L'indagine di Sofi 8
di
Sir Lucifer
genere
dominazione
c“Guardate un po’ qui, ragazzi. Sono venute a trovarci la troia che l’altra sera voleva portarsi via Mei e niente di meno che l’adorata dottoressa Trevison. Erano insieme.” disse il ragazzo che ci aveva catturato rivolgendosi ai soci con aria di trionfo. Sembrava particolarmente ansioso di ricevere i complimenti del capo, il biondino. Il biondino lo ignorò bellamente per raggiungere me che mi trovavo ancora a gattoni affianco a Marta. L’aria di trionfo sparì dal volto del ragazzo.
Il biondino mi strinse le guance nella sua mano, passò per qualche secondo pensieroso lo sguardo tra me e Marta per poi ordinare: “Perquisitele e spogliatele!”. “Ho già disarmato la dottoressa, portava con sé questa pistola” cercò di rassicurare il ragazzo indicando la pistola. “Nico, non hai pensato che anche l’altra troia potesse possederne una?” lo rimproverò il biondino.
Le due donne incinta che erano accanto a Mei ci invitarono a metterci contro il muro e allargare braccia e gambe. Furono i ragazzi a perquisirci, con un certo gusto si presero del tempo per palparci le tette e aprirci le chiappe per poi tagliarci con una forbice i vestiti e palparci nuovamente. Naturalmente la pistola la beccarono immediatamente nella tasca della felpa ma lo scopo principale era umiliarci. Marta non smise di protestare dall’inizio alla fine, io tacqui e mi morsi le labbra: pregavo che scoprissero il più tardi possibile che fossi completamente bagnata ed eccitata.
Sciocca. Sapevano benissimo che non potevo aver assunto alcun antidoto al farmaco, essendo loro appannaggio; sapevano benissimo che in quel momento non ero altro che una cagna in calore vagamente capace di articolare una frase di senso compiuto e scalciare. Una delle amiche incinta di Mei si prese gioco di me: “Come va con i sintomi? Sei già arrivata al punto di elemosinare cazzi al semaforo?”. Nella stanza esplose una fragorosa risata.
Il biondino, che tutti continuavano a chiamare semplicemente capo, interruppe il momento di ilarità. Si appoggiò alla cattedra di mogano scuro, non ci fu bisogno di richiamare l’attenzione a parole. Era come se tutti i presenti intuissero immediatamente le sue intenzioni, le intuì anch’io: era arrivato il momento di raccontarci qual era sempre stato il piano della banda.
“Come sappiamo, la civiltà occidentale deve affrontare oggi il pericolo massimo: il pericolo di estinguersi nel giro di qualche generazione. La denatalità è realtà e la media dei figli pro capite continua a diminuire. La casa farmaceutica, di cui abbiamo davanti ai nostri occhi una illustre rappresentante nella figura della dottoressa Marta Trevison, aveva capito l’urgenza di agire. Così è stato preparato il BreedFast ma c’era da assumersi un piccolo rischio e ne è stata fermata la produzione. Noi…”.
Nella stanza quasi tutti ascoltavano in religioso silenzio il sermone del capo, immagino che il preside del liceo non abbia mai potuto contare su una simile attenzione da parte di corpo docente e studentesco. La dottoressa Marta Trevison non poteva però lasciare che venissero omesse parti importanti della verità: “Allo stato attuale, gli effetti collaterali del Breedfast sono ben più di un piccolo rischio. Senza un’assunzione regolare dell’antidoto si finisce per diventare totalmente dipendenti dal sesso. Guardate lei”. Naturalmente, Marta aveva indicato me. Ero davvero l’immagine più emblematica degli effetti collaterali del farmaco: nuda e inerme di fronte a una platea di sconosciuti, mi sentivo profondamente umiliata eppure terribilmente eccitata e vogliosa. Le parole di Marta caddero nel vuoto e il capo della banda concluse il suo monologo:
“Noi ne riprenderemo la produzione, abbiamo assoldato già chimici e biologi. Grazie a una rete in continuo aumento di persone che hanno deciso di combattere insieme a noi, il BreedFast si diffonderà presto in tutta Europa. In un paio di anni vedremo un incremento significativo delle nascite”.
