L’Indole dello Struscio - Capitolo 01 – La Collisione

di
genere
dominazione

Anita sentiva in lontananza il cinguettio degli uccelli. Poi qualcosa che le faceva il solletico sulla pelle nuda. A Siviglia, a maggio, fa già caldo. Dopo pranzo si era completamente spogliata e si era messa a letto nelle sue stanze del B&B. Si era coccolata, accarezzata, stuzzicata, avendo cura di raggiungere il culmine senza mai superarlo. Si era concessa quel gioco estenuante per almeno mezz’ora, prima che crollasse, nuda, sudata, abbracciata al cuscino con cui si concedeva quei momenti di piacere controllato. Erano oltre due settimane che faceva quell’esercizio e non era nemmeno la prima volta che si dilettava a prolungare la negazione del piacere per un tempo che in molti avrebbero ritenuto malsano.

Il solletico che la risvegliò era stato provocato da gocce di sudore che il calore sivigliano provocava sul suo corpo voluttuoso. Aprì un occhio, ancora intorpidita dal sonno, cercando il grande orologio sulla parete. Con felicità notò che aveva ancora parecchio tempo prima di doversi infilare in doccia e vestirsi per andare a fare il suo turno di Sevillana alla tienda di Hector, il suo maestro di tango, per la Feria de Abril.

Aveva quindi abbracciato il suo cuscino, un cuscino particolare, quello che chiamava il cuscino di compagnia. La particolarità era la dimensione, in particolare la lunghezza. Ulteriore personalizzazione che Anita aveva fatto era stata quella di ricoprirlo con un tessuto di lino, che aveva tinto viola, un tessuto fresco ma soprattutto ruvido.

Aveva chiuso gli occhi e, mentre sentiva la vescica che premeva, che supplicava la possibilità di svuotarsi, aveva iniziato ad immaginare il suo amante misterioso, quello che viveva nei suoi sogni, nelle sue fantasie. Non aveva un volto e non aveva una corporatura precisa. Ma aveva una voce che la guidava, che la sapeva tenere lì sul filo. Aveva immaginato di essere seduta sulla sua coscia e aveva iniziato a strofinarsi contro il cuscino. Movimenti lenti, studiati, cercando il punto più sensibile, più pericoloso. Variava il ritmo, variava la pressione, cercando con una mano il seno, il capezzolo. La mente correva agli altri giocattoli che aveva chiuso nel cassetto ma sapeva che poi avrebbe sforato il tempo e oggi davvero non poteva permetterselo.

La sveglia suonò troppo presto. Allungò la mano e posticipò la sveglia di cinque minuti. Intensificò la sua ginnastica, pressione e velocità. Alla sveglia successiva si fermò, tutta sudata. Il cuscino aveva una grossa macchia appiccicosa. Con rammarico si separò dal suo compagno di divertimenti e scivolò in doccia. L’acqua calda, il bagnoschiuma profumato, le mani che correvano sul suo corpo, i seni, i capezzoli duri, passare tra le cosce, accarezzare le chiappe, sentire il piacere dei lividi. Si permise solo una piccola concessione: svuotare la vescica sotto la doccia. Tanto fino a sera non avrebbe più avuto bisogno del bagno e quando sarebbe tornata a letto, per finire la sua battaglia con l’amico cuscino, la vescica sarebbe stata di nuovo pronta ad esplodere.

Si dovette concentrare di nuovo, uscire dalla doccia, strofinarsi con l’asciugamano, profumarsi, truccarsi, si infilò l’intimo e si ammirò allo specchio. Effettivamente non aveva il fisico della mannequin, ma sapeva che, quando camminava per strada gli uomini si giravano a guardarla. La folta capigliatura con quei boccoli che ondeggiavano, il seno prosperoso, che lei non mancava mai di sottolineare con vestiario e scollature. I fianchi generosi, che venivano evidenziati dalla vita sottile. Che indossasse jeans e maglietta o che indossasse il classico vestito da flamenco, Anita attirava l’attenzione, anche più di quello che a volte desiderasse.

Apri l’armadio e sorrise al vestito da flamenco di quell’anno. Era stata una lotta con Ximena, la sua amica sarta, farsi fare quel vestito. La prima discussione era stata sul colore, la difficoltà di trovare stoffe con quella tonalità che Anita desiderava. La scollatura, secondo la sarta era troppo, al limite dello scandaloso. Per non parlare della fasciatura dei fianchi. A son di battaglie e di compromessi era riuscita comunque ad ottenere qualcosa che la soddisfacesse. Indossò il vestito che le aderiva come un guanto, infilò le scarpe e si infilò in grosso fiore di Jacaranda, dello stesso colore del vestito, tra i capelli.

Ancora una volta, Anita, sentì quella magia trasformarla in quella gitana che aveva iniziato a sognare guardando il cartone animato del Gobbo di Notre dame. Ora doveva solo sperare di non fare la fine di Cenerentola e che la magia sparisse a mezzanotte perché quella sera aveva tutte le intenzioni di divertirsi e fare tardi.

Scese le scale delle sue stanze di corsa, rischiando di inciampare ad ogni gradino per colpa del vestito. A piano terra la aspettavano le ragazze, le sue migliori amiche con cui aveva aperto e gestiva il B&B.

Jimena e Blanca le aveva conosciute quando sua madre si era trasferita in Spagna aveva iniziato a frequentare la Educación Secundaria. Era entrata in classe spaesata, quasi senza conoscere la lingua e si erano riconosciute al primo sguardo, avevano legato ed erano cresciute assieme, ognuna con i suoi casini, le sue particolarità e le sue difficoltà, sostenendosi, spalleggiandosi, diventando qualcosa di più legato e complesso dell’essere sorelle.

