Il nastro rosa
di
Il-legale
genere
voyeur
Quando Leo uscì dallo studio legale dove lavorava, l'ora di punta era ormai passata, ma la metropolitana sembrava non essersene accorta. Le porte del treno si aprirono proprio davanti a lui e la folla alle sue spalle lo spinse all'interno quasi contro la sua volontà. Come ogni giorno non c'erano posti a sedere liberi. Si aggrappò al corrimano verticale con la mano destra, cercando di mantenere l'equilibrio nonostante il continuo ondeggiare del vagone.
Qualche istante dopo la partenza, con l'altra mano estrasse il telefono dalla tasca posteriore dei pantaloni.
Aveva davanti a sé dodici fermate e qualche e-mail di lavoro ancora da leggere. Scorse distrattamente il messaggio di un cliente e due della segretaria dello studio, mentre il treno accelerava, frenava, ripartiva.
Man mano che il treno si allontanava dal centro, il vagone iniziò lentamente a svuotarsi e alla fermata di Cascina Gobba si liberò più di un sedile.
Leo si fiondò su un posto accanto a uno studente universitario intento a scrivere complicate formule matematiche su un grosso quaderno a quadretti. Alla fermata successiva una signora sulla sessantina prese il posto dello studente, accompagnata da un simpatico labrador color miele. Il cane gli appoggiò il muso sul ginocchio con naturalezza, come se lo conoscesse da sempre. Leo sorrise e gli accarezzò la testa.
Fu allora che, annoiato dal lungo viaggio, Leo iniziò a scrutare gli altri passeggeri ed ad immaginare, per gioco, le loro storie.
Si trattava delle solite facce del ritorno dal lavoro. Studenti, impiegati, pazienti e medici in uscita dal San Raffaele, qualcuno con le cuffie, qualcuno perso nei propri pensieri.
Poi il suo sguardo si fermò su una ragazza.
Era insieme a un'amica e le raccontava qualcosa con tono vivace. Avrà avuto poco più di vent'anni. I capelli lunghi e leggermente mossi le ricadevano sulle spalle. Indossava una semplice canotta bianca, jeans chiari a vita bassa e scarpe da ginnastica.
Fu un dettaglio quasi impercettibile, però, ad attirare la sua attenzione. Appena sopra la vita dei pantaloni affiorava un sottilissimo nastro rosa. Nulla di appariscente. Solamente una piccola striscia di tessuto contro la pelle ambrata. Lei spostò il peso da una gamba all'altra, ridendo per qualcosa che aveva detto l'amica, e il nastro scomparve per un istante, per poi riapparire quando cambiò di nuovo posizione.
Leo sentì la gola inaridirsi.
Il treno rallentò entrando in un'altra stazione. Le porte si aprirono con un sibilo. Alcuni passeggeri scesero, altri salirono. La ragazza e la sua amica rimasero dov'erano, immerse nella conversazione. Lei gesticolava con entusiasmo, completamente ignara del fatto che lui la stesse osservando.
Dopo un piccolo scossone, la ragazza si girò leggermente per afferrare la barra sopra la testa. Ora poteva ammirare il nastro proprio al centro della parte bassa della sua schiena, appena sopra il bordo dei jeans. Una striscia di stoffa non più larga del suo mignolo attraversava delicatamente il lembo di pelle sopra le natiche, unita al centro da una piccola finitura metallica a forma di V.
Leo trattenne il respiro.
Un altro scossone, e i jeans si abbassarono quanto bastava per mostrare anche la parte inferiore del nastro rosa, che scendeva tra le natiche, appena solo intuibili sotto il bordo del denim.
Non avrebbe dovuto fissarla. Se ne vergognava.
Una voce nella sua mente gli diceva di distogliere lo sguardo. Era una sconosciuta e lui si sentiva quasi un pervertito. Quel perizoma probabilmente era semplicemente una scelta pratica da indossare sotto jeans aderenti, così da non lasciare segni visibili. Comodo. Ordinario.
Solo che, per Leo, non aveva nulla di ordinario.
Il treno ebbe un altro sussulto e lei perse leggermente l'equilibrio. L'amica la afferrò per un braccio, scoppiando a ridere. Quel movimento la fece ruotare leggermente e, per un battito di ciglia, il nastro rosa si tese contro la pelle, delineando per un istante la curva dei suoi fianchi.
Leo deglutì.
Trovava quella scena e quella ragazza bellissime. Non di quella bellezza perfetta da copertina patinata. Aveva un nasino delizioso, con una spruzzata di lentiggini. Parlava accompagnando ogni frase con le mani e con un sorriso spontaneo. Il suo corpo non aveva forme generose, ma era comunque dannatamente erotico. E poi c'era quel sottile nastro rosa che affiorava appena sopra i jeans, a rendere il tutto ancora più irresistibile.
