Espiazione IX

Scritto da , il 2022-09-03, genere pulp

Attendo in silenzio, il mio destino fino a quando i frati non terminano la loro cena la sala si svuota e rimango da sola e al buio in quanto anche le luci delle candele disseminate vengono spente. Dopo un tempo imprecisato il priore mi raggiunge, accompagnato da un altro corpulento frate nella sala. Entrambi si parano davanti a me attrezzati con dei ceroni, il frate più vigoroso si avvicina alle corde, che mi assicurano in aria, le scioglie facendomi precipitare verso il basso, poi di colpo facendo leva solo sulla sua forza fisica, interrompe la discesa dall’alto con un violento strattone alle funi. Il contraccolpo mette fine alla mia discesa e mi blocca a circa mezzo metro di altezza dal pavimento. Poi assicura nuovamente le corde con dei nodi ai due maniglioni di ferro incavati nella parete che riprendono a reggermi penzoloni in aria. Terminato il lavoro riprende la sua posizione e una volta davanti mi interroga:
:- So che questa notte Satana è venuto a farti visita e tu lo hai accolto, vero?
Ho le braccia dolenti per il contraccolpo appena subito, vorrei urlare che non è vero ciò che dice, le visioni mi sono state indotte da quella maledetta supposta. Al suo interrogativo riesco solo a mostrare una smorfia di dolore. Spazientito dal mio silenzio, la sua voce sale d’intensità. Il suo tono ora mi spaventa e inizio a singhiozzare. L’atmosfera si fa difficile, lui si avvicina spazientito al mio corpo martoriato. Fortunatamente il priore lo contiene, l’omone si arresta, e lui prende in mano la situazione ponendomi una domanda che da per scontato il mio assenso a quella precedente:
:-Hai provato piacere nelle visioni?
Ammetto impaurita di si.
:-Sei proprio una sgualdrina!
Urla il frate omone rabbioso, mentre riprende il suo passo e mi schiaffeggia con durezza. Cerco l’aiuto del priore con gli occhi ma lui rimane immobile e mi guarda con afflizione, poi aggiunge:
:- La tua situazione è più grave del previsto, la tua storia di possessione è molto simile a quella di Maria Maddalena, una delle donne che seguiva e assisteva Gesù. Dovremo lavorare molto con te. Dovremo procedere con il rito di purificazione, sperando di poter strappare quel demone dannato dalla tua anima.
L’ abate si avvicina al mio corpo nudo e con garbo passa la sua mano tra i miei ricci capelli recitando alcune frasi in latino. Poi abbandona la stanza lasciandomi sola con l’altro frate. Con la coda dell’occhio lo vedo avvicinarsi alle corde che mi assicurano in aria e le scioglie dai tiranti facendomi con appagamento personale rovinare per terra.
:-Forza, maledetta alzati!
Nella caduta gli spilli del cilicio si piantano profondamente nella coscia provocandomi un dolore insopportabile. Nonostante tutto mi alzo claudicante e appena mi ritrovo in piedi vengo spinta in fondo allo stretto corridoio. Attraversiamo anfratti che non avevo mai visto prima, finché non giungiamo davanti ad una scala a chiocciola che scende sotto il pavimento. Il frate mi intima di scendere giù, è buio non vedo nulla e quindi sbatto le gambe ovunque e gli aculei spilli penetrano ancora di più nella carne facendomi sobbalzare dal dolore. Discendo a rilento e cerco di fare più attenzione, ma più digrado più il buio mi inghiotte e quindi inciampo e cado rovinosamente proprio sugli ultimi due scalini. Questa volta il cilicio mi straccia le carni e urlo per il dolore atroce. Il frate scende nella penombra mi scorge a terra dolorante e mi trascina su con forza, non si assicura neppure delle mie condizioni e una volta in piedi mi spinge violentemente davanti, verso il buio. Proseguiamo e ad un tratto mi rendo conto che la luce inizia filtrare leggermente e ciò mi permette di osservare almeno dove poggio i piedi nudi, cammino più lenta e mi aiuto poggiandomi ad una parete, procedo verso la luce in lontananza. A