Sull'amicizia

di
genere
feticismo

SULL’ AMICIZIA


Mi chiamo Michele, ho 48 anni e sono un uomo sfortunatissimo. Certo, sono molto ricco: sono l’amministratore delegato dell’azienda di logistica e trasporti fondata da mio padre, ma la natura non è stata benevola con me. Se l'origine della mia fortuna economica mi è chiarissima, ignoro da chi possa aver preso una corporatura così esile e minuta. I miei genitori, mia sorella e i miei zii sono alti e robusti, mentre io sono alto appena 1,51 e peso 43 chili. Soprattutto mi chiedo da chi possa aver ricevuto un pene così misero (appena 8,5 cm). Di certo non da mio padre: ricordo ancora il giorno in cui, uscendo dalle docce durante una vacanza di famiglia, ci ritrovammo entrambi nudi. Guardandolo, desiderai scomparire per la vergogna. Quanto avrei preferito ereditare la sua virilità piuttosto che la calvizie!
A causa della mia costituzione fisica, ho vissuto gli anni scolastici con terrore e amarezza. Sono stato preso di mira da tutti i bulli dell’istituto e le mie relazioni con le ragazze, a causa della mia insicurezza, sono state disastrose. Ho avuto pochissime esperienze sentimentali e sessuali, tutte sofferte, e non sto con una donna da cinque anni. Gran parte del mio tempo libero è dedicato all’autoerotismo: trascorro ore guardando contenuti porno con donne imponenti che dominano buffi ometti vogliosi ai quali, per via della mia corporatura e del mio feticismo, io assomiglio così tanto.
Guardare questi video anche al lavoro è diventata un'abitudine così frequente da rendermi imprudente. Qualche giorno fa Cristian, il direttore delle operazioni, è venuto da me per comunicarmi che il nostro cliente principale aveva raddoppiato i volumi di stoccaggio per la campagna promozionale estiva senza preavviso. In quel momento ero sul divano col tablet aperto, intento a guardare un filmato giapponese in cui una gigantesca ragazza sollevava sulle spalle uno dei soliti ometti. Ho chiuso la pagina di colpo: non so se lui abbia visto la scena sullo schermo, poiché non ha mostrato alcuna reazione; di certo, però, ha colto il mio trasalimento.
Cristian è un amico a cui tengo molto e con la quale trascorro spesso del tempo in modo piacevole, nonostante sia così diverso da me. È un trentacinquenne alto, sportivo e molto avvenente, bruno e con gli occhi di un verde intenso. Ieri siamo andati a giocare a Padel insieme a Erika, la responsabile delle risorse umane, e Giulia, la responsabile dei servizi informatici. Nella scelta delle coppie Cristian ha proposto scherzosamente una sfida tra maschi e femmine, ma credo che la vera ragione fosse quella di bilanciare le squadre, essendo lui chiaramente il più forte e io, con ogni evidenza, il più debole.
I colpi di Erika e Giulia erano tremendamente potenti; ai miei colpi debolissimi le ragazze rispondevano divertite con schiacciate di inaudita violenza, che provavo invano a intercettare con fatica e persino paura. La partita si è conclusa in modo ignominioso con la vittoria delle avversarie, e la sconfitta è dipesa unicamente da me. Quando ci siamo ritrovati a rete, ho visto per terra le nostre ombre: la mia era la più minuta. Giunto a casa, seduto sul gabinetto, ho iniziato a scorrere le gallerie Instagram di Erika e Giulia, finendo per masturbarmi al ricordo della loro forza.
Il giorno successivo Cristian mi ha proposto di andare a casa sua nelle due ore della pausa pranzo. La sua compagna era fuori e desiderava che vedessi il suo nuovo loft, situato a pochi metri dall’ufficio, ma soprattutto aveva una sorpresa per me che – ne era certo – avrei apprezzato molto.
“Di che si tratta?”, gli chiesi.
“Se te lo dicessi, che sorpresa sarebbe?”, mi rispose.
L’appartamento era ancora da arredare, ma conoscendo la maschile semplicità del mio collega immaginavo che sarebbe rimasto così per sempre. Sul tavolo c’era un buffet incredibile che aveva ordinato da un bar, francamente eccessivo per due sole persone.
“Cristian”, gli ho chiesto mentre mi preparava uno spritz Campari, “ma tutta questa roba chi la mangia?”
“Tu intanto mangia il più possibile perché devi essere in forze”, mi ha risposto ridendo.
A un certo punto un forte schianto in strada e le urla della gente ci hanno fatto affacciare allarmati.