Il treno entrò in un'altra stazione. La sua fermata si avvicinava. Ancora tre. Forse due.
Leo sapeva che avrebbe dovuto smettere di guardarla. Fissare una donna sui mezzi pubblici non era da lui, eppure quel maledetto sottile nastro rosa continuava ad attirare i suoi occhi come una calamita.
Si chiese come fosse davanti. Il pensiero lo colpì come un pugno nello stomaco. Probabilmente lo stesso tessuto, un piccolo triangolo appena sufficiente a coprire, forse, una striscia di peli. Stava decisamente esagerando.
Il treno rallentò. Un'altra stazione. Lei continuava a parlare, a ridere. Il treno si fermò. Le porte si aprirono. Alcuni passeggeri scesero, ma non lei.
La fermata di Leo era quella successiva. Avrebbe dovuto alzarsi. Avvicinarsi alle porte. Lasciarsi alle spalle quel momento e proseguire la serata come una persona qualunque. Come una persona normale.
Ma non lo fece. Continuò a osservarla, seguendo il modo in cui i jeans si tendevano sui fianchi.
Forse lei avvertì qualcosa. O forse stava semplicemente controllando quale fosse la stazione. In ogni caso, si voltò. Lo sguardo percorse il vagone finché non si fermò su di lui. Su Leo.
I loro occhi si incontrarono. All'improvviso quel nastro rosa gli sembrò quasi un'accusa.
Lei non abbassò lo sguardo.
L'amica continuava a parlare, ignara di tutto. Ma la ragazza con il nastro rosa che spuntava sopra i jeans sostenne il suo sguardo. La sua espressione cambiò appena. Inclinò leggermente la testa, come se una domanda stesse prendendo forma nei suoi occhi scuri.
Leo avrebbe dovuto distogliere lo sguardo. Fingere di osservare qualcosa alle sue spalle o di essersi semplicemente perso nei propri pensieri...
Invece le labbra di lei si incurvarono nel più lieve dei sorrisi.
Non sembrava imbarazzata, né infastidita. Piuttosto... incuriosita.
Si chinò verso l'amica e le sussurrò qualcosa all'orecchio. L'altra seguì la direzione del suo sguardo e, quando lo vide, sollevò un sopracciglio rispondendole sottovoce. Entrambe scoppiarono a ridere.
Leo sentì il volto scaldarsi, ma non abbassò gli occhi.
L'altoparlante annunciò la fermata successiva.
Era la sua. Questa volta davvero. Tra una trentina di secondi le porte si sarebbero aperte, lui sarebbe dovuto scendere e quello strano momento si sarebbe dissolto nella sera, come se non fosse mai esistito.
Si alzò.
La ragazza lo seguì con lo sguardo mentre si avvicinava.
L'amica le diede una leggera gomitata, sussurrandole di nuovo qualcosa. Lei si limitò ad alzare le spalle, senza mai smettere di fissare Leo mentre avanzava verso le porte. Il treno tremò rallentando. Mancavano pochi istanti all'apertura.
Leo si fermò davanti a lei. Ora era abbastanza vicino da distinguere le leggere lentiggini che le punteggiavano il naso, una piccola cicatrice sopra il sopracciglio sinistro e quel sorriso che, da vicino, era dannatamente più bello.
Il nastro rosa, in quel momento, non contava più nulla.
«Ciao», disse lei.
Prima che potesse rispondere, i freni stridettero. Il treno si arrestò con un sussulto. Le porte si aprirono con il loro consueto sibilo.
«Ciao», rispose Leo.
«Scendi qui?» gli chiese.
«Sì. È la mia fermata», disse Leo, scendendo dal treno e voltandosi verso di lei per non perdere il suo sguardo.
Ci fu un lungo istante di silenzio.
«Peccato...» disse la ragazza, accennando un sorriso.
Leo esitò un istante.
«Sono Leo.»
Lei abbassò appena lo sguardo, poi tornò a incrociare i suoi occhi.
«Chiara.»
Il segnale acustico annunciò la chiusura delle porte.
L'amica spalancò gli occhi, senza capire che cosa stesse davvero succedendo.
Per un attimo nessuno dei due si mosse. Poi le porte iniziarono a richiudersi.
Chiara fece un piccolo passo indietro, mentre Leo rimase sulla banchina.
Le ante si chiusero tra loro con un soffio d'aria.
Lui rimase immobile davanti al finestrone del vagone. Attraverso il vetro continuava a vedere il suo sorriso e gli occhi che non avevano ancora smesso di cercare i suoi.
Il treno iniziò lentamente a muoversi.
