Tra la mia Ragazza e sua Cugina - capitolo 4

di
genere
tradimenti

Il letto cigola. Un suono metallico, sordo, che in qualsiasi altra situazione mi avrebbe fatto scappare a gambe levate. Ma la ragione ha abbandonato questa stanza nel momento esatto in cui Giada ha lasciato cadere il suo intimo di pizzo sul pavimento. Non me ne frega più un cazzo di niente.
Scivolo verso il basso, abbandonando i suoi seni perfetti. Il mio viso accarezza il suo addome teso, sfiorando l'ombelico, per poi affondare definitivamente tra le sue cosce spalancate e bollenti. Voleva che prendessi l'iniziativa? Voleva vedere l'animale che si nascondeva sotto i panni del bravo ragazzo? La accontento.
Incollo la bocca alla sua intimità con una fame disperata, cruda. La mia lingua guizza famelica, assaggiando il suo sapore forte, inebriante, un nettare che mi fa perdere ogni fottuto briciolo di lucidità. La lecco e la succhio con una foga rabbiosa, senza la minima traccia di dolcezza, spingendo il viso contro la sua carne come se volessi divorarla. È un atto quasi violento, guidato dall'urgenza di punirla per come mi sta manipolando e, allo stesso tempo, di venerarla per quanto mi fa godere.
Ma Giada... Giada non si scompone. Ed è questo che mi fa letteralmente impazzire. Mentre io sono ridotto a una bestia in balia dei sensi, lei mantiene la sua maledetta eleganza. Le sue mani scattano verso il basso, ma non per fermarmi. Le sue dita lunghe si intrecciano tra i miei capelli e stringono con forza, tirando le radici, per poi premermi la nuca, spingendo il mio viso ancora più a fondo contro di lei. Vuole tutto.
"Così..." mormora nel buio, la voce un graffio di seta.
E poi arrivano i gemiti. Non sono le grida sguaiate o i sospiri disperati che ti aspetteresti da una donna sottomessa a un piacere così violento. Sono suoni sottili, vibranti, di una sensualità diplomatica e superiore. Piccoli gemiti che le muoiono in gola, rilasciati a intervalli calcolati solo per farmi agitare di più. Non perde il controllo nemmeno in questa situazione estrema. Mi sta dicendo, senza usare le parole, che le sto dando esattamente quello che vuole, ma che la padrona resta lei.
Questa consapevolezza mi incendia. Stringo i palmi contro le sue cosce, allargandole ulteriormente, e intensifico il ritmo. Uso i denti, le labbra, la lingua in un assalto continuo, cercando disperatamente di spezzare quella sua fottuta maschera di compostezza. Voglio farle cacciare un urlo. Voglio farle dimenticare le buone maniere.
E a meno di mezzo metro di distanza, il respiro di Erika continua a scorrere placido e regolare. Dorme profondamente, con la sua mascherina nera sugli occhi, totalmente ignara del fatto che il suo fidanzato sta letteralmente bevendo i fluidi di sua cugina sul suo stesso materasso. Il brivido del pericolo si mescola al sapore di Giada, creando una miscela esplosiva che mi sta spingendo inesorabilmente verso il punto di non ritorno.
Non mi basta. Voglio vederla cedere. Voglio spezzare quell'aura di controllo assoluto che mi ha tenuto al guinzaglio per tutto il giorno. Voglio vederla sudare, ansimare, perdere del tutto la testa.
Aumento ancora il ritmo. Uso tutto me stesso: le mie mani le stringono i fianchi, ancorandola al materasso per impedirle di sfuggirmi, mentre la lingua e le labbra lavorano con una foga implacabile. Sento il suo corpo tendersi come una corda di violino. Le sue dita, che prima mi accarezzavano i capelli con finta superiorità, ora si aggrappano alle mie ciocche, tirandole per davvero, spinte da un'urgenza che non riesce più a mascherare.
"Franci..." ansima. Non è più un sussurro elegante. È un rantolo disperato.