Avevano arbitrariamente deciso che le cause della denatalità fossero tutte di natura biologica. Qualche volta mi chiedo cosa sarebbe successo se non l’avessimo fermati. Comunque, ci fu un lungo applauso per il discorso del capo, il quale infine ordinò di ammanettarci le mani dietro la schiena e di accompagnarci su una coppia di materassi gettati a terra. Cosa avevano intenzione di fare? Fu presto chiaro. Nico afferrò il braccio di Marta e gli puntò contro una grossa siringa. “Vedrai che ci si diverte” le ringhiò addosso.
Le iniettarono il farmaco in grosse quantità. Bastarono pochi minuti per vedere Marta crollare sul materasso, evidentemente in stato alterato: aprì oscenamente le gambe e chiuse le mani a pugno prima di gridare: “scopatemi, vi prego!”. In quel momento realizzai che saremmo state scopate da tutti gli uomini nella stanza. Una parte di me fu delusa nel contarne solo 7.
Mi stesi sul materasso a pancia in giù, preferivo non guardare in faccia quelle teste di cazzo mentre mi scopavano e godevano dei miei orgasmi. Il primo a chinarsi su di me fu Marco, l’uomo con cui avevo fatto coppia poco prima alla lezione autogestita di lotta libera. Mi baciò il collo, non mi sorprese sentirlo già eccitato; se avesse potuto, mi avrebbe posseduta anche durante la lezione. Il suo non era un cazzo degno di nota e in condizioni normali non avrei affatto apprezzato la sua rudezza; non mi trovavo però in condizioni normali ed essere sbattuta come una bambola gonfiabile mi parve coerente. Marco mi spingeva dentro il cazzo come un animale e io gemetti diverse volte. Non riuscì a raggiungere l’orgasmo solo perché venne troppo presto; certo, non aveva usato il preservativo e, nonostante ciò, mi aveva sborrato dentro senza chiedere il permesso. Non si chiede il permesso a una bambola gonfiabile.
Marta implorava di essere scopata più forte. Il primo ad avere il piacere di sbatterla era stato Nico. Nico aveva spalle larghe, bei pettorali e un bel sedere. Non ho avuto la possibilità di vedergli l’uccello ma posso dire che durò abbastanza da far avere alla dottoressa due orgasmi. Penso che Nico provasse una cotta per Marta dai tempi della sperimentazione nella casa farmaceutica. Di sicuro, una delle donne incinta guardò con disprezzo Marta tutto il tempo in cui ebbe Nico sopra. Neppure Nico chiese il permesso prima di sborrare nella fica.
Un ceffone sul sedere fu il segnale che un secondo era pronto a scoparmi. Il nuovo arrivato ci tenne subito a farmi sapere che le mie tette glielo avevano fatto già venire duro durante la lezione di lotta libera e a causa mia non era riuscito a concentrarsi. Con un fil di voce gli rispose che mi dispiaceva, non colse l’ironia. Pretese che mi girassi a pancia in su, sarei stato costretto a vedere la sua faccia di merda: si trattava di un cinquantenne con un viso butterato e braccia muscolose. Mi spinse le tette attorno al suo membro, devo ammettere grosso membro. Mi scopò le tette finché sentì che gli rimaneva poco, gridò che voleva mettermi incinta e farcirmi come un cotechino, gli bastò inzuppare due volte il biscotto per svuotare tutto il latto caldo proveniente dai testicoli nella fica. Non mi era stato ancora concesso un orgasmo nonostante fossi eccitata come una cagna in calore.
Invece la dottoressa Marta Trevison aveva appena avuto due orgasmi in tre minuti. A lei era capitato il ragazzo pallido della lotta libera che a quanto pare aveva una perversione particolare: cronometrare gli orgasmi delle tipe per stabilire nuovi record. In effetti, solo all’inizio fu piacevole. Il tipo continuò a sgrillettarla anche dopo il quarto orgasmo in pochi minuti. “Mi fa male il clitoride” dovette urlare Marta per farlo smettere. Solo a quel punto si decide a slacciarsi i pantaloni, aveva un cazzetto, Marta allargò istintivamente le gambe ma il ragazzo pallido precisò che non avrebbe infilato il cazzo in una fica già grondante di sborra. Marta gli avrebbe dovuto leccare le palle e spompinarlo. Scoprì che Marta aveva un talento raro per l’arte della fellatio.
