Patrizia-La mia vita
di
Patrizia80
genere
confessioni
I primi mesi di lavoro passarono normalmente. Ormai avevo trovato il mio ritmo: uscivo di casa la mattina, svolgevo le ore stabilite e tornavo dalla mia famiglia. All'inizio controllavo tutto con molta attenzione, perché volevo dimostrare di essere seria e precisa, ma presto il lavoro diventò una parte normale delle mie giornate.
Anche economicamente ero soddisfatta. Non erano grandi cifre, però quei soldi erano miei e mi facevano sentire più indipendente. Soprattutto, avevo finalmente un motivo per uscire di casa e incontrare persone diverse.
Dopo qualche mese, però, dovetti lasciare due delle famiglie per cui lavoravo. In una erano cambiate le esigenze, mentre nell'altra avevano trovato una persona disponibile per più ore. Per fortuna riuscii abbastanza presto a sostituire quelle ore con un nuovo lavoro.
La nuova famiglia era molto semplice. Abitava in una casa senza particolari pretese e viveva una vita tranquilla. C'erano i genitori e due figli, uno di diciotto e l'altro di vent'anni.
La prima impressione fu buona. La signora era gentile e disponibile e mi spiegò con tranquillità quello che dovevo fare. I ragazzi, invece, li vedevo soprattutto quando erano a casa: uno studiava, l'altro aveva i suoi impegni e usciva spesso con gli amici.
All'inizio il rapporto era quello normale tra una persona che lavora in casa e la famiglia che la assume. Con il passare delle settimane, però, le cose cambiarono spontaneamente.
La signora cominciò a raccontarmi qualcosa della sua vita e dei figli. Io le parlavo della mia famiglia e delle mie giornate. Durante le pause capitava di prendere un caffè insieme e quelle brevi conversazioni finirono per diventare una piacevole abitudine.
Anche i due ragazzi iniziarono a conoscermi meglio. Quando mi vedevano in casa non si limitavano più a salutarmi, ma si fermavano qualche minuto. Mi raccontavano dei loro studi, degli amici e dei progetti che avevano per il futuro.
Mi faceva piacere ascoltarli. Avevo sempre avuto un buon rapporto con i ragazzi e, con loro, tutto sembrava molto naturale.
La cosa che mi colpiva era la semplicità di quella famiglia. Non c'erano formalità e nessuno mi faceva sentire una persona estranea. Poco alla volta, la casa in cui andavo per lavorare cominciò a sembrarmi quasi un ambiente familiare.
Qualche volta arrivavo e mi fermavo a prendere il caffè prima di iniziare. Altre volte, una volta terminato il lavoro, rimanevo qualche minuto in più a parlare. Erano momenti semplici, ma mi facevano stare bene.
Dopo alcuni mesi avevo instaurato con loro un rapporto molto amichevole. Con la madre c'era una vera confidenza, mentre con i due figli si era creato un rapporto spontaneo e scherzoso.
Per me era una novità. Dopo tanti anni dedicati soprattutto alla casa e alla famiglia, avevo trovato un ambiente esterno in cui mi sentivo apprezzata anche per quello che ero, non soltanto per il lavoro che facevo.
Cominciai quindi ad aspettare con piacere i giorni in cui dovevo andare da loro. Quelle ore erano diventate qualcosa di più del semplice lavoro: erano un'occasione per uscire dalla solita routine e vivere qualche momento diverso.
Con il passare del tempo avevo iniziato a prendere sempre più confidenza con i due ragazzi. All'inizio quando li vedevo in casa ci salutavamo e poco più, poi piano piano avevamo iniziato a parlare sempre di più.
Erano tutti e due tranquilli e con loro mi trovavo bene. Il ragazzo di vent'anni lo vedevo meno perché spesso era fuori, però quando capitava di incontrarlo ci fermavamo a parlare un po.
Mi raccontava delle sue giornate, degli amici e di quello che faceva durante la settimana. Io gli raccontavo qualcosa della mia vita e qualche volta parlavamo anche della famiglia.
Con quello di diciotto anni invece parlavo più spesso. A volte era in casa quando arrivavo e magari si fermava in cucina mentre io facevo le pulizie.
Le conversazioni erano sempre molto semplici. Si parlava della scuola, degli amici, del lavoro, del fine settimana oppure di qualche cosa successa durante la giornata.
A volte scherzavamo e ridevamo per delle cose anche banali. Ormai non c'era più quella distanza che c'era all'inizio.
Avevo iniziato a capire meglio i loro caratteri. Il più grande era abbastanza tranquillo e riflessivo, mentre il più giovane era più vivace e aveva sempre qualcosa da raccontare.
Anche loro ormai sapevano diverse cose di me. Conoscevano un po' la mia famiglia, le mie abitudini e alcune cose della mia vita.
Quando arrivavo qualche volta erano loro stessi a iniziare una conversazione. Altre volte mi chiedevano semplicemente come stavo o come era andata la giornata.
Erano cose semplici, però a me facevano piacere.
Con il tempo quindi avevamo preso una bella confidenza. Quando ero li non mi sentivo più in imbarazzo a parlare con loro e anche loro erano molto più spontanei con me.
Insomma, dopo diversi mesi ci conoscevamo abbastanza bene e parlare insieme era diventata una cosa normale.
Capitava abbastanza spesso che, quando andavo a fare le pulizie, il ragazzo di diciotto anni fosse in casa. Ormai ero abituata alla sua presenza e non ci facevo più molto caso.
Mentre lavoravo lui girava per casa, passava da una stanza all'altra oppure entrava e usciva dalla camera dove mi trovavo io. A volte si fermava qualche minuto, altre volte passava soltanto per andare a prendere qualcosa.
Succedeva soprattutto nelle giornate in cui non aveva scuola o quando studiava a casa. Io continuavo a fare le mie pulizie normalmente e lui faceva le sue cose.
Capitava quindi che, mentre sistemavo una stanza, lui passasse più volte. Ogni tanto scambiavamo qualche parola o facevamo una battuta, poi ognuno continuava quello che stava facendo.
Ormai era una situazione del tutto normale. Mi ero abituata a lavorare mentre lui era in giro per casa e non mi dava nessun fastidio.
Anzi, rispetto ai primi tempi, mi sentivo molto più tranquilla e in imbarazzo.
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