L'indagine di Sofi 2
di
Sir Lucifer
genere
pulp
Capitolo 2: lentezza di riflessi
Incontrai il Signor Xu al "Caffè Celeste" alla periferia di Prato: la proprietà appartiene a un socio in affari e gli è garantita una certa riservatezza. Capii subito che non mentiva nel messaggio, questa volta l'incarico era da portare a termine con la massima urgenza; la questione lo toccava intimamente: non lo avevo mai visto seriamente turbato, le occhiaie profonde suggerivano una o due notti insonni e la tinta ai capelli sembrava non essere stata ripassata di recente.
Andò subito al punto: la figlia Mei aveva smesso di dare sue notizie, addirittura il numero di telefono disattivato. Il Signor Xu mi spiegò che la ragazza si era iscritta in una università privata di Roma per studiare giurisprudenza. Era solita non rispondere ai messaggi per giorni, persino non richiamare per settimane, ma perché arrivare a disattivare il numero? Forse le era successo qualcosa, forse era stata rapita o semplicemente si era cacciata in qualche losco giro. Avrei dovuto indagare e riportarla a casa. Il Signor Xu sarebbe stato disposto a perdonarle ogni cosa, avrebbe potuto ripagare ogni debito eventualmente contratto dalla figlia. Naturalmente mi avrebbe pagato bene, non c'era bisogno di aggiungere che non dovevano essere assolutamente coinvolti sbirri.
Acquistai un biglietto per lo stesso pomeriggio. Tornai a casa giusto il tempo di preparare un borsone con qualche cambio; se l'indagine dovesse andare per le lunghe comprerò là vestiti puliti pensai; alla fine, tutto si è risolto più rapidamente del previsto ma a quale costo...Ad ogni modo, a casa non trovai il mio compagno per avvertirlo; gli scrivo un messaggio quando solgo sul treno. Quel mercoledì pomeriggio il treno era in orario, condizione eccezionale in Italia. Mi andò bene anche per il posto, posto finestrino, accanto una signora con un barboncino.
Il viaggio filò liscio, non accumulammo nemmeno ritardi. A Firenze salì un gruppo di ragazze euforiche e rumorose che presero posto appena un paio di posti davanti a me ma nella fila opposta. Due erano gemelle, basse e more; una aveva probabilmente origini senegalesi come suggerivano la carnagione e le nere treccine in dread; la leader del gruppo era però una ragazzetta dal viso tondo e dagli occhiali spessi. Come me viaggiavano con destinazione Roma. Non dovevano aver acquistato i biglietti perché quando il controllore -un uomo alto all'apparenza freddo, capelli e pizzetto castani- entrò nel nostro vagone si agitarono parecchio; ricordo che commentai a bassa voce non sono affatto furbe, così si faranno scoprire. La signora con il barboncino mi udii e rispose con la malizia dipinta in volto: "pagheranno il prezzo del biglietto in natura e finirà lì". Lì per lì trovai il commento offensivo, sia per le ragazze che per il controllore: la perversa signora aveva già etichettato le ragazze e aveva dato così alla leggera del corrotto a un dipendente pubblico. Eppure, chissà quante altre volte la signora aveva assistito a una scena del genere. Quando il controllore fu davanti le ragazze chiese il biglietto ma la ragazza con il caschetto nero gli fece cenno di avvicinare l'orecchio. Ora, posso immaginare cosa gli sussurrò, il controllore passò oltre.
Quando fummo arrivati alla Stazione Termini scendemmo in tanti, direi che per metà il treno si svuotò. Per prima cosa raggiunsi il piano terra e comprai da un chioschetto una mappa di Roma. Poi, mi misi a cercare una toilette: non svuotavo la vescica da inizio viaggio. Fortunatamente, non trovai la solita fila che si crea davanti alle toilette pubbliche femminili; davanti a tre porte, mi infilai oltre quella di mezzo.