Chiara sollevò una mano all'altezza del viso e, senza smettere di sorridere, mosse lentamente le dita in un saluto leggero, quasi timido.
Il convoglio prese velocità. Il suo volto scivolò oltre il finestrino e, pochi secondi dopo, la ragazza con il nastro risa scomparve per sempre nel buio della sera.
Qualche istante dopo la partenza, con l'altra mano estrasse il telefono dalla tasca posteriore dei pantaloni.
Aveva davanti a sé dodici fermate e qualche e-mail di lavoro ancora da leggere. Scorse distrattamente il messaggio di un cliente e due della segretaria dello studio, mentre il treno accelerava, frenava, ripartiva.
Man mano che il treno si allontanava dal centro, il vagone iniziò lentamente a svuotarsi e alla fermata di Cascina Gobba si liberò più di un sedile.
Leo si fiondò su un posto accanto a uno studente universitario intento a scrivere complicate formule matematiche su un grosso quaderno a quadretti. Alla fermata successiva una signora sulla sessantina prese il posto dello studente, accompagnata da un simpatico labrador color miele. Il cane gli appoggiò il muso sul ginocchio con naturalezza, come se lo conoscesse da sempre. Leo sorrise e gli accarezzò la testa.
Fu allora che, annoiato dal lungo viaggio, Leo iniziò a scrutare gli altri passeggeri ed ad immaginare, per gioco, le loro storie.
Si trattava delle solite facce del ritorno dal lavoro. Studenti, impiegati, pazienti e medici in uscita dal San Raffaele, qualcuno con le cuffie, qualcuno perso nei propri pensieri.
Poi il suo sguardo si fermò su una ragazza.
Era insieme a un'amica e le raccontava qualcosa con tono vivace. Avrà avuto poco più di vent'anni. I capelli lunghi e leggermente mossi le ricadevano sulle spalle. Indossava una semplice canotta bianca, jeans chiari a vita bassa e scarpe da ginnastica.
Fu un dettaglio quasi impercettibile, però, ad attirare la sua attenzione. Appena sopra la vita dei pantaloni affiorava un sottilissimo nastro rosa. Nulla di appariscente. Solamente una piccola striscia di tessuto contro la pelle ambrata. Lei spostò il peso da una gamba all'altra, ridendo per qualcosa che aveva detto l'amica, e il nastro scomparve per un istante, per poi riapparire quando cambiò di nuovo posizione.
Leo sentì la gola inaridirsi.
Il treno rallentò entrando in un'altra stazione. Le porte si aprirono con un sibilo. Alcuni passeggeri scesero, altri salirono. La ragazza e la sua amica rimasero dov'erano, immerse nella conversazione. Lei gesticolava con entusiasmo, completamente ignara del fatto che lui la stesse osservando.
Dopo un piccolo scossone, la ragazza si girò leggermente per afferrare la barra sopra la testa. Ora poteva ammirare il nastro proprio al centro della parte bassa della sua schiena, appena sopra il bordo dei jeans. Una striscia di stoffa non più larga del suo mignolo attraversava delicatamente il lembo di pelle sopra le natiche, unita al centro da una piccola finitura metallica a forma di V.
Leo trattenne il respiro.
Un altro scossone, e i jeans si abbassarono quanto bastava per mostrare anche la parte inferiore del nastro rosa, che scendeva tra le natiche, appena solo intuibili sotto il bordo del denim.
Non avrebbe dovuto fissarla. Se ne vergognava.
Una voce nella sua mente gli diceva di distogliere lo sguardo. Era una sconosciuta e lui si sentiva quasi un pervertito. Quel perizoma probabilmente era semplicemente una scelta pratica da indossare sotto jeans aderenti, così da non lasciare segni visibili. Comodo. Ordinario.
Solo che, per Leo, non aveva nulla di ordinario.
Il treno ebbe un altro sussulto e lei perse leggermente l'equilibrio. L'amica la afferrò per un braccio, scoppiando a ridere. Quel movimento la fece ruotare leggermente e, per un battito di ciglia, il nastro rosa si tese contro la pelle, delineando per un istante la curva dei suoi fianchi.
Leo deglutì.
Trovava quella scena e quella ragazza bellissime. Non di quella bellezza perfetta da copertina patinata. Aveva un nasino delizioso, con una spruzzata di lentiggini. Parlava accompagnando ogni frase con le mani e con un sorriso spontaneo. Il suo corpo non aveva forme generose, ma era comunque dannatamente erotico. E poi c'era quel sottile nastro rosa che affiorava appena sopra i jeans, a rendere il tutto ancora più irresistibile.
Il treno entrò in un'altra stazione. La sua fermata si avvicinava. Ancora tre. Forse due.
