Il manganello
di
Lucaz88
genere
gay
La caserma è silenziosa, di quel silenzio che non rilassa: controlla.
Entro stringendo tra le dita una cartellina che non serve a niente. Lui è dietro la scrivania, in piedi. La divisa gli cade addosso come se fosse stata cucita per ricordare a chiunque entri chi comanda lì dentro.
«Buongiorno.»
La sua voce è bassa. Non invita. Concede.
«Buongiorno… devo sporgere denuncia. Ho perso i documenti.»
Mi squadra prima ancora di rispondermi. Lo fa senza fretta, come se stesse valutando qualcosa che va oltre il modulo.
«Qui.»
Indica la sedia davanti a lui. Non dice si accomodi. Dice qui.
Mi siedo.
«Nome.»
«Glielo dico o lo scrive lei?»
Un accenno di sorriso. Breve. Pericoloso.
«Dipende. Preferisce che tenga io la penna?»
La tiene già in mano, in realtà. Pesante. Nera. La fa girare tra le dita con un gesto che non ha nulla di casuale.
«Nome», ripete.
Glielo dico. Lui scrive. Piano. Ogni tanto si ferma, alza gli occhi, poi riprende.
«Stato civile.»
Esito.
«Sposato.»
La penna si ferma. Lui no.
«Sicuro?»
«Direi di sì.»
«Lo dice come se fosse una constatazione, non una scelta.»
Segna qualcosa sul foglio, poi si alza. Fa il giro della scrivania. Ora è troppo vicino. Posso sentire l’odore della stoffa della divisa, del cuoio.
«Descrizione dei documenti.»
«Carta d’identità, patente…»
«Tutti persi.»
Non è una domanda.
«Sì.»
«Dev’essere fastidioso.»
Fa scivolare una mano verso la cintura. La fibbia metallica tintinna piano. Il manganello è lì, visibile, immobile. Eppure attira lo sguardo come se fosse vivo.
«Qui dentro», dice seguendo i miei occhi senza guardarli, «teniamo tutto in ordine. Ogni cosa al suo posto.»
Pausa.
«Quando qualcosa manca… ce ne accorgiamo subito.»
Deglutisco.
«Firmi.»
Mi porge il foglio. Le sue dita non lasciano la carta. Non subito.
«Con calma», aggiunge. «Non siamo di fretta.»
Firmo. Lui riprende il foglio, lo osserva come se stesse decidendo se è sufficiente.
«Dovrò farle qualche altra domanda.»
«Qui?»
«No.»
Alza finalmente lo sguardo. Diretto.
«Nel mio alloggio di servizio. È più… riservato.»
«È necessario?»
Inclina appena la testa.
«Se le dico di sì?»
Silenzio.
«È dietro la caserma», continua. «Niente di ufficiale. Ma io resto io. E lei…» mi squadra di nuovo «…resta sotto la mia responsabilità.»
Si volta, prende il cappello, poi aggiunge senza guardarmi:
«Porti solo se stesso. I documenti, a quanto pare, li ha già persi.»
Quando mi fa strada verso l’uscita laterale, il suono dei suoi passi è regolare. Il manganello sfiora la gamba a ogni movimento. Non lo guarda mai. Non ne ha bisogno.
Prima di aprire la porta si ferma.
«Una cosa.»
«Sì?»
«Lì dentro», dice indicando l’alloggio, «mi aspetto che ascolti.»
Accenna un sorriso lento.
«Sono molto bravo a farmi ubbidire.»
Apre la porta.
E io lo seguo.
Cammino dietro di lui sapendo perfettamente che mi sta lasciando farlo.
Non accelera, non rallenta. Decide il ritmo. Io lo seguo — ma non sono più inconsapevole.
L’alloggio di servizio è essenziale, quasi spoglio. Una cucina piccola, un tavolo, una stanza che non mostra nulla di personale. È un luogo pensato per non lasciare tracce.
Chiude la porta. Non a chiave.
Un dettaglio che noto.
Un dettaglio che scelgo di notare.
«Si accomodi», dice finalmente.
Sorrido.
«Prima era qui. Questo è un miglioramento.»
Si gira lentamente. Incrocia le braccia. La divisa è ancora addosso a lui, completa. Il manganello pende dalla cintura come un punto fermo.
«Sta diventando confidente.»
«O forse ho solo capito come funziona.»
«Ah sì?»
«Lei dà ordini quando pensa che l’altro ne abbia bisogno.»
Un passo verso di me.
«E lei?»
«Io provoco quando voglio vedere fin dove arriva.»
Silenzio. Denso.
Lui fa scivolare lentamente il cappello sul tavolo. Poi, con la stessa calma, sgancia la cintura. Non la sfila. La allenta. Il manganello resta lì, più visibile di prima.
