Ti spacco
di
Giu!!!
genere
etero
La discussione parte dalla bontà o dalla presunzione di volermi salvare. Come se fosse possibile. Come se lo volessi. Vorrei dirle che non è mica un angelo…
I suoi occhi verdi mi trafiggono la pelle, in cerca dell’uomo buono ma anche del dannato che c’è dentro.
Non sono sicuro che stia guardando me.
Pretende di sapere dove inizia l’uno e comincia la distruzione: la coca, l’erba, il male, senza considerare il bene. Come se io non potessi farne. Non mi sto distruggendo, sono perverso, il resto è la mia vita. È una frase che ripeto da una vita e funziona sempre.
Lei mi vede come un diavolo con le ali da angelo, intrise di petrolio nero e appiccicoso. Mi vede come qualcosa che le darà piacere estremo. Lei non mi vede affatto. Sono esattamente quel che pensa: violento, perverso oltre il limite. Ma non l’ho costretta a stare in questa camera d’albergo con me. È qui di sua volontà, schiava del desiderio che finge di odiare. Che vuole saziare.
Il punto è che lei non accetta di essere schiava della perversione, non accetta di farne da catalizzatore, non accetta che le piace da morire. In più vorrebbe capirmi, salvarmi da non so cosa, per stare meglio con se stessa. Non lo sopporto.
Parla, parla e per quanto io possa capire, non sento nulla!
«Cosa. Cazzo. Stai. Dicendo?», le chiedo per l’ennesima volta, la voce bassa e tagliente. Pensa che non capisca le sue sofisticate parole. Ma la sua riflessione è solo il riflesso di ciò che di più contorto le piace davvero.
La guardo dritta in faccia e le dico: «Sei solo una bella puttana arrapata!».
Lei mi fissa impassibile, proprio come me, e ribatte: «Ho solo voglia di scopare, non sono una puttana!».
Ha ragione.
Allora lo tiro fuori, già quasi duro, pulsante contro l’aria fresca della stanza. Lei lo fissa con occhi famelici, il respiro che si fa corto, poi si inginocchia piano davanti a me, le ginocchia che sfiorano il pavimento freddo.
«Sei la mia puttana, va bene?»
«Va bene bastardo schifoso!»
Lo afferra con forza, le dita che si stringono intorno alla base come se volesse stritolarlo, farmi male quel tanto che basta per eccitarmi di più. Sento il calore della sua mano che mi avvolge, la pressione che mi fa gemere piano.
Poi, senza fretta, tira fuori la lingua e lecca il glande piano, assaporandolo come un frutto proibito, girandoci intorno con movimenti lenti e bagnati. Mentre mi sega con ritmo deciso per qualche secondo, la saliva cola lungo il cazzo.
Devo solo resistere, ma sento il fuoco che mi brucia nelle vene, il cazzo duro come marmo che pulsa impazzito nella sua bocca calda. Lei succhia con avidità, la lingua che vortica intorno al glande, le labbra strette che mi risucchiano fino in fondo, facendomi tremare le gambe.
Non ce la faccio più: esplodo in un’enorme sborrata che le si riversa nella cavità orale, fiotti caldi e densi che la riempiono tutta. Lei continua a succhiare, ingoiando direttamente ogni goccia con gemiti soffocati, le guance che si contraggono mentre mi munge fino all’ultima stilla.
«Dio, che pompino assurdo», mi lascio sfuggire tra un respiro e l’altro.
Intravedo il suo sorriso malizioso mentre la saliva le cola ancora dalle labbra gonfie, e ne approfitto per riversare la mia si saliva, dall’alto, nella sua bocca.
Mi alzo, le afferro i capelli con una mano e con l’altra le stringo il collo piano, possessivo.
«Spogliati», le ordino, gli occhi che le sbranano il corpo come se lo stessero già scopando.
Lei obbedisce lentamente, consapevole del mio sguardo famelico: slaccia la camicetta, lascia cadere la gonna, rivelando un seno pieno e sodo che si alza e abbassa al ritmo del suo respiro accelerato, vita stretta, sedere tondo e perfetto. Per un istante ho la sensazione che non sia lei a essere nuda.
Il cazzo mi pende ancora semi-moscio, ma già freme.
«Che cazzo devo fare con quello moscio?», dice lei provocante, con un ghigno.
La guardo e rido basso. «Fra poco torna duro e ti spacco in due!».
È un sorriso quello che le illumina le labbra come un miraggio? Non importa: la prendo di peso, come se la stessi violentando, le braccia che la stringono forte mentre la getto sul letto con un tonfo. Le divarico le gambe di forza, esponendo la sua figa bagnata e gonfia, e mi tuffo in avanti: lecco avidamente la clitoride, la lingua che vortica veloce, assaporando il suo sapore salato e il modo in cui si inarca sotto di me.
Sono minuti interminabili in cui lecco, assaporo e sditalino la sua figa con avidità: la lingua che vortica sulla clitoride gonfia, due dita che affondano dentro di lei, curvandosi per sfregare quel punto che la fa tremare e gemere forte. Non sono solo minuti, sono attimi di piacere puro, così intensi che il mio cazzo rinviene, pulsando e indurendosi di nuovo dopo una decina di minuti. Duro come marmo, pronto a sfondarla.
La sua fica è talmente bagnata che potrei riflettermi: succhi che colano lungo le cosce, il suo corpo che si inarca contro la mia bocca, le mani che mi afferrano i capelli tirandoli forte.