Quando la videro arrivarono emisero un insopportabile strillo isterico di felicità. Anita si fermò e le guardò accigliata e seria: “Smettetela, devo solo andare alla Sevilliana, come ogni anno” disse cercando di nascondere quanto le facesse piacere ricevere quel sincero apprezzamento dalle sue sorelle di vita. Mentre Blanca subiva, Jimena sapeva come tenerle testa. “Piantala di fare l’altezzosa e lasciati dire che il vestito di quest’anno è fantastico”

Il viso di Anita prese colorito nonostante cercasse di mascherare il piacere di quel complimento. Era abituata a barrierare le sue emozioni, proteggersi per paura di soffrire come aveva sofferto in passato.

Jimena e Blanca fecero per muoversi e abbracciare Anita ma lei le fermò con decisione. “Non azzardatevi a stropicciare il vestito e a spettinarmi!” Disse fulminandole con lo sguardo. Ma le due amiche non erano facili ad arrendersi. Si guardò attorno, afferrò una scopa che era stata abbandonata vicino alla scala e la usò come strumento di difesa per tenerle lontane mentre usciva, arretrando, dal B&B. “Non azzardatevi ad avvicinarvi … “

Il vociare ed il casino che le tre comari combinarono mentre Anita si allontanava non passò inosservato a tutto il vicinato, che le conosceva molto bene, ma anche a tutta la massa di turisti che si stava muovendo per la strada. Poi la fisicità di Anita, quella massa di capelli ricci, il vestito da tanghera aggiungeva tutto il resto.

Arretrò controllando che le amiche si fermassero sulla soglia del B&B ancora per qualche metro e poi salutandole rumorosamente si volto per correre in direzione della manifestazione senza accorgersi che con quella manovra avventata avrebbe tagliato la strada di una persona.


Dario prese possesso della villetta affittata per cercare di combinare lavoro e piacere. Aveva organizzato una serie di colloqui per selezionare un nuovo venditore per tutta l’Andalusia. Il colpo di genio era stato riuscire a farlo in combinazione con la Feria de Abril, il famoso festival Andaluso di cui una sua amica gli aveva parlato tanto.

Dopo varie esperienze, in cui aveva attraversato aziende come un nomade delle vendite, collezionando territori e mercati senza mai fermarsi abbastanza per lasciare radici, in questa azienda aveva trovato qualcosa di diverso. Non era pace, quella sarebbe stata una parola sbagliata per un uomo come lui. Era piuttosto una sfida continua, un territorio abbastanza vasto da non annoiarlo, abbastanza complesso da tenerlo sveglio la notte con la mente che già correva verso la prossima strategia.

In pochi anni aveva risalito la gerarchia aziendale, ogni promozione sudata e meritata, costruita su trimestrali che parlavano chiaro, su clienti conquistati e fidelizzati, su team che aveva fatto crescere trasformando venditori mediocri in professionisti affamati. Non c'era stata fortuna, solo lavoro ostinato, quella capacità di leggere le persone prima ancora dei mercati, di capire cosa volessero sentirsi dire e come volevano sentirselo dire.

Direttore commerciale per tutta l'Europa: un titolo che pronunciava con quella particolare modulazione della voce, consapevole del peso. Non comandava numeri su uno schermo, ma guidava persone in carne e ossa, coltivava relazioni che duravano anni, costruiva ponti tra culture diverse con la stessa naturalezza con cui ordinava un caffè. I suoi collaboratori lo rispettavano perché li aveva fatti crescere, i clienti lo cercavano perché sapeva ascoltare prima di vendere.

Per tutti i suoi amici non era una vita facile la sua, quasi tutte le settimane lontano da casa. Ma lui la sentiva la sua vita. Si era costruito un piccolo rifugio con i confort di cui aveva bisogno e si era dato come disciplina quella di mantenere un certo tipo di relazione con quella cerchia di amici che c’erano da sempre. Telefonate, messaggi, cene organizzate nel suo giardino.

C'era stato un momento, anni prima, in cui aveva dovuto scegliere. La normalità di una relazione stabile, con i suoi rituali prevedibili, o la libertà di essere sé stesso senza compromessi. Aveva scelto la seconda strada con la lucidità di chi conosce i propri appetiti. Il BDSM non era un gioco per lui, era un linguaggio che aveva imparato nelle ville scozzesi della sua gioventù e perfezionato negli anni.

Ora aveva costruito una geografia personale del piacere attraverso l'Europa: Katja a Berlino, con la sua precisione nel sottomettersi; Céline a Parigi, che amava la corda come altri la poesia; María a Barcellona. Non erano relazioni convenzionali. Erano connessioni intense, circondate da confini precisi. Ogni viaggio di lavoro diventava un'opportunità per esplorare quella parte di sé che la società preferiva ignorare.

Le conquiste occasionali erano antipasti. Le sue vere compagne erano quelle che condividevano il suo alfabeto segreto, che capivano la differenza tra dominazione e prevaricazione. Era una vita che richiedeva disciplina e lucidità. Lui aveva fatto i suoi conti con quello che significava rinunciare alla normalità.

Negli anni aveva esplorato quasi tutta l’Europa. Era partito agli albori della sua carriera viaggiando per l’Italia, apprezzando le diversità tra nord e sud, dalla costa adriatica e alla costa tirrenica. Poi con la stessa curiosità aveva iniziato a muoversi per altri territori, culture, nazioni, trovando continue diversità.

La spagna aveva qualcosa di molto diverso ma in qualche modo simile all’Italia. Territori che si identificavano come profondamente diversi dal governo centrale, che avevano anche fatto violente battaglie per cercare di tornare in quello stato e che addirittura parlavano lingue diverse.

L’Andalusia aveva un fascino provocante, il fascino di quei posti ricchi di culture, culture diverse per crearne una nuova. Culture e storia che non puoi cancellare o far dimenticare. La Feria de Abril era uno di quei momenti di riaffermazione, di ricordo, di celebrazione. Per questo motivo aveva organizzato quel viaggio in modo da avere tempo di lavorare ma anche di esplorare, immergersi nella cultura, conoscere le tradizioni, i sapori, i profumi.