È vicina. Lo sento dal modo in cui il suo bacino scatta verso l'alto, cercando il mio viso, dal sapore che si fa ancora più denso, dal calore bruciante della sua pelle. E poi, esplode. L'orgasmo la investe con una violenza che le strappa un gemito roco, profondamente carnale. Il suo corpo si inarca sul letto, a pochi centimetri dalla schiena di Erika, i fianchi che tremano in una serie di spasmi incontrollabili. La sua intimità pulsa letteralmente contro la mia bocca.
Dovrei fermarmi. Lasciarla riprendere fiato, accontentarmi di averle dato piacere. Ma non lo faccio. Voleva l'animale? Eccolo.
Non appena l'onda del suo piacere inizia a calare, affondo di nuovo. La lecco e la succhio con la stessa identica fame, spietato, puntando dritto al centro esatto della sua sensibilità ormai esasperata. Giada sussulta violentemente. "No... Franci, cazzo, basta, sono troppo..." ansima, cercando di spingermi via per le spalle. Ma la sua forza è ridicola. I suoi muscoli sono gelatina.
"Fermati..." sibila ancora, ma il modo in cui inarca il bacino contro la mia bocca smentisce ogni sua fottuta parola. Non ci crede nemmeno lei. La sua figa è bollente, pulsante, di una sensibilità quasi dolorosa, e io la sto divorando senza alcuna pietà.
Ora i suoi gemiti non sono più quelli di una regina intoccabile. Sono suoni disperati, umidi, strozzati a fatica. È costretta a mordersi il polso e a premersi il dorso dell'altra mano contro le labbra per non urlare e svegliare sua cugina. Il sudore le imperla la fronte, il collo e il petto, facendo brillare la sua pelle dorata nella poca luce della stanza. Il pizzo nero che prima le conferiva un'aria così altera ora è solo un dettaglio stropicciato su un letto teatro di un capolavoro.
Vederla così, vederla finalmente impazzire, perdere totalmente il controllo, scomporsi esattamente come lei ha fatto impazzire me per tutto il giorno... è l'eccitazione più grande e perversa che io abbia mai provato.
Continuo senza tregua. La porto su e giù per le montagne russe del piacere, ignorando le sue proteste deboli, assaporando ogni spasmo, ogni tremito, ogni singola goccia della sua resa totale. Va avanti per minuti che sembrano ore. Per una volta, in questa stanza buia, con la mia fidanzata che dorme a un passo da noi, il padrone sono io. E lei sta godendo da morire nell'essere distrutta.
“Scopami…” inizia a supplicare, la voce ridotta a un sibilo roco, spezzato, che le muore in gola. La sua compostezza è andata in frantumi. “Ti prego, cazzo... scopami.”
È la resa definitiva. La sento tremare, maledettamente vicina all'orgasmo, e le do l'ultimo, spietato sprint, divorandola con una foga che le fa inarcare la schiena in uno spasmo silenzioso. Poi, prima che l'onda la sommerga del tutto, risalgo lungo il suo corpo.
Le nostre bocche si scontrano a mezz'aria. È un bacio famelico, disperato, dal sapore forte e inebriante del nostro stesso peccato. Siamo sudati, appiccicosi, i nostri petti che si scontrano mentre i respiri si fondono. Giada non perde un secondo: con un movimento felino, si ribalta, spingendomi sul materasso e salendomi a cavalcioni.
Muove quel culo perfetto sopra di me, un attrito circolare e bagnato che mi fa letteralmente impazzire. Mi tira i capelli all'indietro, guardandomi dall'alto. Un sottile, lucidissimo rivolo di saliva si estende tra le nostre bocche dischiuse. La punta della mia virilità preme esattamente contro il suo ingresso. Un millimetro ancora e sarò dentro di lei, sul letto della mia ragazza.
E in quel preciso millesimo di secondo, il letto cigola violentemente.
Erika si muove. Sospira nel sonno, si gira su un fianco e poi, pesantemente, si mette a pancia in su, scontrandosi quasi con il mio ginocchio. “Ehi Franci... sei tu?” mormora, la voce impastata dal sonno.
Il sangue mi si congela nelle vene. Il cuore smette di battere. L'istinto di sopravvivenza prende il sopravvento sulla lussuria in una frazione di secondo. Afferro Giada per i fianchi e, con un movimento fulmineo ma calcolato per non fare rumore, la sollevo e la sposto di lato, facendola scivolare via da me. Mi butto letteralmente sopra Erika, coprendola con il mio corpo un attimo prima che lei alzi la mano verso il viso.