pochi passi dal bagliore il frate con scaltrezza si impone davanti imponendomi di fermarmi. Mi indica una sala semi buia rischiarata da una piccolissima luce a led su di una parete, entro e grazie ad essa riesco a individuare la latrina. Poco male, la scorgo e finalmente posso espletare i miei bisogni. Mi rialzo con difficoltà cercando di non sforzare la gamba sinistra ormai martoriata dal cilicio, esco e ritrovo inquietante il frate nello stesso punto in cui l’ho lasciato e mi indica una stretta porta sull’altro lato del buio corridoio. Una volta dentro mi rendo conto che è una chiesetta romanica abbastanza spaziosa, illuminata con delle candele, inizio a riabituarmi alla luce e guardandomi in torno con più attenzione mi accorgo che la cappella è gremita, molti frati occupano le panche presenti. Inizio a prendere confidenza con la luce ma vengo spintonata verso il centro della navata,capisco che devo percorrerla. A metà tragitto della navata, prima dell’altare dove scorgo qualcuno attendermi, intravedo un ripiano. Il corpulento frate che mi accompagna mi abbandona nelle mani di due suoi colleghi che mi fanno avanzare proprio in prossimità del tavolo. Su di esso sono adagiati alcuni oggetti: delle chiavi, un rossetto, uno smalto, un catino e una ingombrante maschera. Mi vengono fatte distendere le braccia verso l’esterno e uno dei due miei accompagnatori afferra le chiavi collocate sul ripiano. Si abbassa all’altezza della fica e inserisce la chiave nella serratura anteriore della cintura appesa alla mia vita, gira il chiavistello verso destra e fa lo stesso con la serratura posteriore. La cintura cede e viene immersa nel catino di rame colmo d’acqua. Mi ritrovo completante nuda mentre i due procedono alla mia preparazione: le mie labbra vengono cosparse di rossetto e le unghie dei piedi colorate con smalto dello stesso colore. Il rosso inteso come corruzione dell’anima e come il colore della lussuria e sopratutto del diavolo deve accompagnarmi e ricordarmi quello che sono. Sono quasi pronta manca un ultimo accessorio e dal ripiano viene sollevata l’ingombrante maschera che velocemente mi viene posta sul capo, provo ad oppormi e mi divincolo, ma una forte vergata mi raggiunge all’altezza del bacino sacrale scostandomi in avanti, il dolore è doppiamente atroce perché sono costretta a muovere anche la gamba sinistra dando la possibilità alle punte aguzze del cilicio di penetrare nella coscia. Comprendo che devo rimanere immobile e vengo ricomposta dal frate che mi riporta nella posizione iniziale, mi viene fatto chinare il capo e mi viene rimessa la maschera, è fredda e occupa tutto il mio volto. Appena questa viene posata, capisco però che non è una maschera come pensavo, ma bensì’ una museruola. Percepisco la fredda struttura interna che racchiude l’intero viso. Per indossarla mi rendo subito conto che sarò costretta a tenere le labbra dischiuse a causa di una capestro di ferro dotato di una lamina verticale infilata nella fessura che ricopre la bocca e che non lascia molto spazio di manovra alla lingua. Dall’esterno una piccola manopola collocata più o meno all’altezza del naso funge da regolatore di posizione per la piastra e appena la maschera mi viene allacciata alla nuca, uno dei frati ruota la piccola impugnatura nel senso opposto permettendo alla lamina di spostarsi nella mia bocca in orizzontale e schiacciandomi la lingua verso il basso. Provo dolore e tento di esprimere qualcosa, ma mi accorgo che la lamina pigia totalmente la lingua impedendomi di parlare, provocando dolore e abbondante salivazione. Mi viene consigliato il silenzio mentre i frati seduti sulle panche intonano frasi che non comprendo, mentre intendo bene che l’unico modo per non permettere alla piastra di recidermi la lingua è quello di non muoverla. Mi impegno a non farlo e in questo modo anche questa complicazione