Luca F
di
Lucaz88
genere
gay
In ufficio ci scontravamo spesso.
Avanzamento produzione contro commerciale: numeri, tempi, responsabilità che non coincidevano mai.
-Se continuano così salteremo la consegna!!!-, diceva.
Io lo fissavo, calmo. -Forse dovresti smettere di guardare solo il tuo orticello-
Eravamo fatti così: diretti, lui sempre elegante, con quel tono che sembrava sempre un mezzo passo avanti.
Aveva quarant’anni, capelli castani curati, occhi grandi e scuri che contrastavano con il carattere forte. Non molto alto, ma difficile da ignorare. Io ne avevo venticinque, sposato anche io, alto, stesso carattere deciso. Con lui non arretravo. E lui lo sapeva.
Una sera, dopo una giornata più tesa del solito, arrivò l’invito.
-Vieni da me così magari la smettiamo di parlare solo di lavoro-
—Nella tana del lupo, mmm rischioso!- , risposi ridendo.
Sorrise appena. - É sempre rischioso quando ci parliamo -
Abitava in una villa ed era davvero affascinante. Spazi ampi, luce calda, una scalinata interna che dominava l’ingresso. La famiglia era in Svizzera per la settimana bianca. Lui solo.
Aprì una bottiglia di vino.
- Prometto che stasera niente grafici -
- Peccato…- , dissi. - mi piace fissarli mentre perdi la pazienza! -
Alzò un sopracciglio. - Attento a quello che dici! -
Bevemmo. Parlammo di lavoro, ma senza difese. Le frasi si allungavano, i silenzi pure.
A un certo punto mi guardò fisso.
-Dimmi la verità, in ufficio provochi apposte?-
Sorrisi. - Inizialmente no, ma vedo che funziona! -fin troppo! - sospiró
Si avvicinò per riempirmi il bicchiere. Rimase lì più del necessario.
- Sai qual è il problema - disse piano.
- che siamo troppo simili -
- Che non lo siamo abbastanza per ignorarci -
Non mi mossi.
- E questo cosa vorrebbe significare? -
Lui sorrise, lento. - che stai aspettando da un po’ che succeda qualcosa! -
- E tu? -
- Io ho smesso di fare finta, no?! -
Fu lui a fare il primo passo. Nessuna fretta. Solo decisione.
Il bacio arrivò come una frase tenuta in bocca troppo a lungo.
- non doveva andare così - , mormorò contro le mie labbra.
- Ma lo stavi pensando -, risposi.
- Da più tempo di quanto voglia ammettere -
Iniziammo a baciarci appassionatamente le nostre mani percorrevano tutto il corpo dell’altro, iniziammo a spogliarci molto velocemente.
Avevamo voglia l’uno dell’altro ma le nostre bocche non si staccavano.
Eravamo lì sul divano, come due adolescenti che non vedono l’ora di togliere ogni loro repressione e far uscire il proprio istinto animale.
Continuavamo a baciarci, i corpi avvinghiati
Sussurró
- andiamo in camera -
Accettai ma non ci staccammo, ci alzammo, nel frattempo camminavamo avvinghiati verso la camera.
Arrivammo all’ingresso, dovevamo prendere le scale per salire al piano di sopra.
La scalinata ci accolse senza dire nulla. Uno spazio aperto, esposto, che rendeva tutto più intenso. Ogni gesto era una scelta.
Arrivò il momento cruciale le mie mani erano nei suoi slip. Le sue erano già sul mio cazzo di marmo.
Avevamo le camice slacciate, sulle scale, scomodi ma eccitati.
Smise di baciarmi scese velocemente ed inizio a pomparmi, ero eccitato. Stavo per venire, lo staccai, lo baciai e lo feci sdraiare sulle scale.
Gli sfilai i pantaloni ed il suo duro cazzo era pronto per esser assaggiato. Lo presi in bocca mentre le sue mani premevano sulla mia nuca.
Mi staccó, mi bació e sussurrò:
- ti voglio dentro -
Si alzò in piedi e si girò, era ancora in camicia con le calze all’altezza del ginocchio. Iniziai a leccarlo, poi qualche sputo. Prese il preservativo dai pantaloni e mi disse
- scopami -
Misi il preservativo velocemente, ed iniziai a scoparlo sulle scale.
Mi fece sdraiare sui gradoni, si girò verso di me e mi bació. Si sedette sul mio cazzo ed inizió a fare su e giù come se fosse su una giostra.
Presi il suo cazzo in mano ed esplodemmo assieme poco dopo.
Più tardi, in camera, il tempo perse contorno.
Quando ci rivestimmo, Luca sistemò la camicia come se stesse rientrando in riunione.
«Domani in ufficio?» chiesi.
«Domani», rispose, «continuiamo a discutere come sempre.»
Poi mi guardò. «Ma sapendo entrambi che non è tutta la storia.»
Mi accompagnò alla porta.
-Non è successo niente-, disse.
Sorrisi. -Perfetto. Allora siamo d’accordo.-
Il giorno dopo, tra una mail e una riunione, incrociammo lo sguardo, ridacchiando.
Nessuno avrebbe potuto capire.
Ma noi sì.
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