Tra la mia Ragazza e sua Cugina - Capitolo 5

di
genere
tradimenti

Il mese che ci separa da quel maledetto weekend nella casa in montagna è una lenta, inesorabile discesa nella follia.

Dal compleanno di Erika a inizio maggio, la vita scorre normalmente, anche troppo e diciamo che da quel compleanno era difficile fare finta di non volere una qualche scintilla.
Nel corso di queste settimane, io ed Erika facciamo l'amore spesso. Anzi, molto più del solito. Lei è al settimo cielo, convinta di aver sbloccato in me un lato passionale e carnale che prima tenevo a bada. Ma la verità è molto più oscura. Ogni volta che la spingo sul materasso, ogni volta che affondo in lei stringendole i fianchi nel buio della nostra camera, io sto disperatamente cercando di ricreare quel momento. Cerco di ritrovare quell'intensità malata, quella violenza intossicante che mi ha divorato al suo compleanno. Erika geme, mi stringe, è profondamente soddisfatta, ma per me non è mai abbastanza. Manca il brivido. Manca il rischio. Manca lei.

Non ci eravamo scambiati i numeri di telefono. Giada aveva ragione: sarebbe stato troppo banale, troppo da "amanti" ordinari. Ma questo non le ha impedito di insinuarsi nella mia quotidianità. Una sera, una settimana dopo quel pranzo, il mio telefono si è illuminato con una notifica di Instagram. Era un messaggio diretto da un account privato, senza foto profilo, seguito solo da me e da nessun altro. Sapevo chi era prima ancora di aprirlo.
Da quel giorno, i DM di Instagram sono diventati il nostro confessionale sporco. Giada non si accontenta di messaggi testuali. Vuole prove visive della mia sottomissione. Vuole sfregiare la purezza della mia relazione da remoto, e mi chiede di mandarle foto intime di me ed Erika mentre lo facciamo. E io, come il peggiore dei tossicodipendenti, obbedisco senza fare mezza domanda.
Le mando scatti rubati, carichi di tradimento e di una lussuria sempre più spudorata. Non mi limito più alle foto sfocate o ai dettagli innocenti. Sotto la spinta delle sue provocazioni, ho iniziato a osare di più, sfidando la sorte e la mia stessa morale. La cosa bella è che erika apprezza questi scatti, pensa siano solo per noi, non immagina la grande perversione che c’è attorno.
Una volta, l'ho spinta a pancia in giù sul materasso. Mentre spingevo dentro di lei con forza, facendole stringere le lenzuola tra le dita, ho afferrato il telefono dal comodino. Ho scattato una foto dall'alto, usando il flash nel buio: la visuale perfetta della schiena nuda di Erika, i suoi glutei arrossati per le mie manate, il sudore che ci incollava la pelle e il mio bacino premuto brutalmente contro il suo. Nella didascalia ho scritto: "La sto sfondando, ma la mia testa è tra le tue cosce".
Un'altra sera le ho mandato un breve video di tre secondi, muto. Erika era in ginocchio sul tappeto del salotto, completamente nuda, bendata con una mia cravatta scura. Ansimava, le tette che le ballavano mentre si muoveva in modo disordinato, cercando la mia bocca. Nel video si vedeva la sua totale, cieca sottomissione, mentre la mia mano libera le teneva ferma la nuca spingendola verso il basso.
Il limite l'ho superato una mattina. L'avevo appena fatta venire dopo un lungo preliminare orale. Le ho scattato una foto mentre era ancora stesa a gambe spalancate, il petto ansimante, le cosce tremanti e ancora lucide della mia saliva, gli occhi chiusi per l'estasi. A Giada ho inviato quello scatto crudo, l'essenza stessa della vulnerabilità di sua cugina, aggiungendo un solo messaggio: "Guarda come l'ho ridotta. Immagina cosa potrei fare a te."
Lo faccio perché sono completamente schiavo delle sue risposte. Giada sa esattamente come ricompensarmi, come tenermi al guinzaglio chilometri di distanza.
L'apice è arrivato ieri sera. Mi ha mandato un video effimero, di quelli che puoi visualizzare una sola volta. Era nella sua camera da letto. Indossava un costume due pezzi turchese, di un tessuto lucido e aderente che contrastava in modo divino con la sua pelle già abbronzata. Lo slip era sgambatissimo, praticamente un filo che le spariva tra i glutei perfetti, esaltando un culo da capogiro. Sopra, i laccetti le stringevano il seno pieno. Teneva il telefono con una mano, riprendendosi allo specchio. "Questo è per la piscina della casa in montagna, Franci..." ha sussurrato nel video. La sua voce era quella di un angelo caduto, teatrale, elegante, ma carica di una perversione che mi ha fatto scattare l'erezione in tre secondi netti. "Non vedo l'ora di farmelo togliere dal vivo... anzi, di farmelo strappare."