Per essere indipendente come lui amava aveva deciso di prenotare tramite il solito portale una villetta, invece di una semplice camera d’albergo. Voleva essere indipendente da orari, avere spazi e, in qualche modo, provare a sentirsi a casa.

L’ispezione della villetta aveva semplicemente confermato di avere fatto la scelta giusta. La zona era tranquilla. Sul retro un giardino curato con la zona barbecue, nel caso avesse deciso di mangiare a casa. Una bella camera da letto con un ampio letto, comodo. Un bagno spazioso e luminoso con una ampia doccia. C’erano anche molti altri locali e spazi, ma era quasi certo che non avrebbe avuto bisogno di esplorarli.

Aveva svuotato le valigie e poi si era concesso una lunga e rigenerante doccia e si era vestito in maniera semplice, con i suoi jeans preferiti, una camicia bianca, un panciotto giallo e un paio di sneaker bianche. Era uscito con l’idea di farsi una lunga passeggiata, muovendosi senza una meta, per arrivare alla festa per l’orario di cena, in tempo per gustarsi una paella alla valenciana e magari delle frittelle di baccalà irrorate con parecchia sangria.

Non era un fanatico del flamenco ma voleva capirlo meglio. Sapeva che trovando la giusta tienda avrebbe forse compreso quella danza ricca di emozioni contrastanti.

Con questa curiosità ed entusiasmo era uscito per strada e in quei giorni di festa era stato travolto dai rumori, dalle urla, dai profumi, dagli odori, dal caos dei turisti e, non nascondiamocelo, dalle donne, agghindate a festa, colorate, provocanti. Era ubriaco di emozioni ancora prima di avere toccato un dito di alcol

Frastornato da tutto quello, camminando senza guardare dove stesse andando, a cosa stesse andando incontro, si ritrovò travolto da quella cacofonia di suoni e colori e dalla bellezza dei palazzi e delle donne andaluse vestite a festa, girava per le strade come un ubriaco. Forse per quel motivo non si accorse che stava per scontrarsi con qualcosa che avrebbe cambiato il suo soggiorno a Siviglia, e forse non solo quello.

Anita raccolse la gonna, si girò e fece muovere velocemente i piedi senza guardare, abituata ad avere la strada libera, dimenticandosi della quantità di gente che aveva invaso Siviglia per la Feria de Abril.

Dopo pochissimi passi l’urto violento contro un ostacolo inaspettato. Due forti mani la afferrano, sorreggono. Un profumo di cuoio e legno la avvolge, la stordisce, mentre cerca di trovare un nuovo equilibrio, aggrappandosi a quella cosa sconosciuta per evitare di cadere e sporcarsi e rovinare il vestito.

Sono pochi attimi che durano un tempo indefinito. Quando tutto improvvisamente finisce, positivamente, Anita si ritrova ad osservare due profondi occhi marroni, striati di verde, mentre il suo corpo voluttuoso è premuto contro un corpo solido che profumava di qualcosa di antico.

“Tutto bene?”

Una voce calda, avvolgente, come una morbida coperta calda quando hai freddo. Improvvisamente Anita non ha più voglia di andare alla tienda, per la prima volta da mesi non ha in mente il flamenco e la fiesta, risucchiata da quell’involontario abbraccio in una bolla spazio dimensionale che sembra sussurrarle che quella è il suo posto sicuro.

“Tutto bene?” chiede nuovamente lo sconosciuto, senza che le sue mani la lascino.

Le servono ancora una decina di secondi prima di rientrare nel mondo reale, capire dove fosse, rispondere. “Si … si … Grazie.” In qualche modo, controvoglia, si allontana fisicamente da quell’uomo. Lo sguardo basso, sul vestito, sulle scarpe, fingendo di controllare che tutto sia a posto mentre cerca di mascherare le emozioni, il rossore, ritrovare il controllo.

La mente di Anita si scinde in due. Da una parte la preoccupazione per il vestito, per la fiesta, per l’evento. Dall’altra quell’incontro, quegli odori, quell’uomo. Sono secondi, istanti in cui si sente trascinata in ogni direzione, quasi la sua volontà, i suoi desideri fossero stati annullati, senza una reale spiegazione.

Poi l’urlo delle ragazze la riporta alla realtà: ”Aniiiiiii…”
Blanca subito la afferra, si preoccupa di lei e del vestito.
Jimena, protettiva, cerca di affrontare l’uomo “Lei … Lei … Lei poteva stare più attento” gli urla in faccia puntando le mani sui fianchi e allargando il prominente petto.

Dario fece un passo indietro, una mossa difensiva che serviva solo ad essere pronti ad un contrattacco. “Non ero io quello che stava correndo senza sapere dove!” Risponde difendendo il suo diritto di camminare per la città.

“Si ma … lei … voi … insomma …”

“Piantala!” la voce di Anita arrivò come una sentenza. Jimena si girò a guardarla e abbassò le armi, muovendosi verso Bianca mentre Anita si muoveva verso l’uomo.
“Perdoname … stavo giocando con le mie amiche e … “
Come in una di quelle rappresentazioni classiche della spagna borbonica l’uomo fece un passo indietro e un elegante inchino pronunciando “No tienes que pedirme perdón…” che, anche se fortemente accentato da straniero, fece un effetto particolare sulle tre donne.
Lo sguardo dell’uomo passò sulle tre donne, solo per assicurarsi che tutto fosse a posto poi, lentamente, si allontanò.

Poi il mondo delle tre donne tornò essere concitato a loro modo, l’uomo divenne quasi un ricordo labile, almeno per Bianca e Jimena. Per Anita la cosa fu diversa. Almeno ad un livello di inconsapevolezza.

Dopo un’altra serie di schiamazzi tipico del trio e dopo essersi assicurati che il vestito fosse integro, Anita partì nuovamente in direzione della fiesta, con un ulteriore ritardo.

