Sulla Fortuna - Parte 1
di
Tinyman
genere
feticismo
SULLA FORTUNA PARTE 1
Genere: Femdom / Financial Domination (Findom) / Body Worship / Psychological Fetish
Questo racconto è il seguito ufficiale di "Sull'amicizia", ma è stato strutturato in modo da poter essere letto e apprezzato anche in modo del tutto autonomo. Se il primo capitolo era un'esplorazione cinica e profonda del concetto di amicizia, questo si concentra sul tema della fortuna. Ritroverete Michele e la monumentale Manuela in un'escalation di sottomissione psicologica, dinamiche economiche e umiliazioni ancora più spietate e calcolate. Buon divertimento.
La dottoressa mi osservava attraverso le lenti sottili dei suoi occhiali. Il suo studio era silenzioso, un ambiente asettico che profumava di carta e legno lucido. Un contrasto violento con il caos sensoriale in cui vivevo ormai da due mesi.
Era solo la nostra seconda seduta, ma sentivo che la sua fredda logica clinica stava già grattando via le mie difese.
«Quindi lei mi sta confermando che Cristian all’inizio non immaginava che il suo rapporto con la ragazza avrebbe preso una svolta finanziaria?»
«No, dottoressa, lo ha appreso dopo», risposi, rimpicciolendomi sulla poltrona di pelle. «Cristian mi ha raccontato come ha preso forma l’idea di quell’incontro a casa sua. Lui scherzava spesso con Manuela e le aveva parlato diverse volte di me, dicendole che con le sue forme giunoniche e il suo carattere dominante era l’incarnazione dei miei sogni erotici. Gradualmente la curiosità di Manuela si è accesa. È stata lei a dirgli: "Beh, allora fammelo conoscere questo tuo capo e vediamo che succede”. Mi chiedo adesso se, forse, già allora avesse intuito di poterne ricavare un qualche profitto. Nei giorni successivi lei ha poi accennato alla possibilità che, se vi fossero state le condizioni, non si sarebbe limitata a riempire il mio immaginario con la sua sola presenza, ma avrebbe assunto un ruolo attivo, giocando con me. A quel punto Cristian, del tutto eccitato all'idea e d'accordo con lei, ha deciso di fare da facilitatore per quel pomeriggio, raccomandandole solo di non farmi del male, neanche inavvertitamente».
Si mosse sulla sedia, prendendo un appunto. «E Cristian pensava sarebbe rimasto un gioco?»
«Sì. Un pomeriggio di trasgressione per farmi un regalo. Quando ha scoperto cosa è diventata la mia vita, si è pentito».
«Quando è venuto a casa sua?»
«Lunedì», continuai stringendomi nelle spalle. «Appena è entrato nella camera degli ospiti per posare la giacca, si è bloccato. Davanti a lui c'era il deposito privato di Manuela: file di borse di lusso Chanel e Dior, abiti firmati da migliaia di euro e scatole di scarpe monumentali, numero 44, con tacchi vertiginosi da dieci centimetri. Persino i suoi costumini fetish da gattina XXL. Tutte cose che lei non può portare a casa perché i genitori le chiederebbero spiegazioni. "Ma che cazzo è tutta questa roba, Michi?", mi aveva chiesto Cristian, girandosi verso di me con gli occhi spalancati. "Quella ragazzina ti sta soggiogando!". Non sapevo cosa replicare. E poi, capisce dottoressa? Avrei mai potuto confessargli tutto?», chiesi guardando le mie manine appoggiate sulle ginocchia. «Non potevo dirgli che da due mesi le pago un mensile e che il venerdì è il giorno stabilito per i nostri incontri. Né che lei ha una copia delle chiavi di casa mia e viene da me anche in altri giorni solo per uscire con un capo costoso del suo deposito. Si sfila i vestiti davanti ai miei occhi e, se io vedendola nuda vengo colto da una crisi di desiderio disperata, lei mi dice di fare il bravo ometto, andare in bagno e mungermi da solo il pisellino. Dopo essersi cambiata, prende la borsa e fa per andarsene; se proprio insisto e voglio che si fermi per farmi godere, devo pagare un extra. Mi costringe quindi ad acquistare online sul momento una nuova borsa e, solo dopo che le mostro la schermata dell'avvenuto pagamento, lei chiama le amiche o il ragazzo con cui deve vedersi e dice che farà un po’ tardi perché deve fare una cosetta».