Poi, senza staccare gli occhi dall'obiettivo, ha tirato il laccetto dietro il collo. I triangoli di stoffa turchese sono scivolati via, liberando quelle tette sode, meravigliose e arroganti. Ma non si è fermata lì. Ha dischiuso le labbra gonfie e ha lasciato scivolare un denso, lentissimo rivolo di saliva che le è caduto dritto sulla pelle nuda del petto. Con due dita ha spalmato quell'umidità sul capezzolo scuro, accarezzandolo con una lentezza esasperante prima che il video si interrompesse di colpo. Mi ha fatto impazzire. Ho dovuto chiudermi in bagno e segarmi con una furia cieca.
Altre volte i suoi premi sono stati più subdoli. Un messaggio vocale di quindici secondi in cui si sentiva solo il suo respiro affannoso, il suono umido delle sue dita e un sussurro finale: "Sei venuto nella mia testa, cucciolo." Oppure una foto dei suoi piedi nudi, con lo smalto bianco appena rifatto, appoggiati sul cruscotto della macchina di suo padre, con la didascalia: "Pronta per schiacciarti per un intero weekend."
E ora, quel weekend è arrivato. Siamo a fine maggio. Il bagagliaio della mia macchina è carico. Erika è seduta sul sedile del passeggero, canticchiando una canzone alla radio, felice di passare due giorni in villa con la sua famiglia.
Dietro di noi, sdraiata sui sedili posteriori, c'è Giulia. Dorme profondamente, cullata dal movimento dell'auto, con le cuffiette nelle orecchie. Approfittando dell'assenza dei suoi genitori, che ci hanno lasciati partire da soli, ha deciso di vestirsi in modo ancora più sfrontato e provocante del solito. Indossa un paio di shorts in denim talmente corti e sfilacciati che, nella posizione rannicchiata in cui si trova, sembrano quasi un indumento intimo, e un top minuscolo e aderente che lascia completamente scoperta la pancia e fatica a contenere le sue forme.
Ogni volta che butto l'occhio allo specchietto retrovisore per controllare la strada, il mio sguardo scivola inevitabilmente sulle sue cosce nude e accavallate in modo scomposto sul sedile. È la sorellina di Erika, cazzo, la ragazzina a cui un mese fa spiegavo le equazioni. Ma dopo settimane di perversioni digitali, di foto sporche scattate di nascosto e di ricatti mentali con Giada, la mia mente è così fottutamente inquinata che vedo lussuria e tentazione ovunque. Anche in quell'innocenza sfacciata. Tutto mi sembra un'esca.
Mentre imbocco l'autostrada in direzione delle montagne, stringo il volante fino a farmi sbiancare le nocche. Tra Erika al mio fianco che mi crede il fidanzato perfetto, Giulia mezza nuda sui sedili posteriori che mi testa la pazienza senza nemmeno saperlo, e Giada che mi aspetta a destinazione come un ragno al centro della sua tela... non so se in quella baita sopravviverò, o se mi lascerò distruggere definitivamente. Ma so che non vedo l'ora di scoprirlo.
Il viaggio termina davanti a un cancello in ferro battuto che si apre su un enorme cortile lastricato. La villa in montagna della famiglia di Giada è imponente, isolata, circondata da boschi fitti e aria frizzante. Apparentemente, un rifugio tranquillo. Per me, la porta dell'inferno.
Ad accoglierci sui gradini dell'ingresso c'è la madre di Giada, la zia di Erika. È una donna bionda, curatissima, dall'aria affabile ma con una rigidità di fondo inconfondibile. D'altronde, divide la sua vita tra l'essere un avvocato di successo e una preside: l'autorità le trasuda dai pori, persino nel modo in cui sorride. Guardandola, capisco immediatamente da chi ha ereditato Giada quella sua fottuta, naturale attitudine al comando e al controllo.
"Ragazze mie, che bello vedervi!" esclama la zia, stringendo le nipoti in un abbraccio profumato. Poi fa un piccolo sospiro teatrale. "Purtroppo lo zio ha avuto un imprevisto lavorativo all'ultimo minuto, roba di contratti. Questo fine settimana saremo solo noi donne... e il nostro cavaliere, ovviamente," aggiunge, rivolgendomi un sorriso formale e vagamente di circostanza.
Il mio cervello processa quell'informazione alla velocità della luce. Niente zio. Un adulto in meno a supervisionare. Un ostacolo in meno per la perversione di sua figlia. Un brivido mi scende lungo la spina dorsale.
