L'indagine di Sofie 6

di
genere
dominazione

Ugo, la guardia privata, fu di parola. Dopo una breve telefonata mi chiese di aiutarlo a tirarsi su. Si strinse a me. La cosa mi dava noia ma solo così potevamo trascinarci fuori. Gli avevo davvero rotto la gamba destra. Tra le sue bestemmie raggiungemmo l’auto nel parcheggio, una vecchia utilitaria grigia. Naturalmente, non poteva guidare in quelle condizioni; mi passò le chiavi e partimmo.

Nel tragitto non scambiammo tante parole se non quelle necessarie a non sbagliar strada. Avrei potuto chiedergli che tipo fosse la Dottoressa Marta Trevison, avrei potuto chiedergli per quale ragione la casa farmaceutica avesse cancellato il programma di sperimentazione e perché ne parlavamo in piena notte in una proprietà privata. Avrei potuto portarmi in vantaggio nelle trattative che da lì a breve, ne ero sicura, si sarebbero svolte. A dire la verità, avrei voluto.  Mi bloccò l’imbarazzo, tornava costantemente alla mente l’immagine della mia fica piena del seme di uno sconosciuto e ancora peggio l’immagine di una ninfomane che cercava di scoparsi un cazzo moscio. Potevo quasi sentire i giudizi di Ugo mentre notava una fedina al mio anulare.

Per distrarmi cercai di esplorare l’immagine della lussuosa villetta in cui mi ero persuasa dovesse abitare la Trevison. Mi spiazzò trovarmi invece di fronte a un anonimo palazzo. Aiutai Ugo a scendere dall’auto, con l’ascensore raggiungemmo l’appartamento. Anche l’interno dell’appartamento era abbastanza anonimo, il salotto come un qualunque salotto della media borghesia romana. Tutto concorreva però, per contrasto, a sottolineare l’unicità di Marta Trevison: sedeva in vestaglia sul divano con una gamba accavallata e un bicchiere da cocktail in mano; lunghi capelli rossi, grandi occhi verdi, carnagione chiara, seno piccolo, fianchi larghi e mani eleganti che finiscono in dita affusolate. Sembrava un gatto, animale imperscrutabile e elegante.

“Bevi whisky?” chiese esibendo un sorriso di cortesia.

“Si”

Ci invitò a sedere mentre andava a prendere dalla credenza un secondo bicchiere da cocktail. Abitava da sola e non aveva animali domestici.

“Non ti piacerà quanto sto per dire -disse mentre tornava a sedersi-, saprai che tutti i paesi occidentali soffrono oggi di un grave problema di denatalità a causa di sterilità, inflazione e solitudine sociale. La casa farmaceutica per cui lavoro ha sintetizzato un farmaco per curare insieme sterilità e mancanza di desiderio sessuale. Mesi fa ne abbiamo cominciato la sperimentazione su soggetti umani, si sono offerti tanti giovani. Purtroppo, abbiamo scoperto che il farmaco funzionava fin troppo bene”

Ero perplessa. “E qual era il problema?” domandai.

“Bastava assumerlo una volta per provocare un aumento misurabile del desiderio sessuale, sì, ma con il tempo il desiderio sessuale anziché stabilizzarsi continuava a crescere fino a diventare totalizzante. Continuare ad assumere il farmaco alterava il ritmo dell’ovulazione nelle donne e creava dipendenza. Solo con la somministrazione di un antidoto è stato possibile invertire il processo”.

La Dottoressa era stata chiarissima. Quindi i miei attacchi di ninfomania sarebbero aumentati? Esatto. Sarebbero aumentati di intensità e di frequenza. Ora, la domanda era una ma la Trevison mi anticipò:

“Siamo stati costretti a fermare la sperimentazione ma alcuni ragazzi non la presero bene. Un paio di settimane fa abbiamo scoperto che le scorte del farmaco BreedSpeed, destinate ad essere distrutte, sono state rubate. Ora sospettiamo quei ragazzi”.

“Fra cui c’è Mei Xu” aggiunsi io.

