Livia e me..
di
Impotente
genere
corna
Capitolo 1 La conoscenza
Da quando mi sono separato, ogni tanto torno in quei parcheggi isolati, quelli frequentati da camionisti e coppiette clandestine. Mi piace il ruolo del guardone silenzioso: sessantenne, quasi impotente a letto, ma capace di infiammarmi guardando due corpi che si cercano con fame. A volte la donna si accorge di me… e decide di regalarmi qualcosa in più: uno sguardo complice, una coscia scoperta di più, o addirittura il permesso di avvicinarmi mentre geme e poterla toccare.
Era una sera d’autunno umida. Una pioggerella sporca velava il parabrezza. Pensavo: «Stasera non troverò nessuno». Invece, dopo una decina di camion, in fondo al piazzale, un auto ferma in un angolo buio. Cuore che accelera. Parcheggio a una cinquantina di metri, spengo i fari e aspetto che gli occhi si abituino.
Una Golf scura. Portiera posteriore spalancata dal lato opposto al guidatore. Intravedo un uomo massiccio che si china dentro l’abitacolo, il busto quasi inghiottito. Accanto, un tipo mingherlino che si masturba furiosamente guardando la scena. La macchina già traballa ritmicamente. Capisco subito: c’è una donna là dietro che si sta facendo montare con forza.
L’eccitazione mi sale in gola. Scendo piano, mi avvicino… e poi sento lei.
«No! No! Mi fai male… basta! Nooo!»
Urla disperate. Mi blocco. «Gianni, lascia stare, non sono cazzi tuoi». Sto per tornare indietro quando le grida continuano, sempre più strazianti. L’uomo al volante è girato all’indietro, ma non interviene. Anzi… sembra che si stia toccando.
La coscienza mi morde. Non posso andarmene.
Ingrano la retromarcia, poi accelero deciso, fari alti, sgommando verso di loro. L’effetto sorpresa è totale. Il mingherlino scappa verso i camion. Quello grosso si tira su di scatto, ansimante, il sesso ancora duro. Scendo dall’auto urlando: «Ma che cazzo state facendo?!»
La scena è un groviglio osceno e tragico. Lui, un colosso biondo sulla quarantina, pantaloni e mutande alle caviglie, il membro enorme ancora mezzo dentro di lei. La donna – gambe spalancate, una appoggiata alla spalla di lui, l’altra sul poggiatesta – piange a dirotto, cerca di spingerlo via. Sangue. Tanto sangue. Le cola lungo le cosce mentre lui, inciampando nei vestiti, cerca di sfilarsi. Quando finalmente esce, il suo cazzone è striato di rosso vivo. L’emorroide squarciata pulsa all’imboccatura del suo ano ancora spalancato.
Il bestione mi fissa furioso, urla qualcosa in una lingua dell’Est, si tira su i pantaloni e viene verso di me. Io indietreggio, corro al bagagliaio, afferro la chiave a croce. Quando mi vede armato si ferma. Urlo, alzo il ferro, parto alla carica. Lui scappa verso un camion. Io sono fuori di me: sferro un colpo secco al finestrino del guidatore. Vetro in frantumi ovunque. L’uomo al volante – un tipo della mia età, tremante – si copre la faccia piagnucolando: «Non ho fatto niente… niente…»
Mi calmo. Lo faccio scendere. Fotografo la targa del camion in fuga e la faccia del coglione terrorizzata.
Poi mi giro verso di lei.
È seduta sul bordo del sedile, i piedi a terra, singhiozza. Cerca di tamponare il sangue con fazzolettini di carta. Le dico che chiamo l’ambulanza. Lei implora: «No, ti prego… non posso… nooo…»
La guardo meglio. È devastata, ma bellissima. Bionda, curve generose, occhi azzurri gonfi di lacrime. Mi inginocchio. «Fammi vedere.»
Si gira, si appoggia all’auto, allarga le natiche con le mani tremanti. Il suo ano è ancora dilatato, gonfio, l’emorroide esterna rotta e sanguinante. Tampono con forza, premo con le dita. Il flusso rallenta quasi subito. Le mani mi si riempiono di sangue caldo.