Entrarono delle ragazze ridendo. Non c'erano dubbi: erano le stesse con cui avevo condiviso il vagone. Si infilarono tutte insieme nel bagno alla mia destra. Certo, la cosa mi stranii ma si vedeva che a quelle mancavano almeno una rotella ciascuna; ero pronta ad uscire quando sentii dei gemiti. Le ragazze si stavano masturbando a vicenda? No. Tesi le orecchie e distinsi uno scoccare di labbra. Se fossi capitata in quel bagno il giorno dopo… Be', a causa di ciò che è successo, avrei bussato alla porta per unirmi alla festa. Invece riuscii addirittura a celare la mia presenza. Ero però curiosa, impostai quindi la fotocamera del cellulare in modalità video e appoggiando l'apparecchio per terra lo guidai lentamente sotto la porta per filmare qualcosa. Lo ritirai dopo qualche secondo. Sorrisi ma mi eccitai anche: la ragazza con le treccine nere spompinava il controllore incontrato sul treno; le due gemelle more lo abbracciavano, l'una se lo stava pomiciando ben bene. In tutto questo, la leader del gruppo gli aveva tolto la giacca di servizio e con mani avide frugava in un portafogli.
Non solo le ragazze avevano scroccato il viaggio in treno ma si erano appena pagate il pernottamento. Chissà da quando rodavano quel sistema. Di sicuro la ragazza in ginocchio non era al suo primo pompino. "Spingile l'uccello fino alle tonsille. A Chanel piace" disse una delle gemelle scatenando le risate delle altre. L'uomo non se lo fece ripetere due volte perché lo scoccare delle labbra lasciò il posto a un mugugno strozzato e poi a un attacco di tosse. "Non mi dire che sei fuori allenamento", questa volta la voce era di caschetto nero; "Stronza" fu il commento lapidario di Chanel. Il controllore durò solo il tempo di un altro soffocone: Chanel non gli fece il favore di ingoiare la sua sborra che sputò nel gabinetto. Il gioco era finito: l'uomo si chiuse la zip dei pantaloni e abbandonò di corsa la toilette; per un'ultima volta il gruppo di ragazze scoppiò in una risata; "Si dovrebbe fare un bidet ogni tanto, il suo cazzo puzzava di pesce marcio" commentò tra i denti Chanel mentre si rimetteva in piedi.
Anch'io mi rimisi in piedi e uscii dalla toilette. Arrivai in tempo per la cena nell'hotel che avevo prenotato presso il quartiere Esquilino. Avevo una gran fame, mi servirono carciofi alla giuda e contorno di patate. Prima di rientrare in camera mi concessi due passi nella notte romana, si sa che non è una buona abitudine dormire a stomaco pieno. Il caso volle che mi ritrovai nel piiazzale davanti la stazione: l'atmosfera era completamente cambiata; i frequentatori non erano più turisti con trolley al seguito bensì probabili spacciatori, prostitute e magnacci.
In un primo momento accelerai il passo, volevo tenermi lontano dai problemi. Nella penombra scorsi però una ragazza cinesi dai lineamenti familiari, non potevo ignorare la somiglianza con il Signor Xu. Presi il telefono e riaprii le foto che l'anziano uomo mi hanno inviato per riconoscere la figlia: era lei, davanti a me c'era Mei. Non avevo faticato affatto per trovarla. Ora, bisognava convincerla a seguirmi. Accanto a lei c'erano due ragazzi con cui sembrava in confidenza. Avevo lasciato nel borsone la pistola, se si fossi giunti a una colluttazione avrei dovuto fare affidamento alla forza bruta. Mi diressi verso la compagnia mantenendo il cappuccio in testa. La affrontai: "Mei? Lavoro per tuo padre. E' molto preoccupato, seguimi. Risolveremo qualunque guaio in cui ti possa essere cacciata ". Certo, mi aspettavo un suo rifiuto e anche le minacce da parte dei suoi amici ma ero preparata. Atterrai uno con un pugno, mentre ruppi il polso all'altro. Ciò a cui non ero preparato era la presenza di un terzo uomo che spuntò da dietro e riuscì a tramortirmi spaccandomi una bottiglia in testa.
Persi lentamente i sensi. L'unica cosa che ricordo è che l'uomo mi afferrò una gamba e mi iniettò una sostanza attraverso la siringa, ora naturalmente so che mi aveva appena iniettato quel farmaco. Fregata da una lentezza di riflessi.