Sulla strada c’era un monopattino scaraventato sull'asfalto e un uomo, poco più in là, sembrava privo di sensi. Si erano già radunate diverse persone e siamo arrivati a capire dalle voci della folla che l’ambulanza era già stata chiamata. “Ma che cazzo è successo?”, ho chiesto al mio amico.
In quel momento ha suonato il citofono e lui è andato a rispondere.
“Adesso conoscerai una mia amica, Michele”, mi ha detto.
“Appena suona il campanello, prova a guardare dallo spioncino”.
“Ma perché?”, ho chiesto avvicinandomi alla porta dopo aver sentito suonare.
Ho guardato dallo spioncino, ma non vedevo nulla, solo qualcosa di indistinto che mi sembrava di colore grigio.
Quando Cristian ha aperto, ho dovuto alzare la testa più di quanto avrei mai immaginato e ho cominciato a morire di desiderio e a soffrire terribilmente.
“Ciao Crì!”
“Ciao!”, ha risposto Cristian. “Lei è Manuela”, ha detto poi rivolto a me, divertito dalla mia reazione.
Era una ragazza giovanissima, paurosamente alta e super maggiorata, un’immensa, bellissima valchiria bionda con gli occhi azzurri. Superava Cristian, che è alto un metro e ottantacinque, di almeno dieci centimetri; io, col mio misero metro e cinquantuno, praticamente non le arrivavo neanche al petto: le sue tette, enormi come due angurie, faticavano a essere contenute dalla mezza canotta sportiva grigia in cotone.
Mi bastava abbassare di pochi gradi lo sguardo per vedere, quasi all’altezza delle mie spalle, i suoi fianchi coperti da un paio di biker shorts coordinati alla canotta. l mio piccolo torace era grande quanto una sola delle sue cosce: quel pensiero, da solo, bastò a provocarmi un’erezione incontenibile; se persino Cristian al suo fianco pareva un omiciattolo, io dovevo proprio risultare una cosetta del tutto irrilevante. Questo, per me, era insostenibilmente penoso, perché mi sentivo attratto da lei come da una potentissima calamita.
“Ciao, piacere, Michele”, ho detto biascicando e tutto vergognoso. Cristian e la splendida valchiria si sono scambiati un sorriso d’intesa. Come potevo essere così sudato in pochi secondi? Provavo odio per me stesso e per la mia incapacità di mantenere il controllo.
Cristian mi ha parlato di te, ciao!”, mi ha detto. Ha afferrato la mia manina, facendola letteralmente scomparire nella sua, poi ha avvicinato quel busto prorompente a due centimetri da me, obbligandomi a piegare la testa molto indietro per incrociare il suo sguardo. Ho provato a rispondere a quello che mi sembrava un sorriso – o forse un risolino di scherno –, ma con un’espressione che immaginavo sfigurata dal desiderio e dal terrore.
Che cosa poteva averle detto Cristian? Possibile che lo avessi già così duro? Per la prima volta nella mia vita mi sono felicitato di averlo piccolo, affinché non risultasse troppo visibile. Non vedevo l’ora che finisse la giornata per tornare a casa a masturbarmi! Ho deglutito e credo che tutti ne abbiano sentito il suono.
“Non potete immaginare che cosa buffa!”, ha esclamato Manuela. “Un tipo sul monopattino in corsa si è girato per guardarmi e si è schiantato contro una macchina parcheggiata! Ahah, che cringe totale!”
“Ah, ecco cos'è successo! Beh, ma se tu ti vesti così!”, ha osservato Cristian, “Comunque quel poveretto sembra essersi fatto davvero male!”
“Eh, vabbè! E poi, cosa vuoi dire? Tutte le mie amiche si vestono così!”, ha protestato la ragazza.
“Sì, ma non con quelle forme giganti e ultra sexy”, ha scherzato lui. “
Ci siamo conosciuti in palestra”, mi ha spiegato Cristian, “Fa kickboxing insieme a me, ma – poverina – non ha nessuno con cui fare sparring, neanche tra gli uomini. Io di certo con lei non mi confronterei! Guarda che bambinona che è! “...Ehi, di’ un po’ a Michele quanto pesi!”. Poi, rivolto a me: “Michele, sei curioso?”
“S... sì”, ho balbettato a testa bassa cercando di sorridere, ma sperando che Cristian mi coinvolgesse il meno possibile nella conversazione perché ero certo che il mio corpicino, così sudato ed eccitato, mi stesse tradendo agli occhi di tutti.