diventa più tollerabile. La stretta maschera non mi permette un largo fiato, il naso è sacrificato al suo interno e respiro a fatica mentre i buchi per gli occhi sono troppo piccoli e non concedono la possibilità di avere una larga visuale. Le mie fattezze nude non riscuotono più apprezzamenti, anzi solo indifferenza e disgusto nelle persone che ora mi attorniano. Ormai credo di essere pronta perché alle mie spalle si elevano nuove orazioni. Improvvisamente, senza preavviso, una vergata raggiunge la mia schiena nuda e mi rifugio in una smorfia di dolore. Pessima scelta, infatti subito vengo colpita da un’altra più consistente e poi consecutivamente da un’altra. Emetto un urlo di dolore e la mia bocca si insozza presto di un amaro sapore ferroso, il sangue mi ricorda che la lamina non permette nessuna parola. Il frate alle mie spalle mi spiega a bassa voce che quella che mi hanno appena applicata è la briglia della comare una tortura medievale rappresentata da una sorta di maschera di ferro, da chiudersi intorno alla testa, munita di una piastra che preme sulla lingua. Lo scopo di questo dispositivo è quello di impedire di parlare, e ovviamente di mangiare e talvolta, come nel mio caso, sulla piastrina viene posizionata una punta di ferro che provoca gravi ferite ad ogni minimo movimento della lingua. Devo proseguire, sono vicino alla meta e ora scorgo il priore davanti all’altare a mani giunte accanto ad una teca di vetro, mi scortano davanti alla sua persona ma non riesco a capire cosa sia contenuto all’interno del vetro e ho paura. Trasudo freddo e ho male in tutto il corpo. Quando arrivo davanti a lui, davanti alla vetrina è posizionato anche uno specchio che viene subito rivolto verso di me, esso riflette la mia immagine e scopro di portare in testa una museruola medievale a forma di caprone: la rappresentazione del maligno. Istintivamente urlo, ma la lamina soffoca le mie grida, cerco di togliere invano la maschera diabolica dalla mia testa, provo ad urlare ma è tutto inutile, le parole non escono e rivoli di sangue scorrono dalla fessura riservata alla bocca. Ho un attacco di panico, mi piego su me stessa, ma il cilicio e le vergate mi ammutoliscono e mi fanno ricomporre. Il processo ha inzio:

“Crux sancta sit mihi lux / Non draco sit mihi dux
Vade retro satana / Nunquam suade mihi vana
Sunt mala quae libas / Ipse venena bibas”

Grondo sangue e il dolore causato dalla frusta è insopportabile mi sento le spalle avvampate, e se il mio stato fisico è oramai precario le preghiere alle mie spalle stanno alterando anche quello psichico permettendomi di entrare in uno stato di coscienza alterato. Il priore inizia la sua arringa, riesco a comprendere poche frasi, come
:- Reprimere gli istinti sessuali attraverso pratiche di mortificazione corporale quali la flagellazione, la vestizione del cilicio, è parte fondamentale della vocazione cristiana.
E ancora
:-La conservazione della verginità e la lotta contro il desiderio sessuale sono atti imprescindibili per una corretta morale cattolica e per chi pecca non resta che la via della penitenza, solo lottando contro le tentazioni, tra lacrime e spasmi di dolore, fino allo sfinimento, si può giungere al recupero fisico e morale.
Con violenza vengo fatta inginocchiare. Mi prostro davanti al priore che subito ritorna sul punto latente: il mio lesbismo. Le vergate intanto riprendono e mi stanno sfinendo, non riesco più a tenere le spalle dritte. L’abate riferisce alla folla-giuria che per me non bastano sole pene corporali per essere riequilibrata, ma ho bisogno di un percorso morale e fulmineo che va oltre l’etica stessa per cambiare la mia natura invertita che a quanto pare è stata contaminata sin dalla nascita. Poi si rivolge a me
:- Tu, Maddalena, hai nel corpo il male, ma io te lo estirperò punendo la tua immoralità con la penitenza e con il dolore.
