Solo una storia da leggere

Scritto da , il 2022-03-05, genere etero

Non c'era fretta, forse tutta l'impazienza di questo mondo. Eravamo come due ragazzini entusiasti che dovevano farlo per la prima volta e non era la prima volta...
Lei aprì la porta di casa e mi trascinò dentro, io chiusi la porta con un calcio, l'abbracciai e la spinsi contro il muro, iniziai a baciarla, toccarla, mi scostò un paio di volte per sorridermi, era bellissima e felice, io anche e soprattutto con una erezione enorme. L'ingresso di casa sua avrebbe assistito ad un magistrale pompino, circa due minuti di fellatio fatta ad arte, l'arte è passione e li c'era tutta. Due minuti perché di fronte avevo un orologio, scorse quel tempo e si alzò, mi prese ancora per mano ed io goffamente feci fatica a seguirla, quasi caddi, i pantaloni alle caviglie mi impedivano di camminare, li tolsi poco prima di entrare in camera sua, sull'uscio rimasero le mie scarpe ed i pantaloni, gli slip. Mi abbracciò di nuovo, la sua lingua massaggiava la mia, l'intreccio ero meraviglioso, i nostri baci lunghi e profondi esprimevano amore ma, noi non eravamo fidanzati, all'epoca non ho idea di cosa fossimo.
Lei tenendomi come se non volesse perdermi si lasciò cadere a peso morto sul letto, il suo letto, ridemmo e continuammo a baciarci per qualche istante. Senza toccarlo il mio pene pulsava, sembrava come se volesse schizzare da solo, non riuscivo a controllarlo, sbottonai i suoi jeans aderenti, li trascinai impaziente fino gli stinchi, gli sfilai le scarpe poi i jeans. Vedendo il suo perizoma nero mi fermai, le mie mani stavano per sfilarlo, sfioravano il suo monte di venere. Invece, acchiappai quel perizoma con i denti e via. Avevo di fronte la sua figa totalmente depilata, iniziai a leccarla con passione, muovendo la lingua a 360 gradi, dentro, fuori, sola la punta. A seconda dei suoi fremiti intensificavo il cunnilinguo. Ero io gestire il suo piacere, la facevo contorcere, a volte urlare, la incitavo, stavo limonando con la sua figa. Era talmente bagnata che il letto era inzuppato, già inzuppato ancor prima di penetrarla, iniziai a masturbarmi. Le mie ginocchia erano a terra, la mia testa tra le sue cosce. Fottevamo spesso. Prima di allora l'unico posto diverso dai sedili della mia macchina era stata una panchina della villetta comunale ed un pompino sulla spiaggia di notte, quando eravamo ovviamente soli. Quella fottuta, doveva essere memorabile, si lo concordammo, ce ne saremmo fregati di sua sorella e di suo fratello. Casa era nostra fino al rientro dei genitori che erano fuori per qualche giorno.

Il tempo passato era indefinito, non avevo idea da quanto tempo le stessi leccando la figa, mi piaceva, non mi sarei fermato, attendevo il suo spruzzo, la sua esplosione ed avrei continuato, la volevo così bagnata che penetrandola il mio cazzo si sarebbe anestetizzato in modo da poterla fottere senza sosta, fino allo sfinimento come ci eravamo prefissati, senza precauzioni, senza interruzioni.
I suoi gemiti erano una soave musica per me, mi inibivano di piacere e voglia.
Urlò seriamente con quella faccia contorta da piacere, era bellissimo osservare come afferrava la coperta del letto, come girava il polso.
Tentò di togliermi via, ma io continuai e lei iniziò a contorcersi spasmodicamente, i liquidi erano evidenti, quella porzione di letto bagnata, le cosce umide, il mio cazzo enorme.
Alzai il busto, tirai Checca verso di me e adagiai le sue gambe sulle mie spalle, con le ginocchia sempre a terra la penetrai, senza toccare il cazzo, mi bastò muovere il bacino in direzione del suo ventre, entrò all'istante e fu avvolto dolcemente. Cercò di stringere le cosce, sistemarsi comodamente e nel contempo io iniziai a penetrarla furiosamente, veloce, rallentando il ritmo solo per spingere la penetrazione a fondo, qualche colpo e poi subito quella lunga serie di movimenti. Non sentivo il cazzo, e mi piaceva perché così sarei durato molto. I colpi del mio bacino contro il suo ventre surclassavano i suoi gemiti, riusciva a sorridere, mi guardava estasiata, stava per arrivare un altro orgasmo, il mio ritmo era diminuito, avevo il fiatone ma riuscii a farla venire un altra volta, lei cercò di contenersi... giusto un poco.