Le sue dita sfiorano l'elastico della mascherina di seta nera. Sta per toglierla. La blocco, afferrandole il polso con dolcezza ma con una fermezza che mi fa tremare il braccio. “Fermo, amore…” sussurro, cercando disperatamente di controllare il respiro affannato. “Facciamo un gioco. Tieni la mascherina.”
Erika si immobilizza. È confusa, intontita dal sonno, ma le mie mani sul suo corpo e il peso di me sopra di lei la risvegliano in un altro senso. Le sue mani scendono libere, tastando il mio petto nudo fino ad arrivare ai miei addominali. “Franci… ma sei sudato. Sei bollente,” mormora, sorpresa, ma sento già la sua voce vibrare di una nuova, improvvisa eccitazione. È confusa, non si fa domande sulla logica della situazione, si lascia semplicemente guidare dal calore del mio corpo e dall'idea del "gioco".
Mi abbasso e la bacio con passione. Devo distrarla. Devo riempirle i sensi prima che il suo cervello si accenda. Le nostre labbra si uniscono in un bacio profondo, ma appena mi spingo oltre, Erika si ritrae di un millimetro, arricciando il naso sotto la mascherina.
“Mh… amore,” sussurra, confusa. “Hai uno strano sapore in bocca. Di cosa sa?”
Gelo totale. Il sapore di sua cugina. “Ho… ho bevuto un goccio dell'amaro di tuo padre, giù in cucina,” mento con una freddezza che mi fa paura da solo. “Mi serviva per digerire tutta quella torta prima di venire a svegliarti.”
Sembra funzionare. Erika sorride pigramente e mi accarezza la nuca. “Mh, va bene... giochiamo, allora.” Le sfilo il vestitino con movimenti lenti e calcolati, facendolo scivolare oltre i fianchi, prestando un'attenzione maniacale a non sfiorarle il viso per paura di spostarle la mascherina di un solo millimetro.
Mentre la spoglio, il mio sguardo scatta inevitabilmente di lato, nel buio della stanza. Giada è in piedi, a mezzo metro dal letto. Nel sacrosanto silenzio, si sta infilando di nuovo le sue mutandine di pizzo nero. Non è arrabbiata per l'interruzione. Al contrario. Mi fissa nel buio e sorride. È eccitata da morire. Vedermi mentire a sua cugina, sentire il sapore della sua intimità scambiato per liquore, assistere a questa farsa oscena a due passi da lei l'ha mandata su di giri molto più della penetrazione stessa.
Con un gesto della mano, mi fa un piccolo cenno di saluto. Poi, muovendosi come un fantasma, scivola verso la porta, uscendo di soppiatto per andare a recuperare i miei vestiti e il suo vestitino rimasti sparsi sul pavimento della camera di Giulia. Mi lascia lì, nudo, bollente e sporco del suo sapore, pronto a fare l'amore con la mia ragazza bendata.

Il buio della stanza è squarciato solo da quel sottile e tagliente rivolo di luce che filtra dalle tapparelle, ma è sufficiente per vedere la porta aprirsi senza emettere il minimo suono. Giada scivola dentro come un'ombra, i miei vestiti recuperati e piegati con cura su un braccio. Li appoggia silenziosamente ai piedi del letto, poi si accomoda sulla poltroncina di velluto nell'angolo, accavallando le gambe.
Io sono chino su Erika. La mia bocca è incollata ai suoi seni, succhio e mordo la sua carne con una fame che non è dolcezza, ma puro possesso. La mascherina nera le copre gli occhi, rendendola vulnerabile, cieca alla perversione assoluta che si sta consumando a due metri da lei.