Restavano da soddisfare Sam, Albi e il capo della banda. Sam era il braccio destro del capo nonché suo migliore amico. Venni a sapere che i due si conoscevano da prima della sperimentazione, all’inizio aveva accettato solo per alzare un po’ di denaro. Sam era un tipo taciturno e riservato ma proprio per questo risultava il più imprevedibile; si sarebbe detto vanitoso per la sua abitudine di aggiustarsi spesso il ciuffetto di capelli castani che quasi gli copriva un occhio. Albi era di tutt’altra pasta: chiassoso e di battuta pronta, era il buon tempone della banda. A differenza di Sam, che aveva fisico asciutto e lineamenti androgini, Albi era sovrappeso e aveva lineamenti decisamente più spigolosi.
Al contrario del ragazzo pallido, i tre ci tennero da subito a farci sapere che non avevano alcun problema a infilare il cazzo in buco già di sperma. Anzi, se non l’aveva già fatto ci avrebbero messe incinta loro. Mi toccai la fica raccogliendo tra le dita un filo di sperma non ancora raggrumato: già, la domanda non era se ci avessero messe incinta ma chi…
Albi scelse Marta; quel culone, disse, lo faceva impazzire. Inoltre, non c’era niente di meglio che piegare una donna che nella vita professionale ostentava tanta austerità e rigore. Certo, in quel momento non ci voleva granché a piegarci. Con le mani ammanettate e gli ormoni alle stelle avevamo due possibilità: arrenderci alla nostra condizione di giocattoli sessuali e goderne oppure vanamente resistere per essere vinte comunque dai nostri ormoni. Marta non aveva tentato di rinnegare la sua condizione nemmeno per un secondo. Albi teneva in mano un lungo cazzo nodoso che svettava su grossi testicoli, Marta fu felice di farlo sparire nella sua bocca; gemette quando l’uomo le afferrò con ambo le mani la testa e iniziò a schiacciarla contro il suo pube; dal mento di Marta cominciò a colare bava e sperma, quando il cazzo si ritirò dalla bocca scoppiò in un attacco di tosse.
Non era che l’antipasto. Sui componenti della banda, che avevano già da tempo ormai cominciato ad assumere BreedFast, si era verificato un aumento importante nella produzione di sperma. Forse per questa ragione Albi mostrava fieramente dei testicoli quasi grandi come arance. Marta tornò a sdraiarsi sul lercio materasso, l’uomo le prese le gambe fino a portarsele sulle spalle e la schiacciò con il suo peso. Le sputò sulle labbra, la faccia della dottoressa era ormai irriconoscibile; cominciò a penetrarla. Il ritmo si fece subito frenetico e dopo qualche minuti non sembravano esserci pause tra un orgasmo e l’altro sia per Marta sia per Albi. Chi assisteva allo spettacolo prese a insultare Marta, c’era chi le dava della vacca e chi della troia: c’era chi le diceva che le sarebbe cresciuto un bel pancione e tra nove mesi sarebbe nato un mini-Albi. Albi si staccò esausto dopo averla farcita per ben quattro volte.
Strinsi i denti, toccava a me. Sam e il biondino mi raggiunsero già nudi e con il pennacchio in tiro. Mi tesero una mano a testa per rimettermi in piedi. Mi tremavano le gambe ma un passo alla volta raggiungi il muro di cartongesso verso il quale mi guidarono. Non indietreggiai quando presero a baciarmi il collo e palparmi i seni, chiusi gli occhi per concentrarmi sul piacere e cercare di scacciare i pensieri. Come spesso capita, cercando di non pensare ottieni esattamente il risultato opposto e mi persi nei pensieri: avrei avuto ancora il coraggio di guardare in faccia il mio ragazzo? Mi aveva mai fatto sentire così eccitata il mio fidanzato? Certo che no, non ero in me. Un dolore lancinante al petto mi ridestò; Sam si era attaccato a un capezzolo e lo mordicchiava.
