, pesanti, che portava sciolti o con una coda, occhi di un blu sconcertante, bocca da baciare, denti perfetti, 190 cm di pelle tesa sopra muscoli naturali e... un cazzo meraviglioso.
Del suo volto lo sapeva chiunque leggesse riviste di moda.
Del suo cazzo lo sapevo io e solo qualcuno di meno di quelli che conoscevano il suo volto.
Era corteggiato da maschi e femmine. E lui non si faceva problemi di genere.
Aveva 22 anni. Io a breve ne avrei fatti 21. Su una cosa eravamo del tutto simili: per entrambi il sesso era qualcosa di easy, come bere, mangiare, scopare, lavarsi, dormire, bere, mangiare, scopare e così via. Senza complicazioni. Non ti fai problemi a mangiare con un amico, un conoscente. Noi non ci facevamo problemi a scopare con un amico o un conoscente, se la situazione era giusta.
Forse eravamo erotici visti da fuori. Per noi era solo una cosa animale. Fisica. Un’esuberanza ormonale da soddisfare. Come stiracchiare i muscoli quando ti alzi da letto.
Il pompino del mattino con Tyler era la colazione. Il suo cazzo era duro prima ancora che aprisse gli occhi. Lo assaggiavo che sapeva ancora del sesso del giorno prima. Di me. Di lui. Di chi era passato per casa nostra.
Non c’era erotismo. Nessuna perversione. Anche se eravamo perversi per gli occhi di molti. Eravamo animaletti sessuali promiscui.
Per cui quando mi ha abbracciata e fatto vedere casa, non mi ha fatto nemmeno andare in bagno. Mi ha buttata sul letto per scoparmi. Ci spogliammo velocemente baciandoci e toccandoci e come al solito, senza preliminari di sorta, volevamo subito metterlo dentro.
Solo che il suo cazzo sembrava diventato più grosso, in quei 25 giorni in cui eravamo stati separati. La mia fica più stretta.
Uno dei periodi di astinenza sessuale più lunghi che ricordassi. Non avevo avuto dentro un cazzo e nemmeno un toy. Niente. Ero nervosa per la situazione e la scelta che stavo per compiere e al sesso non ci avevo pensato.
Quando mi sono messa sopra di lui avevo intenzione di scendere molto piano, ma lui ha fatto una cosa che faceva sempre, quella di alzarmi e di riabbassarmi di colpo e io non ho fatto in tempo a dirgli di non farlo.
La sua grossa testa entrò per qualche centimetro nella mia fica scivolosa e, cazzo! Ho sentito più dolore di quando lo feci la prima volta.
“Oh cazzo, dio, figlio di puttana, stronzo…” ho urlato. Ma non mi sono alzata. Ho spinto, il suo cazzo mi faceva male. Entrava pochi centimetri e mi stava strappando. Nonostante fossi bagnata fradicia.
A quel punto lui si è fermato e ha lasciato fare a me. Era fantastico sentire qualcosa di enorme che mi allungava e mi riempiva. Si che lo sentivo! Iniziai a muovermi piano, a roteare il bacino, a stringere e rilasciare i muscoli e sentivo che si faceva strada dentro di me. Ma pochissimo. Mi sentivo come se fossi vicina al punto di rottura e percepivo ogni caratteristica di quel cazzo, le sue vene gonfie, mentre mi entrava dentro lentamente e inesorabilmente.
Si la prima scopata a Los Angeles me la ricordo bene come fosse adesso. Mi sembrò una metafora: "sarà difficile ma sarà bello". Lo pensavo mentre a metà del percorso il cazzo non riusciva a sfondare.
Gli ho detto di toccarmi le tette, di stringere i capezzoli. Volevo che un dolore forte lì mi distraesse dal dolore che provavo mentre spingevo per impalarmi sul suo cazzo. Gli ho detto anche di prendermi a schiaffi ma lui non lo fece. Credo di averglielo detto in italiano.
Solo che il dolore ai capezzoli e il dolore nella fica mi ha fatto urlare così forte che lui mi ha messo una mano sulla bocca.
Ma quel dolore che mi apriva il cervello, dal ventre e dai capezzoli, a un certo punto si è trasformato in piacere. Un piacere così forte che mi ha sorpresa per come è stato veloce il ribaltamento.
“Più forte, più forte! “ e quando lui, attaccato ai capezzoli mi ha tirata verso il basso spingendomi sul suo cazzo, all’improvviso sono venuta.
Senza preavviso. Col suo cazzo che non era nemmeno entrato tutto. La mia fica contratta si è aperta all’improvviso e lo ha inondato di succo di fica. Il suo cazzo mi è arrivato dentro fino al cervello e le sue palle gonfie toccavano il mio culo.
