A caccia sul traghetto

scritto il 2026-10-19 tempo di lettura 15 min

di
genere
etero
cura
D

Tradimenti - Cuck - Dominazione

....

Commento con mio marito la notizia di una professoressa accusata di aver fatto sesso con un allievo minorenne.
“Non potrei fare quel lavoro. Mi inguaierei sicuramente. Solo a pensare a un branco di adolescenti in piena esplosione ormonale che mi guardano e mi commentano, mi eccito. Sarei eccitata fin dal mattino quando devo decidere cosa indossare, pensando a cosa lasciarli vedere. Sposterei di banco quelli che mi attizzano in modo che possano vedere di più.”

Mio marito ride: “avresti fatto un sacco di bene però, fatina”.
“Pensa che nomina mi facevo… toccava farmi pure professori e bidelli per tenerli buoni. Praticamente la trama di un film porno vintage!” gli rispondo mentre sto preparando le ultime cose prima della partenza.

Mi piace flirtrare, il gioco di sguardi, provocare, sedurre.
Mi piace quando ho il controllo della situazione. Mi piace essere generosa. Mi gratifica donare un piacere inaspettato. Mi eccita fare da guida in un territorio inesplorato.
Sentire gli occhi affamati addosso e l’imbarazzo goffo quando rispondi allo sguardo.
L’impaccio quando sono fuori dal branco, la spavalderia nel gruppo che poi diventa timidezza.
La sensazione di Potere che ne deriva. Mi erotizza.
Mi piace avere il controllo delle situazioni e con i giovani maschi posso giocare come preferisco.

Però non voglio casini nella mia vita. Per cui gioco questo gioco quando sono del tutto sicura. Lontana da casa. Dove non posso essere rintracciata successivamente. Meglio ancora se resto anonima.

Quell’estate eravamo in traghetto. Di quelli che durano quasi 24 ore. Stavamo andando a Barcellona.
E’ strano come questa città s’intrecci la mia vita a più riprese. Allora non sospettavo minimamente che un giorno ci sarei andata a vivere. Ma tant’è.

Siamo sul ponte esterno, dove c’è la piscina e musica. E’ pieno di ragazzi e ragazze. Non capisco di che nazionalità. Ai tavoli ci sono camionisti che si godono le ragazze che ballano. Trovo una sdraio libera e protetta dal vento che spazza il ponte e mi accomodo. Impossibile non guardarli. Ci sono belle ragazze e meno belle, così come fra i ragazzi. Esibizioni mirate. Feeling che si intrecciano. Giochi che dall’esterno sono trasparenti.
Gli occhi mi cadono su un ragazzo molto carino. Alto, biondino, occhi chiari. Un corpo flessuoso, ma ancora acerbo. Scioltezza da sportivo ma fluida. Fra me lo penso come il nuotatore.
C’è una ragazza mora, capelli con delle nuances colorate, bella, che lo ha puntato in modo spudorato. Bel culo e pantaloncini sotto taglia. E’ l’idolo dei camionisti che non le staccano gli occhi di dosso. E’ iperattiva, costringe le amiche a seguirla nella pista improvvisata per poi fare spettacolo da sola.
Lui, l’oggetto del suo interesse, sembra notarla appena e ride con gli amici. Lei si fa sotto, lo invita a ballare ma lui scuote la testa.

Tre ragazze del gruppo vengono a sedersi sulla sdraia vicino alla mia. Non conosco la lingua, mi sembra slava, percepisco la radice di alcuni vocaboli. Chiedo di dove sono. Serbia. Sono una scuola che va a Barcellona.
Altri però parlano spagnolo. Possibile che siano così padroni della lingua?
No. C’è una scuola che torna a casa dopo una gita in Italia.
Ora capisco l’eterogeneità di acconciature, abbigliamenti e comportamenti.
I camionisti non fanno distinzioni. Ogni culo che si agita raccoglie la loro approvazione.

Mi raggiunge mio marito. Lo ragguaglio. Gli dico: “mi piace quel ragazzo…”
“se glielo rubi a culetto d’oro ti butta giù dalla nave” mi dice indicando la ragazza mora.

Mi diverte vedere che le ragazze guardano di sottecchi mio marito. Cercano l’approvazione dei maschi adulti, lo so.

Vediamo come reagiscono i maschietti a una femmina alfa.
Mi alzo e vado al bancone del bar. Dove staziona il gruppo dei ragazzi con il “nuotatore”. Sento gli sguardi dei camionisti accarezzarmi la schiena. Passo in mezzo al gruppo. Si ammutoliscono. Sorrido al nuotatore. Si, voglio passare proprio dove sei tu. Si sposta, scusandosi.