«Il fisso di duemila euro al mese che le corrisponde è già una somma impensabile per una diciottenne», puntualizzò la dottoressa, sollevando lo sguardo dagli appunti.
«Sì», risposi, sentendo una fiammata di eccitazione all’idea di quella sottomissione.
«L’ho portata sul mio yacht nel weekend, dottoressa», raccontai, avvertendo un brivido lungo la schiena. «E Manuela, che era felicissima, ha capito subito come trasformare anche quel posto nel suo regno privato. Io di solito in barca non facevo mai nulla; lei, invece, ha voluto gestire ogni cosa. I miei due uomini d'equipaggio, lo skipper e il mozzo che stipendiavo profumatamente, hanno imparato in poche ore a prendere ordini più da lei che da me, guardandola dal basso verso l’alto con gli occhi lucidi di eccitazione».
La dottoressa tese l'orecchio.
«Un episodio in particolare ha scatenato la loro totale ammirazione. Stavamo ormeggiando e il mozzo aveva lanciato la cima pesante attorno a un corpo morto, ma la corrente di traverso ha iniziato a spingere la barca nella direzione opposta. La cima si è tesa all'improvviso come una corda di violino. Il ragazzo ha provato a tirare a due mani, con tutte le sue forze, per recuperare quei due metri necessari a fare il nodo, ma la forza del mare lo stava vincendo: il canapo gli scivolava tra i palmi rischiando di bruciargli la pelle.
Manuela è sopraggiunta in quel momento. Si è piantata alla bitta, bloccando le sue cosce monumentali sul ponte e trovando un baricentro perfetto. Ha afferrato la cima spessa e, dando una spallata e uno strattone secco, di pura, devastante potenza esplosiva, ha recuperato il gioco e l'ha bloccata sulla bitta con un colpo solo. Lo skipper e il mozzo la guardavano umiliati, col fiato sospeso. Quella gigantesca ragazzona di diciotto anni, col viso da bambina e il corpo da attrice porno super maggiorata, era incredibilmente più forte di loro. Chissà se quel pensiero eccitava loro quanto me che, al contrario di lei, mi dimostravo a bordo così debole da faticare persino a sollevare un secchio d'acqua».
Davo chiaramente per scontato che l'equipaggio avesse capito tutto. Era evidente che io, un ometto di 48 anni, non potessi che essere lo schiavetto finanziario di quella diciottenne giunonica. Quel pensiero mi toglieva ogni residuo di ritegno: mi mostravo a loro beato, steso sul ponte col mio corpicino insignificante accanto a lei e col viso affondato tra le sue tettone. Non mi preoccupavo del fatto che il mio cazzetto eretto emergesse dai calzoncini o che mi sentissero implorarla di andare in cabina perché avevo le palline doloranti. Ai loro occhi dovevo apparire assolutamente ridicolo, del tutto inadeguato per una simile strafiga, ma proprio vederli assistere alla mia totale sottomissione era per me sublime. Soprattutto quando lei, tenendomi premuto contro il suo seno e portando alle stelle la mia eccitazione con mille carezze distratte, rispondeva al telefono a sua madre con la voce più innocente possibile, dicendole che era appena arrivata in treno con un'amica in un campeggio a Riccione.
«Le giravo attorno disperato con la mia piccola protuberanza in evidenza quando, mentre costeggiavamo un isolotto piccolissimo e selvaggio, dottoressa», continuai, con la voce che mi tremava per l'eccitazione, «Manuela si è affacciata alla paratia in bikini ed è rimasta folgorata. "Voglio andare là sopra!", ha esclamato entusiasta, come una bambina davanti a un giocattolo. Lo skipper si è voltato subito dal timone: "Nessun problema, signorina. Caliamo il tender e vi accompagniamo". "Ma quale tender! Ci andiamo a nuoto, è vicinissimo!", ha ribattuto lei ridendo, fiera della sua energia. Io ho guardato l'acqua profonda e ho deglutito, sentendomi mancare il fiato: "Manu, io a nuoto non ci arriverei mai... non ho le forze". Manuela mi ha guardato dall'alto in basso e, senza dire una parola, ha preso uno zainetto impermeabile. Sotto gli occhi sbalorditi dei due marinai, ci ha infilato dentro una bottiglia d'acqua e un preservativo. Poi, prima che potessi accorgermene, mi ha afferrato sotto le ascelle e mi ha letteralmente scagliato in mare.