Si staccò solo quando il biondino gli fece cenno che era venuto il momento: mi avrebbero scopato un po’ per uno. “Ti sfonderemo la fica -mi promise il biondino-, ora aggrappati”. Capì al volo le sue intenzioni, perciò gli cinsi le braccia attorno al collo e le gambe attorno alle natiche; lui mi sollevò per la vita e mi penetrò. Mi aspettavo una penetrazione violenta, animale. Invece, aspettò che mi adattassi alle sue dimensioni prima di spingere. Ciò mi permise di godermi ogni centimetro dentro di me e fui io a cercare la sua bocca per baciarlo. Esplosi in un orgasmo come non avevo mai avuti, per risposta il biondino riverso in me copiose quantità di sborra. Tuttavia, continuò a chiavarmi alla stessa intensità. Venne una seconda volta prima di riportarmi con i piedi sul pavimento e passare il testimone a Sam.
“Girati, dai” mi chiese. Mi girai. Sam mi arpionò le tette e mi spinse il busto in avanti. Per la foga per poco non sbagliò buco. Tirai un sospiro di sollievo considerate le dimensioni, non avevo mai sentito dentro un cazzo così grosso: sembrava una lattina di birra. Per fortuna, gli altri avevano già pensato ad allargarmi e prepararmi. Sam era come il boss finale di un videogioco. Mi strappò violenti orgasmi, mi farcì la fica per bene. Passò un’altra volta il comando al biondino che mi scopò in piedi l’uno di fronte all’altro, infine un’ultima volta Sam mentre ero a pecorina. Piegai le ginocchia e crollai sul pavimento riversando fuori un fiume di sborra: non si trattava di capire se ma chi...
Vorrei raccontare come le altre guardie della casa farmaceutica ci trovarono, come ci salvarono sgominando la banda. Però non lo ricordo. Ci trovarono svenute e in condizioni pietose. Mi risvegliai in ospedale, Mei al mio fianco: mi confessò che aspettava un bambino ma sarebbe stata disposta a tornare da suo padre a patto di ricevere aiuto economico per l’educazione del bambino. Appena mi dimisero dall’ospedale tornammo a Prato. Sì, scoprì di essere rimasta incinta. Il mio fidanzato non mi lasciò. Vi chiedete se abbiamo trovato l’antidoto al farmaco nel covo della banda? Le guardie giurate ci hanno riferito che non ce n’era più traccia. Ci volevano mesi per produrre nuovo antidoto, Marta mi avrebbe chiamato quando fosse pronto. Ancora aspetto…
***
Questo era il capitolo conclusivo. Spero vi siate goduti il racconto. Se avete gradito lasciatemi un voto e un commento. Per contattarmi in privato potete scrivermi a sirluciferbully@gmail.com
Il biondino mi strinse le guance nella sua mano, passò per qualche secondo pensieroso lo sguardo tra me e Marta per poi ordinare: “Perquisitele e spogliatele!”. “Ho già disarmato la dottoressa, portava con sé questa pistola” cercò di rassicurare il ragazzo indicando la pistola. “Nico, non hai pensato che anche l’altra troia potesse possederne una?” lo rimproverò il biondino.
Le due donne incinta che erano accanto a Mei ci invitarono a metterci contro il muro e allargare braccia e gambe. Furono i ragazzi a perquisirci, con un certo gusto si presero del tempo per palparci le tette e aprirci le chiappe per poi tagliarci con una forbice i vestiti e palparci nuovamente. Naturalmente la pistola la beccarono immediatamente nella tasca della felpa ma lo scopo principale era umiliarci. Marta non smise di protestare dall’inizio alla fine, io tacqui e mi morsi le labbra: pregavo che scoprissero il più tardi possibile che fossi completamente bagnata ed eccitata.
Sciocca. Sapevano benissimo che non potevo aver assunto alcun antidoto al farmaco, essendo loro appannaggio; sapevano benissimo che in quel momento non ero altro che una cagna in calore vagamente capace di articolare una frase di senso compiuto e scalciare. Una delle amiche incinta di Mei si prese gioco di me: “Come va con i sintomi? Sei già arrivata al punto di elemosinare cazzi al semaforo?”. Nella stanza esplose una fragorosa risata.
Il biondino, che tutti continuavano a chiamare semplicemente capo, interruppe il momento di ilarità. Si appoggiò alla cattedra di mogano scuro, non ci fu bisogno di richiamare l’attenzione a parole. Era come se tutti i presenti intuissero immediatamente le sue intenzioni, le intuì anch’io: era arrivato il momento di raccontarci qual era sempre stato il piano della banda.