Puoi scrivermi a sirluciferbully@gmail.com
Incontrai il Signor Xu al "Caffè Celeste" alla periferia di Prato: la proprietà appartiene a un socio in affari e gli è garantita una certa riservatezza. Capii subito che non mentiva nel messaggio, questa volta l'incarico era da portare a termine con la massima urgenza; la questione lo toccava intimamente: non lo avevo mai visto seriamente turbato, le occhiaie profonde suggerivano una o due notti insonni e la tinta ai capelli sembrava non essere stata ripassata di recente.
Andò subito al punto: la figlia Mei aveva smesso di dare sue notizie, addirittura il numero di telefono disattivato. Il Signor Xu mi spiegò che la ragazza si era iscritta in una università privata di Roma per studiare giurisprudenza. Era solita non rispondere ai messaggi per giorni, persino non richiamare per settimane, ma perché arrivare a disattivare il numero? Forse le era successo qualcosa, forse era stata rapita o semplicemente si era cacciata in qualche losco giro. Avrei dovuto indagare e riportarla a casa. Il Signor Xu sarebbe stato disposto a perdonarle ogni cosa, avrebbe potuto ripagare ogni debito eventualmente contratto dalla figlia. Naturalmente mi avrebbe pagato bene, non c'era bisogno di aggiungere che non dovevano essere assolutamente coinvolti sbirri.
Acquistai un biglietto per lo stesso pomeriggio. Tornai a casa giusto il tempo di preparare un borsone con qualche cambio; se l'indagine dovesse andare per le lunghe comprerò là vestiti puliti pensai; alla fine, tutto si è risolto più rapidamente del previsto ma a quale costo...Ad ogni modo, a casa non trovai il mio compagno per avvertirlo; gli scrivo un messaggio quando solgo sul treno. Quel mercoledì pomeriggio il treno era in orario, condizione eccezionale in Italia. Mi andò bene anche per il posto, posto finestrino, accanto una signora con un barboncino.
Il viaggio filò liscio, non accumulammo nemmeno ritardi. A Firenze salì un gruppo di ragazze euforiche e rumorose che presero posto appena un paio di posti davanti a me ma nella fila opposta. Due erano gemelle, basse e more; una aveva probabilmente origini senegalesi come suggerivano la carnagione e le nere treccine in dread; la leader del gruppo era però una ragazzetta dal viso tondo e dagli occhiali spessi. Come me viaggiavano con destinazione Roma. Non dovevano aver acquistato i biglietti perché quando il controllore -un uomo alto all'apparenza freddo, capelli e pizzetto castani- entrò nel nostro vagone si agitarono parecchio; ricordo che commentai a bassa voce non sono affatto furbe, così si faranno scoprire. La signora con il barboncino mi udii e rispose con la malizia dipinta in volto: "pagheranno il prezzo del biglietto in natura e finirà lì". Lì per lì trovai il commento offensivo, sia per le ragazze che per il controllore: la perversa signora aveva già etichettato le ragazze e aveva dato così alla leggera del corrotto a un dipendente pubblico. Eppure, chissà quante altre volte la signora aveva assistito a una scena del genere. Quando il controllore fu davanti le ragazze chiese il biglietto ma la ragazza con il caschetto nero gli fece cenno di avvicinare l'orecchio. Ora, posso immaginare cosa gli sussurrò, il controllore passò oltre.
Quando fummo arrivati alla Stazione Termini scendemmo in tanti, direi che per metà il treno si svuotò. Per prima cosa raggiunsi il piano terra e comprai da un chioschetto una mappa di Roma. Poi, mi misi a cercare una toilette: non svuotavo la vescica da inizio viaggio. Fortunatamente, non trovai la solita fila che si crea davanti alle toilette pubbliche femminili; davanti a tre porte, mi infilai oltre quella di mezzo.