Prendo un succo di frutta e mi volto. Catturo il suo sguardo che viene distolto velocemente. Gli sorrido e lui saluta con la mano. Scioccamente. Adoro queste piccole incongruenze.
Continuo a guardarlo, sfacciata.
E’ a disagio. Cambia posizione. Raddrizza le spalle. Si sistema i capelli. Gli occhi mi passano sopra e schizzano via. Un lampo blu.
Con calma sorseggio il succo di frutta. Passo sopra altri occhi che mi guardano. Continuo a sorridere fissandolo.

Non è strano quando poso il bicchiere, mi avvicino e gli dico: “Don't you feel like dancing? (non ti va di ballare?)
E lui arrossisce: “No, I’m not good. Not good dancer”
Il suo imbarazzo è benzina per il mio fuoco: “Oh, come on... let's go... make me dance, pleeeeaase ” gli dico con la faccia più tenera che posso… quella a cui un maschio non può mai dire di no.
E infatti lui continua a schermirsi: “non sono capace...davvero…” ma segue la mia mano che lo tira verso la zona dove si balla.

In effetti accenna appena a muoversi, ma anche io, “grazie… di dove sei?” gli chiedo urlando per farmi sentire.
Serbi, hanno fatto due città italiane e ora vanno in Spagna. Bellissimo viaggio, gli dico.
Nel frattempo le ragazzine che prima gli giravano attorno si sono sedute, mangiano schifezze e mi guardano con odio.

Dopo un paio di pezzi propongo di prendere qualcosa da bere. Pago io ovviamente: due campari e patatine. E andiamo a sederci in una zona meno rumorosa. Mi racconta di questi viaggi che fanno con la scuola e della sua famiglia e si, è un pallanuotista.

Passa mio marito e mi dice che va a leggere in cabina, perché troppo vento e sole.
Niko (si chiama Nikola) è un po’ a disagio ma si rilassa quando lo vede sparire dietro la porta. I suoi amici guardano verso di noi. Parlano. Ammiccano.

“Tuo marito non è geloso?” mi chiede. Il suo inglese non è fluido. Fatica un po’ a trovare le parole ma con un po’ di sforzo ci capiamo. Certo non posso essere molto sottile e le mie arti seduttive ci perdono un po’. Niente doppi sensi e anche i toni che vorrebbero essere sensuali perdono di efficacia.
Sono un po’ in difficoltà, perché ovviamente lui è molto corretto e compreso nella sua parte di studente modello, educato e gentile.
“No, non è geloso” rispondo “anzi… a lui piace che io sia … libera, capisci?”
“Io di te sarei molto geloso” dice.
“Ma se lui fosse stato geloso, io non sarei qui a parlare con te, giusto?”
Ride. Annuisce.
“Quanti anni hai?” mi chiede.
“36 e tu?”
“Io 18 “ (diciamo... N.d.A.)
“Non hai la ragazza fra le tue compagne?”
“No. Avevo una ragazza ma… è finita. E comunque non è qui”
“Però ho visto che a qualcuna interessi?” e indico con un gesto lieve della testa verso il gruppo che sgranocchia popcorn e beve cocacola mentre mi invia maledizioni)
“ah quelle? No… sono ragazzine… non mi interessano”
“ti piacciono le donne più grandi?”
“si…” arrossisce.
“Come me?”
“si” e sorride, abbassa gli occhi.
“e perché? Se posso…”
“perché sapete quello che volete”
“ma sei mai stato con una donna più grande?”
“si… (pausa) … una volta”
“a letto dici? Ci hai fatto l’amore?”
“si… (pausa) … (arrossisce) … cioè no”