“Come sappiamo, la civiltà occidentale deve affrontare oggi il pericolo massimo: il pericolo di estinguersi nel giro di qualche generazione. La denatalità è realtà e la media dei figli pro capite continua a diminuire. La casa farmaceutica, di cui abbiamo davanti ai nostri occhi una illustre rappresentante nella figura della dottoressa Marta Trevison, aveva capito l’urgenza di agire. Così è stato preparato il BreedFast ma c’era da assumersi un piccolo rischio e ne è stata fermata la produzione. Noi…”.
Nella stanza quasi tutti ascoltavano in religioso silenzio il sermone del capo, immagino che il preside del liceo non abbia mai potuto contare su una simile attenzione da parte di corpo docente e studentesco. La dottoressa Marta Trevison non poteva però lasciare che venissero omesse parti importanti della verità: “Allo stato attuale, gli effetti collaterali del Breedfast sono ben più di un piccolo rischio. Senza un’assunzione regolare dell’antidoto si finisce per diventare totalmente dipendenti dal sesso. Guardate lei”. Naturalmente, Marta aveva indicato me. Ero davvero l’immagine più emblematica degli effetti collaterali del farmaco: nuda e inerme di fronte a una platea di sconosciuti, mi sentivo profondamente umiliata eppure terribilmente eccitata e vogliosa. Le parole di Marta caddero nel vuoto e il capo della banda concluse il suo monologo:
“Noi ne riprenderemo la produzione, abbiamo assoldato già chimici e biologi. Grazie a una rete in continuo aumento di persone che hanno deciso di combattere insieme a noi, il BreedFast si diffonderà presto in tutta Europa. In un paio di anni vedremo un incremento significativo delle nascite”.
Avevano arbitrariamente deciso che le cause della denatalità fossero tutte di natura biologica. Qualche volta mi chiedo cosa sarebbe successo se non l’avessimo fermati. Comunque, ci fu un lungo applauso per il discorso del capo, il quale infine ordinò di ammanettarci le mani dietro la schiena e di accompagnarci su una coppia di materassi gettati a terra. Cosa avevano intenzione di fare? Fu presto chiaro. Nico afferrò il braccio di Marta e gli puntò contro una grossa siringa. “Vedrai che ci si diverte” le ringhiò addosso.
Le iniettarono il farmaco in grosse quantità. Bastarono pochi minuti per vedere Marta crollare sul materasso, evidentemente in stato alterato: aprì oscenamente le gambe e chiuse le mani a pugno prima di gridare: “scopatemi, vi prego!”. In quel momento realizzai che saremmo state scopate da tutti gli uomini nella stanza. Una parte di me fu delusa nel contarne solo 7.
Mi stesi sul materasso a pancia in giù, preferivo non guardare in faccia quelle teste di cazzo mentre mi scopavano e godevano dei miei orgasmi. Il primo a chinarsi su di me fu Marco, l’uomo con cui avevo fatto coppia poco prima alla lezione autogestita di lotta libera. Mi baciò il collo, non mi sorprese sentirlo già eccitato; se avesse potuto, mi avrebbe posseduta anche durante la lezione. Il suo non era un cazzo degno di nota e in condizioni normali non avrei affatto apprezzato la sua rudezza; non mi trovavo però in condizioni normali ed essere sbattuta come una bambola gonfiabile mi parve coerente. Marco mi spingeva dentro il cazzo come un animale e io gemetti diverse volte. Non riuscì a raggiungere l’orgasmo solo perché venne troppo presto; certo, non aveva usato il preservativo e, nonostante ciò, mi aveva sborrato dentro senza chiedere il permesso. Non si chiede il permesso a una bambola gonfiabile.
Marta implorava di essere scopata più forte. Il primo ad avere il piacere di sbatterla era stato Nico. Nico aveva spalle larghe, bei pettorali e un bel sedere. Non ho avuto la possibilità di vedergli l’uccello ma posso dire che durò abbastanza da far avere alla dottoressa due orgasmi. Penso che Nico provasse una cotta per Marta dai tempi della sperimentazione nella casa farmaceutica. Di sicuro, una delle donne incinta guardò con disprezzo Marta tutto il tempo in cui ebbe Nico sopra. Neppure Nico chiese il permesso prima di sborrare nella fica.