“Uffa!”
“E dai, diglielo!”
“Ok, peso 130 chili. Lo so che fa impressione sentirlo, ma sono pur sempre alta un metro e novantacinque”.
La fissavo dal basso verso l’alto, paralizzato, ormai fradicio di sudore e col mio cazzetto durissimo. “Ovviamente”, ha spiegato lei, “negli incontri bisogna tenere conto della stazza. Comunque, l’anno scorso, prima che arrivassi tu”, ha aggiunto rivolta a Cristian, “c'era almeno un vecchio – un cinquantenne – con cui salivo sul ring perché pesava quanto me, ma era una noia! Le prime due o tre volte si risparmiava, poi, quando ha capito che pestavo duro, si è impegnato al massimo e allora mi sono impegnata anch’io, rischiando di massacrarlo. Era lentissimo, anche perché mi mangiava con gli occhi; spesso era eccitato e, wow, aveva davvero un bel pezzo di carne!”.
“Chiaramente lei chiama vecchio un cinquantenne perché ha solo diciott'anni”, mi ha fatto notare Cristian sorridendo.
“Diciott'anni da due settimane”, ha precisato la ragazza.
“E tu, invece, quanto pesi?”, mi ha chiesto all'improvviso Manuela.
“Quarantatré chili”, ho risposto sentendomi ancora più microscopico.
“Ahahah! E quanto sei alto?”, ha incalzato la diciottenne.
“Un metro e cinquantuno”, ho replicato, eccitatissimo e morto di imbarazzo, abbassando gli occhi verso gli aloni di sudore sulla mia camicia.
“No, vabbè, appena nove centimetri in più della circonferenza del mio seno, che è di centoquarantadue centimetri!”, ha osservato sorridendo a Cristian. “Al posto della fascia di contenimento che sono costretta a usare in palestra, potrei usare il tuo piccolo boss”.
“Eh, a lui non dispiacerebbe! Che dici, Michele, eh?”, mi ha chiesto Cristian sorridendo, facendomi avvampare.
“Comunque”, ha ripreso la biondona rivolgendosi a me, “tornando alla questione dell’importanza del peso in questo tipo di sport, per farti un esempio una mia sola gamba peserà quanto tutto il tuo corpicino. Prova a immaginare: mi basterebbe sferrarti un solo calcio per farti portare via dall'ambulanza e – povero – dovrebbero poi ricomporre un sacco di ossicini. Ahahah!”
“No, dai, ma perché devi dire queste cose a Michele? Poverino! Così lo porti ad avere un sovraccarico sensoriale!”, è intervenuto Cristian ridendo. “Guarda come sta da quando sei arrivata! Troppa dopamina e troppa adrenalina tutte insieme! Guarda come suda e osserva – visto che sei giovanissima, ma molto sveglia –”, ha aggiunto dopo una breve pausa, “anche gli elementi più minuti”.
“Ma sì, me ne sono accorta”, ha risposto Manuela, fissando divertita quella che doveva apparirle una buffa protuberanza tra le mie gambette. “Credo”, ha aggiunto sfiorandomi deliberatamente il viso col suo seno smisurato, “di essere la persona più indicata per risolvere la cosa. Però, cavolo, datemi almeno il tempo di entrare”.
“Oh, e tu sii paziente con me, Michele”, mi ha detto con voce adolescenziale, sollevandomi improvvisamente in alto. Sotto shock per un’emozione mai provata prima, mi sono lasciato trasportare verso il tavolo del buffet, con quasi tutto il mio corpicino premuto sulle sue tettone verso il tavolo del buffet, “ma devo prima mangiare qualcosa”.
Dopo essersi seduta, sempre tenendomi in braccio, mi ha sistemato sulle sue coscione e ha iniziato a mangiare con voracità. Ero del tutto inebetito, col viso schiacciato contro le sue forme prorompenti e inebriato dal suo profumo. Mi sembrava un sogno!
“Sai”, mi ha detto parlando con la bocca piena, “io sono molto dolce, ma non potrei sopportare se un debole ometto col pisellino in tiro non fosse capace di dominarsi, non stesse buono con le manine e mi sfiorasse una coscia o le tettone quando non voglio; ad esempio quando sto mangiando. Allungami quella tartina al salmone!”
Ho ubbidito, allungando il braccio verso il tavolo per afferrare la tartina senza osare spostare il resto del corpo, e poi sono tornato nella mia posizione di bravo soldatino, appollaiato con le gambette che penzolavano in fremente attesa su quelle gambe monumentali.