Al suo arrivo Hector era al limite dell’isteria. Era così nervoso che il suo spagnolo era incompressibile per lei. Faceva solo di si con la testa, guardò negli occhi il suo compagno di ballo per i prossimi trenta minuti che la tranquillizzò con un sorriso. Alonso era un ballerino esperto che la avrebbe aiutata a prendere il ritmo della serata. Fece un profondo respiro e prese posto sulla pista.

Dopo Alonso era stato il turno di Ismael, più giovane, un pochino più irruento ma con un fisico da farti fare i peggio pensieri. O forse quelli migliori. Poi fu il turno del giovane Rodrigo. Timido, impacciato. Era Anita a doverlo guidare nella maggior parte del tempo. Almeno fino a quando il suo sguardo non individuò una figura in piedi a bordo pista che sembrava conosciuta.

Le servirono un paio di giri di pista per essere sicura che non fosse una sua allucinazione. Non erano in molti ad indossare un panciotto, in particolare giallo, in Andalusia. Era l’uomo contro cui si era scontrata e che l’aveva salvata dal ruzzolare a terra e rovinare il vestito e molto altro. Quando la musica fini annunciando il cambio dei ballerini Anita ne approfittò per avvicinarsi allo sconosciuto.

Si fermò davanti a lui facendo un educato inchino “Sono stato davvero una maleducata oggi, permettetemi di farmi perdonare” Il capo chino, la voce quasi un sussurro e tutti quegli accenti che parlavano del suo passato e del suo presente che si mischiavano. Sollevò gli occhi cercando quelli di lui, due verdi smeraldi strinati di altri colori che la osservavano quasi volessero leggere i suoi pensieri più profondi, la sua anima.
“Come ti ho detto prima, non hai nulla di cui farti perdonare, sono cose che succedono.”
La voce era calma, sicura, avvolgente come una melodia che conosci da sempre ma non riesci a riconoscere dove l’hai sentita.
“Permettimi di offriti una cerveza” La voce di Anita tremava, quasi una supplica, abbassando di nuovo lo sguardo. Un atteggiamento che in Dario stuzzicava ricordi non troppo lontani.
“Potrei lasciarti offrire il primo giro solo se prometti di sederti con me a berla.” Anita si accesa in un sorriso che concedeva a pochi e, facendo di si con la testa si era avviata verso il chiosco che serviva Er Boquerón, una birra fresca, prodotta artigianalmente con l’acqua del mare. Cercando di raggiungerlo Anita era chiamata da un tavolo all’altro, per salutarla e farle i complimenti. Dario la osservava, sorridendo a quel modo unico di fare gazzarra ovunque andasse.

Ad un certo punto l’attenzione di Dario fu attirata da un atteggiamento particolare. Aveva l’impressione che ogni volta che si fermava ad un tavolo, rimanesse a chiacchierare per qualche minuto scherzando con tutti, posizionandosi esattamente vicino, molto vicino, troppo vicino allo spigolo del tavolone. E con tutta la naturalezza che, solo uno sguardo attento e consapevole poteva invece comprendere cosa stesse facendo, ci si strofinava contro. Il movimento del bacino, visto da dietro, raccontava probabilmente più di quello che chi le stava di fronte, distratto dalle sue risa, dal suo viso e dal suo corpo, potesse rendersi conto di quello che lei stava reamente facendo.

Anche una volta raggiunto il chiosco, quasi venti minuti dopo che era partita, aveva trovato uno spigolo con cui trastullarsi e non annoiarsi mentre aspettava il suo turno per ordinare le birre.

Finalmente la vide tornare con due grossi boccali di birra ed un sorriso raggiante. “Perdonami, un sacco di conoscenti volevano salutarmi – poi dopo avere bevuto un bel sorso di birra aggiunse -
Cosa stavamo dicendo? A che punto eravamo?”

“Dicevamo che ti sei comportata da maleducata …- Afferrò il boccale bevendo lentamente un sorso di birra senza perdere il contatto con gli occhi di Anita - e che volevi farti perdonare … “

Quella voce, quel tono pacato ma inflessibile la risucchiò indietro nel tempo come un vortice inevitabile.

Aveva sette, forse otto anni quando il maestro Ruiz, con quella stessa calma ferma, la prendeva per mano dopo l'ennesima marachella combinata con Jimena e Blanca. "Anita, vai nell'angolo. Pensa a quello che hai fatto." Non urlava mai. Non ne aveva bisogno. La sua voce scendeva di registro, si faceva vellutata ma inequivocabile, e lei sentiva il peso di quella delusione silenziosa più forte di mille sgridate. Nell'angolo della classe c'era una vecchia cassettiera bassa, di legno scuro, con la vernice un po' scrostata. Doveva restare lì, in piedi, finché il maestro non decideva che aveva riflettuto abbastanza. All'inizio piangeva, si agitava. Poi, quasi per caso, si era appoggiata al mobile, cercando conforto. Il dondolio leggero, il peso del corpo contro quello spigolo arrotondato, la calmava. La faceva sentire... meglio. Meno sola. Era il suo segreto per sopportare quelle punizioni che sembravano infinite.

Col tempo, crescendo, quel gesto era diventato qualcosa di diverso. Prima lo cercava inconsapevolmente, poi con crescente consapevolezza. La cassettiera della nonna, lo spigolo del tavolo quando studiava da sola, il bracciolo del divano. Non erano più gesti di consolazione infantile. Erano diventati altro. Erano diventati scoperta, esplorazione, piacere. Il collegamento tra quella voce autorevole che la "teneva ferma" e quella sensazione fisica si era stratificato negli anni, creando dentro di lei una mappa complessa di risposte che ora, finalmente, riconosceva per quello che erano.

Ora, adulta, seduta di fronte a quello sconosciuto che la guardava con quegli occhi penetranti, e quella voce che le risuonava nelle orecchie, capiva. Capiva tutto. Quella voce la riportava esattamente lì, a quella sensazione di essere osservata, giudicata, tenuta ferma da un'autorità che non aveva bisogno di urlare. E il suo corpo, quel corpo che aveva imparato a conoscere così bene negli anni, rispondeva con la stessa urgenza di sempre, solo ora infinitamente più consapevole, infinitamente più affamata.