“Andrà bene “ pensai “ sarà difficile ma alla fine andrà bene”. Pensavo come un mantra mentre mi muovevo sopra di lui e ora era diventato facile, mi sentivo piena ma quella durezza non era più oltraggiosa, ma una parte di me da cui partiva un piacere continuo. Fino alla sua esplosione a fiotti, le sue contrazioni che mi godetti una per una.
"Welcome Tanita" mi ha detto abbracciandomi.
Con l'indirizzo di Tyler su un foglietto, trasportata da Green Line, Blue Line e Red Line della metro e anche un autobus, trascinai il mio trolley da LAX fino a Crestwood Hills e quindi alla strada.
Suonai al campanello in fondo al suo vialetto e Tyler venne a aprirmi sorridendo e abbracciandomi.
Mi sentii meglio, perchè io e Tyler avevamo scopato e basta.
Era una di quelle storie che poteva continuare o poteva finire lì.
Non ci eravamo detti come stavamo bene insieme o come ci saremmo mancati se domani uno dei due fosse andato via.
Dopo gli shooting andavamo a mangiare qualcosa e poi salivamo da lui o da me. A seconda di chi aveva la stanza libera. Poi dopo, al più tardi la mattina, colazione e via. Ognuno per sè.
Poi lui era tornato a LA e mi aveva detto vieni quando vuoi Tanita.
Tanita. Aveva iniziato a chiamarmi così Inés, una ragazza argentina. Per distinguermi da un'altra ragazza con cui condividevo il nome ma anche il colore dei capelli.
Tanita era più veloce di Moniq l'italiana. Non mi dava fastidio.
A New York faceva freddo. Non mi piaceva la situazione. C'era un fotografo che mi stava addosso. Ci provava con tutte ma con me era incattivito.
Il fotografo spesso decide se vai bene o no per un lavoro. È un filtro. E' lui che ti "vede", è lui che scatta e che presenta le tue foto. Una luce, un angolo, giusti o sbagliati, fanno la differenza. Se non sei una superstar, il fotografo può abbassare le tue opportunità. Se dice che non sei adatta a un lavoro, vieni scartata. Lui per quanto giovane era molto bravo nel suo lavoro. Lamentarsi che ti toccasse senza permesso, che facesse commenti osceni o proposte dirette, non serviva a niente. Qualcuna accettava e ci andava a letto. Altre cambiavano.
Io non ero certo una che se la teneva stretta per il principe azzurro, ma se mi ricatti hai chiuso. Non importa chi sei. Non importa se dopotutto non fai schifo. Non importa se potresti essermi utile. Non importa se ci rimetto. Hai chiuso.
Per lui era una compulsione. Collezionava modelle come altri monete o sassi. Più avanti si fece un periodo in una clinica specializzata per “sex addicted”, ma credo che non sia più tornato a lavorare come prima. Venne poi definitivamente travolto negli anni del “me too”.
Comunque, in quel momento lui imperversava e la mia capa, Jane, per quanto fosse stata modella e mi fidassi di lei, non era in grado di proteggermi.
Avevo quindi l’indirizzo di Tyler a Los Angeles e un contatto serio da chiamare per un possibile lavoro. Niente altro.
“E’ difficile perdersi, se non sai dove stai andando” ha detto qualcuno. Se avessi avuto una t-shirt con questa scritta sarebbe stato il mio manifesto programmatico.
Insomma non avevo un piano di riserva. Se Tyler fosse stato freddo, o non si fosse fatto trovare, avrei dovuto trovarmi un posto per dormire e poi chissà.
Le belle ragazze che arrivano a Los Angeles in cerca di fortuna le vendono a containers.
La casa era sicuramente il posto più bello che avessi visto negli ultimi due anni. Da quando ero andata via da quella dei miei.
Tre camere da letto, due bagni, una grande cucina e un'ampia zona giorno.
Moquette nella zona notte e nella stanza da letto c'erano persino gli specchi sul soffitto.
La mia storia con Tyler non era granché dal punto di vista affettivo, ma a letto funzionava, eccome.
Non l'ho detto ma Tyler era bellissimo. Un mix di etnie shakerate da un barman divino. Pelle ambrata, capelli neri corvini, lisci, pesanti, che portava sciolti o con una coda, occhi di un blu sconcertante, bocca da baciare, denti perfetti, 190 cm di pelle tesa sopra muscoli naturali e... un cazzo meraviglioso.
Del suo volto lo sapeva chiunque leggesse riviste di moda.
Del suo cazzo lo sapevo io e solo qualcuno di meno di quelli che conoscevano il suo volto.
Era corteggiato da maschi e femmine. E lui non si faceva problemi di genere.