Dalla teca di vetro alle sue spalle estrae un grande libro che viene sollevato verso l’alto. Il gesto è subito accompagnato dalla solita cantilena dei frati:

“Crux sancta sit mihi lux / Non draco sit mihi dux
Vade retro satana / Nunquam suade mihi vana
Sunt mala quae libas / Ipse venena bibas”

La fornicazione tra fanciulle è una grave colpa, figuriamoci ora quella tra fanciulle votate a Dio, per questo ultimo peccato il percorso di riabilitazione previsto è funesto e lungo, la rieducazione prevede l’utilizzo di testi di cui ignoravo persino l’esistenza, i cosiddetti libri penitenziali. Ascolto contrita e in uno stato psichico delirante il priore scagliare contro di me i suoi anatemi altisonanti che echeggiano nella piccola cappella, di quello che dice comprendo poco, la mia concentrazione è rivolta solo sull’equilibrio, devo evitare movimenti bruschi con le gambe e cercare di rimanere dritta per non accasciarmi a terra per non sfidare la frusta del mio carnefice. Finalmente il libro viene aperto e la litania alle mie spalle cessa in un istante. L’abate lo consulta ad alta voce, esso contiene cataloghi di peccati, ognuno dei quali classificato e descritto con dovizia e declinato in ogni sua possibile variante. Per ogni peccato viene indicata con precisione l’adeguata penitenza: giorni, mesi e addirittura anni di digiuno a pane e acqua, al punto che spesso penitenza e digiuno vengono usati come sinonimi. Nella colossale opera custodita davanti a me sono contenuti oltre 100 peccati di cui solo 42 voci correvano sotto il capitolo dedicato alla fornicazione, ovviamente i peccati commessi dai chierici sono puniti più severamente rispetto a quelli commessi dai laici. Alcuni capitoli in taluni casi prevedono delle aggravanti per determinate declinazioni: uomo giovane e donna vergine, consuetudine della colpa, età superiore del peccatore rispetto alla peccatrice o viceversa, nascite indesiderate in seguito al rapporto, relazioni tra religiosi, ricorrere alla propria autorità religiosa per fornicare … Le mie accuse sono ovviamente presenti tra le 42 voci e vengono tutte lette dall’abate con rimprovero. Tremo, mi stanno sottoponendo a processo. Alla fine della lettura, vengo raggiunta alle mie spalle da una delegazione di 4 frati che si distribuirono ad arco alle mie spalle avendo cura di lasciare lo spazio necessario al mio aguzzino per continuare a fustigarmi all’occorrenza. I quattro, una specie di difesa d’ufficio concesso all’imputata, approvano ogni singolo capo d’accusa pronunciato dal priore. Nella mia follia cerco di dissentire, ma la lamina non mi permette di dire nulla se non farfugliare trambusti onomatopeici dolorosi e senza senso. La mie violazioni sono state ufficializzate e il reato ora ha anche una denominazione “Fornicazione saffica dettata dall’abuso di potere nei confronti di una giovane novizia.” I capi di accusa sono pesanti e non mi lasciano scampo, riabilitarmi ai loro occhi sarà molto difficile. Uno dei quattro miei “avvocati” alle mie spalle all’improvviso sposta verso destra la sicura della museruola, e il marchingegno raddrizza la lamina da orizzontale in verticale, liberando la lingua e con mia grande sorpresa mi viene permessa la replica. Sputo sangue accumulatosi all’interno e che scivola sul mio corpo rovinato dalle torture e con voce rotta dal pianto, rigurgito tutto il mio dolore e la disperazione, mi getto con le mani per terra implorando perdono e pietà appellandomi a Dio. Lacerata dal dolore e dall’afflizione, mi rivolgo al priore e mi proclamo colpevole di tutte le accuse, tranne di quella di aver approfittato della mia autorità precisando che quanto accaduto è avvenuto per amore. Alle mie parole si scatenano ferventi proteste, il pubblico alle mie spalle non gradisce quanto appena confessato e sento che questa dichiarazione aggrava drasticamente la mia posizione. Qualcuno urla tra le panche:
-: Non può esistere amore tra due persone dello stesso sesso, questa è una malattia, sei malata!
Anche uno dei frati della delegazione alle mie spalle mi assesta un calcio poderoso nel sedere e poi schifato aggiunge:
:-Come osi parlare in questo modo, nella casa del Signore, lurida sgualdrina indegna!
Per non rovinare a terra devo impegnarmi e far leva sul mio ginocchio sinistro, singhiozzo e ora nel tumulto generale le vergate riprendono possenti e mi stanno squarciando la schiena. Dolorante continuo a recriminare che tutto quello che è successo tra me e Gertrude è frutto di un trasporto voluto da entrambe e che io non ho mai abusato della sua persona sventolando la mia autorità. Alle mie ripetute e faticose giustificazioni rese quasi inesplicabili per via delle listate, il priore che fino a quel momento era rimasto ad ascoltare interviene dicendo che la verità non è mai nel mezzo e che quando qualcuno vuole salvarsi da qualcosa è sempre disposto a gettar addosso all’altro tutto il peso del peccato. Con l’ultimo grammo di forza e con una voce davvero flebile replico che non è affatto così. Ammetto con sforzo di dichiararmi colpevole di tutte le accuse ma non di abuso. A questa mia confessione, il priore scuote la testa asserendo:
:-I fatti di cui sono al corrente mettono in cattiva luce la tua difesa.