- Cristo santo! Dammi qua... - Disse lei, prese il mio cazzo che colava dei suoi liquidi in bocca, una slinguazzata per ripulirlo e poi lo succhiò massaggiandomi le palle... speravo di venirle in bocca ma quel meraviglioso pompino non durò molto.
Si mise a pecorina su letto, un chiaro invito a fotterla ancora ed io lo feci, avevo giusto ripreso fiato però...
- Così ti posso fottere pure in macchina - mi girai e vidi la poltrona della scrivania, mi sedetti li.
- Ah si? Hai proprio ragione - sorridendo maliziosamente, lei si alzò mi mise le braccia intorno al collo ed eseguì una specie di danza del ventre, volteggiò intorno la sedia, masturbò a tratti il mio cazzo, con molta ironia accennò un balletto improvvisato, con quel meraviglioso sorriso io non capivo nulla, non era il sesso a farmi perdere la testa ma, come mi guardava.
Così mentre danzava sinuosamente si sedette sulle mie cosce. Ci baciavamo, ci guardavamo, le mie mani sul suo culo, sui suoi seni... quel corpo da modella con delle tette enormi era illegale, agguantai i capezzoli e lei il mio cazzo, lo masturbò come a volermi farmi venire ma sul più belli si fermò, se lo mise dentro... ondeggiò lentamente e poi si fermò, mi guardava sapeva che stavo per venire quindi cercò una pausa, quel paio di minuti per fermare l'eiaculazione e ci riuscì, mi conosceva perfettamente. Riprese con i movimenti ondeggianti del bacino mentre io la baciavo, toccavo quel che potevo in maniera poco delicata. Le piaceva leccarmi il collo, il petto, stringermi i capelli. Ondeggiare non le dava più piacere, delicatamente iniziò a saltare, si aiutava con le gambe, l'aiutavo anche io con le mani aggrappate al culo. Fu un salta salta, assurdo e nel mentre lei riuscì anche a toccarsi con la manina il clitoride, mai la vidi in quella maniera, mai vidi quel piacere così intenso stampato sul suo volto, i capelli neri le coprivano il viso, lei li scostava per farmi vedere come godeva, sorrideva, il sorriso veniva interrotto dai gemiti, mi sentivo tutto bagnato, lei colava intensamente.
Non avevo assolutamente la percezione del mio cazzo, so che era duro e che lei se lo stavo fottendo alla grande.
Imprecò nel nostro dialetto, il tono di voce si fece cupo, e urlò...
-Sto venendo, CAZZO, sto esplodendo... si - urlai anche io, strinsi le mani al sedile, con forza, alzai il bacino,
Lei venne prima di me, con la sua agilità si spostò al momento propizio, il mio cazzo sborrò, il primo schizzò fu liberatorio. Lei si inginocchiò, con una mano si tenne i capelli, con l'altra afferrò il cazzo, un altro schizzo prima di metterselo in bocca.
- Ti prego fammi sborrare tutto - queste esatte parole pronunciai, lo sperma non voleva uscire, non usciva se non era lei a deciderlo. Usando la mano per la masturbazione, accompagnò l'eiaculazione, il resto degli schizzi tutti nella sua bocca e poi il risucchio, devastante, e tratti ebbi la sensazione di orinare e se fosse stato non avrei potuto fermarla... non sentiva ragione. E dopo qualche istante si alzò, io ero distrutto con il cazzo moscio, e lei aprì la bocca, lo sperma colava da labro, deglutì ed ingoiò, con il dito raccolse il rivolo, e fece lo stesso. Fu la nostra migliore fottuta.

Il nostro rapporto però non sfociò, pensavo che eravamo destinati, io ero stupidamente innamorato, lei alquanto pare no.

Ci perdemmo, e perdersi in una piccola città e difficile, la persi qualche mese dopo d'estate, la persi vuol dire che nei dieci fottutissimi anni, nonostante lei abitasse li, nonostante io lavoravo con sua fratello la vidi talmente poco da non arrivare a contarle con le dita di una sola mano. Dieci lunghi anni. Sapevo ogni cosa di lei, smisi di interessarmi a lei. Continuai con la mia vita, ragazze, donne, prostitute non mi feci mancare nulla e poi...

Io sono un trentatreenne con la quota di un grosso bar, serve personale. Non posso occuparmi in maniera continua del locale che va molto bene. Io e il fratello di Checca decidiamo di assumere una ragazza.