«Qui dentro», dice, «non c’è nessuno da impressionare.»
«Peccato», rispondo. «Stava facendo un ottimo lavoro.»
Un lampo negli occhi. Non rabbia. Interesse.
«Sa qual è il problema degli uomini sposati?»
«Illuminami.»
«Credono di rischiare qualcosa.»
Si avvicina ancora. Ora è troppo vicino per fingere neutralità.
«Quando in realtà cercano qualcuno che decida al posto loro.»
Non indietreggio.
«E i carabinieri?» ribatto. «Credono di controllare tutto.»
Abbasso lo sguardo, volutamente, verso la cintura.
«Ma tengono sempre le mani vicino agli strumenti.»
Sorride e ribatte:
Ribatto:
Mi guarda e dice:
Sorrido
Poi ride. Piano. Senza allegria.
«Ha perso i documenti», dice. «Ma non il senso dell’orientamento.»
Si sfila lentamente la giacca della divisa e la posa con precisione quasi maniacale. Rimane in camicia. Maniche arrotolate. Avambracci scoperti.
«Ultima cosa», aggiunge.
«Dimmi.»
«Se resta qui, lo fa sapendo che non sto giocando.»
Lo guardo dritto negli occhi.
«Nemmeno io.»
Si avvicina fino a invadere del tutto il mio spazio. Non mi tocca. Non ancora. La voce gli scende di tono.
«Allora si sieda.»
Indica la sedia.
«E mi spieghi con calma…»
una pausa calcolata
«…cos’altro ha perso, oltre ai documenti.»
Mi siedo. Lentamente. Senza abbassare lo sguardo.
La porta è ancora chiusa.
Non a chiave.
Ma ormai non serve più.
Sono eccitato, distaccato dal mondo reale.
Lo guardo mi muovo lentamente toccando il manganello, dico:
>
Mi osserva sorride, la tensione è a mille, risponde:
Ormai i dadi sono tratti, io sono seduto, lui davanti a me, ho la sua cintura davanti ai miei occhi.
Abbasso lo sguardo, dico:
lui annuisce.
Slaccio lentamente i pantaloni, gli abbasso un pochino, sfilo i boxer, ed ecco davanti a me il manganello che desideravo.
Lo guardo, lo prendo in mano, lo infilo lentamente in bocca, lo lecco come se fosse un cono gelato é durissimo.
Mi piace.
Lui afferra la mia testa ed inizia a scoparmi la bocca. Sempre più veloce. Esce ed ansimando mi inonda di sperma il volto. Poi mi solleva il mento, mi alza leccandomi il viso e baciandomi.
Mi sbatte con violenza sul divano. In meno di due secondi mi ritrovo con i pantaloni abbassati e la sua testa sul mio cazzo.
Mi pompa mi ripompa, non riesco più a connnettere.
Sospiro lui rimane.
Vengo, lui ingoia tutto.
Wow
Finisce così, ci baciamo e ci ricomponiamo.
L’alloggio è tornato silenzioso. Il tipo di silenzio che non comanda più, ma osserva. L’aria è diversa adesso: meno tesa, più densa. Come se avesse assorbito tutto e non avesse ancora deciso cosa restituire.
Mi rivesto con calma. Nessun gesto inutile. Nessuna fretta di andarmene. Ogni movimento è un modo per riprendermi qualcosa senza cancellare nulla.
Quando esco dall’alloggio, il corridoio della caserma è identico a prima. Luci al neon. Pavimento lucido. Ordine.
Eppure io non lo sono più nello stesso modo.
Lui si è riappoggiato alla scrivania. Senza divisa completa. Maniche arrotolate. Sembra più grande così. Più distante.
«Tutto bene?»
È una domanda vera. Asciutta. Senza sottintesi.
«Sì.»
La mia voce è più bassa. Più centrata.
Annuisce facendomi l’occhiolino. Prende un foglio, lo fa scivolare verso di me.
«Se qualcuno chiede», dice, «la pratica è in corso.»
Pausa.
«Se non chiede nessuno… meglio.»
Lo guardo. Non cerco più niente. Non sfido più nulla.
«Tornerò», dico.
Ma non è una promessa. È una constatazione.
Mi guarda per un secondo più del necessario.
«Lo so.»
Quando esco dalla caserma, l’aria notturna mi colpisce in pieno petto. Respiro a fondo. Il telefono vibra in tasca. Casa. Routine. Ruoli.
Cammino verso l’auto con un passo che non avevo entrando.
So che domani sarò di nuovo marito. Uomo normale. Documento ritrovato, vita riallineata.
Ma so anche che esiste un posto — preciso, delimitato — in cui ho smesso di decidere.
E qualcuno che ha saputo tenere tutto fermo abbastanza a lungo da farmi sentire presente.
Non è una nostalgia.
È una consapevolezza.
