RSA terapia volente
di
karen90x
genere
etero
Mi chiamo Karen, ho ventisei anni e il fuoco lento di Medellín mi sta consumando dall’interno.
Tutto inizia con una lenta, pericolosa tentazione. Il corridoio dell’ospizio è silenzioso, illuminato solo dalle luci di emergenza che creano ombre lunghe e morbide. Cammino piano, il cuore che mi batte forte nel petto, le cosce che si sfregano tra loro mentre sento già l’umidità calda tra le gambe. La divisa bianca mi avvolge come una seconda pelle: la casacca leggermente sbottonata sul décolleté lascia intravedere la curva profonda e invitante dei miei seni pesanti, olivastra, luminosa, che si alzano e abbassano a ogni respiro accelerato. I capezzoli grandi e scuri spingono contro il tessuto, sensibili, quasi doloranti per l’eccitazione che sta crescendo. Sotto la gonna corta, niente mutande. L’aria fresca della notte mi accarezza la figa depilata, gonfia, con le grandi labbra già socchiuse e umide.
Mi fermo davanti alla porta socchiusa della sala comune. Prendo un respiro profondo. L’odore che arriva – medicine, legno vecchio, sudore maschile antico – mi fa stringere le cosce.
Dovrei andarmene. Dovrei essere a casa, nel letto con mio marito. Invece resto qui, già bagnata solo al pensiero di entrare. Perché la loro fragilità mi eccita così tanto? Perché mi sento una dea giovane e fertile che sta per offrire il suo corpo a chi ha quasi finito di vivere? È vergogna… è potere… è un bisogno oscuro che non riesco a controllare.
Spingo piano la porta. Il cigolio è lento, quasi sensuale. Tutti e cinque girano la testa verso di me. Il silenzio diventa elettrico.
Don Ramón, novantadue anni, quasi cieco, inclina la testa e inspira profondamente.
«Karen… colombiana mia. Sento il tuo profumo. È dolce, caldo… sa di donna giovane che si sta bagnando per noi.»
Resto sulla soglia ancora qualche secondo, lasciando che mi guardino. Che mi desiderino. Faccio un passo dentro, poi un altro, ondeggiando i fianchi in modo lento e provocante.
«Buonasera, nonni…» sussurro con voce morbida, flirtando. «Faceva freddo nel mio letto stasera… ho pensato che forse voi potevate scaldarmi un po’.»
Don Anselmo si sposta sulla sedia, gli occhi fissi sul mio seno.
«Vieni qui, bellezza. Quella casacca è troppo stretta per quelle due meraviglie. Faccile vedere meglio… ti prego.»
Sorrido timidamente e comincio a slacciare i bottoni uno per uno, molto lentamente. Il primo bottone salta. La valle profonda tra i seni si mostra. Il secondo… i seni sono quasi fuori, solo i capezzoli ancora nascosti. Sento i loro sguardi bruciarmi la pelle.
Don Federico emette un gemito basso.
«Madonna… che tette enormi, pesanti, perfette. Scommetto che sono morbide come seta calda. Lasciamele toccare, infermiera. Sono anni che sogno qualcosa di così bello.»
Mi avvicino a lui, flirtando con lo sguardo.
«Solo se mi dici quanto le vuoi, nonno… dimmi cosa faresti con loro.»
«Le strizzerei, le leccherei, le morderei piano… le userei per avvolgere il mio vecchio cazzo» risponde lui con voce roca.
Mi chino su Don Ramón e gli offro il seno destro. Lui lo prende in bocca con una lentezza esasperante, succhiando e leccando il capezzolo turgido. La sua lingua asciutta diventa umida, calda. Un gemito mi sfugge dalle labbra.
«Che buon sapore… dolce, giovane, proibito» mormora lui. «Mi fai sentire vivo.»
Mentre lui succhia, altre mani arrivano. Don Anselmo mi alza la gonna, accarezzandomi il culo sodo e rotondo.
«Che culo da urlo… perfetto, alto, sodo. Sei venuta senza mutande per noi, vero troietta?»
«Sì…» ammetto, la voce che trema. «Volevo sentirvi bene… volevo essere pronta.»
Le sue dita nodose scivolano tra le mie gambe, sfiorando le grandi labbra bagnate.
«Sei fradicia… la figa ti cola lungo le cosce. Che troia bagnata che sei.»
Mi inginocchio lentamente davanti a Don Ramón. Gli abbasso i pantaloni con gesti sensuali, flirtando con gli occhi. Il suo cazzo esce: piccolo, rugoso, venato. Lo bacio sulla punta, lo lecco piano, poi lo prendo in bocca, succhiando con devozione calda e umida.