Proprio in quel momento, il silenzio della stanza è stato squarciato dal fischio lacerante di una sirena. L'ambulanza è arrivata a tutta velocità e si è fermata con una brusca frenata esattamente sotto le nostre finestre, per soccorrere il tipo del monopattino che si era schiantato per guardarla. I riflessi blu dei lampeggianti hanno iniziato a danzare sul soffitto del loft. Fuori i soccorritori urlavano in strada, a pochi metri da noi. Dentro, io – un minuscolo ometto insignificante e sessualmente disperato – mi trovavo su quelle grandi e muscolose cosce che erano state la causa di quell'evento tragico. Quel pensiero ha fatto schizzare la mia adrenalina a livelli mai provati.
Cristian si era preparato uno spritz e si era andato a sedere sul divano, controllando lo schermo del telefono.
“Ok”, ha detto Manuela facendomi alzare e conducendomi nel lato più ampio della stanza, “ho voglia di ballare un po'. Non preoccuparti se non sei bravo o ti senti legato, perché ci penso io", e rivolgendosi a Cristian a voce bassa fingendo di non volersi far sentire da me: "io ballerò la hit e, siccome sono una monellaccia, sballotterò il bravo ometto a tempo sul mio lato B, ahahahaha!”.
Dandomi improvvisamente le spalle, mi ha immobilizzato contro il muro con il suo fondoschiena, facendomi quasi prendere un colpo. “Ihih!”, ha esclamato tra sé e sé ridendo, mentre si muoveva lentissimamente, “ma che cosetto ridicolo abbiamo qui?”. Cristian ha alzato lo sguardo dal telefono per un istante. Ho capito che tratteneva le risate nel vedermi bloccato così: del tutto incapace di muovermi, con gli occhi socchiusi e la bocca aperta per la forte emozione.
Dopo essersi piegata sulle ginocchia, la sventolona mi ha sollevato da terra, facendomi salire con tutto il mio corpicino sul suo magnifico culone. Ero in estasi e avevo già i pantaloni pericolosamente umidi. “Alexa, metti BBE di Anna”, ha ordinato. Ha portato le mie mani sul suo seno e, quando è partito il pezzo, con me che mi ero avvinghiato a lei come un ragnetto, ha cominciato a muoversi a ritmo senza alcuno sforzo, cantando divertita: “Lui si fa una chain con il mio name, sono la best bitch ever. Abbina Plein e Balmain, tutto vera leather. Qualunque cosa lui mi dice: 'Sì, sì, sì, sì'. Se chiedo qualcosa, lui mi dice: 'Sì, sì, sì'”.
Con tutta la mia figura minuta che veniva fatta ondeggiare nella stanza a centotrentacinque bpm dai glutei bombastici della diciottenne, travolto da tutte quelle sollecitazioni stavo ansimando senza ritegno dopo neanche un minuto; il fortissimo imbarazzo di avere Cristian come spettatore stava centuplicando la mia eccitazione.
“Ahahah, non mi dirai che il tuo micro pisellino sta già per esplodere, ometto?”, mi ha chiesto. “Se vuoi, smetto”.
“Nooo, ti prego”, sono riuscito a dire con estrema concitazione e quasi piagnucolando, mentre stringevo le mie manine attorno alle sue tettone, “continua, ti supplico, sei un sogno! Sei bona da morire! A te non costa nulla! Fammi venire!”.
“Cri, fai un filmato”, ha detto la diciottenne ridendo, “mentre faccio venire questo piccolo sfigato nei pantaloni!”.
“E dai”, le ha risposto Cristian divertito, sorseggiando il suo spritz, “fallo divertire e basta”.
Sentendo il mio corpo sussultare sempre più forte, Manuela ha smesso di farmi ruotare in aria con il suo culone.e ha accompagnato il mio orgasmo con dolcezza.
Quanto dovevo apparire ridicolo! Quanto era stato degradante e sublime!
“Accidenti, ma che figuraccia ha fatto il piccolo boss con l’amica diciottenne del suo amico!”, ha detto Manuela mentre mi depositava a terra delicatamente, con i calzoni bagnati di sperma.
“Dai, non ti preoccupare, Michele”, ha detto Cristian alzandosi e venendo verso di noi, “in bagno ho la lavatrice e l’asciugatrice. Lascia lì per terra i pantaloni e le mutande. Saranno pronti in tempo per tornare in ufficio. Sulla lavatrice trovi un set di asciugamani che puoi usare”.