Nessuno parlò più di Checca e Giu, di noi due, chiunque chiese, sinceramente lo mandavo a cagare in maniera poco elegante. Per tutti eravamo i fidanzatini della piccola città dato che eravamo sempre insieme. Non eravamo mai stai fidanzati, non era li nostro destino eppure... la ragazza che mi propose il mio socio era sua sorella, io, ovvio che pensai l'altra, Checca ormai era l'innominata, al solo sentire il suo nome mi arrabbiai come un matto e nel vederla, non dissi nulla, va bene.
Riconobbi quella splendida ventottenne, ma era così cambiata che mi faceva schifo. Il suo era un corpo ancora da modella, gli occhi erano persi, i capelli schiariti, il suo modo di vestire trasudava volgarità.
-Non penso proprio. O io o lei! - furono le mie uniche parole prima di uscire dal mio locale... "puttana... maledetta puttana" pensai, e feci male a pensarlo, avrei dovuto dirglielo un faccia.
Tutti la desideravano, tutti la bramavano, sapeva dare confidenza, era gentile e volgare a seconda con cui interloquiva, i clienti triplicarono. Io la guardavo con disprezzo, non pensavo a nulla, non ricordavo nulla. Ogni tanto la vedevo fumare, lei che odiava il fumo. Parlavamo di rado a monosillabi, la sera chiudevamo ed io andavo a fottere con la tizia che frequentavo, lei invece era ancora sul lungomare quando rientravo, stava con il fratello ed il cugino, nessuno osava parlarmi di lei.
Uno dei nostri clienti gestiva una enorme discoteca estiva, non ci aveva mai invitato e quel sabato lo fece, tutto lo staff, merito di Checca. Andiamo non andiamo? Quella sera non c'era Ludovica ed io volevo svagare ma, la sua presenza mi tediava. Mi dissero che lei non c'era, "la puttana andrà a scopare con quel coglione... meglio così".

L'una di notte o del mattino, insomma dopo la mezzanotte. Ballavamo in uno spazio leggermente privato della disco, si e no una trentina di persone, c'erano posti a sedere, e cosa più importante nessuna calca. Ballavamo tra di noi, io, Fabio, Alessio, Sara, Angela e Gilda, non capivo un cazzo, avevo giusto bevuto due cocktails annacquati, avevo la testa libera nessun pensiero, libertà assoluta, pace e poi, c'è sempre un poi... lei, magnifica, elegante, con un vestitino corto, stranamente non volgare, grigio e argentato, luccicante, tacchi vertiginosi, neri come i suoi meravigliosi, lunghi capelli.

Si mise dinnanzi i miei occhi, ballando disinvoltamente avvolse le braccia intorno al mio collo, ero paralizzato, forse impaurito.
- Divertiamoci - disse o almeno fu quello che io capii.
In tutto questo aveva un sigaretta tra le dita. Lei sorrise, non era quello il sorriso che ricordavo. Se dieci anni prima il suo sguardo era innocente, quello di adesso lasciava spazio solo a malizia, forse anche perversione. Dovevo odiarla, il suo contatto mi frenava.

Avevo un cocktail in mano, ballavo come uno scemo, lei me lo tolse dalle mani, ne bevve un poco gettò il mozzicone di sigaretta all'interno e poi lo diede ad una persona a caso. Rimise le mani intorno al mio collo. Condusse i miei movimenti mentre io ero assalito dai pensieri, la sensazione che lei mi provocava non saprei descriverla, me ne andai... subito, verso l'uscita, con il fiato sospeso. Fuori appoggiato alla mia macchina imprecai nel mio silenzio, "CAZZO, CAZZO".
Misi le mani sulla fronte e decisi di andarmene, entrai in macchina ma, prima che potessi farlo, lei, era seduta al posto del passeggiero.
- Dove andiamo? - disse sorridendo. Era il sorriso che mi mancava, mi tranquillizzò, poi aggiunse: - Ti ricordi la vecchia villa? Portami li, si sta bene d'estate! - Sorrise ancora, ed io mi perdevo in quel sorriso e allo stesso tempo cresceva la rabbia mista a paura perché avrei sofferto, lo sapevo, mi avrebbe fatto soffrire. Da quella villa ci separavano una trentina di km, parlò per lo più lei, erano monologhi che non mi colpirono, non ricordo nulla di quel che disse, spesso mi toccava la coscia, quel gesto mi accendeva, ero come una fiammella che poteva spegnersi da un momento qualsiasi. La villa era solamente un mausoleo degli anni in cui un mio parente aveva i soldi. Infine diventò uno spazio in cui fottere in macchina. La usavo anche io per fottere e per lavare l'auto.