L'impatto con l'acqua fredda mi ha tolto il respiro. Sono riaffiorato tossendo, terrorizzato, mentre lei, ignorando lo sguardo sconvolto dell’equipaggio, buttava in acqua un materassino gonfiabile e si tuffava come una dea. Mi ha raggiunto con poche bracciate poderose, agguantandomi per la camicia inzuppata per issarmi a peso morto sul gonfiabile. Da quel momento, sfruttando la spinta delle sue gambe lunghe e muscolose, ha iniziato a nuotare spingendo il materassino con me sopra. Io ero immobile, prono, con le gambette che penzolavano nell'acqua e il pisellino eretto, ridotto a un puro carico da trainare, incantato dalla sua bellezza e dalla sua forza. Con la sua potenza fisica è stato un gioco da ragazzi: in pochi minuti mi ha spiaggiato, tremante di desiderio, sulla riva dell'isolotto.
Sulla sabbia deserta non mi ha dato nemmeno il tempo di respirare. Mi ha sfilato il costume bagnato ridendo della mia esilità e, infilatomi il preservativo direttamente con la bocca, mi ha subito preso a cavalcare come un’amazzone. Come stavo godendo! Ad un tratto per il piacere le ho stretto i fianchi graffiandone uno forse con un’unghia. “Ehi”, mi ha intimato fermandosi di colpo, “Non lo fare mai più sennò posso avere una reazione istintiva, serrare le cosce e…crac! Rischio di frantumarti le costoline! Poi”, ha aggiunto sorridendo, “altro che Tender! I marinai devono far venire l’elicottero del 118!” “S..scusa!”, ho balbettato, “Ti prego, riprendi! Sto morendo”. La sventolona ha ripreso a muovere il bacino attorcigliandosi distratta una ciocca di capelli intorno al dito con aria annoiata e poi si è stesa su di me. Con le mie manine sul suo culo meraviglioso e la faccia tra le sue tettone sono vergognosamente arrivato al culmine in pochi istanti. L’ho pregata quasi subito di fermarsi perché volevo far durare quel paradiso. Lei mi ha assecondato per qualche secondo, ma le è bastato riprendere il ritmo per rimettermi nella stessa disperata difficoltà. Ho iniziato a piagnucolare, sopraffatto da quel corpo immenso, fino a che lei ha deciso di non avere pietà e mi ha fatto esplodere di brutto. Dopo essere venuto, guardavo lo yacht ancorato a poca distanza ed ero matematicamente certo che i miei due marinai avessero usato il binocolo di bordo, godendosi lo spettacolo della mia totale inferiorità fisica, eccitati ma ferocemente invidiosi di quel mio costoso privilegio.
Dopo si è stesa a prendere il sole. Ho provato ad avvicinarmi per cercare un contatto, ma mi ha respinto scherzando: "Non ci pensare nemmeno, non voglio che mi rovini l'abbronzatura lasciando sul mio corpo la sagoma del tuo corpicino". Mi ha riportato a bordo allo stesso identico modo, come un pacco».
Arrivati nella cabina armatoriale, mentre lei faceva la doccia, mi sono addormentato. Non avevo nuotato un solo metro, eppure mi sentivo le forze completamente prosciugate dal suo corpo.
Dopo un tempo indefinito mi sono svegliato, stordito. Allungando la mano nel vuoto del letto, mi sono accorto che non c'era. Mi sono infilato i boxer e ho iniziato a esplorare lo yacht in silenzio, scendendo sottocoperta nel corridoio spoglio. Arrivato nei pressi degli alloggi dell'equipaggio, ho sentito dei gemiti soffocati e dei colpi sordi, ritmici e violenti, che facevano vibrare le paratie di legno dello scafo. Mi sono affacciato allo stipite della porta socchiusa e il cuore mi si è fermato in gola, dottoressa. Manuela era lì, completamente nuda, la pelle lucida di sudore, le mani aggrappate alle sponde della cuccetta. Si stava facendo possedere da uno dei miei marinai, il mozzo ventenne che era al mio servizio. Lui, che pure sembrava così piccolo rispetto a quelle forme monumentali, la stringeva per i fianchi e affondava dentro di lei con una forza selvaggia, ripetendole tra i grugniti, con gli occhi lucidi: «Ti amo, ti amo!». E lei aveva un'espressione di abbandono e di piacere che non le avevo mai visto, che io non sarei mai, mai riuscito a farle avere.