Dario doveva aver notato qualcosa nel suo sguardo, nel modo in cui il suo respiro era cambiato, perché il suo tono si fece ancora più morbido, ancora più penetrante: "Stai bene?"

Anita aprì la bocca per rispondere ma le parole le morirono in gola. Riuscì solo ad annuire debolmente, afferrando il boccale per bere, abbassare gli occhi e nascondere il rossore che le stava invadendo il viso.

Dario la osservò per qualche istante in silenzio, poi si appoggiò allo schienale della sedia, un sorriso appena accennato che gli increspava l'angolo destro della bocca. Quando parlò, il suo tono era completamente cambiato. Non più quella voce ferma e autorevole. Ora era caldo, complice, quasi divertito.

"Sai, ho notato una cosa interessante stasera..." iniziò, facendo scorrere lentamente le dita sul bordo del boccale senza staccare gli occhi da lei. "Ogni volta che ti fermavi a salutare qualcuno, trovavi sempre il modo di appoggiarti allo spigolo del tavolo. E al chiosco... quello spigolo dello sgabello sembrava proprio fatto apposta per te."

Anita sentì il sangue defluire dal viso per poi tornarci tutto insieme in una vampata bruciante. Lui aveva visto. Aveva capito.

"Non c'è niente di cui vergognarsi," continuò Dario, la voce scesa di un tono, intima, complice, quasi un sussurro che però la raggiungeva perfettamente nonostante il casino della tienda. "Anzi... è piuttosto affascinante scoprire che non sono l'unico ad apprezzare … certe cose."

Si spostò leggermente sulla sedia, allungando una gamba di lato, e con un gesto della mano indicò la sua coscia. "Perché non vieni a sederti qui? Così possiamo parlare più comodamente... e tu non devi cercare spigoli in giro."

Il suo sorriso si era fatto più marcato, ma non c'era niente di volgare o di sfottente in quello sguardo. C'era complicità. Riconoscimento. L'invito di qualcuno che parla la tua stessa lingua segreta.

Anita sentì il proprio battito cardiaco rimbombare nelle orecchie, un tamburo tribale che copriva il casino della festa. La coscia di Dario era lì, offerta con la naturalezza di chi porge un bicchiere d'acqua a chi ha sete. Ma loro sapevano entrambi che non era acqua quello che lei cercava.

Era questo, allora? Il pensiero la attraversò come una scossa elettrica dolce. Tutti quegli anni, tutti quegli uomini che l'avevano toccata con dita impazienti, che avevano cercato il suo piacere come si cerca di aprire una serratura - veloci, meccanici, orgogliosi quando pensavano di averci preso. "Sei venuta?" chiedevano ansimanti, e lei annuiva, baciava, ringraziava. Poi, quando loro russavano soddisfatti, scivolava via dal letto. Il bagno, il corridoio, ovunque ci fosse uno spigolo giusto, una superficie contro cui finalmente, finalmente, poteva prendersi quello che le serviva davvero. Mezz'ora, un'ora a volte, ondeggiando in quella danza solitaria che nessuno capiva.

E quando finalmente arrivava - Cristo, quando arrivava - non era l'orgasmo educato e composto che fingeva con loro. Era un'onda che la spaccava dal basso, che le strappava suoni animali dalla gola, che la faceva tremare fino alle ossa come se il corpo volesse disfarsi e ricomporsi. A volte piangeva. A volte rideva. A volte restava in silenzio assoluto mentre il piacere la attraversava in scosse successive, ciascuna più profonda della precedente, fino a lasciarla svuotata e finalmente, finalmente sazia. Non era solo venire. Era toccare qualcosa di essenziale dentro di sé, qualcosa che gli orgasmi veloci e performativi con gli amanti non sfioravano nemmeno.

Marco le aveva detto che era "complicata". Luis che era "difficile da soddisfare". Il povero Roberto aveva comprato manuali, studiato tecniche, convinto che fosse questione di trovare il punto G o qualche altra geografia misteriosa. Non capivano che non era una mappa quello che le serviva, ma tempo. Pressione. Controllo. La libertà di cavalcare quell'onda per quanto voleva, senza la fretta di compiacere, di performare, di venire nei tempi giusti per l'ego di qualcun altro.

E ora quest'uomo, questo sconosciuto che l'aveva vista - davvero vista - mentre si strofinava contro gli spigoli dei tavoli come una gatta in calore camuffata da signora rispettabile. Non aveva riso. Non aveva fatto battute volgari. Aveva semplicemente riconosciuto. Come quando incontri qualcuno del tuo paese in terra straniera e finalmente puoi parlare nel tuo dialetto.

Sentì la bocca diventare improvvisamente arsa. Il desiderio di sedersi su quella coscia, strofinarsi, e dall'altra la falsa vergogna di essere stata scoperta. Ma non era vera vergogna, era quasi sollievo. Come togliersi un vestito troppo stretto dopo una giornata interminabile.

Si alzò con una lentezza studiata, il vestito che scivolava lungo i fianchi. Due passi.

Fu allora che Dario mosse la mano. Un gesto minimo, quasi impercettibile per chiunque altro. Due dita che picchiettavano sulla coscia destra. Tap. Tap. Non una richiesta. Un comando sussurrato attraverso la pelle.

Il suono la colpì nel basso ventre come un pugno di velluto. Tutto il casino della Feria scomparve. Esistevano solo quelle dita che battevano un ritmo antico sulla stoffa dei jeans, e il suo corpo che già rispondeva, già si orientava verso quel richiamo come un girasole verso il sole.

Il terzo passo la portò davanti a lui. Si fermò un istante, sospesa in quel limbo dove poteva ancora fingere di essere la Anita di sempre, la maestra di flamenco, la padrona del B&B. Ma le dita continuavano il loro tamburo silenzioso sulla coscia e lei sentì qualcosa cedere dentro, una diga che aveva tenuto per troppo tempo.