"Cazzo, Eri... sei così bagnata per me," le sussurro all'orecchio con voce roca, spingendo due dita dentro di lei per prepararla, trovandola già fradicia e pulsante. Erika inarca la schiena, le mani che stringono a pugno le lenzuola. Il gioco della benda l'ha accesa in un modo che non mi aspettavo. "Sì, amore... lo sai che mi fai impazzire quando fai così," ansima, muovendo il bacino contro la mia mano. "Mettilo dentro... scopami, Franci. Fammi sentire tua." "Voglio sentirti gridare," le rispondo, sporcando le parole, alimentando il nostro fottuto teatrino. "Voglio sfondarti finché non ti ricordi nemmeno come ti chiami. Sei la mia troietta stasera, vero?" "Sì... cazzo, sì!" geme lei, eccitata da quel linguaggio che di solito non usiamo, stravolta dalla mia improvvisa aggressività.
Ma mentre le sussurro queste oscenità, i miei occhi non sono su di lei. Sono puntati nell'angolo della stanza. Giada mi sta fissando. Con una lentezza ipnotica, fa scivolare la spallina del vestitino appena rimesso, abbassando la scollatura finché una delle sue tette meravigliose non scatta fuori, nuda e turgida. La sua mano si chiude sulla propria carne, strizzandola con forza, il pollice che accarezza il capezzolo scuro facendolo indurire sotto il mio sguardo. E non si ferma lì. Con l'altra mano, solleva il bordo della gonna. Le sue dita lunghe, quelle stesse dita che poco prima mi sfioravano, spariscono sotto il pizzo delle sue mutandine. La vedo muovere il polso, infilandosi due dita dentro con una pressione lenta e sfacciata.
È uno spettacolo che mi disintegra la lucidità. Vuole che io faccia lo show per lei. Vuole che le dimostri che animale sono.
"Alzati," ordino a Erika, afferrandola per i fianchi. Mi metto seduto sul materasso, appoggiando la schiena contro la testiera del letto, posizionandomi in modo da avere una visuale perfetta su Giada. Attiro Erika sopra di me. Lei si mette a cavalcioni, le ginocchia ai lati dei miei fianchi. La mascherina nera le impedisce di vedere qualsiasi cosa, affidandosi totalmente alle mie mani che la guidano.
La allineo alla mia virilità, dura come il marmo, pulsante, bagnata della saliva di Giada e degli umori di Erika. La afferro per i glutei e la spingo giù con forza. La penetrazione è profonda, totale. Erika caccia un urlo strozzato, gettando la testa all'indietro. "Oddio, Franci... sei enorme..." balbetta, sconvolta dalla prepotenza con cui l'ho riempita.
Inizio a spingere dal basso. È una scopata intensa, violenta, rabbiosa. Ogni colpo fa sbattere i nostri bacini con uno schiocco umido e osceno che rimbomba nella stanza buia. Erika è stravolta: di solito facciamo l'amore, ma stanotte la sto letteralmente possedendo con una ferocia che le toglie il fiato. Le mie mani le stringono i fianchi, lasciandole i segni rossi sulla pelle chiara, dettando un ritmo spietato che la fa rimbalzare su di me. I suoi seni ballano a ogni mia spinta, e lei ansima, completamente in balia della mia foga, credendo di essere l'unica ragione della mia eccitazione.
Ma la verità è fottutamente diversa. Mentre sfondo Erika, i miei occhi sono incatenati a quelli di Giada. È un quadro di perversione assoluta. Giada mi guarda dall'angolo, il viso piegato in quell'espressione aristocratica e giudicante, mentre la sua mano accelera sotto la gonna. Il suono umido delle sue dita che entrano ed escono si mescola ai gemiti acuti della cugina. Si stuzzica il capezzolo, arrotolandoselo tra l'indice e il pollice, ansimando piano, le labbra socchiuse.
"Guardami..." sussurra Giada, muovendo le labbra senza emettere suono, in modo che Erika non possa sentirla. Guardami mentre la scopi.
La sua sfacciataggine mi manda il sangue al cervello. Spingo dentro Erika con ancora più violenza, ringhiando come una bestia. "Franci... rallenta, ti prego, è troppo profondo!" piagnucola Erika, ma è un lamento intriso di piacere assoluto. "Zitta e godi," le ringhio contro, afferrandole i capelli per tirarla verso di me e morderle il collo, mentre continuo a fissare Giada oltre la sua spalla.