I passi sinuosi e lenti, il rumore dei suoi tacchi sul pavimento del portico, si chinò improvvisamente, il vestitino non la copriva abbastanza, levò i tacchi, accese una sigaretta, si guardò attorno, mi guardò...
- Volevo tutto, volevo una villa come questa, Dio mio, volevo essere famosa, avrei fatto qualsiasi cosa per diventare famosa... lo sai vero? -
Sapevo, si lo sapevo. Sapevo anche che fine avevi fatto, non sapevo che ci avresti provato senza dirmi nulla. Rimasi in silenzio a fissarla.
- La mattina colazione a Milano, la sera cena a Parigi. Borse, tacchi... occhiali firmati. Ho tutto questo e tutto questo non è mio. Credevo di esserci vicina, in realtà mai. Viaggi, foto... quel che desideravo non lo possedevo! -
La sigaretta era a metà, quando parlava era triste, il fumo copriva le smorfie, i raggi di luna brillavano sui suoi capelli. Si aspettava qualche parola da me?


- Alla fine ho capito... come si dice? il gioco non vale la candela. In dieci anni ho perso quel che contava veramente. Ho solo conosciuto gente falsa e perversa ed è vero non è oro tutto quel che luccica. Tu mi amavi... mi hai sempre amata, non hai provato nemmeno a fermarmi... CRISTO SANTO, sono tornata da due anni, sono quasi rimasta chiusa in casa... TI ASPETTAVO sul serio. - Disse lei, con tono accesso, accennando rabbia, frustrazione, un rimprovero che non meritavo e che mi fece dubitare all'istante di tutto, non glielo avrei permesso. Rimasi ancora in silenzio.
La sigaretta era a metà, mentre tirava la presi, le bloccai il polso e la gettai, con la mia mano sinistra l'afferrati per il collo e la spinsi con violenza contro il muro, abbastanza da farle male, troppo poco per fermarmi. Continuai a stringere fino a farle perdere il fiato, la stavo soffocando. Quando la lasciai lei cadde sulle sue ginocchia.
- Si, me lo merito - disse a stento con il fiato smorzato e le parole che uscirono con difficoltà dalla sua bocca - merito anche un perché, di sapere perché? -
- Si dice che chi ama lascia andare... che cazzo avrei dovuto fare? Non era mia intenzione tagliarti le ali, di non farti spiccare il volo! -
- Perdonami! -
Lei alzò lo sguardo verso di me, con una certa disinvoltura scrollò dalle spalle le strisce che sorreggevano il vestito, non me ne accorsi, non aveva il reggiseno, i suoi enormi seni uscirono fuori, bastò poco per farmi avere una erezione. Il perdono? il perdono sarebbe una fottuta? Non importava, più che fotterla il mio desiderio perverso era di violentarla.
la spinsi a terra con violenza esercitando pressione sulle sue spalle. Lo cacciai di fuori e glielo misi in bocca spingendo a fondo in gola, trovando un certo blocco, non mi fermai e diedi colpi più volenti, piano piano, fino in gola, in un attimo a terra si riversarono conati, gli stessi che pendevano dalle sue labbra, mi fissava mentre le fottevo la bocca, la gola, tentavo di farla soffrire con il mio cazzo. Colpi sempre più veloci e veementi, la testa batté contro il muro più volte nonostante la tenevo ferma con le mani. Non ero io, tuttavia ero eccitato il mio cazzo ne era la prova, sborrando, credevo mi sarei fermato. Venire era difficile perché non ero coinvolto sessualmente, stavo abusando della sua bocca, mi piaceva solo mi chiedevo se era necessario?
Volevo strillarle puttana, non ci riuscivo, la cosa mi fece rabbia, la presi dai capelli, la trascinai al centro del portico, mi misi sopra di lei, spostai gli slip direttamente con il cazzo e la penetrai, lei mise il braccio introno al mio collo, glielo tolsi, bloccai i polsi sopra la sua testa, la figa era turgida, non lubrificata, il mio cazzo fece fatica ad entrare ma, qualche colpo, qualche smorfia iniziai a penetrarla con furia. Lei mi fissava con uno sguardo assente mi disse semplicemente:
- Qualunque cosa tu voglia fare, almeno tu non farmi male... perdonami! -
Non avevo parole dolci per rispondere, la penetrazione non era gradevole nonostante la stessi fottendo in maniera sublime, altre donne avrebbero già urlato, lei, continuava a fissarmi. Quello sguardo mi infoiava da matti, non avevo controllo, la presi a schiaffi, leggeri nulla di violento ma lei mi incitò, ed io più forte fino a quando la sua testa non si voltò dall'altra parte e rimettendosi a fissare il mio sguardo, le sue guance erano rosse, gli occhi lucidi... estrassi il cazzo dalla sua figa.