«Brava puttanella colombiana… succhi come un sogno bagnato» ansima lui.
Piano piano mi lascio andare completamente. Mi sdraiano sul materassino. Don Federico mi penetra per primo, spingendo lentamente, centimetro dopo centimetro.
«Cazzo che figa stretta, calda e bagnata… mi stringe il cazzo come una morsa di velluto. Ti piace sentirti scopare dai vecchi, vero?»
«Da impazzire…» gemo, le tette che rimbalzano pesantemente. «Mi fate sentire una troia sporca, una colombiana giovane che si fa usare da chi ha quasi finito di vivere. È vergognoso… è bellissimo… non riesco a fermarmi.»
Le spinte diventano più decise. I loro dialoghi espliciti mi eccitano ancora di più:
«Guarda come le ballano le tette mentre la scopo…»
«Sborrale dentro, riempile quella figa colombiana fino a farla colare…»
«Prendilo tutto in gola, brava puttana.»
Vengo per la prima volta così, tremando violentemente, mentre il telefono registra tutto per mio marito.
La competizione è solo un pretesto per continuare. Quando Don Ramón vince, mi sdraio aperta per lui. La sua lingua rugosa mi esplora con una pazienza infinita, succhiando il clitoride gonfio, infilando due dita curve dentro di me.
«Sei buonissima… miele caldo colombiano. Bevo tutto di te.»
Quando finalmente mi penetra, gli stringo le gambe intorno alla vita fragile.
«Scopami, nonno… usa questa figa giovane. Riempimi con la tua sborra vecchia. Voglio sentirti venire dentro mentre penso che potresti morire tra le mie cosce… questo pensiero malato mi fa impazzire di piacere.»
Il suo orgasmo arriva lungo, tremante, potente. Sento il seme caldo, denso, vischioso invadermi in fondo mentre vengo con lui, urlando, il corpo in convulsioni, la mente annebbiata dal piacere più oscuro e intenso.
Rimango lì per ore, coperta di sudore, sborra e segni, il corpo esausto ma l’anima stranamente viva. Il telefono continua a registrare. Domani cancellerò tutto… o forse no.
Perché so già che domani notte tornerò. Questo bisogno dentro di me è diventato una dipendenza dolce e perversa.
Tutto inizia con una lenta, pericolosa tentazione. Il corridoio dell’ospizio è silenzioso, illuminato solo dalle luci di emergenza che creano ombre lunghe e morbide. Cammino piano, il cuore che mi batte forte nel petto, le cosce che si sfregano tra loro mentre sento già l’umidità calda tra le gambe. La divisa bianca mi avvolge come una seconda pelle: la casacca leggermente sbottonata sul décolleté lascia intravedere la curva profonda e invitante dei miei seni pesanti, olivastra, luminosa, che si alzano e abbassano a ogni respiro accelerato. I capezzoli grandi e scuri spingono contro il tessuto, sensibili, quasi doloranti per l’eccitazione che sta crescendo. Sotto la gonna corta, niente mutande. L’aria fresca della notte mi accarezza la figa depilata, gonfia, con le grandi labbra già socchiuse e umide.
Mi fermo davanti alla porta socchiusa della sala comune. Prendo un respiro profondo. L’odore che arriva – medicine, legno vecchio, sudore maschile antico – mi fa stringere le cosce.
Dovrei andarmene. Dovrei essere a casa, nel letto con mio marito. Invece resto qui, già bagnata solo al pensiero di entrare. Perché la loro fragilità mi eccita così tanto? Perché mi sento una dea giovane e fertile che sta per offrire il suo corpo a chi ha quasi finito di vivere? È vergogna… è potere… è un bisogno oscuro che non riesco a controllare.
Spingo piano la porta. Il cigolio è lento, quasi sensuale. Tutti e cinque girano la testa verso di me. Il silenzio diventa elettrico.
Don Ramón, novantadue anni, quasi cieco, inclina la testa e inspira profondamente.
«Karen… colombiana mia. Sento il tuo profumo. È dolce, caldo… sa di donna giovane che si sta bagnando per noi.»
Resto sulla soglia ancora qualche secondo, lasciando che mi guardino. Che mi desiderino. Faccio un passo dentro, poi un altro, ondeggiando i fianchi in modo lento e provocante.
«Buonasera, nonni…» sussurro con voce morbida, flirtando. «Faceva freddo nel mio letto stasera… ho pensato che forse voi potevate scaldarmi un po’.»