Leo sapeva che avrebbe dovuto smettere di guardarla. Fissare una donna sui mezzi pubblici non era da lui, eppure quel maledetto sottile nastro rosa continuava ad attirare i suoi occhi come una calamita.
Si chiese come fosse davanti. Il pensiero lo colpì come un pugno nello stomaco. Probabilmente lo stesso tessuto, un piccolo triangolo appena sufficiente a coprire, forse, una striscia di peli. Stava decisamente esagerando.
Il treno rallentò. Un'altra stazione. Lei continuava a parlare, a ridere. Il treno si fermò. Le porte si aprirono. Alcuni passeggeri scesero, ma non lei.
La fermata di Leo era quella successiva. Avrebbe dovuto alzarsi. Avvicinarsi alle porte. Lasciarsi alle spalle quel momento e proseguire la serata come una persona qualunque. Come una persona normale.
Ma non lo fece. Continuò a osservarla, seguendo il modo in cui i jeans si tendevano sui fianchi.
Forse lei avvertì qualcosa. O forse stava semplicemente controllando quale fosse la stazione. In ogni caso, si voltò. Lo sguardo percorse il vagone finché non si fermò su di lui. Su Leo.
I loro occhi si incontrarono. All'improvviso quel nastro rosa gli sembrò quasi un'accusa.
Lei non abbassò lo sguardo.
L'amica continuava a parlare, ignara di tutto. Ma la ragazza con il nastro rosa che spuntava sopra i jeans sostenne il suo sguardo. La sua espressione cambiò appena. Inclinò leggermente la testa, come se una domanda stesse prendendo forma nei suoi occhi scuri.
Leo avrebbe dovuto distogliere lo sguardo. Fingere di osservare qualcosa alle sue spalle o di essersi semplicemente perso nei propri pensieri...
Invece le labbra di lei si incurvarono nel più lieve dei sorrisi.
Non sembrava imbarazzata, né infastidita. Piuttosto... incuriosita.
Si chinò verso l'amica e le sussurrò qualcosa all'orecchio. L'altra seguì la direzione del suo sguardo e, quando lo vide, sollevò un sopracciglio rispondendole sottovoce. Entrambe scoppiarono a ridere.
Leo sentì il volto scaldarsi, ma non abbassò gli occhi.
L'altoparlante annunciò la fermata successiva.
Era la sua. Questa volta davvero. Tra una trentina di secondi le porte si sarebbero aperte, lui sarebbe dovuto scendere e quello strano momento si sarebbe dissolto nella sera, come se non fosse mai esistito.
Si alzò.
La ragazza lo seguì con lo sguardo mentre si avvicinava.
L'amica le diede una leggera gomitata, sussurrandole di nuovo qualcosa. Lei si limitò ad alzare le spalle, senza mai smettere di fissare Leo mentre avanzava verso le porte. Il treno tremò rallentando. Mancavano pochi istanti all'apertura.
Leo si fermò davanti a lei. Ora era abbastanza vicino da distinguere le leggere lentiggini che le punteggiavano il naso, una piccola cicatrice sopra il sopracciglio sinistro e quel sorriso che, da vicino, era dannatamente più bello.
Il nastro rosa, in quel momento, non contava più nulla.
«Ciao», disse lei.
Prima che potesse rispondere, i freni stridettero. Il treno si arrestò con un sussulto. Le porte si aprirono con il loro consueto sibilo.
«Ciao», rispose Leo.
«Scendi qui?» gli chiese.
«Sì. È la mia fermata», disse Leo, scendendo dal treno e voltandosi verso di lei per non perdere il suo sguardo.
Ci fu un lungo istante di silenzio.
«Peccato...» disse la ragazza, accennando un sorriso.
Leo esitò un istante.
«Sono Leo.»
Lei abbassò appena lo sguardo, poi tornò a incrociare i suoi occhi.
«Chiara.»
Il segnale acustico annunciò la chiusura delle porte.
L'amica spalancò gli occhi, senza capire che cosa stesse davvero succedendo.
Per un attimo nessuno dei due si mosse. Poi le porte iniziarono a richiudersi.
Chiara fece un piccolo passo indietro, mentre Leo rimase sulla banchina.
Le ante si chiusero tra loro con un soffio d'aria.
Lui rimase immobile davanti al finestrone del vagone. Attraverso il vetro continuava a vedere il suo sorriso e gli occhi che non avevano ancora smesso di cercare i suoi.
Il treno iniziò lentamente a muoversi.
Chiara sollevò una mano all'altezza del viso e, senza smettere di sorridere, mosse lentamente le dita in un saluto leggero, quasi timido.
Il convoglio prese velocità. Il suo volto scivolò oltre il finestrino e, pochi secondi dopo, la ragazza con il nastro risa scomparve per sempre nel buio della sera.
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