Aveva 22 anni. Io a breve ne avrei fatti 21. Su una cosa eravamo del tutto simili: per entrambi il sesso era qualcosa di easy, come bere, mangiare, scopare, lavarsi, dormire, bere, mangiare, scopare e così via. Senza complicazioni. Non ti fai problemi a mangiare con un amico, un conoscente. Noi non ci facevamo problemi a scopare con un amico o un conoscente, se la situazione era giusta.
Forse eravamo erotici visti da fuori. Per noi era solo una cosa animale. Fisica. Un’esuberanza ormonale da soddisfare. Come stiracchiare i muscoli quando ti alzi da letto.
Il pompino del mattino con Tyler era la colazione. Il suo cazzo era duro prima ancora che aprisse gli occhi. Lo assaggiavo che sapeva ancora del sesso del giorno prima. Di me. Di lui. Di chi era passato per casa nostra.
Non c’era erotismo. Nessuna perversione. Anche se eravamo perversi per gli occhi di molti. Eravamo animaletti sessuali promiscui.
Per cui quando mi ha abbracciata e fatto vedere casa, non mi ha fatto nemmeno andare in bagno. Mi ha buttata sul letto per scoparmi. Ci spogliammo velocemente baciandoci e toccandoci e come al solito, senza preliminari di sorta, volevamo subito metterlo dentro.
Solo che il suo cazzo sembrava diventato più grosso, in quei 25 giorni in cui eravamo stati separati. La mia fica più stretta.
Uno dei periodi di astinenza sessuale più lunghi che ricordassi. Non avevo avuto dentro un cazzo e nemmeno un toy. Niente. Ero nervosa per la situazione e la scelta che stavo per compiere e al sesso non ci avevo pensato.
Quando mi sono messa sopra di lui avevo intenzione di scendere molto piano, ma lui ha fatto una cosa che faceva sempre, quella di alzarmi e di riabbassarmi di colpo e io non ho fatto in tempo a dirgli di non farlo.
La sua grossa testa entrò per qualche centimetro nella mia fica scivolosa e, cazzo! Ho sentito più dolore di quando lo feci la prima volta.
“Oh cazzo, dio, figlio di puttana, stronzo…” ho urlato. Ma non mi sono alzata. Ho spinto, il suo cazzo mi faceva male. Entrava pochi centimetri e mi stava strappando. Nonostante fossi bagnata fradicia.
A quel punto lui si è fermato e ha lasciato fare a me. Era fantastico sentire qualcosa di enorme che mi allungava e mi riempiva. Si che lo sentivo! Iniziai a muovermi piano, a roteare il bacino, a stringere e rilasciare i muscoli e sentivo che si faceva strada dentro di me. Ma pochissimo. Mi sentivo come se fossi vicina al punto di rottura e percepivo ogni caratteristica di quel cazzo, le sue vene gonfie, mentre mi entrava dentro lentamente e inesorabilmente.
Si la prima scopata a Los Angeles me la ricordo bene come fosse adesso. Mi sembrò una metafora: "sarà difficile ma sarà bello". Lo pensavo mentre a metà del percorso il cazzo non riusciva a sfondare.
Gli ho detto di toccarmi le tette, di stringere i capezzoli. Volevo che un dolore forte lì mi distraesse dal dolore che provavo mentre spingevo per impalarmi sul suo cazzo. Gli ho detto anche di prendermi a schiaffi ma lui non lo fece. Credo di averglielo detto in italiano.
Solo che il dolore ai capezzoli e il dolore nella fica mi ha fatto urlare così forte che lui mi ha messo una mano sulla bocca.
Ma quel dolore che mi apriva il cervello, dal ventre e dai capezzoli, a un certo punto si è trasformato in piacere. Un piacere così forte che mi ha sorpresa per come è stato veloce il ribaltamento.
“Più forte, più forte! “ e quando lui, attaccato ai capezzoli mi ha tirata verso il basso spingendomi sul suo cazzo, all’improvviso sono venuta.
Senza preavviso. Col suo cazzo che non era nemmeno entrato tutto. La mia fica contratta si è aperta all’improvviso e lo ha inondato di succo di fica. Il suo cazzo mi è arrivato dentro fino al cervello e le sue palle gonfie toccavano il mio culo.
“Andrà bene “ pensai “ sarà difficile ma alla fine andrà bene”. Pensavo come un mantra mentre mi muovevo sopra di lui e ora era diventato facile, mi sentivo piena ma quella durezza non era più oltraggiosa, ma una parte di me da cui partiva un piacere continuo. Fino alla sua esplosione a fiotti, le sue contrazioni che mi godetti una per una.
"Welcome Tanita" mi ha detto abbracciandomi.
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