Mentre le donne si perdono nei convenevoli e nelle chiacchiere nel grande salone rustico, io vengo silenziosamente declassato a bestia da soma. Faccio su e giù per le scale di legno massiccio, carico di borsoni e valigie. Le disposizioni per la notte sono già state decise dalla padrona di casa: io ed Erika divideremo la spaziosa camera degli ospiti al piano di sopra, mentre Giulia è stata piazzata nella stanza di Giada. Lascio cadere l'ultima valigia sul nostro letto e mi passo una mano tra i capelli, cercando di regolarizzare il respiro. Sono nella sua tana. Mi chiedo ossessivamente cosa cazzo abbia in mente per questa settimana. Fino a dove vorrà spingersi, ora che mi ha in pugno sotto il suo stesso tetto?
Scendo di nuovo al piano di sotto. Le voci di Erika, Giulia e della zia provengono dalla cucina, prese a sistemare la spesa, ma il mio istinto mi guida altrove. Mi dirigo verso le grandi vetrate del retro, quelle che si affacciano sul prato curato e sulla piscina esterna.
E lì, mi blocco. I miei piedi si incollano al pavimento e il respiro mi muore letteralmente in gola.
È sdraiata su un lettino prendisole, a pancia in giù, con le cuffiette nelle orecchie. Indossa quel costume. Il due pezzi turchese lucido del video che mi ha fatto impazzire per un mese intero. Dal vivo è mille volte più devastante. Il tessuto minuscolo dello slip è quasi interamente inghiottito dai suoi glutei perfetti, sodi, offerti al sole con una sfacciataggine che mi fa pulsare le tempie. Ma è la sua pelle a fregarmi del tutto: è interamente ricoperta di olio abbronzante. Ogni millimetro del suo corpo dorato brilla, scivoloso, bagnato e bollente sotto la luce del pomeriggio.
I laccetti del pezzo di sopra sono slacciati sulla schiena, per non lasciare il segno dell'abbronzatura. Questo dettaglio fa sì che, nella sua posizione prona, si intraveda la curva morbida, piena e laterale delle sue tette schiacciate contro l'asciugamano.
Cazzo, ma quanto è bella. È una visione illegale, una dea scolpita nel peccato e ricoperta d'olio. E io sono fermo lì, dietro il vetro, già fottutamente duro nei jeans, a fissarla con la bocca mezza aperta. Sono a casa sua da meno di dieci minuti, e lei non ha nemmeno dovuto guardarmi in faccia per mettermi in ginocchio.
Rimango paralizzato dietro la vetrata, il respiro bloccato in gola. Giada ha gli occhi chiusi, le cuffiette nelle orecchie, ma è come se avesse un dannato radar per la mia lussuria. Sente il mio sguardo addosso. Apre lentamente gli occhi e gira il viso verso di me.
Non si copre. Anzi. Sapendo che sono lì a guardarla come un cane affamato, inizia il suo spettacolino esplosivo. Inarca la schiena in modo impercettibile ma calcolato, sollevando ancora di più i glutei verso il sole. Con una mano, prende una goccia di olio abbronzante e se la fa scivolare lungo il collo, giù verso la fessura tra i seni schiacciati contro il lettino, sfiorando i laccetti slacciati. Mi fissa dritto negli occhi e si morde il labbro inferiore, con una sfacciataggine che mi fa pulsare il sangue nelle vene.
Sono così ipnotizzato che non sento i passi alle mie spalle. Due braccia morbide mi circondano la vita all'improvviso, e un bacio umido mi atterra sulla spalla. Sussulto, il cuore che mi esplode nel petto. "Amore, ma hai visto che meraviglia?" mormora Erika, totalmente ignara dello spettacolo osceno che si stava consumando tra me e la vetrata. Appoggia il mento sulla mia spalla, guardando fuori verso il giardino. "Non vedo l'ora di fare un bagno in quella piscina riscaldata. È un sogno. Dai, saliamo su a mettere il costume, Giulia è già andata su a cambiarsi."

Il costume non l'abbiamo nemmeno tirato fuori dalla valigia.
La stanza è un caos di vestiti buttati a terra in fretta e furia. Erika è seduta sul bordo del pesante comò di legno antico, completamente nuda. Le sue cosce sono spalancate, e io sono in ginocchio in mezzo a lei, affamato e implacabile.
Le mie mani le stringono i fianchi, ancorandola a me, mentre il mio viso è letteralmente sepolto nella sua intimità. La lecco e la succhio con una passione famelica, un'intensità quasi violenta che non le lascia un attimo di respiro. Lei risponde a ogni guizzo della mia lingua con spasmi incontrollabili.