Demolita dalle sue sentenziose parole mi abbandono sul pavimento e poggio il busto per terra, allargo le braccia mentre il sangue ora sgorga anche dalla mia schiena gonfia e stremata esprimo quanto nessuno tra i presenti se non la sottoscritta, e l’assente sorella Gertrude, possa esprimere la realtà del sentimento che loro stessi stanno condanna. Seguono secondi di silenzio, il priore si ricompone e afferra un foglio dalla tasca che porge accanto al mio corpo scarnificato. Lo recupero con fatica, il priore fa cenno al mio aguzzino di sospendere le vergate, lo leggo, è una dichiarazione di accusa recante la firma della mia amata, quanto scritto raggela quel poco di sangue rimastomi in corpo. In quella confessione che mi inchioda sono custodite ammissioni di sevizie e abusi di potere esercitati da me nei suoi confronti per un intero anno, oltre ad ammissioni di continue minacce, delazioni e di presunti video in mio possesso che la ritraggono nuda e in atteggiamenti autoerotici. Inoltre vengo accusata di detenerli in modo illegittimo e di ricattare la giovane suora di far pervenire alla madre superiora codesti video se lei non avesse soddisfatto i miei appetiti sessuali. Mi mancano improvvisamente le forze. Gertrude mi accusa di cose inenarrabili, piango, mentre nella testa risuonano ancora quelle due sue dolci parole: “Ti amo”.
La compassionevole scena viene interrotta dal priore che urla:
:- Maddalena, in piedi!
Mi sollevo, ma casco per terra e nessuno mi aiuta, ci riprovo con fatica e debolmente mi isso davanti a lui con il foglio ancora spiegazzato nella mano destra
:- Come ti giustifichi?
Non ho parole sono distrutta, l’unica persona buona incontrata nella mia vita mi ha girato le spalle, resto a guadare tremante il tappeto rosso, sotto i miei piedi, senza proferire parola.
:- Sei una bugiarda, vero? Hai plagiato quella poveretta per un intero anno, non è così? Oppure vorresti dire che questa povera e giovane donna si è inventato tutto e che in realtà sia anche lei posseduta dal demonio come te? Lo sai che in questo caso la sua pena riabilitativa dovrà essere rivista?
In uno sprazzo di lucidità inizio ad avere il sospetto che tutto sia stata montato, anche lei è stata sicuramente processata in questo barbaro modo e condannata ad ammettere tali viltà, comincio a diffidare della dichiarazione gliela avranno estorta con la tortura. Le avranno sicuramente assicurato una pena più moderata in seguito a queste ammissioni. Penso che forse prendendomi la colpa di tutto le risparmierò dolorosi e inutili capi di accusa, questo potrebbe essere il mio ultimo sacrificio, il mio ultimo gesto d’amore per lei: la mia pena per la salvezza terrena della giovane e bella suora che si affaccia dall’alto della sua ingenuità alla spregevole vita religiosa. Cerco di rimaner ancorata alla realtà e alla logica dei miei pensieri ma le parole del priore mi riconvocano alla realtà:
:-La menzogna è insita in te! Sei una lussuriosa e peccaminosa, tuttavia so bene che non è colpa tua, la tua natura sporca e selvaggia, ti corrompe e corrode. Devi affidarti alle cure della chiesa per guarire. Solo il rito di purificazione può aiutarti a guarire, ma prima devi ammettere le tue empietà!
La spalla dolorante mi impedisce di raddrizzare la schiena. Il silenzio richiama il mio carnefice alla sua mansione. Resisto solo a due vergate poi rovino per terra. Nessuno mi soccorre, striscio sul tappeto e mi avvicino ai calzari del priore a cui mi ci afferro, ma un altro colpo di frusta mi fa mollare immediatamente la presa.
Il mio interlocutore ritorna incalzante sulla confessione
:- Ammetti la tua eresia? Ammetti le tue colpe?
Balbetto, non mi escono le parole. Il sangue zampilla dalla schiena e la gamba sinistra ormai è un tutt’uno con il tappeto rosso. Il priore si china e si avvicina alla mia maschera, mi guarda dall’alto e mi accarezza i capelli che escono dalla maschera a forma di caprone. Poi proferisce:
:- Ammetti le tue colpe diavolo e metti fine al supplizio fisico di questa donna.
L’ultima vergata mi colpisce violenta sopra al bacino, esalo l’ultimo urlo di dolore e addomesticata confesso le responsabilità addebitatemi. Di colpo la frusta smette di brutalizzare le mie carni e il priore compiaciuto si china su di me accarezzandomi come una bestia domata, lo odo proferire qualcosa a qualcuno dei presenti, ma sono troppo sconvolta, la vista mi si annebbia e finalmente perdo conoscenza.

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