Tremavo ancora e non riuscivo, per la vergogna, a sostenere i loro sguardi. Mi sono diretto in bagno e, mentre chiudevo la porta, ho scorto Manuela che ancora ballava scuotendo le tettone. L'ho sentita commentare, ridendo con Cristian: 'Ma io stavo solo ballando innocentemente, ahahaha!”
“Ehi, fa’ in fretta!”, la sentii poi ordinarmi dal salone.
Mentre mi lavavo più velocemente che potevo, ho realizzato che sarei dovuto rientrare in salone solo con la camicia lasciando le mie gambette nude e quel ridicolo fagiolino esposti alla mercé dei loro sguardi. L'idea di una simile e totale squalifica pubblica mi eccitava in modo quasi insostenibile. Ero un uomo di quarantotto anni del tutto annientato nella sua virilità, ridotto a un buffo giocattolino, e quella degradazione era la cosa più sublime che avessi mai provato. Non vedevo l’ora di rimettermi nelle mani di quell’imponente, meravigliosa diciottenne super maggiorata. Neanche nei miei filmati porno preferiti avevo mai visto una ragazza così bella e maestosa!
Ho sentito che Cristian era al telefono e che diceva: “Sì, amore, a Michele è piaciuta la casa”. Poi, a voce alta rivolto a me: “Michi, Loredana ti saluta!”.
Appena ho messo un piede nel salone, non l'ho vista: ho sentito prima, a quasi mezzo metro sopra di me, la sua risata sbarazzina e poi mi sono trovato di colpo sospeso da terra. Mi sentivo come un topolino acciuffato da un bellissimo esemplare femmina di un grande felino; un topolino, va aggiunto, terribilmente attratto da quella maestosa e pericolosa gattona ultra sexy. In men che non si dica mi sono ritrovato di nuovo al tavolo del buffet, sulle coscione monumentali di lei seduta, che riprendeva a mangiare. Provavo un senso di beatitudine totale nel sentirmi di nuovo così piccolo e inerme su di lei.
“Ahahaha”, rideva, dopo aver gettato a terra un asciugamano che avevo preso per coprirmi e giocherellando con due dita col mio cazzetto facendolo magicamente pulsare mentre con l’altra mano continuava a portarsi il cibo alla bocca, “da moscio il tuo micro pisellino sembra uno dei Minions con cui giocavo da piccola!”. Poi, infilandomi un pezzo di buffet tra le labbra, mi ha ordinato: “Mangia anche tu, Michelino!”. Mi ha imboccato facendomi venire i brividi con mille carezze al collo, al petto e poi sempre più giù, dove si divertiva a indugiare facendomi impazzire.
Non riuscivo proprio a resistere: in un impeto ho affondato il viso nel suo décolleté e ho allungato le mani verso quel seno smisurato. “Eh no”, mi ha intimato, “se non fai il bravo ometto, ti metto giù e per il resto del tempo zero contact!”.
Ho ubbidito all'istante poggiandole irrigidite sulle mie gambette, ma l'ho supplicata con un filo di voce: “Ti prego... ti prego...”.
“Siccome fai il bravo, continuerò a coccolarti”, ha sentenziato divertita, riprendendo a sfiorarmi il petto, il pancino e le gambette. “Ma senza toccarti più lì sotto, così eviti di surriscaldarti troppo”.
Era una tortura. Sotto la pressione di quelle mani non c’era un solo centimetro della mia pelle che non avesse i brividi, e là in mezzo ero diventato di pietra. Cercando di approfittare della sua distrazione, ho tentato di ruotare leggermente su un fianco per sfiorare col mio cazzetto il suo corpo delizioso e strusciarmici un poco, sperando che non se ne accorgesse. Ne avevo un bisogno disperato.
“No!”, mi ha ingiunto con un tono ancora più perentorio, “adesso basta! Ma sei proprio un piccolo sfigato eccitato e furbetto! Che volevi fare? Adesso ti siedo sulla sedia di fronte alla mia e mi guarderai da lontano fino alla fine della pausa pranzo!”.
“Ti prego, non ce la faccio più, sto malissimo!”, l'ho scongiurata ancora appollaiato sulle sue coscione, quasi sul punto di piangere. Una goccia limpida di liquido pre-eiaculatorio è colata dalla punta del mio povero attributo. Manuela ha abbassato lo sguardo e mi ha sorriso, spietata.