Avrei dovuto sentirmi sollevata di essermi avvicinata alla risoluzione del caso Xu. Eppure, non potevo che essere preoccupata: come avrei trovato la banda di Mei? Avevano ancora l’antidoto? La Dottoressa Marta mi propose un patto: li avrei aiutati a ritornare in possesso del farmaco rubato, in cambio mi avrebbero curato con l’antidoto e avrei potuto riportare a casa Mei.

Il giorno ritornai nell’appartamento, accanto a Marta Trevison stavano in piedi l’intera squadra delle guardie giurate eccetto Ugo che era stato portato in ospedale. L’intera squadra delle guardie giurate era composta da un tizio stempiato dai baffetti biondi e gli occhi piccoli, due chiassosi ragazzi di vent’anni circa, un tizio con lunghi capelli grigi mossi e braccia tatuate e una donna con occhi e capelli castani. La Trevison annunciò che io e le guardie ci saremmo divisi in coppie, ogni coppia si sarebbe recata in una zona di spaccio. Avremmo dovuto fare le domande giuste alle persone giuste, con discrezione; avremmo dovuto scoprire perché Mei e compagnia stavano spacciando il farmaco: per racimolare qualche soldo o avevano un altro piano in mente? Vendevano l’antidoto o lo tenevano per sé?

Mi trovai a fare coppia con Enzo, il tizio stempiato con i baffetti biondi. Evidentemente il collega gli aveva raccontato degli eventi della notte perché sembrava intimorito da me. Il tempo di raggiungere Villa Pamphili e il sole era già tramontato. D’inverno le giornate durano sempre troppo poco. Faceva però meno freddo rispetto agli altri giorni, ciò mi permise di indossare solo una maglietta a maniche lunghe sopra i jeans; Enzo indossava una camicia a quadra rossa e nera sopra pantaloni di velluto.

Non avevo mai visitato Villa Pamphili; di giorno, doveva essere piena di turisti da tutto il giorno e famiglie felici; di sera, era un’altra cosa: sulle panchine giovani coppie si scambiano effusioni al chiaro di luna, dietro i muretti lontani dai lampioni avveniva un costante spaccio di droga; si poteva trovare di tutto dall’erba alla coca; noi eravamo però alla ricerca di una merce speciale. Camminavamo a braccetto fingendoci una coppia; il piano era avvertire i rinforzi se per una botta di fortuna avessimo beccato i compagni di Mei, se non vedevamo nessuno di loro avvicinare qualche ragazzo con la droga in mano e fare domande.

Di Mei e i dei suoi sodali non c’era traccia, per cui passammo a selezionare la coppia di ragazzi che ci sembrava meno guardinga. Era preferibile fermare una coppia perché sarebbe stato più facile entrare in confidenza. Notammo una coppia di fricchettoni intenta a ridersela di gusto; di sicuro, erano sballati marci; entrambi, portavano i dread e vestiti larghi.

Ci avvicinammo a loro e presi l’iniziativa.

“Ciao”.

Purtroppo, la voce mi uscì un po’ troppo squillante e innaturale. I pensieri lascivi erano tornati a trovarmi, mi stavo eccitando senza alcun motivo. La Dottoressa mi aveva avvertito: senza l’antidoto mi sarei eccitata sempre più spesso e in maniera incontrollabile.

I due fricchettoni scoppiarono a ridere. Forse per rimarcare la sua utilità o forse vedendomi in confusione, intervenne Enzo: “Dove possiamo trovare anche noi l’erba che state fumando? Sembra buona. Come voi, vorremmo sballarci e poi appartarci per darci dentro. Capite cosa intendo?”.

I ragazzi si scambiarono l’un altro delle facce buffe e ripresero a ridere più forte. Poi, la ragazza rispose seria: “Noi non siamo fidanzati ma amici e che senso ha sballarsi per poi provare a scopare? Si sa, che ai ragazzi non tira”.

Presi la palla al balzo per correggere il brutto tiro di Enzo:

“Infatti, gliel’ho detto. Ci hanno detto che in questi giorni gira una droga per alimentare il desiderio. Ne avete sentito parlare?”