Entrarono delle ragazze ridendo. Non c'erano dubbi: erano le stesse con cui avevo condiviso il vagone. Si infilarono tutte insieme nel bagno alla mia destra. Certo, la cosa mi stranii ma si vedeva che a quelle mancavano almeno una rotella ciascuna; ero pronta ad uscire quando sentii dei gemiti. Le ragazze si stavano masturbando a vicenda? No. Tesi le orecchie e distinsi uno scoccare di labbra. Se fossi capitata in quel bagno il giorno dopo… Be', a causa di ciò che è successo, avrei bussato alla porta per unirmi alla festa. Invece riuscii addirittura a celare la mia presenza. Ero però curiosa, impostai quindi la fotocamera del cellulare in modalità video e appoggiando l'apparecchio per terra lo guidai lentamente sotto la porta per filmare qualcosa. Lo ritirai dopo qualche secondo. Sorrisi ma mi eccitai anche: la ragazza con le treccine nere spompinava il controllore incontrato sul treno; le due gemelle more lo abbracciavano, l'una se lo stava pomiciando ben bene. In tutto questo, la leader del gruppo gli aveva tolto la giacca di servizio e con mani avide frugava in un portafogli.
Non solo le ragazze avevano scroccato il viaggio in treno ma si erano appena pagate il pernottamento. Chissà da quando rodavano quel sistema. Di sicuro la ragazza in ginocchio non era al suo primo pompino. "Spingile l'uccello fino alle tonsille. A Chanel piace" disse una delle gemelle scatenando le risate delle altre. L'uomo non se lo fece ripetere due volte perché lo scoccare delle labbra lasciò il posto a un mugugno strozzato e poi a un attacco di tosse. "Non mi dire che sei fuori allenamento", questa volta la voce era di caschetto nero; "Stronza" fu il commento lapidario di Chanel. Il controllore durò solo il tempo di un altro soffocone: Chanel non gli fece il favore di ingoiare la sua sborra che sputò nel gabinetto. Il gioco era finito: l'uomo si chiuse la zip dei pantaloni e abbandonò di corsa la toilette; per un'ultima volta il gruppo di ragazze scoppiò in una risata; "Si dovrebbe fare un bidet ogni tanto, il suo cazzo puzzava di pesce marcio" commentò tra i denti Chanel mentre si rimetteva in piedi.
Anch'io mi rimisi in piedi e uscii dalla toilette. Arrivai in tempo per la cena nell'hotel che avevo prenotato presso il quartiere Esquilino. Avevo una gran fame, mi servirono carciofi alla giuda e contorno di patate. Prima di rientrare in camera mi concessi due passi nella notte romana, si sa che non è una buona abitudine dormire a stomaco pieno. Il caso volle che mi ritrovai nel piiazzale davanti la stazione: l'atmosfera era completamente cambiata; i frequentatori non erano più turisti con trolley al seguito bensì probabili spacciatori, prostitute e magnacci.
In un primo momento accelerai il passo, volevo tenermi lontano dai problemi. Nella penombra scorsi però una ragazza cinesi dai lineamenti familiari, non potevo ignorare la somiglianza con il Signor Xu. Presi il telefono e riaprii le foto che l'anziano uomo mi hanno inviato per riconoscere la figlia: era lei, davanti a me c'era Mei. Non avevo faticato affatto per trovarla. Ora, bisognava convincerla a seguirmi. Accanto a lei c'erano due ragazzi con cui sembrava in confidenza. Avevo lasciato nel borsone la pistola, se si fossi giunti a una colluttazione avrei dovuto fare affidamento alla forza bruta. Mi diressi verso la compagnia mantenendo il cappuccio in testa. La affrontai: "Mei? Lavoro per tuo padre. E' molto preoccupato, seguimi. Risolveremo qualunque guaio in cui ti possa essere cacciata ". Certo, mi aspettavo un suo rifiuto e anche le minacce da parte dei suoi amici ma ero preparata. Atterrai uno con un pugno, mentre ruppi il polso all'altro. Ciò a cui non ero preparato era la presenza di un terzo uomo che spuntò da dietro e riuscì a tramortirmi spaccandomi una bottiglia in testa.
Persi lentamente i sensi. L'unica cosa che ricordo è che l'uomo mi afferrò una gamba e mi iniettò una sostanza attraverso la siringa, ora naturalmente so che mi aveva appena iniettato quel farmaco. Fregata da una lentezza di riflessi.
Puoi scrivermi a sirluciferbully@gmail.com
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