E quelle, una volta acquisite,
non si denunciano.
Si portano addosso.
Entro stringendo tra le dita una cartellina che non serve a niente. Lui è dietro la scrivania, in piedi. La divisa gli cade addosso come se fosse stata cucita per ricordare a chiunque entri chi comanda lì dentro.
«Buongiorno.»
La sua voce è bassa. Non invita. Concede.
«Buongiorno… devo sporgere denuncia. Ho perso i documenti.»
Mi squadra prima ancora di rispondermi. Lo fa senza fretta, come se stesse valutando qualcosa che va oltre il modulo.
«Qui.»
Indica la sedia davanti a lui. Non dice si accomodi. Dice qui.
Mi siedo.
«Nome.»
«Glielo dico o lo scrive lei?»
Un accenno di sorriso. Breve. Pericoloso.
«Dipende. Preferisce che tenga io la penna?»
La tiene già in mano, in realtà. Pesante. Nera. La fa girare tra le dita con un gesto che non ha nulla di casuale.
«Nome», ripete.
Glielo dico. Lui scrive. Piano. Ogni tanto si ferma, alza gli occhi, poi riprende.
«Stato civile.»
Esito.
«Sposato.»
La penna si ferma. Lui no.
«Sicuro?»
«Direi di sì.»
«Lo dice come se fosse una constatazione, non una scelta.»
Segna qualcosa sul foglio, poi si alza. Fa il giro della scrivania. Ora è troppo vicino. Posso sentire l’odore della stoffa della divisa, del cuoio.
«Descrizione dei documenti.»
«Carta d’identità, patente…»
«Tutti persi.»
Non è una domanda.
«Sì.»
«Dev’essere fastidioso.»
Fa scivolare una mano verso la cintura. La fibbia metallica tintinna piano. Il manganello è lì, visibile, immobile. Eppure attira lo sguardo come se fosse vivo.
«Qui dentro», dice seguendo i miei occhi senza guardarli, «teniamo tutto in ordine. Ogni cosa al suo posto.»
Pausa.
«Quando qualcosa manca… ce ne accorgiamo subito.»
Deglutisco.
«Firmi.»
Mi porge il foglio. Le sue dita non lasciano la carta. Non subito.
«Con calma», aggiunge. «Non siamo di fretta.»
Firmo. Lui riprende il foglio, lo osserva come se stesse decidendo se è sufficiente.
«Dovrò farle qualche altra domanda.»
«Qui?»
«No.»
Alza finalmente lo sguardo. Diretto.
«Nel mio alloggio di servizio. È più… riservato.»
«È necessario?»
Inclina appena la testa.
«Se le dico di sì?»
Silenzio.
«È dietro la caserma», continua. «Niente di ufficiale. Ma io resto io. E lei…» mi squadra di nuovo «…resta sotto la mia responsabilità.»
Si volta, prende il cappello, poi aggiunge senza guardarmi:
«Porti solo se stesso. I documenti, a quanto pare, li ha già persi.»
Quando mi fa strada verso l’uscita laterale, il suono dei suoi passi è regolare. Il manganello sfiora la gamba a ogni movimento. Non lo guarda mai. Non ne ha bisogno.
Prima di aprire la porta si ferma.
«Una cosa.»
«Sì?»
«Lì dentro», dice indicando l’alloggio, «mi aspetto che ascolti.»
Accenna un sorriso lento.
«Sono molto bravo a farmi ubbidire.»
Apre la porta.
E io lo seguo.
Cammino dietro di lui sapendo perfettamente che mi sta lasciando farlo.
Non accelera, non rallenta. Decide il ritmo. Io lo seguo — ma non sono più inconsapevole.
L’alloggio di servizio è essenziale, quasi spoglio. Una cucina piccola, un tavolo, una stanza che non mostra nulla di personale. È un luogo pensato per non lasciare tracce.
Chiude la porta. Non a chiave.
Un dettaglio che noto.
Un dettaglio che scelgo di notare.
«Si accomodi», dice finalmente.
Sorrido.
«Prima era qui. Questo è un miglioramento.»
Si gira lentamente. Incrocia le braccia. La divisa è ancora addosso a lui, completa. Il manganello pende dalla cintura come un punto fermo.
«Sta diventando confidente.»
«O forse ho solo capito come funziona.»
«Ah sì?»
«Lei dà ordini quando pensa che l’altro ne abbia bisogno.»
Un passo verso di me.
«E lei?»
«Io provoco quando voglio vedere fin dove arriva.»
Silenzio. Denso.
Lui fa scivolare lentamente il cappello sul tavolo. Poi, con la stessa calma, sgancia la cintura. Non la sfila. La allenta. Il manganello resta lì, più visibile di prima.
«Qui dentro», dice, «non c’è nessuno da impressionare.»