"Cazzo, Franci... oddio, sì..." geme Erika, la voce spezzata. Le sue dita si intrecciano tra i miei capelli, stringendoli con forza, premendo la mia faccia ancora più a fondo contro di lei. Non mi vuole lasciare andare. "Scopami..." mi supplica, ansimando, muovendo il bacino contro il mio viso in modo disordinato. "Mettilo dentro, ti prego. Cazzo, voglio sentirti dentro di me adesso, voglio che mi scopi forte."
"Non c'è tempo, amore..." le sussurro contro la pelle bollente, la voce roca e sporca. "Tua zia potrebbe chiamarci da un momento all'altro. Oggi ti mangio viva e basta. Sei la mia troietta bagnata, mh?" "Sì... cazzo, sì, fammi venire!" piagnucola lei, eccitata da morire dalle mie parole zozze, una dinamica che ormai la stravolge completamente e la fa impazzire.
Aumento il ritmo, usando la lingua per colpire esattamente il suo punto più sensibile senza la minima pietà. Erika non regge. Il climax la travolge in fretta, ma con una violenza inaudita. Grida nel palmo della sua stessa mano per non farsi sentire al piano di sotto, il corpo che trema convulsamente contro di me, le cosce che mi stringono la testa in una morsa di puro, devastante piacere.
Quando finalmente l'onda si ritira, Erika si affloscia all'indietro contro lo specchio del comò, il petto che si alza e si abbassa freneticamente, madida di sudore. "Dio mio..." sussurra, incapace persino di aprire gli occhi. "Vatti a sciacquare prima tu, amore. Io... io mi devo riprendere un attimo. Non sento più le gambe."
Mi alzo, con l'adrenalina a mille e il fiato ancora corto. Mi avvicino al suo viso, baciandola con passione, e le mormoro all'orecchio: "Preparati, Eri. Ne vedremo delle belle questa settimana... e per fortuna ti è già passato il ciclo. Non avremo le interruzioni della settimana scorsa. Sarai mia ogni volta che vorrò."
Le lascio un ultimo bacio e mi dirigo verso la porta per andare al bagno del corridoio.
Entro sovrappensiero, la testa ancora annebbiata dalla lussuria e dall'immagine di Giada a bordo piscina, e spingo la porta senza bussare. Mi blocco sulla soglia.
Giulia è lì, di spalle davanti allo specchio. Ha le cuffie calcate sulle orecchie e sta tenendo in mano il sopra del suo costume. Non mi sente e non si accorge di nulla. Il mio sguardo, avvelenato dalla corruzione che Giada mi ha iniettato in testa per un mese intero, scivola inevitabilmente sulla linea della sua schiena, sulla curva dei suoi fianchi e sulle sue gambe nude. Ma più di tutto gli occhi mi cadono su quelle tette piccole e sode e su quel culo che stava crescendo alla perfezione. È un attimo, una frazione di secondo in cui la mia mente malata trasforma un banale errore in un pensiero torbido.
Deglutisco a fatica, sentendo il peso del mio stesso squallore. Chiudo la porta silenziosamente, arretrando nel corridoio e facendo finta di nulla. Mi appoggio al muro, il cuore che batte all'impazzata. Sono circondato. E il gioco di Giada mi ha già fatto perdere ogni fottuto senso del limite.
Il sole del tardo pomeriggio avvolge il giardino della villa, ma quando io ed Erika usciamo sul prato, l'aria mi sembra improvvisamente rarefatta.
Giada è ancora lì, sul suo lettino. Al rumore dei nostri passi, si solleva sui gomiti con una lentezza esasperante. Il pezzo di sopra del costume turchese, che si era slacciata prima, ora le fascia i seni con una prepotenza visiva che mi toglie il fiato. Si tira su gli occhiali da sole e ci rivolge un sorriso radioso, perfetto. "Finalmente," esordisce, la sua voce da angelo che nasconde un veleno dolcissimo. "Iniziavo a pensare che vi foste persi nelle stanze di sopra." Mentre lo dice, i suoi occhi scuri scivolano su di me. Sa perfettamente cosa abbiamo appena fatto. Lo legge dalla mia tensione e dai capelli di Erika ancora leggermente scompigliati.
"Eravamo stanchi per il viaggio," risponde Erika, ignara, avvicinandosi per darle un bacio sulla guancia. "Ma ora siamo pronti. Questa piscina è un sogno." Erika mi si affianca, passandomi un braccio attorno alla vita. Il suo tocco è possessivo, carico dell'adrenalina della nostra scopata interrotta. Indossa un bikini rosso che le sta d'incanto, ma vicino all'aura predatrice di Giada, tutto sembra sbiadire.