Si è alzata di scatto, sollevandomi in aria e scoppiando a ridere. Mi teneva sospeso nel vuoto afferrandomi per le ascelle, a braccia tese, lontanissimo dal suo corpo. Ansimavo, tremavo, forse piangevo davvero; dimenavo le mie gambette nel vuoto e inarcavo la schiena in modo ridicolo, nel tentativo disperato di avvicinare il mio cazzetto al suo seno immenso.
“E dai, Manu!”, è intervenuto Cristian dal bagno, scuotendo la testa con un sorriso.
La valchiria mi ha appoggiato per un attimo in piedi sulla sedia sostenendomi perché del tutto sconvolto barcollavo. Poi, con un movimento fluido, si è tirata su il top scoprendo le sue forme giganti, mi ha riafferrato al volo e mi ha schiacciato di nuovo il viso tra i seni, intrappolando il mio pisellino tra le sue cosce monumentali e tenendomi sospeso da terra e premuto a sé. Il suo profumo mi avvolgeva. Ero in paradiso.
“Alexa, metti BBE di Anna!”, ha ordinato alla cassa domotica, iniziando a stringere e a sfregare le cosce a ritmo.
Il contatto con quella carne calda e massiccia è stato troppo. Per quanto cercassi di trattenermi sono esploso subito, sospeso da terra, nei primi quindici secondi dell’introduzione strumentale, prima ancora che iniziasse la musica vera e propria. Lei, presa dal groove, se ne è accorta solo quando la traccia è entrata nel vivo e ha cominciato a cantare la prima strofa:
“Lui si fa una chain con il mio name, sono la best bitch ev…”. “Ahahahaha, record!!!”, ha esclamato la diciottenne, scoppiando a ridere sentendosi le cosce bagnate mentre io incollato a lei penzolavo, esausto e tremante. Attutito, mi è giunto anche il risolino di Cristian.
Quando mi ha rimesso a terra, delicatamente come prima, ci ho impiegato diversi secondi a riaprire gli occhi, stordito dal piacere. La prima cosa che ho visto, sul parquet immacolato del loft, sono state due gocce di sperma.
“Non ti preoccupare, Michele caro! Nulla di grave”, mi ha tranquillizzato nuovamente Cristian. “Pulisco io dopo alla buona, tanto domani viene la signora delle pulizie. Ti potrei chiedere solo di pazientare un attimo e far andare in bagno Manuela per prima?”.
“Sì, certo!”, ho risposto imbarazzatissimo e ancora tremando. “Ti prego, però, di far pulire a me”, gli ho chiesto avvolgendomi con l’asciugamano e prendendo carta assorbente e disinfettante.
Dopo che Manuela è uscita dal bagno facendosi ammirare, completamente nuda, bella come una dea, sono andato a lavarmi. Quando sono tornato nel salone ancora con l’asciugamano addosso, non ho trovato più nessuno.
Ho sentito, però, subito le loro voci. Provenivano dalla camera da letto.
«Giovedì mi hai rotto due assi del letto», diceva Cristian ridendo. «Fai piano, per favore!».
Ho guardato l’orologio appeso al muro: erano le 13:10. Forse si sono accorti che ero tornato in salone, perché le loro voci si sono fatte di colpo più basse. Il ticchettio metallico dell’orologio, però, non è bastato a coprire quello che succedeva in quella stanza. Ogni suono e ogni gemito rimbalzava sulle piastrelle chiare della cucina, amplificato dalle pareti spoglie. Ho sentito il mormorio basso di lui e, subito dopo, la voce di lei, che saliva d'intensità insieme al ritmo dei colpi sordi dei loro corpi sul materasso. Ho preso il telefono e, azzerando il volume per non tradire la mia presenza, mi sono messo a scorrere Instagram nel vano tentativo di distrarmi. Anche i vicini dovevano sentirla: godeva in modo assoluto, profondo, con una naturalezza selvaggia che riempiva l’intera casa. Al suono di lei si è unito presto quello di Cristian, un grugnito cavernoso e prolungato.
Il silenzio successivo è sembrato denso, sospeso.
Quando hanno ripreso, il ritmo si è fatto da subito molto più serrato, violento, come se non si fossero mai fermati. Sono andati avanti così a lungo. Il legno della struttura del letto protestava con colpi regolari contro il muro a ogni spinta. Lei ha perso il controllo quasi subito; immagino abbia avuto diversi orgasmi consecutivi, poi la loro energia si è fusa in un crescendo continuo. Le loro grida – vere e proprie grida di piacere – hanno vibrato nell’aria della cucina, spegnendosi infine in un respiro affannato e pesante.