Sono rimasto immobile lì al buio», sussurrai, stringendo i pugni fino a farmi sbiancare le nocche. «A guardare attraverso lo stipite il mio dipendente, l'ultimo della gerarchia della mia barca, che prendeva possesso della ragazza che io mantenevo a peso d'oro. Ero devastato dall'umiliazione psicologica, eppure, contro ogni logica, ho sentito il mio ridicolo cazzetto che ricominciava a diventare di pietra, spingendo contro il tessuto dei boxer. Quando più tardi, rimasti soli, ho trovato il coraggio di dirle che l’avevo scoperta, lei non si è nemmeno scomposta. Mi ha guardato divertita, sollevando le spalle: "Per la verità il tuo mozzo non mi piaceva neanche, Michelino! Ma cerca di capirmi, siamo stati sempre assieme in mezzo al mare e io stavo andando in astinenza... erano tre giorni che non mi facevo scopare!»
«C’è dell’altro, dottoressa», aggiunsi, stringendo i bordi della poltrona di pelle. «Una cosa successa la settimana prima del weekend in barca. È venuta a casa mia portando con sé un nastro metrico da sarto. Mi ha ordinato di restare immobile, completamente nudo in mezzo alla stanza, e ha iniziato a prendere metodicamente tutte le misure del mio corpicino: la larghezza delle spalle, il torace, la lunghezza del tronco, persino la circonferenza minuscola delle mie ginocchia. Rideva a crepapelle a ogni cifra che leggeva ad alta voce: "Settantasei centimetri di torace! Ahahaha! Vita: sessantaquattro! Fianchi: settantaquattro!". Poi mi ha sollevato di colpo da terra, tenendomi sospeso nel vuoto e strofinandomi contro le sue tettone per farmi eccitare. Appena il mio cazzetto è diventato di pietra, mi ha rimesso giù sul pavimento e ha avvolto il metro attorno alla circonferenza del mio pene in erezione. Ha preso la misura millimetrica, guardandomi dall'alto in basso e deridendomi senza pietà: "Circonferenza del pisellino duro: otto centimetri esatti! Ahahaha!". Le ho chiesto con un filo di voce a cosa servisse tutto questo, ma lei si è limitata a rispondermi con un sorrisetto. Ha aggiunto che dovevo solo essere contento che per una volta fosse lei a prendere le mie misure, visto che quelle del suo corpo io dovevo conoscerle a memoria per ordinarle i vestiti online. "Te le ricordi le mie, vero, Michelino?", mi ha sfidato fissandomi negli occhi. "Sì... sì", ho balbettato subito, "Altezza: un metro e novantacinque. Seno: centoquarantadue centimetri, che equivalgono a una decima o undicesima taglia, coppa I o J. Vita: novantasei centimetri. Fianchi: centoquarantotto". "Bravo ometto", mi ha risposto dandomi un bacetto condiscendente, "ti meriti un giro di giostre sul mio culo bombastico"».
La psicologa posò lentamente la penna. «Michele, lei mi sta descrivendo un processo di oggettivazione totale. La misurazione del corpo, il silenzio sulla 'sorpresa'... sono tutti elementi che servono a de-umanizzarla. Lei per questa ragazza non è solo un bancomat, ma anche un progetto, un pezzo di arredamento o un giocattolino da personalizzare. E lei sta pagando profumatamente per farsi sottrarre l'ultimo grammo di dignità umana».
Ho guardato la dottoressa. Le mie mani tremavano.
«Sentirle pronunciare parole come "oggettivazione totale" e "giocattolo"», ho sussurrato, avvertendo il sangue pulsarmi alle tempie per la vergogna, «mi ha provocato un'erezione pazzesca in questo preciso momento».