Si girò. Le mani che afferravano la gonna erano le sue eppure sembravano appartenere a qualcun'altra - a quella Anita segreta che esisteva solo nelle ore rubate con il cuscino viola. Sollevò il tessuto con un movimento che era tutto e niente: la grazia di una ballerina di flamenco che conosce il potere delle anche, la resa di chi abbassa le armi dopo una guerra troppo lunga, la sfrontatezza di chi sa esattamente quanto sta per essere sporca la sua capitolazione.

Questo è il momento, pensò mentre piegava le ginocchia. Quello in cui smetti di fingere di essere normale.

Il tessuto del vestito frusciò come una preghiera blasfema quando si sedette. Non accanto come avrebbe fatto un'amica pudica. Non di fronte come un'amante che vuole guardare negli occhi. Di traverso, la sua fica che trovava immediatamente casa contro il muscolo duro della coscia di lui, come una chiave che entra nella serratura giusta dopo anni di porte sbagliate.

Il contatto fu elettrico. Letteralmente. Una scarica che partì dal punto dove il pizzo bagnato dei suoi slip incontrava il denim ruvido e si propagò fino alla nuca, fino alle punte delle dita, fino a quel posto segreto nel cervello dove teneva catalogate tutte le volte che si era negata questo bisogno per paura di essere troppo.

"Ecco la mia Baby." La voce di Dario le scivolò nell'orecchio come cognac vecchio, possessiva e soddisfatta. "Guarda come ti sei sistemata esattamente dove dovevi. Come se il tuo corpo sapesse già cosa gli serve."

Le sue dita le sfiorarono la nuca, tracciando una linea invisibile lungo la spina dorsale. "Sei già bagnata, vero? Lo sento attraverso i jeans." Una pausa calibrata, il respiro che le riscaldava il collo. "Muoviti. Più forte. Come quando pensi che nessuno ti veda."

La mano di lui premette decisa sulla sua schiena bassa, guidandola in un movimento più ampio contro la sua coscia. "Questo è quello che cercavi mentre ti strofinavi contro ogni maledetto spigolo stasera? Qualcuno che vedesse la piccola depravata nascosta sotto il vestito da flamenco?"

Non c'era giudizio nella voce, solo riconoscimento. Fame condivisa. Come quando due stranieri si riconoscono in terra nemica e capiscono di parlare la stessa lingua proibita.

"Continua," ordinò, la voce scesa di un'ottava. "Fammelo sentire quanto ne hai bisogno. E guardami mentre lo fai."

E in quel momento, con il peso del proprio corpo che finalmente, cazzo finalmente, premeva dove doveva premere, Anita capì che non si stava solo sedendo su una coscia. Si stava sedendo sulla verità di se stessa. E non c'era più modo di alzarsi.

"Sai cosa mi piace di più della Feria?" continuò lui, la mano che si posava leggera sulla sua schiena, non per trattenerla ma per sentirla. "Tutti ballano, si muovono, celebrano. E nessuno nota davvero cosa succede. Come adesso."
Anita deglutì. "E cosa sta succedendo adesso?"
"Dimmelo tu." La pressione della sua mano aumentò leggermente, guidandola a muoversi maggiormente lungo la coscia mentre faceva in modo che la pressione tra coscia e figa aumentasse. "Da quanto non fai pipì?"
La domanda la colpì come uno schiaffo. Diretta. Cruda. Intima oltre ogni limite accettabile per due sconosciuti. Eppure, lei rispose ubbidiente: "Dalle cinque."
"Sono quasi le nove." Non era una domanda. "Quattro ore. E prima della siesta?"
"Non... non ricordo."
"Bugiarda." La parola detta con affetto, quasi con orgoglio. "Lo sai esattamente. È parte del gioco, no? Calcolare. Resistere. Controllarsi."
Lei si mosse di nuovo, questa volta più deliberatamente. Sentì il respiro di lui cambiare, appena un secondo di esitazione nel suo controllo perfetto.

"E tu?" chiese, trovando improvvisamente il coraggio. "Da quanto vivi così?"

"Abbastanza da riconoscere chi appartiene a questo mondo. Chi non finge di essere vanilla quando il sangue gli urla altro." La sua mano scivolò più in basso, fermandosi appena sopra la curva del sedere. "E soprattutto, riconosco una che ha trasformato la negazione in religione."

Fu allora che Anita lo vide senza maschere. Non il signore distinto col panciotto giallo. Ma l'animale educato che aveva imparato a camminare su due zampe. Lo tradivano i dettagli: la vena che pulsava sul collo quando lei ondeggiava sulla sua coscia, il modo in cui le nocche imbiancavano mentre si tratteneva dallo stringere troppo forte. Come un pitbull addestrato a non mordere ma che non ha mai smesso di sentire il sapore del sangue in bocca.

Due della stessa razza che si annusano in territorio neutrale. Quanti anni aveva passato lui a domare quella fame? Lei conosceva quella disciplina feroce. L'aveva praticata fino a farla diventare carne della sua carne. Non era un passatempo. Era sopravvivenza.

"È la mia indole," disse lui, come leggendole nel pensiero. "Come respirare. Solo che respiriamo diversamente dagli altri."

La parola 'indole' colpì Anita come una verità troppo a lungo negata. Sì, era quello. Non una scelta, non una perversione. Indole.

L'umidità tra le gambe di Anita era diventata un lago. Sentiva gli slip completamente fradici, incollati alla pelle, e sapeva che aveva già attraversato il tessuto, che stava marcando i jeans di lui come un animale marca il territorio.

Gli slip le si erano arrotolati e infilati tra le labbra, obbligandole ad aprirsi e andando a torturare ulteriormente il clitoride. Lui sentiva l'umidità attraversargli i jeans, caldo e insistente, marchio liquido sulla sua coscia. Eppure, continuava a muoversi con ritmo ipnotico mentre parlavano, mentre si studiavano, senza staccare gli occhi dagli occhi dell'altro

Era questo il vero dialogo, pensò mentre un'altra ondata di calore liquido la attraversava. Non le parole che si scambiavano, ma questo linguaggio del corpo che parlava di rese e conquiste, di bisogni troppo a lungo repressi che finalmente trovavano la loro grammatica.