Un ceffone sul sedere fu il segnale che un secondo era pronto a scoparmi. Il nuovo arrivato ci tenne subito a farmi sapere che le mie tette glielo avevano fatto già venire duro durante la lezione di lotta libera e a causa mia non era riuscito a concentrarsi. Con un fil di voce gli rispose che mi dispiaceva, non colse l’ironia. Pretese che mi girassi a pancia in su, sarei stato costretto a vedere la sua faccia di merda: si trattava di un cinquantenne con un viso butterato e braccia muscolose. Mi spinse le tette attorno al suo membro, devo ammettere grosso membro. Mi scopò le tette finché sentì che gli rimaneva poco, gridò che voleva mettermi incinta e farcirmi come un cotechino, gli bastò inzuppare due volte il biscotto per svuotare tutto il latto caldo proveniente dai testicoli nella fica. Non mi era stato ancora concesso un orgasmo nonostante fossi eccitata come una cagna in calore.
Invece la dottoressa Marta Trevison aveva appena avuto due orgasmi in tre minuti. A lei era capitato il ragazzo pallido della lotta libera che a quanto pare aveva una perversione particolare: cronometrare gli orgasmi delle tipe per stabilire nuovi record. In effetti, solo all’inizio fu piacevole. Il tipo continuò a sgrillettarla anche dopo il quarto orgasmo in pochi minuti. “Mi fa male il clitoride” dovette urlare Marta per farlo smettere. Solo a quel punto si decide a slacciarsi i pantaloni, aveva un cazzetto, Marta allargò istintivamente le gambe ma il ragazzo pallido precisò che non avrebbe infilato il cazzo in una fica già grondante di sborra. Marta gli avrebbe dovuto leccare le palle e spompinarlo. Scoprì che Marta aveva un talento raro per l’arte della fellatio.
Restavano da soddisfare Sam, Albi e il capo della banda. Sam era il braccio destro del capo nonché suo migliore amico. Venni a sapere che i due si conoscevano da prima della sperimentazione, all’inizio aveva accettato solo per alzare un po’ di denaro. Sam era un tipo taciturno e riservato ma proprio per questo risultava il più imprevedibile; si sarebbe detto vanitoso per la sua abitudine di aggiustarsi spesso il ciuffetto di capelli castani che quasi gli copriva un occhio. Albi era di tutt’altra pasta: chiassoso e di battuta pronta, era il buon tempone della banda. A differenza di Sam, che aveva fisico asciutto e lineamenti androgini, Albi era sovrappeso e aveva lineamenti decisamente più spigolosi.
Al contrario del ragazzo pallido, i tre ci tennero da subito a farci sapere che non avevano alcun problema a infilare il cazzo in buco già di sperma. Anzi, se non l’aveva già fatto ci avrebbero messe incinta loro. Mi toccai la fica raccogliendo tra le dita un filo di sperma non ancora raggrumato: già, la domanda non era se ci avessero messe incinta ma chi…
Albi scelse Marta; quel culone, disse, lo faceva impazzire. Inoltre, non c’era niente di meglio che piegare una donna che nella vita professionale ostentava tanta austerità e rigore. Certo, in quel momento non ci voleva granché a piegarci. Con le mani ammanettate e gli ormoni alle stelle avevamo due possibilità: arrenderci alla nostra condizione di giocattoli sessuali e goderne oppure vanamente resistere per essere vinte comunque dai nostri ormoni. Marta non aveva tentato di rinnegare la sua condizione nemmeno per un secondo. Albi teneva in mano un lungo cazzo nodoso che svettava su grossi testicoli, Marta fu felice di farlo sparire nella sua bocca; gemette quando l’uomo le afferrò con ambo le mani la testa e iniziò a schiacciarla contro il suo pube; dal mento di Marta cominciò a colare bava e sperma, quando il cazzo si ritirò dalla bocca scoppiò in un attacco di tosse.