Una fitta mi piegò, istintivamente strinsi le gambe. La ragazza mi si fece vicina e mi lisciò i capelli.

“Tesoro, sembra tu non ne abbia bisogno” disse faticando a trattenere una risata.

Davanti allo sguardo imbarazzato di Enzo, anche il ragazzo si fece vicino e prese a fissarmi i seni le cui forme erano ben visibili oltre il tessuto della maglietta.

“Sei per caso incinta?” chiese serissimo.

La domanda mi gelò il sangue e per qualche secondo la domanda riecheggiò nella mia testa senza risposta. “No- gridai, infine-, impossibile”. Almeno volevo credere che lo fosse. Avevo saltato solo un giorno la pillola, non poteva essere successo niente…

“Non ci credo- tornò a parlare la ragazza-, guarda che belle tette da latte che hai. Ok, tu ti fai mungere e poi noi rispondiamo alle vostre domande”.

Si stava prendendo gioco di me, maledetta tossica. Non le importava affatto che fossi o meno incinta, voleva giocare con me: voleva umiliarmi. Però io non avevo fiato per reagire, le fitte non mi davano tregua e combattevo già contro la voglia di menarmi la clitoride.

“Amore” sussurrai, pregando che Enzo trovasse il modo di uscire da quella situazione.

“D’accordo” fu invece la sua risposta.

“Tira fuori le tettone” incalzò esaltato il fricchettone.

Alzai la maglietta e tirai fuori le tette. La ragazza mi aiutò a strappar via la maglietta e a cacciarmi il reggiseno. Dopodiché, l’amico mi guidò a terra a quattro zampe. Ne fui sollevata, le gambe mi tremavano. La ragazza si sedette sui talloni e con una mano e poi l’altra afferrò saldamente le grosse mammelle che le pendevano oscenamente davanti. Cominciò a mungermi proprio come si fa con una vacca; applicava una leggera pressione e tirava verso giù. Siccome ormai mi stavo prestando a quell’umiliazione abbandonai ogni resistenza e mi portai una mano dentro i pantaloni: avevo assolutamente bisogno di venire. Venni.

Vedendo il mio orgasmo, la ragazza decise di infierire: “Stupida vacca, non hai latte”. Stavo per rispondere che glielo avevo detto quando fui scossa da uno schiaffo sul culo.

“Silvia, quanti sculacciate si merita secondo te?” chiese il ragazzo.

“Finché le chiappe non le bruciano” rispose tra le risate.

Mi abbassarono il jeans e a turno cominciarono a sculacciarmi. Contai 20 ceffoni, il mio sedere lo sentivo di fuoco. I due fricchettoni se ne andarono lasciandomi a quattro zampe, ignorando le richieste di Enzo di tenere fede ai patti.

Si avvicinarono però due ragazzi, questi era completamente diversi: vestiti firmati e capelli impomatati; uno era leggermente più alto, l’altro aveva le spalle più larghe. Quello con le spalle più larghe esordì: “Noi sappiamo chi vende la Breedspeed, ne abbiamo comprato una dose anche se non ce la siamo ancora sparati. Però vogliamo…”. Il favore che chiedevano in cambio era di natura sessuale e riguardava me.

Tirarono gli uccelli di fuori. Erano due uccelli nella media ma desideravano me e io loro. Non volevo fare distinzione, per cui distribuì equamente le mie attenzioni: mentre succhiavo uno, smanettavo l’altro; mentre leccavo le palle al secondo, al primo permettevo di schiaffeggiarmi le guance con il cazzo. Il primo uccello mi ringraziò ricoprendomi la faccia di sperma, il secondo fu deluso da un getto che si aspettava di portata più ampia ma riuscì a macchiarmi una tetta.

I ragazzi furono di parola e ci diedero informazioni preziose. Chiesi a Enzo dei fazzoletti per ripulirmi la faccia ma in cambio volle anche lui un pompino. A quel punto, valevano così poco i miei pompini? Tornai a masturbarmi. Infine, ci riunimmo alla Trevison e a gl'altri.

***

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scritto il
2026-02-19
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