Ordino al tipo di aiutarmi. Lui balbetta: «Non è mia moglie…»
Non mi importa. Lei si calma piano piano.
Quando il peggio passa, mi alzo. Sangue ovunque sulle mani. Chiedo di azionare il tergicristallo per lavarmi. Lui obbedisce come un cagnolino.
Livia – ora so come si chiama – si rivolge al suo amante con rabbia: «Stronzo smidollato… non hai mosso un dito mentre quel bastardo mi sfondava… Come faccio a tornare da mio marito conciata così?»
Capisco tutto: coppia clandestina, entrambi sposati con altri. Entrambi fedifraghi. Entrambi con la fede al dito.
Mi guarda, gli occhi lucidi. «Grazie… se non arrivavi tu quel porco mi avrebbe distrutta.»
Rido, nervoso ed eccitato insieme. «Be’, sei una bella zoccola… con un cazzo così grosso era quasi inevitabile che ti rompesse il culo.»
Lei sorride debolmente tra le lacrime. «Non volevo farmi inculare… volevo solo scopare. Ma lui mi ha preso il culo di forza. Io… soffro di emorroidi. Anche cazzi normali mi fanno male da morire lì dietro…»
Le racconto che anch’io ero lì per guardare, per godere in disparte come sempre. La confessione crea una strana complicità. Il clima si scalda, diventa quasi intimo.
Mi presento. Gianni, 60 anni, single, guardone occasionale. Loro: Livia, 43 anni, Marco vice-direttore del supermercato dove lavorano. Amanti da sei mesi. Tre volte che vengono qui a cercare avventura, a farla montare dai camionisti mentre lui si masturba guardandoli.
Propongo di andare ad un McDonald’s lì vicino. Lei deve sistemarsi prima di tornare a casa.
Prima di salire in macchina mi ferma. «Gianni… controlla se sanguino ancora, ti prego.»
Si gira, alza la gonna, allarga di nuovo le chiappe. Mi inginocchio. Il buco si è richiuso, l’emorroide è gonfia e violacea ma non perde più. Tolgo i fazzoletti intrisi, bagno altri con l’acqua del tergicristallo, pulisco con delicatezza il sangue rappreso sulle cosce, tra le grandi labbra, nel folto pelo biondo che le copre il sesso. Passo e ripasso. Lei geme piano, un suono basso, involontario. Sento il mio sesso svegliarsi, pulsare contro i pantaloni.
Finisco il lavoro. Le do un bacio leggero sulla chiappa destra. «Zoccola… hai un culo meraviglioso.»
Lei ride piano. «Grazie, Gianni…»
Al McDonald’s, alla luce, è ancora più bella: seno prosperoso, fianchi pieni, sguardo che brilla quando parla. Mi racconta tutto: il marito con l’eiaculazione precoce che non l’ha mai fatta venire, l’amante meridionale di anni prima che la scopava sugli scatoloni del magazzino fino a farla urlare di piacere, probabilmente il vero padre del secondo figlio. Poi Marco, le seghe ai camionisti, i pompini, fino a lasciarsi montare mentre lui guarda e incita.
Parla con gli occhi accesi, la voce bassa e calda. Io ascolto, eccitato e divertito. Marco invece è un disastro: imbarazzato, preoccupato per il finestrino sfondato e per la balla da raccontare alla moglie.
Prima di salutarci, Livia mi abbraccia forte, mi bacia sulle labbra. Un bacio vero, lento, riconoscente… e qualcosa di più.
«Grazie davvero, Gianni.»
Non ho il coraggio di chiederle di rivederci. Ognuno va per la sua strada.
Ma lei mi è rimasta dentro. Il suo corpo, il suo odore, il modo in cui ha gemuto mentre la pulivo. Nei giorni successivi non riesco a togliermela dalla testa.
Così, una mattina, prendo la macchina e vado a quel supermercato....
Segue.