Il rumore della vetrata che scorre ci fa voltare. Giulia esce sul patio. Ha i capelli raccolti in uno chignon disordinato e indossa un due pezzi nero che, sul suo corpo minuto, risulta fottutamente letale. I laccetti sottili sui fianchi evidenziano le sue curve in pieno sviluppo, e il modo in cui cammina a piedi nudi sull'erba sprigiona una sensualità acerba e totalmente involontaria. Non fa in tempo a salutare nessuno che prende la rincorsa e si tuffa a bomba nell'acqua azzurra, schizzando ovunque.
"Bestia!" le urla Erika ridendo, trascinandomi verso il bordo. "Dai, buttiamoci!"
L'impatto con l'acqua riscaldata è un sollievo solo per i primi tre secondi. Poi, l'inferno ha inizio. Non appena riemergo, Erika mi è subito addosso. Avvolge le gambe attorno al mio bacino sotto il pelo dell'acqua, premendo il suo inguine contro il mio. Il suo petto bagnato si schiaccia contro il mio torace e mi bacia il collo, incurante della presenza delle cugine. È su di giri, ancora bollente per quello che è successo in camera, e me lo sta dimostrando in modo esplicito.
"Siete insopportabili, piccioncini," la voce di Giada vibra a un metro da noi. Si è immersa con una grazia felina. L'acqua le arriva appena sotto le clavicole, facendo galleggiare i seni stretti nel tessuto lucido turchese, che da bagnato è diventato quasi una seconda pelle, rivelando il turgore scuro dei capezzoli. Mi fissa con un'espressione divertita, mentre con l'indice raccoglie una goccia d'acqua dal labbro inferiore e se la porta in bocca, succhiandosi il polpastrello senza mai staccare gli occhi dai miei. È una provocazione oscena, sparata dritta nel mio cervello mentre la mia ragazza mi si struscia addosso.
Il mio cazzo, sfiorato dalle cosce di Erika sott'acqua, risponde immediatamente all'istinto, indurendosi in modo doloroso.
"Ehi Franci, guarda come si fa la verticale!" urla improvvisamente Giulia. Riemerge a mezzo metro dalle mie spalle, ansimando e ridendo. Per non perdere l'equilibrio, si aggrappa istintivamente alle mie spalle. Sento il calore del suo piccolo seno sodo, bagnato e scivoloso, premere contro la mia schiena per un istante infinito. Giulia non ci fa il minimo caso, ride e si sposta subito per fare la sua capriola, ma il contrasto tattile mi manda in corto circuito.
Sono fottutamente circondato. Davanti a me ho Erika, che geme piano contro il mio orecchio stringendomi con le gambe; dietro di me la sensualità magnetica e distratta di Giulia; e a due passi, la vera padrona di questo gioco malato, Giada, che si immerge di nuovo.
Sotto il livello dell'acqua, lontano dagli occhi di tutti, sento improvvisamente qualcosa sfiorarmi il polpaccio. Un tocco liscio, calcolato. Il piede di Giada, con quel maledetto smalto bianco, che scivola con intenzione sulla mia pelle nuda, salendo verso il mio ginocchio, mentre Erika continua a baciarmi.
Il fiato mi si mozza. Devo aggrapparmi al bordo della piscina per non cedere, i muscoli contratti in uno spasmo di puro terrore ed eccitazione. La vacanza è appena iniziata, e l'acqua di questa piscina mi sta già bruciando vivo.
Il sole cocente del pomeriggio inizia ad asciugare le gocce d'acqua sulla nostra pelle. Dopo l'intensità della piscina, cerco disperatamente un momento di finta, rassicurante normalità. Erika si stende a pancia in giù sul suo lettino, chiudendo gli occhi con un sospiro rilassato. Mi sdraio accanto a lei, accarezzandole dolcemente la schiena calda, baciandole la spalla umida. "Sei bellissima," le sussurro, e per un attimo ci credo davvero, cullato dal calore e dall'affetto sincero che provo per lei.
Ma la stanchezza del viaggio, unita a quell'incessante, logorante tensione psicologica, mi sta prosciugando. "Amore, vado a farmi una doccia veloce e mi butto sul letto dieci minuti," le dico, dandole un ultimo bacio sui capelli. "Ho gli occhi che si chiudono." "Vai, cucciolo. Noi restiamo ancora un po' al sole," risponde lei, mezza addormentata.
Salgo al piano di sopra, nel grande bagno padronale con le piastrelle scure e un enorme box doccia in cristallo. Entro, chiudo la porta dietro di me, ma la mia mano si ferma prima di girare la serratura. Non la chiudo. La lascio socchiusa di un millimetro. È un azzardo folle, una speranza malata e fottutamente pericolosa che mi fa battere il cuore a mille mentre mi spoglio ed entro sotto il getto d'acqua bollente.