«Peccato», rispondo. «Stava facendo un ottimo lavoro.»
Un lampo negli occhi. Non rabbia. Interesse.
«Sa qual è il problema degli uomini sposati?»
«Illuminami.»
«Credono di rischiare qualcosa.»
Si avvicina ancora. Ora è troppo vicino per fingere neutralità.
«Quando in realtà cercano qualcuno che decida al posto loro.»
Non indietreggio.
«E i carabinieri?» ribatto. «Credono di controllare tutto.»
Abbasso lo sguardo, volutamente, verso la cintura.
«Ma tengono sempre le mani vicino agli strumenti.»
Sorride e ribatte:
Ribatto:
Mi guarda e dice:
Sorrido
Poi ride. Piano. Senza allegria.
«Ha perso i documenti», dice. «Ma non il senso dell’orientamento.»
Si sfila lentamente la giacca della divisa e la posa con precisione quasi maniacale. Rimane in camicia. Maniche arrotolate. Avambracci scoperti.
«Ultima cosa», aggiunge.
«Dimmi.»
«Se resta qui, lo fa sapendo che non sto giocando.»
Lo guardo dritto negli occhi.
«Nemmeno io.»
Si avvicina fino a invadere del tutto il mio spazio. Non mi tocca. Non ancora. La voce gli scende di tono.
«Allora si sieda.»
Indica la sedia.
«E mi spieghi con calma…»
una pausa calcolata
«…cos’altro ha perso, oltre ai documenti.»
Mi siedo. Lentamente. Senza abbassare lo sguardo.
La porta è ancora chiusa.
Non a chiave.
Ma ormai non serve più.
Sono eccitato, distaccato dal mondo reale.
Lo guardo mi muovo lentamente toccando il manganello, dico:
>
Mi osserva sorride, la tensione è a mille, risponde:
Ormai i dadi sono tratti, io sono seduto, lui davanti a me, ho la sua cintura davanti ai miei occhi.
Abbasso lo sguardo, dico:
lui annuisce.
Slaccio lentamente i pantaloni, gli abbasso un pochino, sfilo i boxer, ed ecco davanti a me il manganello che desideravo.
Lo guardo, lo prendo in mano, lo infilo lentamente in bocca, lo lecco come se fosse un cono gelato é durissimo.
Mi piace.
Lui afferra la mia testa ed inizia a scoparmi la bocca. Sempre più veloce. Esce ed ansimando mi inonda di sperma il volto. Poi mi solleva il mento, mi alza leccandomi il viso e baciandomi.
Mi sbatte con violenza sul divano. In meno di due secondi mi ritrovo con i pantaloni abbassati e la sua testa sul mio cazzo.
Mi pompa mi ripompa, non riesco più a connnettere.
Sospiro lui rimane.
Vengo, lui ingoia tutto.
Wow
Finisce così, ci baciamo e ci ricomponiamo.
L’alloggio è tornato silenzioso. Il tipo di silenzio che non comanda più, ma osserva. L’aria è diversa adesso: meno tesa, più densa. Come se avesse assorbito tutto e non avesse ancora deciso cosa restituire.
Mi rivesto con calma. Nessun gesto inutile. Nessuna fretta di andarmene. Ogni movimento è un modo per riprendermi qualcosa senza cancellare nulla.
Quando esco dall’alloggio, il corridoio della caserma è identico a prima. Luci al neon. Pavimento lucido. Ordine.
Eppure io non lo sono più nello stesso modo.
Lui si è riappoggiato alla scrivania. Senza divisa completa. Maniche arrotolate. Sembra più grande così. Più distante.
«Tutto bene?»
È una domanda vera. Asciutta. Senza sottintesi.
«Sì.»
La mia voce è più bassa. Più centrata.
Annuisce facendomi l’occhiolino. Prende un foglio, lo fa scivolare verso di me.
«Se qualcuno chiede», dice, «la pratica è in corso.»
Pausa.
«Se non chiede nessuno… meglio.»
Lo guardo. Non cerco più niente. Non sfido più nulla.
«Tornerò», dico.
Ma non è una promessa. È una constatazione.
Mi guarda per un secondo più del necessario.
«Lo so.»
Quando esco dalla caserma, l’aria notturna mi colpisce in pieno petto. Respiro a fondo. Il telefono vibra in tasca. Casa. Routine. Ruoli.
Cammino verso l’auto con un passo che non avevo entrando.
So che domani sarò di nuovo marito. Uomo normale. Documento ritrovato, vita riallineata.
Ma so anche che esiste un posto — preciso, delimitato — in cui ho smesso di decidere.
E qualcuno che ha saputo tenere tutto fermo abbastanza a lungo da farmi sentire presente.
Non è una nostalgia.
È una consapevolezza.
E quelle, una volta acquisite,
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