Genere: Femdom / Financial Domination (Findom) / Body Worship / Psychological Fetish
Questo racconto è il seguito ufficiale di "Sull'amicizia", ma è stato strutturato in modo da poter essere letto e apprezzato anche in modo del tutto autonomo. Se il primo capitolo era un'esplorazione cinica e profonda del concetto di amicizia, questo si concentra sul tema della fortuna. Ritroverete Michele e la monumentale Manuela in un'escalation di sottomissione psicologica, dinamiche economiche e umiliazioni ancora più spietate e calcolate. Buon divertimento.
La dottoressa mi osservava attraverso le lenti sottili dei suoi occhiali. Il suo studio era silenzioso, un ambiente asettico che profumava di carta e legno lucido. Un contrasto violento con il caos sensoriale in cui vivevo ormai da due mesi.
Era solo la nostra seconda seduta, ma sentivo che la sua fredda logica clinica stava già grattando via le mie difese.
«Quindi lei mi sta confermando che Cristian all’inizio non immaginava che il suo rapporto con la ragazza avrebbe preso una svolta finanziaria?»
«No, dottoressa, lo ha appreso dopo», risposi, rimpicciolendomi sulla poltrona di pelle. «Cristian mi ha raccontato come ha preso forma l’idea di quell’incontro a casa sua. Lui scherzava spesso con Manuela e le aveva parlato diverse volte di me, dicendole che con le sue forme giunoniche e il suo carattere dominante era l’incarnazione dei miei sogni erotici. Gradualmente la curiosità di Manuela si è accesa. È stata lei a dirgli: "Beh, allora fammelo conoscere questo tuo capo e vediamo che succede”. Mi chiedo adesso se, forse, già allora avesse intuito di poterne ricavare un qualche profitto. Nei giorni successivi lei ha poi accennato alla possibilità che, se vi fossero state le condizioni, non si sarebbe limitata a riempire il mio immaginario con la sua sola presenza, ma avrebbe assunto un ruolo attivo, giocando con me. A quel punto Cristian, del tutto eccitato all'idea e d'accordo con lei, ha deciso di fare da facilitatore per quel pomeriggio, raccomandandole solo di non farmi del male, neanche inavvertitamente».
Si mosse sulla sedia, prendendo un appunto. «E Cristian pensava sarebbe rimasto un gioco?»
«Sì. Un pomeriggio di trasgressione per farmi un regalo. Quando ha scoperto cosa è diventata la mia vita, si è pentito».
«Quando è venuto a casa sua?»
«Lunedì», continuai stringendomi nelle spalle. «Appena è entrato nella camera degli ospiti per posare la giacca, si è bloccato. Davanti a lui c'era il deposito privato di Manuela: file di borse di lusso Chanel e Dior, abiti firmati da migliaia di euro e scatole di scarpe monumentali, numero 44, con tacchi vertiginosi da dieci centimetri. Persino i suoi costumini fetish da gattina XXL. Tutte cose che lei non può portare a casa perché i genitori le chiederebbero spiegazioni. "Ma che cazzo è tutta questa roba, Michi?", mi aveva chiesto Cristian, girandosi verso di me con gli occhi spalancati. "Quella ragazzina ti sta soggiogando!". Non sapevo cosa replicare. E poi, capisce dottoressa? Avrei mai potuto confessargli tutto?», chiesi guardando le mie manine appoggiate sulle ginocchia. «Non potevo dirgli che da due mesi le pago un mensile e che il venerdì è il giorno stabilito per i nostri incontri. Né che lei ha una copia delle chiavi di casa mia e viene da me anche in altri giorni solo per uscire con un capo costoso del suo deposito. Si sfila i vestiti davanti ai miei occhi e, se io vedendola nuda vengo colto da una crisi di desiderio disperata, lei mi dice di fare il bravo ometto, andare in bagno e mungermi da solo il pisellino. Dopo essersi cambiata, prende la borsa e fa per andarsene; se proprio insisto e voglio che si fermi per farmi godere, devo pagare un extra. Mi costringe quindi ad acquistare online sul momento una nuova borsa e, solo dopo che le mostro la schermata dell'avvenuto pagamento, lei chiama le amiche o il ragazzo con cui deve vedersi e dice che farà un po’ tardi perché deve fare una cosetta».