Don Anselmo si sposta sulla sedia, gli occhi fissi sul mio seno.
«Vieni qui, bellezza. Quella casacca è troppo stretta per quelle due meraviglie. Faccile vedere meglio… ti prego.»
Sorrido timidamente e comincio a slacciare i bottoni uno per uno, molto lentamente. Il primo bottone salta. La valle profonda tra i seni si mostra. Il secondo… i seni sono quasi fuori, solo i capezzoli ancora nascosti. Sento i loro sguardi bruciarmi la pelle.
Don Federico emette un gemito basso.
«Madonna… che tette enormi, pesanti, perfette. Scommetto che sono morbide come seta calda. Lasciamele toccare, infermiera. Sono anni che sogno qualcosa di così bello.»
Mi avvicino a lui, flirtando con lo sguardo.
«Solo se mi dici quanto le vuoi, nonno… dimmi cosa faresti con loro.»
«Le strizzerei, le leccherei, le morderei piano… le userei per avvolgere il mio vecchio cazzo» risponde lui con voce roca.
Mi chino su Don Ramón e gli offro il seno destro. Lui lo prende in bocca con una lentezza esasperante, succhiando e leccando il capezzolo turgido. La sua lingua asciutta diventa umida, calda. Un gemito mi sfugge dalle labbra.
«Che buon sapore… dolce, giovane, proibito» mormora lui. «Mi fai sentire vivo.»
Mentre lui succhia, altre mani arrivano. Don Anselmo mi alza la gonna, accarezzandomi il culo sodo e rotondo.
«Che culo da urlo… perfetto, alto, sodo. Sei venuta senza mutande per noi, vero troietta?»
«Sì…» ammetto, la voce che trema. «Volevo sentirvi bene… volevo essere pronta.»
Le sue dita nodose scivolano tra le mie gambe, sfiorando le grandi labbra bagnate.
«Sei fradicia… la figa ti cola lungo le cosce. Che troia bagnata che sei.»
Mi inginocchio lentamente davanti a Don Ramón. Gli abbasso i pantaloni con gesti sensuali, flirtando con gli occhi. Il suo cazzo esce: piccolo, rugoso, venato. Lo bacio sulla punta, lo lecco piano, poi lo prendo in bocca, succhiando con devozione calda e umida.
«Brava puttanella colombiana… succhi come un sogno bagnato» ansima lui.
Piano piano mi lascio andare completamente. Mi sdraiano sul materassino. Don Federico mi penetra per primo, spingendo lentamente, centimetro dopo centimetro.
«Cazzo che figa stretta, calda e bagnata… mi stringe il cazzo come una morsa di velluto. Ti piace sentirti scopare dai vecchi, vero?»
«Da impazzire…» gemo, le tette che rimbalzano pesantemente. «Mi fate sentire una troia sporca, una colombiana giovane che si fa usare da chi ha quasi finito di vivere. È vergognoso… è bellissimo… non riesco a fermarmi.»
Le spinte diventano più decise. I loro dialoghi espliciti mi eccitano ancora di più:
«Guarda come le ballano le tette mentre la scopo…»
«Sborrale dentro, riempile quella figa colombiana fino a farla colare…»
«Prendilo tutto in gola, brava puttana.»
Vengo per la prima volta così, tremando violentemente, mentre il telefono registra tutto per mio marito.
La competizione è solo un pretesto per continuare. Quando Don Ramón vince, mi sdraio aperta per lui. La sua lingua rugosa mi esplora con una pazienza infinita, succhiando il clitoride gonfio, infilando due dita curve dentro di me.
«Sei buonissima… miele caldo colombiano. Bevo tutto di te.»
Quando finalmente mi penetra, gli stringo le gambe intorno alla vita fragile.
«Scopami, nonno… usa questa figa giovane. Riempimi con la tua sborra vecchia. Voglio sentirti venire dentro mentre penso che potresti morire tra le mie cosce… questo pensiero malato mi fa impazzire di piacere.»
Il suo orgasmo arriva lungo, tremante, potente. Sento il seme caldo, denso, vischioso invadermi in fondo mentre vengo con lui, urlando, il corpo in convulsioni, la mente annebbiata dal piacere più oscuro e intenso.
Rimango lì per ore, coperta di sudore, sborra e segni, il corpo esausto ma l’anima stranamente viva. Il telefono continua a registrare. Domani cancellerò tutto… o forse no.
Perché so già che domani notte tornerò. Questo bisogno dentro di me è diventato una dipendenza dolce e perversa.
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