Impotente@proton.me
Da quando mi sono separato, ogni tanto torno in quei parcheggi isolati, quelli frequentati da camionisti e coppiette clandestine. Mi piace il ruolo del guardone silenzioso: sessantenne, quasi impotente a letto, ma capace di infiammarmi guardando due corpi che si cercano con fame. A volte la donna si accorge di me… e decide di regalarmi qualcosa in più: uno sguardo complice, una coscia scoperta di più, o addirittura il permesso di avvicinarmi mentre geme e poterla toccare.
Era una sera d’autunno umida. Una pioggerella sporca velava il parabrezza. Pensavo: «Stasera non troverò nessuno». Invece, dopo una decina di camion, in fondo al piazzale, un auto ferma in un angolo buio. Cuore che accelera. Parcheggio a una cinquantina di metri, spengo i fari e aspetto che gli occhi si abituino.
Una Golf scura. Portiera posteriore spalancata dal lato opposto al guidatore. Intravedo un uomo massiccio che si china dentro l’abitacolo, il busto quasi inghiottito. Accanto, un tipo mingherlino che si masturba furiosamente guardando la scena. La macchina già traballa ritmicamente. Capisco subito: c’è una donna là dietro che si sta facendo montare con forza.
L’eccitazione mi sale in gola. Scendo piano, mi avvicino… e poi sento lei.
«No! No! Mi fai male… basta! Nooo!»
Urla disperate. Mi blocco. «Gianni, lascia stare, non sono cazzi tuoi». Sto per tornare indietro quando le grida continuano, sempre più strazianti. L’uomo al volante è girato all’indietro, ma non interviene. Anzi… sembra che si stia toccando.
La coscienza mi morde. Non posso andarmene.
Ingrano la retromarcia, poi accelero deciso, fari alti, sgommando verso di loro. L’effetto sorpresa è totale. Il mingherlino scappa verso i camion. Quello grosso si tira su di scatto, ansimante, il sesso ancora duro. Scendo dall’auto urlando: «Ma che cazzo state facendo?!»
La scena è un groviglio osceno e tragico. Lui, un colosso biondo sulla quarantina, pantaloni e mutande alle caviglie, il membro enorme ancora mezzo dentro di lei. La donna – gambe spalancate, una appoggiata alla spalla di lui, l’altra sul poggiatesta – piange a dirotto, cerca di spingerlo via. Sangue. Tanto sangue. Le cola lungo le cosce mentre lui, inciampando nei vestiti, cerca di sfilarsi. Quando finalmente esce, il suo cazzone è striato di rosso vivo. L’emorroide squarciata pulsa all’imboccatura del suo ano ancora spalancato.
Il bestione mi fissa furioso, urla qualcosa in una lingua dell’Est, si tira su i pantaloni e viene verso di me. Io indietreggio, corro al bagagliaio, afferro la chiave a croce. Quando mi vede armato si ferma. Urlo, alzo il ferro, parto alla carica. Lui scappa verso un camion. Io sono fuori di me: sferro un colpo secco al finestrino del guidatore. Vetro in frantumi ovunque. L’uomo al volante – un tipo della mia età, tremante – si copre la faccia piagnucolando: «Non ho fatto niente… niente…»
Mi calmo. Lo faccio scendere. Fotografo la targa del camion in fuga e la faccia del coglione terrorizzata.
Poi mi giro verso di lei.
È seduta sul bordo del sedile, i piedi a terra, singhiozza. Cerca di tamponare il sangue con fazzolettini di carta. Le dico che chiamo l’ambulanza. Lei implora: «No, ti prego… non posso… nooo…»
La guardo meglio. È devastata, ma bellissima. Bionda, curve generose, occhi azzurri gonfi di lacrime. Mi inginocchio. «Fammi vedere.»
Si gira, si appoggia all’auto, allarga le natiche con le mani tremanti. Il suo ano è ancora dilatato, gonfio, l’emorroide esterna rotta e sanguinante. Tampono con forza, premo con le dita. Il flusso rallenta quasi subito. Le mani mi si riempiono di sangue caldo.