«Il fisso di duemila euro al mese che le corrisponde è già una somma impensabile per una diciottenne», puntualizzò la dottoressa, sollevando lo sguardo dagli appunti.
«Sì», risposi, sentendo una fiammata di eccitazione all’idea di quella sottomissione.
«L’ho portata sul mio yacht nel weekend, dottoressa», raccontai, avvertendo un brivido lungo la schiena. «E Manuela, che era felicissima, ha capito subito come trasformare anche quel posto nel suo regno privato. Io di solito in barca non facevo mai nulla; lei, invece, ha voluto gestire ogni cosa. I miei due uomini d'equipaggio, lo skipper e il mozzo che stipendiavo profumatamente, hanno imparato in poche ore a prendere ordini più da lei che da me, guardandola dal basso verso l’alto con gli occhi lucidi di eccitazione».
La dottoressa tese l'orecchio.
«Un episodio in particolare ha scatenato la loro totale ammirazione. Stavamo ormeggiando e il mozzo aveva lanciato la cima pesante attorno a un corpo morto, ma la corrente di traverso ha iniziato a spingere la barca nella direzione opposta. La cima si è tesa all'improvviso come una corda di violino. Il ragazzo ha provato a tirare a due mani, con tutte le sue forze, per recuperare quei due metri necessari a fare il nodo, ma la forza del mare lo stava vincendo: il canapo gli scivolava tra i palmi rischiando di bruciargli la pelle.
Manuela è sopraggiunta in quel momento. Si è piantata alla bitta, bloccando le sue cosce monumentali sul ponte e trovando un baricentro perfetto. Ha afferrato la cima spessa e, dando una spallata e uno strattone secco, di pura, devastante potenza esplosiva, ha recuperato il gioco e l'ha bloccata sulla bitta con un colpo solo. Lo skipper e il mozzo la guardavano umiliati, col fiato sospeso. Quella gigantesca ragazzona di diciotto anni, col viso da bambina e il corpo da attrice porno super maggiorata, era incredibilmente più forte di loro. Chissà se quel pensiero eccitava loro quanto me che, al contrario di lei, mi dimostravo a bordo così debole da faticare persino a sollevare un secchio d'acqua».
Davo chiaramente per scontato che l'equipaggio avesse capito tutto. Era evidente che io, un ometto di 48 anni, non potessi che essere lo schiavetto finanziario di quella diciottenne giunonica. Quel pensiero mi toglieva ogni residuo di ritegno: mi mostravo a loro beato, steso sul ponte col mio corpicino insignificante accanto a lei e col viso affondato tra le sue tettone. Non mi preoccupavo del fatto che il mio cazzetto eretto emergesse dai calzoncini o che mi sentissero implorarla di andare in cabina perché avevo le palline doloranti. Ai loro occhi dovevo apparire assolutamente ridicolo, del tutto inadeguato per una simile strafiga, ma proprio vederli assistere alla mia totale sottomissione era per me sublime. Soprattutto quando lei, tenendomi premuto contro il suo seno e portando alle stelle la mia eccitazione con mille carezze distratte, rispondeva al telefono a sua madre con la voce più innocente possibile, dicendole che era appena arrivata in treno con un'amica in un campeggio a Riccione.
«Le giravo attorno disperato con la mia piccola protuberanza in evidenza quando, mentre costeggiavamo un isolotto piccolissimo e selvaggio, dottoressa», continuai, con la voce che mi tremava per l'eccitazione, «Manuela si è affacciata alla paratia in bikini ed è rimasta folgorata. "Voglio andare là sopra!", ha esclamato entusiasta, come una bambina davanti a un giocattolo. Lo skipper si è voltato subito dal timone: "Nessun problema, signorina. Caliamo il tender e vi accompagniamo". "Ma quale tender! Ci andiamo a nuoto, è vicinissimo!", ha ribattuto lei ridendo, fiera della sua energia. Io ho guardato l'acqua profonda e ho deglutito, sentendomi mancare il fiato: "Manu, io a nuoto non ci arriverei mai... non ho le forze". Manuela mi ha guardato dall'alto in basso e, senza dire una parola, ha preso uno zainetto impermeabile. Sotto gli occhi sbalorditi dei due marinai, ci ha infilato dentro una bottiglia d'acqua e un preservativo. Poi, prima che potessi accorgermene, mi ha afferrato sotto le ascelle e mi ha letteralmente scagliato in mare.