Non lo incalzare, penso. Voleva farsi grande, vantarsi, poi ha avuto paura e è tornato indietro. Mi verrebbe da chiedere, ovviamente, o è si o è no… ma lascio stare, meglio abbassare la tensione.
Ma poi mi dico, se cambio discorso sarà difficile tornarci. E chissà se ci sarà tempo e occasione.
Quindi parto decisamente all’attacco.
“A me piaci molto “ gli dico.
“Grazie” risponde.
“Ti va di fare l’amore con me?”
Arrossisce violentemente. Guarda verso il gruppo degli amici. No, l’aiuto del pubblico non è previsto Niko.
“Si, mi piacerebbe. Ma dove, come?”
Mi viene in mente la mia cabina ma c’è mio marito, potrei mandargli un messaggio e farlo uscire, ma anche qualche bagno sui ponti inferiori. Però non vorrei consumare la situazione in una sveltina nel cesso. Vorrei un pochino di dolcezza in più.
“Non hai una cabina?” chiedo.
“Si, ma siamo in 4 “dice.
“E non puoi dirgli di non entrare per un’oretta?” gli dico.
“Si, potrei provarci…”
“Ok. Allora io esco e scendo al ponte sottostante dove c’è la palestra. Ti aspetto lì per 10 minuti. Se non vieni me ne vado, ok?”
“Si si ok. Ora glielo dico.”
Lo saluto con la mano, mi alzo, porto i bicchieri al bar e me ne vado.
Mando un messaggio a mio marito: “Ho da fare un’oretta”.
L’addetta alla palestra mi spiega le varie opzioni di entrata, i costi eccetera. Annuisco con interesse mentre guardo l’orologio. Mi ha dato buca, penso. Sono già passati 15 minuti.
Ok. Magari più tardi vengo, dico alla ragazza. Faccio per andarmene e lei mi trattiene con un’offerta. Quel paio di minuti in più e il ragazzo arriva trafelato.
“Scusami. Sono andato in cabina a mettere un po’ a posto e poi ...mi sono perso”.
E’ credibile. La nave è un dedalo. E comunque non è un problema.
“Ok, allora. Andiamo?”
Non sa se camminarmi davanti facendo strada o accanto. E’ chiaramente nervoso. Ma determinato.
“Cosa hai detto ai tuoi amici?” gli chiedo.
“Se per un’ora non venivano in cabina.”
“Gli hai spiegato perché?”
“No, ma hanno capito…” dice. Non ci credo. Figurati se non ha detto a tutti l’avventura che gli stava capitando.
“Non è che entrano mentre siamo lì?” chiedo. Ogni passeggero ha la sua chiave elettronica.
“No no… sicura”
In realtà l’idea che possano entrare in 4 mi stuzzica mica poco. Mi eccita. Quattro ragazzi con il testosterone che gli esce dalle orecchie con cui giocare. Sarebbe bellissimo.

Mi fa strada nella cabina. Capisco la necessità di andare a mettere a posto. Visto il casino indescrivibile che c’è ora, non riesco a immaginare cosa dovesse essere prima.
Scarpe ovunque, mucchi di vestiti appallottolati e infilati sotto ai cuscini. Calzini spaiati. Borse. Giornaletti. Un fornelletto da campeggio. Bottiglie.

Siamo una di fronte all’altro.
“Mi vuoi baciare?” gli dico alzando il viso verso di lui. E’ una decina di centimetri più alto di me che sono 1.78
Avvicina il viso. Ha delle splendide gote rosse. Io faccio il resto poggiando le mie labbra sulle sue e toccandole con la punta della lingua. Ci baciamo. Mi abbraccia goffamente. Non sembra del tutto inesperto. Bacia bene. La bocca è una delle cose che mi piace molto di lui.
Gli accarezzo a schiena. Ripete i miei movimenti. Gli prendo una mano e me la porto sul seno.
“Toccamele” gli dico. Lo fa mentre continuiamo a giocare con la lingua. Sul ventre sento il calore della sua erezione attraverso i pantaloncini.
Mi tolgo la t-shirt. Non porto niente sotto. Gli prendo la testa e la porto sulle tette. Prende il mio capezzolo e inizia succhiarlo con forza. Mi sto bagnando. Spingo verso quella sensazione ingombrante che sta crescendo fra noi.
Lo massaggio con la mano da sopra i pantaloncini. Lo sento benissimo. Duro, di traverso verso sinistra.
“Togliti la maglietta” gli dico. Lo fa. Gli mordo i capezzoli e con la lingua gioco sul suo petto. Inizio a scendere. Mi siedo sul letto e abbasso i calzoncini. Il cazzo finalmente libero mi balla davanti al viso. Lo impugno e lo scappello. Fili trasparenti e appiccicosi sulla mia mano. Gocce traslucide emergono dal buchino quando lo stringo da sotto e spremo verso l’alto. Guardandolo negli occhi le prendo con la lingua. Sono dolcemente salate. Come lacrime. Ha un buonissimo odore di mare. Me lo passo sul viso, sulle labbra. Non è depilato e sputacchio peli. Giro con la lingua intorno al glande. Poi lo accolgo fra lingua e palato. Accompagno il movimento con la mano.
Un lieve gemito, un sobbalzo, tenta di tirare indietro il bacino. Capisco che sta venendo e il primo getto mi prende sul viso, fra naso, labbra e un poco in bocca. Continuo a segarlo con gli occhi chiusi e sento gli schizzi sul viso colare sul collo e sulle tette, prima caldo poi quella sensazione di fresco bagnato.
Succhio le ultime gocce. Mi alzo e mi guardo allo specchio, sono una maschera di sperma. Mi asciugo con la maglietta mentre lui si scusa contrito.
Lo accarezzo.
“non ti devi preoccupare “gli dico “è stato bellissimo… mi è piaciuto così…” nel frattempo lo masturbo lievemente. Gli lecco i pettorali, i capezzoli, il collo.
Non passano due minuti e sento che reagisce. Sta tornando duro.