Siamo tre corpi incastrati nella stessa rete di lussuria. Io che martello Erika senza pietà, Giada che si masturba guardando la mia virilità scomparire dentro sua cugina, ed Erika, cieca nel suo letto, che si lascia distruggere dalla passione, convinta che il bravo ragazzo abbia finalmente lasciato il posto all'uomo dominante che desiderava. E la tensione nella stanza è così spessa che basta una sola scintilla per far esplodere tutto
Le mie mani scendono ad afferrarle i fianchi con una possessività che non mi appartiene, stringendola a me a ogni spinta. E la cosa che mi fa letteralmente impazzire è che a Erika questo ritmo frenetico, questa fame ruvida e quasi spietata, sta piacendo da morire. La percepisco perdere il controllo: il sudore le imperla la pelle chiara, facendola brillare nella penombra, i suoi seni assecondano ogni mio movimento in una danza caotica, e i suoi gemiti non sono più i soliti sospiri dolci e contenuti. Sono suoni rotti, acuti, disperati.
"Franci... oddio, sì!" ansima, inarcando la schiena per venirmi incontro.
Ma non mi basta. Voglio dominarla completamente, voglio che lo spettacolo sia perfetto. Con un movimento secco e repentino, ribalto la situazione. La faccio scivolare sotto di me, schiacciandola contro il materasso e prendendo il controllo totale. Le mie dita si intrecciano tra i suoi capelli, tirandoli appena all'indietro per costringerla a esporre il collo, mentre con l'altra mano le stringo il petto, possessivo e affamato. Torno a muovermi contro di lei con un'intensità che le toglie il fiato.
Mi abbasso e le divoro la bocca in un bacio profondo, carnale. Cazzo, è meravigliosa. È la mia dolce, amata Erika. Sento un'ondata di affetto viscerale per lei, per come si affida a me, cieca sotto quella mascherina, convinta di avere il mio cuore e la mia mente. La amo, la amo davvero. Ma è un amore irrimediabilmente corrotto. Perché mentre le mordo il labbro e sento il suo sapore, i miei occhi non sono chiusi. Sono spalancati, incollati all'angolo buio della stanza.
Quanto amo Erika, ma quanto mi fa impazzire la mente quella magnifica stronza che ci sta guardando. Giada è lì, i suoi occhi neri fissi su di me, le dita che si muovono frenetiche sotto il pizzo, il petto che si alza e si abbassa a un ritmo che ricalca esattamente il mio. Si sta nutrendo della nostra foga, padrona indiscussa di questo teatro dell'assurdo.
Il ritmo diventa insostenibile. L'aria nella stanza è satura del nostro calore, dell'odore del sesso, della tensione psicologica che mi sta tranciando i nervi. Sento le pareti di Erika stringersi improvvisamente attorno a me. "Sto venendo... amore, sto venendo!" urla contro la mia bocca, le unghie che mi graffiano la schiena.
La sua esplosione è la scintilla che innesca la dinamite. Nell'esatto istante in cui Erika inizia a tremare sotto di me, scossa da brividi violenti, vedo Giada inarcare la schiena sulla poltrona. Si morde il labbro con forza, chiudendo gli occhi, il corpo che si irrigidisce nel suo stesso orgasmo, vissuto in un silenzio sacrosanto e perverso. E io mi lascio andare con loro. Mi svuoto in un climax totale, simultaneo, un'ondata di piacere così intensa da oscurarmi la vista, crollando infine sul petto sudato di Erika, con il fiato rotto e l'anima definitivamente venduta al diavolo.

Nel momento esatto in cui io ed Erika crolliamo l'uno sull'altra, esausti, sento un fruscio leggerissimo nell'angolo. Apro gli occhi solo per una frazione di secondo, giusto in tempo per vedere Giada ricomporsi. Si tira su il vestitino nero con una grazia felina, lisciandosi la gonna come se non fosse appena esplosa di piacere a due metri da noi. Mi lancia un'ultima occhiata, un misto di trionfo e malizia pura, e poi, silenziosa come un fantasma, sgattaiola fuori dalla porta, chiudendosela alle spalle senza fare il minimo rumore.
Siamo soli. Per davvero, stavolta.