L'impatto con l'acqua fredda mi ha tolto il respiro. Sono riaffiorato tossendo, terrorizzato, mentre lei, ignorando lo sguardo sconvolto dell’equipaggio, buttava in acqua un materassino gonfiabile e si tuffava come una dea. Mi ha raggiunto con poche bracciate poderose, agguantandomi per la camicia inzuppata per issarmi a peso morto sul gonfiabile. Da quel momento, sfruttando la spinta delle sue gambe lunghe e muscolose, ha iniziato a nuotare spingendo il materassino con me sopra. Io ero immobile, prono, con le gambette che penzolavano nell'acqua e il pisellino eretto, ridotto a un puro carico da trainare, incantato dalla sua bellezza e dalla sua forza. Con la sua potenza fisica è stato un gioco da ragazzi: in pochi minuti mi ha spiaggiato, tremante di desiderio, sulla riva dell'isolotto.
Sulla sabbia deserta non mi ha dato nemmeno il tempo di respirare. Mi ha sfilato il costume bagnato ridendo della mia esilità e, infilatomi il preservativo direttamente con la bocca, mi ha subito preso a cavalcare come un’amazzone. Come stavo godendo! Ad un tratto per il piacere le ho stretto i fianchi graffiandone uno forse con un’unghia. “Ehi”, mi ha intimato fermandosi di colpo, “Non lo fare mai più sennò posso avere una reazione istintiva, serrare le cosce e…crac! Rischio di frantumarti le costoline! Poi”, ha aggiunto sorridendo, “altro che Tender! I marinai devono far venire l’elicottero del 118!” “S..scusa!”, ho balbettato, “Ti prego, riprendi! Sto morendo”. La sventolona ha ripreso a muovere il bacino attorcigliandosi distratta una ciocca di capelli intorno al dito con aria annoiata e poi si è stesa su di me. Con le mie manine sul suo culo meraviglioso e la faccia tra le sue tettone sono vergognosamente arrivato al culmine in pochi istanti. L’ho pregata quasi subito di fermarsi perché volevo far durare quel paradiso. Lei mi ha assecondato per qualche secondo, ma le è bastato riprendere il ritmo per rimettermi nella stessa disperata difficoltà. Ho iniziato a piagnucolare, sopraffatto da quel corpo immenso, fino a che lei ha deciso di non avere pietà e mi ha fatto esplodere di brutto. Dopo essere venuto, guardavo lo yacht ancorato a poca distanza ed ero matematicamente certo che i miei due marinai avessero usato il binocolo di bordo, godendosi lo spettacolo della mia totale inferiorità fisica, eccitati ma ferocemente invidiosi di quel mio costoso privilegio.
Dopo si è stesa a prendere il sole. Ho provato ad avvicinarmi per cercare un contatto, ma mi ha respinto scherzando: "Non ci pensare nemmeno, non voglio che mi rovini l'abbronzatura lasciando sul mio corpo la sagoma del tuo corpicino". Mi ha riportato a bordo allo stesso identico modo, come un pacco».
Arrivati nella cabina armatoriale, mentre lei faceva la doccia, mi sono addormentato. Non avevo nuotato un solo metro, eppure mi sentivo le forze completamente prosciugate dal suo corpo.
Dopo un tempo indefinito mi sono svegliato, stordito. Allungando la mano nel vuoto del letto, mi sono accorto che non c'era. Mi sono infilato i boxer e ho iniziato a esplorare lo yacht in silenzio, scendendo sottocoperta nel corridoio spoglio. Arrivato nei pressi degli alloggi dell'equipaggio, ho sentito dei gemiti soffocati e dei colpi sordi, ritmici e violenti, che facevano vibrare le paratie di legno dello scafo. Mi sono affacciato allo stipite della porta socchiusa e il cuore mi si è fermato in gola, dottoressa. Manuela era lì, completamente nuda, la pelle lucida di sudore, le mani aggrappate alle sponde della cuccetta. Si stava facendo possedere da uno dei miei marinai, il mozzo ventenne che era al mio servizio. Lui, che pure sembrava così piccolo rispetto a quelle forme monumentali, la stringeva per i fianchi e affondava dentro di lei con una forza selvaggia, ripetendole tra i grugniti, con gli occhi lucidi: «Ti amo, ti amo!». E lei aveva un'espressione di abbandono e di piacere che non le avevo mai visto, che io non sarei mai, mai riuscito a farle avere.