Chiudo gli occhi, lasciando che l'acqua lavi via il cloro e il sudore, ma il mio orecchio è teso come la corda di un arco. Cinque minuti dopo, il rumore inconfondibile della porta che si apre e si richiude con un clic secco mi fa riaprire gli occhi di scatto.
Attraverso il vetro appannato del box doccia, la vedo. Giada è lì. Non dice una parola. Mi fissa dritto negli occhi attraverso il cristallo umido, il respiro pesante. Con una lentezza teatrale, crudele e ipnotica, porta le mani dietro il collo. Scioglie il laccetto. Poi quelli sui fianchi. Il costume turchese, fradicio e pesante, scivola via dal suo corpo perfetto, cadendo sul pavimento con uno sclack sordo. È una visione divina e oscena allo stesso tempo.
Apre l'anta di vetro ed entra. Il getto d'acqua calda le colpisce le spalle e il petto, facendo brillare la pelle dorata e i capezzoli turgidi. Non le lascio il tempo di fare un altro passo. L'istinto bestiale mi esplode dentro: la afferro per i fianchi e, con una mossa secca, la sbatto contro le piastrelle bagnate del muro. Le divoro la bocca con una violenza inaudita. È un bacio disperato, famelico, le nostre lingue si scontrano mentre l'acqua ci scorre addosso. Lei risponde con la stessa foga, le sue unghie laccate di bianco mi affondano nella schiena nuda, graffiandomi.
Ma Giada è la predatrice, non la preda. Con uno strattone deciso e inaspettato, inverte le posizioni, spingendomi con le spalle contro il muro freddo. "Calmati, cagnolino," sussurra, l'acqua che le riga il viso perfetto, sfoderando quel suo sorriso diabolico e superiore. "Non hai ancora il permesso di toccarmi."
Inizia a scendere. Le sue labbra morbide tracciano una scia di baci brucianti e morsi leggeri lungo il mio collo, sul petto, fino all'addome contratto. Si inginocchia sul piatto doccia, noncurante dell'acqua che le inzuppa i capelli scuri, ritrovandosi esattamente all'altezza della mia virilità già fottutamente dolorante.
Mi guarda dal basso, incatenando i suoi occhi neri ai miei, prima di dischiudere le labbra e prendermi. È un inferno di calore ed esperienza. La sua bocca è esperta, implacabile. Usa la lingua con una precisione chirurgica che mi fa letteralmente mancare il respiro, unendo la sua naturale eleganza a una fame spudorata. Mentre mi succhia, le sue dita lunghe e affusolate scendono a stuzzicarmi i testicoli, accarezzandoli e stringendoli con una pressione calcolata che mi manda il cervello in corto circuito.
Afferro le sue ciocche bagnate, la testa buttata all'indietro, i muscoli delle gambe che tremano. Giada si stacca con uno schiocco umido, lasciando scivolare un rivolo di saliva. "Guardati..." mormora, la voce roca e carica di malizia, sfiorandomi la punta con il pollice. "Sei qui a farti svuotare da me, nel mio fottuto bagno, a gemere come una puttana mentre la tua dolce Erika è giù in giardino a prendere il sole, convinta che tu stia dormendo."
"Sei una maledetta stronza," ansimo, la voce rotta dal piacere e dal senso di colpa che mi sta lacerando. Lei fa una risata bassa, vibrante, tornando a leccarmi con movimenti lenti e torturanti. "Sono la cosa migliore che ti sia mai successa, Franci," mormora contro la mia pelle. "Scommetto che con lei non diventi mai così duro. Scommetto che devi pensare a me ogni volta che te la scopi, per riuscire a venire. Dillo."
La provocazione è una rasoiata. "Zitta e continua," ringhio, cercando di spingerle la testa, ma lei resiste, padrona assoluta della situazione. "Dillo, Franci," ordina, stringendo la presa, fermandosi a un millimetro dal limite, guardandomi con quegli occhi neri carichi di superbia. "Dì che sei la mia puttana. Dì che preferisci il sapore della mia bocca a quello della tua fidanzatina."
Sono in trappola. Intrappolato nel vapore, nell'acqua bollente e nella sua rete intossicante. E la cosa più devastante di tutte è che, mentre mi riporta alla bocca, spingendosi fino in fondo con una sfacciataggine che mi distrugge, so che ha fottutamente ragione.
La tensione nel box doccia è così densa che potrei tagliarla con un coltello. L'acqua bollente continua a scorrere sui nostri corpi, ma il vero calore è quello che mi irradia dall'inguine, tenuto in ostaggio dalla sua bocca e dalle sue mani perfette.
Ma la mia mente, ormai irrimediabilmente contorta dal suo gioco, vuole di più. Vuole spingersi oltre il limite. Vuole vedere fino a che punto la sua crudeltà può arrivare.