Con le mani che mi tremano ancora, sfilo delicatamente la mascherina di seta dalla fronte di Erika. I suoi meravigliosi occhi si aprono, sbattendo le ciglia per abituarsi alla poca luce. Sono languidi, lucidi, persi nell'estasi di quello che abbiamo appena fatto. Ci accoccoliamo, i nostri corpi sudati e appiccicosi incollati l'uno all'altro tra le lenzuola stropicciate.
"Sei vivo, amore?" sussurra Erika, accarezzandomi il petto bagnato, la voce ancora roca. "A malapena," le rispondo, baciandole la fronte, poi il naso, poi le labbra gonfie. "Sei stata pazzesca, Eri. Ti ho letteralmente distrutta... e tu prendevi tutto, ne volevi ancora. Sei la mia troietta perfetta." Erika fa una risatina bassa, stringendosi contro di me, visibilmente eccitata da quel linguaggio così crudo che stona con la nostra solita dolcezza. "Eri un animale, Franci. Cazzo, non pensavo potessi essere così violento... mi tremano ancora le gambe. Mi hai sfondata, e l'ho amato da morire. Ti amo." "Ti amo anch'io," le rispondo, affondando il viso nel suo collo.
E in parte è vero. La amo, la desidero, ma il mio cervello è completamente in tilt. Sono fuori di testa. Sento i muscoli cedere, sono fisicamente prosciugato, distrutto. Se provo a fare il calcolo di quante volte sono venuto oggi, tra il tavolo, il letto di Giulia e questo, mi gira la testa. È stata una maratona di perversione che mi ha cambiato per sempre.

Le ore successive scorrono in una sorta di trans agonistica. La giornata volge al termine, la casa si rianima, e i parenti iniziano lentamente a congedarsi. Io ed Erika ci diamo una sistemata veloce, preparandoci mentalmente per la festa serale con i suoi amici.
Mentre Erika è di sopra a ritoccarsi il trucco, scendo in cucina per bere un bicchiere d'acqua. Ho la gola secca. Ed è lì che la trovo. Giada è appoggiata al bancone, un bicchiere di vino in mano, perfetta e intoccabile come se il pomeriggio non fosse mai esistito. Appena la vedo, l'istinto prende il sopravvento. Mi avvicino, abbassando la voce. "Dammi il tuo numero," le dico, quasi con urgenza. Sono intossicato. Ne ho bisogno.
Giada prende un sorso, poi mi sorride. Un sorriso lento, diabolico e superiore. "Un numero? Per fare cosa, Franci? Per scrivermi 'mi manchi' mentre guardi la tv con lei?" Scuote la testa, divertita. "No. Sarebbe di una noia mortale. L'eccitazione è questa. Il rischio. Il non sapere quando colpirò di nuovo. Il nostro gioco si fa di persona... quando lei guarda dall'altra parte."
Mi lascia lì, senza parole, con la sensazione di avere un collare stretto intorno al collo di cui lei ha l'unica chiave.
Il momento dei saluti arriva poco dopo, nell'ingresso. Ci sono gli zii, la nonna, tutti che si scambiano baci e abbracci. Giada si avvicina a Erika, stampandole due baci sonori sulle guance. "Allora, cuginetta," esordisce Giada con un tono squillante e innocente, sistemandosi la borsa sulla spalla. "Visto che non ci vediamo mai abbastanza, perché tu, Franci e Giulia non venite su alla casa in montagna a fine maggio?"
Il mio stomaco fa una capriola. "Saremo solo io, mamma, papà e la nonna," continua Giada, sorridendo radiosa. "Ci facciamo un bel fine settimana tra cugini. Aria pulita, relax... e tanto tempo per stare insieme." Mentre pronuncia l'ultima frase, sposta lo sguardo su di me. Un decimo di secondo. Un velato, impercettibile occhiolino che mi gela il sangue e mi infiamma l'inguine allo stesso tempo.
Erika, ignara di tutto, batte le mani entusiasta. "Ma è un'idea bellissima! Vero, amore? Fine maggio non abbiamo impegni, vero?" Guardo Erika, poi guardo Giada, il diavolo travestito da parente perfetta. "Certo," deglutisco a fatica, sapendo di star firmando la mia condanna a morte. "Non abbiamo impegni."
di
scritto il
2026-03-01
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