Sono rimasto immobile lì al buio», sussurrai, stringendo i pugni fino a farmi sbiancare le nocche. «A guardare attraverso lo stipite il mio dipendente, l'ultimo della gerarchia della mia barca, che prendeva possesso della ragazza che io mantenevo a peso d'oro. Ero devastato dall'umiliazione psicologica, eppure, contro ogni logica, ho sentito il mio ridicolo cazzetto che ricominciava a diventare di pietra, spingendo contro il tessuto dei boxer. Quando più tardi, rimasti soli, ho trovato il coraggio di dirle che l’avevo scoperta, lei non si è nemmeno scomposta. Mi ha guardato divertita, sollevando le spalle: "Per la verità il tuo mozzo non mi piaceva neanche, Michelino! Ma cerca di capirmi, siamo stati sempre assieme in mezzo al mare e io stavo andando in astinenza... erano tre giorni che non mi facevo scopare!»
«C’è dell’altro, dottoressa», aggiunsi, stringendo i bordi della poltrona di pelle. «Una cosa successa la settimana prima del weekend in barca. È venuta a casa mia portando con sé un nastro metrico da sarto. Mi ha ordinato di restare immobile, completamente nudo in mezzo alla stanza, e ha iniziato a prendere metodicamente tutte le misure del mio corpicino: la larghezza delle spalle, il torace, la lunghezza del tronco, persino la circonferenza minuscola delle mie ginocchia. Rideva a crepapelle a ogni cifra che leggeva ad alta voce: "Settantasei centimetri di torace! Ahahaha! Vita: sessantaquattro! Fianchi: settantaquattro!". Poi mi ha sollevato di colpo da terra, tenendomi sospeso nel vuoto e strofinandomi contro le sue tettone per farmi eccitare. Appena il mio cazzetto è diventato di pietra, mi ha rimesso giù sul pavimento e ha avvolto il metro attorno alla circonferenza del mio pene in erezione. Ha preso la misura millimetrica, guardandomi dall'alto in basso e deridendomi senza pietà: "Circonferenza del pisellino duro: otto centimetri esatti! Ahahaha!". Le ho chiesto con un filo di voce a cosa servisse tutto questo, ma lei si è limitata a rispondermi con un sorrisetto. Ha aggiunto che dovevo solo essere contento che per una volta fosse lei a prendere le mie misure, visto che quelle del suo corpo io dovevo conoscerle a memoria per ordinarle i vestiti online. "Te le ricordi le mie, vero, Michelino?", mi ha sfidato fissandomi negli occhi. "Sì... sì", ho balbettato subito, "Altezza: un metro e novantacinque. Seno: centoquarantadue centimetri, che equivalgono a una decima o undicesima taglia, coppa I o J. Vita: novantasei centimetri. Fianchi: centoquarantotto". "Bravo ometto", mi ha risposto dandomi un bacetto condiscendente, "ti meriti un giro di giostre sul mio culo bombastico"».
La psicologa posò lentamente la penna. «Michele, lei mi sta descrivendo un processo di oggettivazione totale. La misurazione del corpo, il silenzio sulla 'sorpresa'... sono tutti elementi che servono a de-umanizzarla. Lei per questa ragazza non è solo un bancomat, ma anche un progetto, un pezzo di arredamento o un giocattolino da personalizzare. E lei sta pagando profumatamente per farsi sottrarre l'ultimo grammo di dignità umana».
Ho guardato la dottoressa. Le mie mani tremavano.
«Sentirle pronunciare parole come "oggettivazione totale" e "giocattolo"», ho sussurrato, avvertendo il sangue pulsarmi alle tempie per la vergogna, «mi ha provocato un'erezione pazzesca in questo preciso momento».
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