Non era che l’antipasto. Sui componenti della banda, che avevano già da tempo ormai cominciato ad assumere BreedFast, si era verificato un aumento importante nella produzione di sperma. Forse per questa ragione Albi mostrava fieramente dei testicoli quasi grandi come arance. Marta tornò a sdraiarsi sul lercio materasso, l’uomo le prese le gambe fino a portarsele sulle spalle e la schiacciò con il suo peso. Le sputò sulle labbra, la faccia della dottoressa era ormai irriconoscibile; cominciò a penetrarla. Il ritmo si fece subito frenetico e dopo qualche minuti non sembravano esserci pause tra un orgasmo e l’altro sia per Marta sia per Albi. Chi assisteva allo spettacolo prese a insultare Marta, c’era chi le dava della vacca e chi della troia: c’era chi le diceva che le sarebbe cresciuto un bel pancione e tra nove mesi sarebbe nato un mini-Albi. Albi si staccò esausto dopo averla farcita per ben quattro volte.
Strinsi i denti, toccava a me. Sam e il biondino mi raggiunsero già nudi e con il pennacchio in tiro. Mi tesero una mano a testa per rimettermi in piedi. Mi tremavano le gambe ma un passo alla volta raggiungi il muro di cartongesso verso il quale mi guidarono. Non indietreggiai quando presero a baciarmi il collo e palparmi i seni, chiusi gli occhi per concentrarmi sul piacere e cercare di scacciare i pensieri. Come spesso capita, cercando di non pensare ottieni esattamente il risultato opposto e mi persi nei pensieri: avrei avuto ancora il coraggio di guardare in faccia il mio ragazzo? Mi aveva mai fatto sentire così eccitata il mio fidanzato? Certo che no, non ero in me. Un dolore lancinante al petto mi ridestò; Sam si era attaccato a un capezzolo e lo mordicchiava.
Si staccò solo quando il biondino gli fece cenno che era venuto il momento: mi avrebbero scopato un po’ per uno. “Ti sfonderemo la fica -mi promise il biondino-, ora aggrappati”. Capì al volo le sue intenzioni, perciò gli cinsi le braccia attorno al collo e le gambe attorno alle natiche; lui mi sollevò per la vita e mi penetrò. Mi aspettavo una penetrazione violenta, animale. Invece, aspettò che mi adattassi alle sue dimensioni prima di spingere. Ciò mi permise di godermi ogni centimetro dentro di me e fui io a cercare la sua bocca per baciarlo. Esplosi in un orgasmo come non avevo mai avuti, per risposta il biondino riverso in me copiose quantità di sborra. Tuttavia, continuò a chiavarmi alla stessa intensità. Venne una seconda volta prima di riportarmi con i piedi sul pavimento e passare il testimone a Sam.
“Girati, dai” mi chiese. Mi girai. Sam mi arpionò le tette e mi spinse il busto in avanti. Per la foga per poco non sbagliò buco. Tirai un sospiro di sollievo considerate le dimensioni, non avevo mai sentito dentro un cazzo così grosso: sembrava una lattina di birra. Per fortuna, gli altri avevano già pensato ad allargarmi e prepararmi. Sam era come il boss finale di un videogioco. Mi strappò violenti orgasmi, mi farcì la fica per bene. Passò un’altra volta il comando al biondino che mi scopò in piedi l’uno di fronte all’altro, infine un’ultima volta Sam mentre ero a pecorina. Piegai le ginocchia e crollai sul pavimento riversando fuori un fiume di sborra: non si trattava di capire se ma chi...
Vorrei raccontare come le altre guardie della casa farmaceutica ci trovarono, come ci salvarono sgominando la banda. Però non lo ricordo. Ci trovarono svenute e in condizioni pietose. Mi risvegliai in ospedale, Mei al mio fianco: mi confessò che aspettava un bambino ma sarebbe stata disposta a tornare da suo padre a patto di ricevere aiuto economico per l’educazione del bambino. Appena mi dimisero dall’ospedale tornammo a Prato. Sì, scoprì di essere rimasta incinta. Il mio fidanzato non mi lasciò. Vi chiedete se abbiamo trovato l’antidoto al farmaco nel covo della banda? Le guardie giurate ci hanno riferito che non ce n’era più traccia. Ci volevano mesi per produrre nuovo antidoto, Marta mi avrebbe chiamato quando fosse pronto. Ancora aspetto…
***
Questo era il capitolo conclusivo. Spero vi siate goduti il racconto. Se avete gradito lasciatemi un voto e un commento. Per contattarmi in privato potete scrivermi a sirluciferbully@gmail.com
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