Ordino al tipo di aiutarmi. Lui balbetta: «Non è mia moglie…»
Non mi importa. Lei si calma piano piano.
Quando il peggio passa, mi alzo. Sangue ovunque sulle mani. Chiedo di azionare il tergicristallo per lavarmi. Lui obbedisce come un cagnolino.
Livia – ora so come si chiama – si rivolge al suo amante con rabbia: «Stronzo smidollato… non hai mosso un dito mentre quel bastardo mi sfondava… Come faccio a tornare da mio marito conciata così?»
Capisco tutto: coppia clandestina, entrambi sposati con altri. Entrambi fedifraghi. Entrambi con la fede al dito.
Mi guarda, gli occhi lucidi. «Grazie… se non arrivavi tu quel porco mi avrebbe distrutta.»
Rido, nervoso ed eccitato insieme. «Be’, sei una bella zoccola… con un cazzo così grosso era quasi inevitabile che ti rompesse il culo.»
Lei sorride debolmente tra le lacrime. «Non volevo farmi inculare… volevo solo scopare. Ma lui mi ha preso il culo di forza. Io… soffro di emorroidi. Anche cazzi normali mi fanno male da morire lì dietro…»
Le racconto che anch’io ero lì per guardare, per godere in disparte come sempre. La confessione crea una strana complicità. Il clima si scalda, diventa quasi intimo.
Mi presento. Gianni, 60 anni, single, guardone occasionale. Loro: Livia, 43 anni, Marco vice-direttore del supermercato dove lavorano. Amanti da sei mesi. Tre volte che vengono qui a cercare avventura, a farla montare dai camionisti mentre lui si masturba guardandoli.
Propongo di andare ad un McDonald’s lì vicino. Lei deve sistemarsi prima di tornare a casa.
Prima di salire in macchina mi ferma. «Gianni… controlla se sanguino ancora, ti prego.»
Si gira, alza la gonna, allarga di nuovo le chiappe. Mi inginocchio. Il buco si è richiuso, l’emorroide è gonfia e violacea ma non perde più. Tolgo i fazzoletti intrisi, bagno altri con l’acqua del tergicristallo, pulisco con delicatezza il sangue rappreso sulle cosce, tra le grandi labbra, nel folto pelo biondo che le copre il sesso. Passo e ripasso. Lei geme piano, un suono basso, involontario. Sento il mio sesso svegliarsi, pulsare contro i pantaloni.
Finisco il lavoro. Le do un bacio leggero sulla chiappa destra. «Zoccola… hai un culo meraviglioso.»
Lei ride piano. «Grazie, Gianni…»
Al McDonald’s, alla luce, è ancora più bella: seno prosperoso, fianchi pieni, sguardo che brilla quando parla. Mi racconta tutto: il marito con l’eiaculazione precoce che non l’ha mai fatta venire, l’amante meridionale di anni prima che la scopava sugli scatoloni del magazzino fino a farla urlare di piacere, probabilmente il vero padre del secondo figlio. Poi Marco, le seghe ai camionisti, i pompini, fino a lasciarsi montare mentre lui guarda e incita.
Parla con gli occhi accesi, la voce bassa e calda. Io ascolto, eccitato e divertito. Marco invece è un disastro: imbarazzato, preoccupato per il finestrino sfondato e per la balla da raccontare alla moglie.
Prima di salutarci, Livia mi abbraccia forte, mi bacia sulle labbra. Un bacio vero, lento, riconoscente… e qualcosa di più.
«Grazie davvero, Gianni.»
Non ho il coraggio di chiederle di rivederci. Ognuno va per la sua strada.
Ma lei mi è rimasta dentro. Il suo corpo, il suo odore, il modo in cui ha gemuto mentre la pulivo. Nei giorni successivi non riesco a togliermela dalla testa.
Così, una mattina, prendo la macchina e vado a quel supermercato....
Segue.
Impotente@proton.me
3
voti
voti
valutazione
6
6
Commenti dei lettori al racconto erotico