"E se non volessi dirlo?" ansimo, guardandola dall'alto verso il basso, con una finta strafottenza che mi fa tremare i muscoli. "Cosa mi fai, Giada? Sentiamo... come mi costringi?"
È una provocazione suicida. E lei lo sa.
Giada si ferma all'istante. Non si ritrae lentamente, si blocca di colpo, spezzando quel ritmo perfetto che mi stava mandando in paradiso. Alza il viso verso di me, l'acqua che le riga le guance e fa brillare i suoi occhi neri di una luce diabolica. Un sorriso crudele, bellissimo e spietato le piega le labbra.
"Vuoi fare il ribelle con me?" sussurra, la voce che è seta e veleno. "Pessima, fottutissima idea, Franci."
Si alza in piedi con una fluidità impressionante. Prima che io possa dire una parola, mi sbatte entrambe le mani sul petto, spingendomi violentemente contro le piastrelle del muro. Poi, allunga un braccio verso il miscelatore della doccia. Con un colpo secco, chiude l'acqua calda e gira la manopola sul freddo gelido.
Il getto d'acqua ghiacciata mi colpisce in pieno petto. Sussulto, un gemito strozzato che mi sfugge dalle labbra per lo shock termico, ma lei non mi lascia lo spazio per respirare. Mi si appiattisce contro, premendo i suoi seni nudi e turgidi contro il mio torace freddo, intrappolandomi.
"Volevi la punizione? Eccola," sibila contro il mio orecchio, mordendomi il lobo con forza.
La sua mano scende giù, veloce, spietata. Mi afferra con una presa ferrea, possessiva, e inizia a muoversi. Ma non è dolce, non è il tocco languido di prima. È una morsa calcolata, veloce, ruvida. Usa il pollice per premere esattamente nel punto più sensibile, torturandomi con una frizione che mi manda il cervello in fumo. L'acqua gelata mi scorre addosso, ma il mio inguine è in fiamme.
"Giada... cazzo..." gemo, cercando di muovere il bacino, ma lei mi inchioda al muro con il peso del suo corpo. "Zitto," ordina. "Ora tu subisci."
Aumenta il ritmo in modo disumano. Mi porta sull'orlo del precipizio in pochi secondi. Sento il climax salire con una prepotenza che mi fa sbiancare la vista, i muscoli contratti, la bocca aperta alla ricerca di aria. "Sto... cazzo, sto venendo..." balbetto, la testa gettata all'indietro contro le piastrelle.
Nell'esatto millesimo di secondo prima dell'esplosione, la sua mano si ferma. Di colpo. La sua presa si stringe alla base, bloccando fisicamente e spietatamente il mio rilascio. È un'agonia assoluta, un dolore misto a un'eccitazione così violenta che mi fa piegare le ginocchia.
"No," sussurra lei, guardandomi annaspare, il viso a un millimetro dal mio. "Tu non vieni. Non hai obbedito, non hai la ricompensa." "Ti prego..." rantolo, letteralmente in ginocchio davanti a lei, implorando, la mia dignità andata in frantumi sul piatto doccia. "Giada, fammi venire, cazzo, sto impazzendo!"
"Chi è la mia puttana?" mi sussurra sulle labbra, allentando appena la presa, giusto per farmi assaggiare la speranza, per poi stringere di nuovo facendomi gemere di frustrazione. "Dillo, guardandomi negli occhi. Dì che sei la mia troietta e che mia cugina non saprà mai farti impazzire così."
Sono devastato. L'orgoglio non esiste più. Esiste solo il bisogno fisico e ossessivo di lei. "Sono la tua puttana," ansimo, la voce rotta, gli occhi lucidi per lo sforzo. "Erika non è niente... niente in confronto a te. Ti prego."
Giada sorride. È il sorriso di chi ha appena vinto la guerra. Mi lascia un bacio leggerissimo, quasi casto, sulle labbra tremanti. Poi, con una crudeltà inaudita, lascia la presa. Toglie le mani da me, mi costringe a guardarla mentre finisce la sua doccia, in modo così sensuale, cazzo quasi sto per scoppiare, poi finisce, scosta e chiude del tutto l'acqua. Apre la porta di vetro del box doccia e afferra un asciugamano, avvolgendoselo con cura intorno al corpo perfetto, lasciandomi lì. Duro, dolorante, bagnato e disperatamente sull'orlo.
"Bravo cagnolino," mormora, guardandomi dallo specchio mentre si sistema i capelli bagnati, l'immagine della perfezione aristocratica. "Magari stasera, se fai il bravo a cena, ti lascio finire. Ora asciugati, la tua dolce fidanzatina ti aspetta."
Esce dal bagno, chiudendosi la porta alle spalle e lasciandomi da solo con il mio inferno personale.