Ho la fica che cola lungo le cosce, la porca. Non mi sono ancora sfiorata, né lo ha fatto lui. Gli tolgo la mano quando cerca di raggiungerla.
Lo voglio dentro così senza preparazione.
Lo faccio sdraiare sul letto mentre il cazzo è di nuovo duro. Mi tolgo velocemente il pezzo sotto del costume, alzo la microgonna jeans che indosso e gli salgo sopra. Me lo infilo lentamente ma in un colpo solo.

La sua faccia mi fa pensare che stia per venire di nuovo. Meglio non stimolarlo eccessivamente. Vado avanti e indietro tenendo tutta dentro quella spranga dura. Lo guardo negli occhi. Mi artiglia le tette. Si, bravo… stringi i capezzoli.

Sono con la schiena rivolta alla porta. Penso che se adesso entrassero i suoi amici con i cazzi in mano mi si farebbero come una cagna, uno dopo l’altro. La cosa mi eccita e sento salire l’orgasmo.

Aumento il ritmo e per fortuna resiste abbastanza perché io abbia il mio orgasmo. Quindi cambio movimento. Salgo e scendo sul cazzo: su piano… poi giù di un colpo fino in fondo. Lo sento che mi tocca dentro. Su piano e poi giù. Su piano e poi giù…
Ogni “giù” sento il suo respiro mozzarsi. Aumento il ritmo, contraggo i muscoli interni, glielo stringo. Glielo succhio con la vagina. Vedo l’orgasmo salire nei suoi occhi. Mi prende i fianchi e mi da il ritmo. Lo assecondo, continuando a mungere. Anni di esercizi di kegel sul tuo cazzo, tesoro. Quello che una ragazzina non sa nemmeno cosa sia.
Quando sta per esplodere mi tolgo e lo prendo in bocca. Tempismo perfetto. Continuo lo stesso movimento che lo ha portato all’orgasmo mentre mi esplode in bocca, in gola. Tengo le labbra strette a anello ma un po’ esce. Non importa. Voglio farlo morire e continuo fino a che non mi implora di fermarmi.
Mando giù quello che ho ancora in bocca e raccolgo con la lingua quello che è sceso lungo l’asta e sulla pancia, impiastricciato nei peli. Pulisco quello che posso.

E’ stravolto.
Mi alzo e dico: “vado, mio marito mi starà cercando…”
Mi ringrazia. Mi dice se dopo ci vediamo alla sala interna. Se rimaniamo in contatto. Dico di si a tutto e vado a cercare la mia cabina, al piano sotto.
Maglietta, per fortuna bianca e non si vede, ma che odora di sperma fresco.
Gonna cortissima e senza niente sotto.

Entro in cabina e mio marito e a letto. Una evidente prominenza al centro del lenzuolo mi fa capire cosa si aspetta.

Salgo sul letto e gli cavalco il viso con la fica, restando sospesa a 10 cm da lui. So che la vede bagnata, gonfia, appena scopata.

“Sei una troia “ mi dice. Me la lecca. Mi infila un dito nel culo. Sta controllando se mi sono fatta scopare anche il culo. Gli dico di no. Che lo voglio da lui.
Gli racconto come mi ha scopata, che era dentro di me 5 minuti fa. Che mi ha sborrato in faccia e in bocca due volte. Gli dico di pulirmela bene con la lingua.
Vengo sulla sua faccia ma non mi basta.
Si alza, mi fa appoggiare con le mani sul water e me lo spinge nel culo praticamente senza preparazione. Mi fa male ma me lo merito. Sono una troia che merita di essere punita. Una troia che si scopa i ragazzini, che se li sarebbe fatti in gruppo.
“Fosse per te mi torneresti qui che perdi sborra da tutti i buchi, puttana…” mentre mi scopa il culo con delle botte che non riesco a tenermi. Mi solleva per i fianchi e dove mi vuole arrivare? Al cervello? Colo lungo le cosce e godo. Inizio a strizzare il suo cazzo e non resiste, con un rantolo mi viene nel culo. E poi resta dentro.
Lo so, quando fa così, cosa aspetta. Un minuto in cui continuo a stringerlo con i muscoli dell’ano e lui che mi dice: “ferma troia… succhi i cazzi con il culo… ferma… che me lo tieni duro così…”
Ma la sensazione di averlo dentro è troppo piacevole e continuo a strizzarlo.
Piano però.

Poi sento il calore invadermi l’intestino quando finalmente lui riesce a liberare la vescica. Si scarica dentro di me. Poi mi fa girare e sedere sul water e me lo mette in bocca: “Pulisci troia”.

Lo tengo in bocca mentre cerco di resistere e stringo l’ano dilatato per tenere dentro quello che preme per uscire. Mi masturbo e quando sto venendo, di nuovo, mi lascio andare.

Si lo so. Sono una troia, lo so.
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