La vescica piena aggiungeva strati di urgenza. Ogni movimento era amplificato, ogni pressione moltiplicata. Era sull'orlo di perdere il controllo - non solo quello della vescica, ma di tutto. Di quella Anita composta che sapeva quando fermarsi.

"Potresti..." iniziò lei, la voce che tremava come una corda di chitarra troppo tesa, ma si fermò.
"Potrei cosa?" La voce di lui era diventata più ruvida, graffiante come carta vetrata sulla seta. "Dirti di andare in bagno? Dirti di restare qui ancora un'ora? Strapparti via quegli slip fradici che non servono più a niente? O preferisci che te li sfili io, lentamente, mentre tutti ballano e nessuno se ne accorge? Portarti via e scoprire fin dove possiamo spingerci?"

Le dita di lui si mossero sulla sua coscia, tracciando piccoli cerchi. "O potrei lasciarti così. Fradicia. Disperata. Con la vescica che scoppia. Mentre fingi di essere una brava ragazza che beve birra con uno sconosciuto."

Prima che Anita potesse rispondere, un urlo lacerò la bolla in cui si erano rinchiusi.

"ANITAAAAA!"

Il grido delle amiche la colpì come una secchiata d'acqua gelata. Ma invece di raffreddarla, la incendiò. Il tempo stava per scadere. La carrozza stava per tornare zucca.

No. Non così. Non senza...

Fu allora che qualcosa si ruppe dentro di lei. Non fu istinto - l'istinto ti fa scappare. Fu la parte più lucida e feroce della sua anima gitana, quella che aveva ereditato da generazioni di donne che sapevano riconoscere il momento esatto in cui la vita ti offre qualcosa di raro. Sua nonna cubana le diceva sempre: "Mija, cuando el destino te guiñe el ojo, tú le agarras la cara y lo besas."

Prese il cellulare di lui con la violenza di chi ruba il fuoco agli dei. Le dita che volavano sui tasti mentre memorizzava il numero erano le stesse che avevano imparato il compás del flamenco - precise, inevitabili, cariche di una musica che solo lei sentiva.

"Anita, mi chiamo Anita..." La voce le uscì roca, spezzata dall'urgenza. Girò la testa verso il casino della festa, calcolando secondi, metri, disastri imminenti. "Non so quanto tempo ci rimane e cosa succederà quando arriveranno..."

Ma era una bugia. Sapeva esattamente cosa sarebbe successo. Le sue sorelle di latte l'avrebbero trascinata via, la magia si sarebbe rotta, e lei sarebbe tornata ad essere la Anita che si nascondeva nei bagni con i suoi segreti umidi.

Non questa volta.

Si girò verso di lui con la ferocia di una bailaora che attacca l'ultimo zapateado. Non chiese permesso. Il flamenco non chiede mai permesso - prende, divora, brucia.

Il bacio fu un assalto. Le sue labbra si schiantarono contro quelle di lui con la fame di quarant'anni di attese sbagliate. La lingua che invadeva la sua bocca non era timida o educata - era la lingua di una donna che aveva finalmente trovato il suo uguale e intendeva marchiarsi il suo sapore nell'anima. Whisky e birra, sale della festa e qualcosa di più oscuro, più suo.

Le mani di lei si aggrapparono al suo collo come edera affamata, tirandolo più vicino, più dentro, mentre il bacino continuava quella danza antica sulla sua coscia, ora frenetica, senza più alcun pudore. Era un bacio e una scopata insieme, era una dichiarazione di guerra e una resa incondizionata.

Lui rispose con uguale violenza. La sua mano si chiuse nei suoi capelli ricci, tirandole la testa indietro per angolare meglio l'assalto, per possederle la bocca come lei stava possedendo la sua. L'altra mano scese a stringerle il fianco, premendola ancora più forte contro la sua coscia, aiutandola in quella corsa disperata verso qualcosa che entrambi sapevano non sarebbe arrivato. Non ora. Non così.

Fu un bacio che durò secondi e anni. Un bacio che sapeva di addii mai detti e di promesse che non servono parole. Un bacio gitano, di quelli che ti maledicono e ti benedicono insieme, che ti legano con fili invisibili che neanche la distanza può spezzare.

Quando si staccarono, ansimanti, Anita aveva gli occhi lucidi e selvaggi di una loba in calore. Le labbra gonfie, il rossetto sbavato che lo aveva marchiato come suo.

"Le tue guardie del corpo?"

"Le mie maledette sorelle di latte."

Ma mentre pronunciava quelle parole, mentre già sentiva le mani di Jimena che la avrebbero afferrata, un ultimo gesto di sfida: si alzò deliberatamente lenta, lasciando che lui vedesse, sentisse, memorizzasse la scia umida che aveva lasciato sui suoi jeans. Il suo marchio. La sua firma.
Un territorio reclamato con tutti i fluidi del corpo e dell'anima.

"ANITAAAAA!"
Jimena e Blanca ora stavano correndo verso di loro. Anita sentì Dario irrigidirsi sotto di lei, le sue mani che si ritraevano educatamente.
"Cazzo," sussurrò lei, e lui rise, un suono basso e complice. “Dario, io mi chiamo Dario!”

Si alzò velocemente, troppo velocemente. La perdita del contatto fu quasi dolorosa. Si girò per guardarlo un'ultima volta, sorridendo soddisfatta vedendo la macchia di umido lasciata sui pantaloni poco prima che le amiche la travolgessero.
"Non sparire," disse solo.
Lui prese il telefono e fece uno squillo al numero che lei aveva appena memorizzato. “Ora sai come trovarmi”

Mentre Jimena la trascinava via blaterando di qualche emergenza al B&B, Anita sentiva ancora il fantasma della pressione della sua coscia, il calore della sua mano, la promessa non detta che pendeva nell'aria come il profumo della jacaranda.
Non aveva fatto pipì. Non aveva avuto sollievo. Ma aveva trovato qualcosa di molto più pericoloso.
Qualcuno che parlava la sua lingua.