Finisco la doccia in un tempo record. L'acqua fredda non è servita a un cazzo, ha solo indurito i miei muscoli e reso l'erezione ancora più dolorosa e pulsante. Mi asciugo alla meno peggio, avvolgendo un asciugamano in vita. Ascolto: dalla finestra aperta sento ancora le voci di Erika e Giulia giù in giardino. Sono solo. O meglio, sono solo con lei.
Esco dal bagno a passi pesanti e mi dirigo dritto verso la camera degli ospiti che le è stata assegnata. Non busso. Entro. Giada è in piedi davanti allo specchio, indossa solo un completino intimo di pizzo nero e sta per infilarsi una vestaglia di seta. Non faccio in tempo a ragionare. L'istinto e la frustrazione prendono il sopravvento. La raggiungo in due falcate, le afferro i polsi e la sbatto contro il muro, non con violenza, ma con una disperazione totale.
"Ti prego," le rantolo a un millimetro dalle labbra, il fiato corto. "Ti desidero da impazzire. Non puoi lasciarmi così, Giada. Cazzo, fammi finire."
Mi aspetto che ceda, che la mia foga la accenda. Ma lei è di ghiaccio. Fredda, dura, intoccabile. I suoi occhi neri mi scrutano con una superiorità che mi gela il sangue. Le è piaciuto punirmi sotto l'acqua, ma ora... ora la tortura pura le dà un'eccitazione ancora maggiore. Con una facilità disarmante, si libera dalla mia presa. Si sposta lentamente, lisciandosi il pizzo sul ventre con estrema calma, e va a sedersi sul bordo del letto sfatto. Accavalla le gambe, lasciando un piede sospeso a mezz'aria.
"Sei patetico quando elemosini, Franci," mormora, guardandomi dall'alto in basso. Poi, il suo tono si fa tagliente come una lama. "Ora inginocchiati. E baciami i piedi. Leccali. Divorali. Fammi vedere quanto sei disposto a umiliarti per farti svuotare."
Il mio orgoglio prova a ribellarsi per una frazione di secondo, ma la lussuria lo strangola all'istante. Crollo in ginocchio sul tappeto davanti a lei. Afferro le sue caviglie sottili con mani tremanti. La sua pelle è morbidissima, profuma ancora di bagnoschiuma e di quell'olio solare che mi ha fatto impazzire prima. Mi chino in avanti e poggio le labbra sul suo collo del piede. La bacio. Poi, spinto dalla foga e dalla sua richiesta, dischiudo le labbra e faccio scivolare la lingua sulla sua pelle. Assaporo le sue dita perfette, con quello smalto bianco immacolato, leccandole con una devozione che mi disgusta e mi eccita da morire allo stesso tempo.
Mi sto letteralmente sottomettendo, divorando i suoi piedi nudi come un cane affamato, pur di avere una sua carezza. E Giada è in estasi. La vedo chiudere gli occhi per un secondo, compiacendosi totalmente del suo potere assoluto su di me.
Poi, all'improvviso, ridacchia. Una risata bassa, vibrante e diabolica. Senza alcun preavviso, mi spinge la pianta del piede direttamente contro la bocca, forzandomi le labbra con una pressione sfacciata. Sussulto, ma prima che io possa reagire, sposta il piede. Lo piazza dritto al centro del mio petto nudo e, con una spinta secca e decisa, mi sbatte schiena a terra sul tappeto.
L'asciugamano mi si allenta, ma a lei non frega nulla. Si alza dal letto e si mette a cavalcioni su di me, bloccandomi i fianchi con le sue cosce perfette. Il suo viso scende fino a sfiorare il mio orecchio. Il suo respiro caldo mi fa venire i brividi.
"Se mi vuoi..." sussurra, la voce carica di promesse torbide, "dovrai farmi uno spettacolino."
"Vuoi... vuoi vedere me ed Erika?" ansimo, il cuore che mi rimbomba nelle orecchie, pronto a svendere la mia ragazza pur di accontentarla. "Lo faccio. Stanotte, la lascio gridare mentre tu guardi..."
"No," sibila Giada, interrompendomi con disprezzo, passandomi un'unghia laccata di bianco sul collo. "Vedere te che scopi la mia noiosa cuginetta è diventato banale. E visto che hai fatto lo stronzo in doccia... ora voglio qualcosa di molto, molto più stimolante."
Si ferma. Si solleva appena per guardarmi dritto negli occhi, godendosi il puro terrore e l'attesa che mi divorano. Un sorriso perverso le deforma i lineamenti perfetti.
"Hai visto come è diventata sexy Giulia, vero?"
di
scritto il
2026-03-01
1 3 5
visite
2
voti
valutazione
10
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.