Sono rimasto lì, seduto nel silenzio successivo, a fissare il vuoto, finché dopo circa un’ora la porta della camera non si è riaperta. Manuela è ricomparsa in cucina completamente nuda. Era sudatissima e l'aria della stanza si è riempita subito del forte odore del sesso appena consumato, mischiato a una traccia pungente del dopobarba di Cristian. Senza dire una parola, ha fatto volare l’asciugamano con cui mi ero coperto, mi ha afferrato di nuovo e mi ha risistemato sulle sue coscione monumentali. Era bollente. Essere riaccolto da quella diciottenne calda e smisurata mi ha provocato una fiammata di piacere puro. “Se vuoi, toccami pure adesso, ometto! Sei felice che sia di nuovo da te?”, mi ha chiesto accarezzandomi. “Sì! Sì!”, ho esclamato, senza alcuna paura ed anzi eccitato all’idea di risultare ridicolo mentre col viso tra le sue tettone mi giravo sul fianco premendo il mio cazzetto sulla pelle tesa del suo stomaco. “Sono stata proprio una baddie, eh?”, mi ha sussurrato con voce adolescenziale sempre seduta e sollevandomi con facilità per darmi una serie di baci e succhiotti sul collo, “Ti ho lasciato da solo per un'ora, ma Cristian aveva voglia di scopare e anch'io. Mi ha detto che voleva saltarmi addosso appena sono entrata”
Continuando a tenermi sospeso, ha cominciato a strofinare il mio pene sulle sue tettone smisurate, chiedendomi: “Ti piace se faccio così?”. Mi sentivo del tutto inerme e ridicolo, col mio corpicino completamente in balia di quella diciottenne. Manuela alternava gli strusciamenti del mio pisellino sul suo seno a baci leggeri, senza lingua, sulla mia bocca, quasi volesse studiare da vicino tutti i miei tremiti per imparare a farmi godere ancora di più. Ero eccitatissimo. A quel punto mi ha sollevato ancora più in alto, portando il mio membro all'altezza del suo viso: mozzandomi il fiato lo ha preso in bocca facendolo scomparire del tutto, poi ha staccato all’improvviso con uno schiocco le labbra, dicendo divertita: «Oh, ma era scomparso il pisellino!». Stavo tremando e dal mio cazzetto, che qualche secondo fa era stato in quel meraviglioso, umido calduccio, colava la consueta goccia di liquido pre-eiaculatorio. «Sei già al limite, eh?», mi ha chiesto, “ahah, sembra una piccola cannuccia”, diceva schernendomi la diciottenne, ma tra un po', appena pochi secondi, non sarà Coca-Cola quella che mi esploderà in bocca, ma un po’ di succo di un piccolo, ricco loser di mezz’età!”.
«Alexa, metti BBE di Anna!», ha ordinato, alzandosi in piedi mentre mi teneva sempre sollevato. Se lo è ripreso in bocca facendomi esplodere quasi subito nella sua bocca proprio mentre iniziava a ballare, anche se ormai era un orgasmo da quarantottenne, quasi asciutto, Un brivido elettrico ha contratto i muscoli del mio pancino e solo dopo che ho finito ho sentito Anna iniziare a cantare: “Lui si fa una chain con il mio name” e lei si è fermata ridendo.
Tremavo ancora quando tenendomi ancora in braccio ha preso il mio telefono dal tavolo e mi ha condotto in bagno. Dopo avermi depositato sul bordo della vasca, si è sciacquata la bocca col dentifricio e poi mi ha tirato su un'altra volta. Stringendo il telefono con l'altra mano, mi ha guardato sorridendo e mi ha chiesto se volessi una foto ricordo. Ha scattato ridendo un selfie allo specchio tenendomi sollevato sul suo corpo con un braccio solo, come se fossi un bambino, con il mio viso schiacciato tra le sue tettone.
Poi si è seduta sul bordo della vasca, collocandomi ancora sulle sue cosce. “Certo che sei proprio un ometto disperatamente bisognoso! Povero!”, mi ha detto coccolandomi, “Però sei ricco e forse un po’ mi divertirebbe pure venire una volta a settimana a casa tua e farti tanti giochini in cambio di regalini. Ci ho pensato proprio adesso perché ho visto che hai l’Iphone 17 come Cristian e lo vorrei anch’io, ma i miei genitori non potrebbero acquistarmelo. Non mi sentirei tipo una escort, perché in fondo sarebbe un impegno così irrisorio da essere quasi risibile, una specie di doposcuola, ma molto meno impegnativo e più remunerativo”.