Dario guardò in basso. La macchia era lì, oscena e perfetta, una geografia umida mappata sulla sua coscia destra. Non una goccia timida o un alone discreto. No, Anita aveva lasciato un lago, una dichiarazione liquida che si allargava sul denim come inchiostro su carta assorbente.

Cristo santo.

Il calore era ancora lì, lo sentiva attraverso il tessuto - la temperatura del suo desiderio che gli scaldava la pelle come un marchio a fuoco. E l'odore... cazzo, l'odore. Saliva da quella chiazza come vapore da asfalto bagnato d'estate: muschiato, salino, animale. L'odore di una donna che aveva smesso di fingere, che si era strofinata contro di lui come una gatta in calore senza vergogna né rimpianti.

Si portò una mano alla coscia, sfiorando il bordo della macchia. Bagnato. Ancora caldo del calore di lei. Un pensiero selvaggio gli attraversò la mente - portare quelle dita al naso, alla bocca, assaggiarla qui, davanti a tutti. Ma no. Quello era un sacramento da consumare in privato.

Una settimana. La voglio vedere strusciarsi su tutto quello che mi passa per la testa per una settimana intera, sempre più disperata, sempre più affamata, mai sazia.

Il pensiero arrivò crudo, diretto, senza i filtri che anni di educazione BDSM gli avevano insegnato. Non era il Dom controllato che aveva coltivato per decenni. Era l'animale base che voleva marcare a sua volta, che voleva vederla con le gambe aperte e tremanti, che voleva sentirla implorare in quella lingua mista di spagnolo e italiano che gli aveva sussurrato durante il bacio.

Ma c'era di più. Quella macchia non era solo sesso. Era fiducia. Era una donna che aveva scelto di mostrargli la sua fame senza veli, che aveva usato il suo corpo come tela per dipingere il proprio desiderio. Quante ne aveva avute, di donne? Quante sottomesse educate che seguivano i protocolli, che dicevano "Sì, Signore" con gli occhi bassi?

Questa no. Questa ti guardava negli occhi mentre si sfregava sulla tua gamba come se fosse suo diritto divino. Questa ti rubava il telefono e ti baciava come se volesse mangiarti l'anima. Questa ti lasciava addosso l'odore della sua fica come altri lasciano biglietti da visita.

Guardò Anita allontanarsi, trascinata dalle amiche. Il modo in cui camminava - ancora instabile, le cosce che si sfregavano insieme cercando quella pressione perduta. Sapeva che era ancora bagnata, ancora gonfia, ancora disperata. E sapeva che sarebbe tornata a casa e si sarebbe finita da sola, con quel suo cuscino viola o qualunque altro arnese usasse per torturarsi.

No, piccola. Questa volta no.

Prese il telefono. Il suo numero era lì, salvato già come "Baby". Le mandò un messaggio. Breve. Diretto.

"Non toccarti. È un ordine. Quella fica è mia adesso. Puoi strusciarti dove vuoi, come vuoi, ma non venire. Io decido quando. Io decido come. Da ora in poi, ogni tuo orgasmo mi appartiene."

Vide in lontananza Anita che controllava il telefono. Il modo in cui il suo corpo si irrigidì. Il modo in cui si voltò a guardarlo un'ultima volta.

Lui alzò il bicchiere in un brindisi silenzioso, la macchia sui jeans che si raffreddava ma che avrebbe tenuto come trofeo per tutta la sera. Domani l'avrebbe annusata ancora, prima di lavarla via. O forse no. Forse l'avrebbe tenuta, come i serial killer tengono souvenir.

Poi un secondo messaggio: “Quando e dove ci vediamo di nuovo?”

Perché quello che era successo stasera non era un incontro. Era una collisione. E dalle collisioni, si sa, nascono sempre nuovi universi o distruzioni totali.

Con Anita, sospettava, sarebbero state entrambe le cose.

Anita fissò lo schermo. Le dita tremavano. Jimena continuava a blaterare di qualcosa ma lei non sentiva nulla. Solo il sangue nelle orecchie e quella voce immaginata che leggeva quelle parole.

Quella fica è mia adesso.

Una parte di lei - quella educata, quella che gestiva un B&B rispettabile - voleva ribellarsi. Chi cazzo si credeva di essere?

Ma l'altra parte, quella vera, quella che si era strofinata sulla sua coscia davanti a mezza Siviglia, già si arrendeva. Già sentiva il peso dolce di quella catena invisibile.

Digitò l'indirizzo. Poi cancellò. Poi lo riscrisse. Infine, aggiunse:

"Parque de María Luisa. All'ombra del padiglione mudéjar. Per mezzanotte e mezza dovrei riuscire ad essere lì. C'è una panchina nascosta dove nessuno passa mai. La conosco da quando ero bambina."

Esitò. Poi, con un coraggio che non sapeva di avere:

"P.S. Sono già fradicia solo per i tuoi messaggi. Bastardo."

Un attimo dopo, un'altra vibrazione. Anita quasi lasciò cadere il telefono.

"Descrivimi come trovarla."

Lei sorrise nonostante tutto. Ovviamente. Un uomo che non lasciava niente al caso.
"Dal padiglione, guarda verso la fontana. Sulla sinistra c'è un sentiero che sembra chiuso dai cespugli di azalee. Non lo è. Passa attraverso. La panchina è dietro, nascosta dai salici. Se arrivi prima, aspettami seduto sul lato sinistro."

"Perché il lato sinistro?"

"Perché da bambina mi sedevo sempre a destra. E stanotte non voglio essere quella bambina."

www.dagoheron.it
scritto il
2026-06-07
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