- CAZZO!- Mi alzai, tirai un pugno contro il muro, mi feci male però, il dolore passò all'istante quando lei mi abbraccio da dietro.
- Lascia fare a me1 - Lei si chinò, da dietro leccò i miei testicoli penzolanti, sbucò con la testa in mezzo le mie gambe, leccò il mio cazzo, passò accovacciata e si alzò di fronte a me, si tolse l'abito, il perizoma, mi levò la maglietta, eravamo nudi sotto il portico di una bellissima veranda, non c'era nulla intorno. Apparve il sorriso che ricordavo, mi baciò, era strano, era diverso... dimenticai il dolore, il cazzo tornò dritto in un attimo, lei lo prese in mano, mi masturbò delicatamente mentre eravamo intendi ad intrecciare le nostre lingue, a congiungere i respiri, avevo difficoltà, ero intorpidito. Checca baciò il mio petto, continuando a leccare, scese fino al cazzo, lo leccò per bene, tutta la superfice, il suo pompino era delicato, passionale, magistrale.
Ero rilassato, felice, ma quella strana sensazione di paura era in me. Lei forse lo capì.
Mentre succhiava in maniera più avida il cazzo, mi disse con un conato di preeiaculazione che andava dal mio glande alle sue labbra, di stare tranquillo.
Il mio cazzo era pronto, lubrificato al punto giusto, dovevo ricambiare ma lei lo impedì, mi chiese se avevo un preservato, non ne avevo. Leccò il mio dito indice, e lo portò vicino il suo ano, mi incitò a dilatarla, io lo feci lentamente, al momento propizio tutto dentro lo infilai, il suo gemito non era di piacere benché sembrava piacerle, avevo perfettamente capito dove mettere il cazzo, non ci pensai, il mio solo sesso anale era avvenuto con delle prostitute. Il sesso anale con Checca, non credevo di averlo mai immaginato, intanto il cazzo era dentro.

- Amore... fai piano? - Non riuscivo a credere a quelle parole. Desideravo essere chiamato così da lei da una vita oramai. Fecero un bel effetto su di me, una sorta di pace dei sensi. Però, il cazzo era duro ed in quel momento, ragionavo solo con il cazzo. Il tempo del perdono e della riconciliazione avrebbe aspettato. Lei si inclinò verso il muro, lei voleva ed io entravo e uscivo come lei chiese.
- Continua... ora! - Urlò Checca.
Io iniziai a penetrarla con ritmo sostenuto, non era facile, sentivo che lei spingeva, si dilatava e avvolgeva il cazzo, ero in estasi. Iniziai ad incularla con forza, violenza, intensificando il ritmo tenendomi a suoi fianchi perfetti. Lei mi incitava con la voce a tratti soffocata, a tratti vibrante. dolore e piacere si intensificarono ed io non riuscivo a fermarmi. Tirami i capelli, soffocami, lei chiedeva ed io eccitato eseguivo. Il mio cazzo entrava ed usciva dal suo culo come niente, a tratti necessitava di saliva e lei lo succhiava ed inzuppava. Inculandola, toccandola, assecondando le sua urla e gli spasmi, lei venne, schizzò a terra, non l'avevo mai vista con un orgasmo così prepotente, il mio sperma? tutto nel suo culo. Il resto è stato sesso, tanto sesso. Oggi? Oggi è ancora sesso, sesso spinto molto spesso solo che... oggi stiamo insieme. Domani staremo insieme, non le permetterò ancora di fuggire. Tutte le volte che ha cercato di spiegarmi, quei dieci anni, tutte le volte finisce che la inculo. Credo che lei lo voglia, ed io lo voglio. A volte penso che questo sia il suo modo di farsi perdonare, a volte penso che lei abbia subito qualcosa di brutto. Ha trasformato quel qualcosa di brutto in qualcosa che facendo io, in qualche modo la faccia stare bene.

Ho fatto una breve revisione e reinserito i dialoghi persi. Manca proprio un pezzo di storia importante. Riuscendo a tagliare nei punti giusti il racconto, credo non ne risenta.

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