Ero sciolto da tutte quelle effusioni e umiliato dalle sue parole. Sentendomi ridicolo, le ho chiesto, senza avere il coraggio di guardarla, se in quegli incontri avrei potuto anche penetrarla, se avremmo potuto fare l’amore.
“Ma ovvio! Certo!”, mi ha risposto sorridendo, “se sarai un bravo ometto e mi farai dei bei regalini, potrai infilarmi pure il tuo pisellino. A patto, però, che tu accetti la possibilità che io, mentre mi penetri, possa qualche volta fare altro per non annoiarmi”.
“Come? In che senso?”, le ho chiesto turbato.
“Ehi, non preoccuparti, tu godrai tantissimo! Immagina: sul lettone potrei mettermi con il mio grosso culo bombastico in alto e tu potresti stare arrampicato là sopra come il ragnetto disperato che sei e infilarmi il tuo cosetto. Non dovrai fare nemmeno lo sforzo di muoverti, perché sarò io, che sono multitasking ahahah, a farti volteggiare sul mio sedere monumentale e far esplodere il mio piccolo e ricco loser, magari mentre faccio i compiti per il giorno dopo o mi guardo i reels su Instagram. Vedi, Michelino? Con me non dovrai avere alcuna ansia di prestazione. Ti basterà stare fermo e abbandonarti completamente al piacere. Se invece vorrai godertela di più, qualche volta starò ferma e potrai essere tu a gestire il ritmo e a fermarti tutte le volte che stai per venire; accettando il rischio, però, che, se esagererai, potrei farti esplodere di brutto esattamente quando voglio scuotendo un po’ il culo non appena mi sarò stufata”.
Il mio cazzetto che stava iniziando a pulsare, nonostante fossi già venuto tre volte, era la prova che non avrei potuto fare a meno di lei. Le erano bastate le due ore della pausa pranzo per rendermi dipendente. Mi ha fatto uno squillo e, con il viso ancora tra le sue tettone, non sapevo se fossi io o, per l’ appunto, il mio cazzetto disperato a registrare nervosamente il contatto della gnoccolona come 'Manuela, bbe' (su sua richiesta), quando Cristian è sbucato dalla camera urlando: “Cazzooooo, siamo in un ritardo stratosferico! Fatemi pisciare! Michele, dobbiamo muoverci! Dai, infilati i vestiti, l’asciugatrice ha finito!”. Poi, rivolto a Manuela: “E tu, vestiti!”.
Ci siamo rivestiti in fretta e furia e siamo scesi. In strada, sul parabrezza di una macchina, c’erano ancora tracce di sangue. Cristian ha lanciato a mo’ di rimprovero un’occhiataccia scherzosa alla diciottenne e lei ha sorriso. Ci siamo salutati e divisi: la bellissima Manuela nella sua direzione, io e Cristian verso l’ufficio.
Durante i pochi metri a piedi, Cristian camminava con il suo passo atletico e spedito e io, tutto pensieroso, quasi correvo per stargli dietro con le mie gambette. Avevo sempre amato stargli a fianco.
Mi aveva visto nudo, umiliato nella mia virilità da una diciottenne, eppure solo io avevo davvero in mano qualcosa. Sapevo che aveva appena tradito Loredana, avevo udito le assi del letto scricchiolare e i loro versi di piacere. Cristian non aveva voluto filmarmi; in compenso, mi aveva reso testimone di un suo segreto. Aveva forse scelto di essere l'unico davvero ricattabile per farmi sentire al sicuro? Mi tornava in mente il saggio di Borges su Giuda. E se Cristian avesse recitato la parte del sadico, accettando di apparire infame e beffardo ai miei occhi, solo per spingermi oltre i miei limiti e regalarmi il paradiso che ho sempre sognato? Se i suoi insulti fossero stati solo il contrappunto perfetto per farmi godere secondo la mia natura? O mi stava solo sottomettendo, fiero di avermi ridotto a un coniglietto tremante mentre lui faceva urlare la valchiria?
Ad un tratto il mio amico si è fermato, ha allungato una mano e, con un gesto incredibilmente fluido e affettuoso, mi ha sistemato il colletto della camicia, assicurandosi che coprisse del tutto i succhiotti violacei che Manuela mi aveva lasciato sul collo. Mi ha guardato per un istante negli occhi, senza traccia di scherno, con aria complice e, prima di rimettersi a camminare col suo passo spedito, ha detto: “Beh, ci siamo divertiti, no?”
scritto il
2026-07-29
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