Mi alzo leggermente, il respiro corto, e le mostro il cazzo turgido, venoso e lucido, puntato dritto verso di lei come un’arma.
Entro dentro, con un colpo secco, assicurandomi di stringerle forte il collo: le dita che affondano nella pelle morbida, il suo respiro che si fa un rantolo. Le sue mani afferrano il mio polso, tremanti e senza forza, implorando pietà, allento la presa quel tanto che basta, ma il suo sguardo resta quello bramoso di tutte le puttane che trattano il sesso come un gioco di vita o morte, affamato di violenza.
Spingo il cazzo in un solo colpo fino in fondo, il suo calore stretto che mi avvolge come una morsa bagnata. Ondeggio il bacino con ritmo feroce, e lei mi accompagna, non come la puttana selvaggia che vorrei scoparmi senza freni, ma come la donna esperta e matura che è: i fianchi che ruotano contro i miei, i muscoli interni che mi stringono e rilasciano, portandomi al limite.
Ad un tratto, non sono più così sicuro di domarla. Per riprendermi il controllo, le mollo un ceffone secco sulla guancia, il suono che riecheggia nella stanza.
«Ancora!», geme lei, gli occhi che brillano di follia.
Un altro ceffone.
«Più forte!»
L’accontento.
Ora silenzio, solo il respiro affannoso: una guancia rossa e gonfia, una lacrima che le scivola lungo il viso, e ancora quello sguardo folle, assetato di altro.
Muove lentamente il bacino, un invito tacito: continua a fottermi. Quel rossore sulla guancia non se ne andrà prima di domani mattina. Mi eccita da morire. Varco il velo della follia e la trovo lì, a sedurmi col corpo che mi vuole disperatamente, coi lineamenti del viso che mi implorano di non fermarmi.
Mentre entro ed esco dalla sua figa bagnata come un forsennato, ossessionato dal montare forte e profondo, scuoto la testa. Sono io il folle o lei? Sono io perverso o lei? Entrambi è la pura verità che si nasconde dietro le maschere.
«Dio santo, adoro trattarti come una puttana che non vale nulla!», mezzo urlo, gemo, sospiro e continuo a pomparla senza pietà. Le strizzo i seni pieni, li afferro forte, mi aggrappo come per sorreggermi: il cazzo mi pare più duro del possibile, come se stessi sfondandole l’utero.
Lei segue i miei versi di piacere, ma ci mette troppo a rispondere, non credo possa, travolta dall’intensità dell’orgasmo. Prima lo sento: il suo corpo che si contrae intorno a me, una morsa bollente. Poi lo vedo dipingersi sul suo volto, occhi spalancati, bocca aperta in un urlo primordiale. Viene forte, urla il mio nome, ma io continuo, accuso il suo ritorno di piacere e sfondo ancora più a fondo.
«Mi fa sentire viva… la paura che mi metti mi fa sentire VIVA!». Lo dice come se stesse convincendo qualcuno che non sono io.
La paura che rompe la routine della vita quotidiana, già.
Non sono il male che lei immagina all’inizio, non un mostro senza redenzione. Sono solo lo specchio della sua fame repressa: la spingo al limite perché so che lì, tra paura e piacere, si sente rinascere. Io non la distruggo, la libero. E in quel caos di adrenalina, di endorfine e dopamina, siamo entrambi vivi.
Mentre viene, lo vedo sul suo volto tremulo, lo sento nel corpo che si contrae intorno a me, lo percepisco sulla punta del cazzo immersa nella sua figa bollente. Ho ancora qualche minuto. Estraggo il cazzo di scatto, lucido e gonfio dei suoi succhi, la giro prona di forza – di sfuggita, catturo il suo volto sconvolto dal piacere residuo. Schiaffeggio il culo sodo, lasciando un marchio rosso, ed entro subito col dito medio nel suo ano stretto, senza lubrificazione, spingendo rude fino in fondo.
Lei urla, un misto di dolore e estasi, e io le spingo la testa contro il cuscino per soffocare i gemiti, tenendola inchiodata. Sputo abbondante sull’ano pulsanti mentre estraggo il dito, mi posiziono sopra di lei tra i suoi scossoni e le urla smorzate. Il cazzo preme contro l’ingresso proibito, pronto a sfondarla senza pietà.
Spingo la cappella contro il suo ano stretto, senza preamboli: entra con difficoltà, la resistenza feroce che mi fa male alla punta del cazzo, un bruciore lancinante come se mi stessero spellando vivo. Lei urla nel cuscino, il corpo che si tende come una corda, il dolore che le strappa un singhiozzo, lo sento nelle sue cosce che tremano, nel culo che si contrae spasmodico respingendomi.
Non mollo: spingo più forte, centimetro dopo centimetro, il mio glande che forza l’anello muscolare rigido, dilatandolo piano mentre sudo e gemo per il dolore condiviso, un fuoco che ci lega. Le sue urla si fanno più gutturali, miste a singulti, ma il suo bacino si alza istintivo, tradendo il piacere che si nasconde sotto l’agonia.
Finalmente, l’ano si dilata completamente, cedendo con un pop bagnato: il cazzo scivola dentro fino in fondo, avvolto dal suo calore vise stretto e pulsante. Faccio un paio di affondi decisi, profondi e brutali, il suono di carne contro carne che riempie la stanza, e lei si arrende del tutto, gemendo alla bestia che ha liberato. Respiro a fondo, incanalo tutta l’energia e esplodo: mi muovo forte e veloce, la inculò brutalmente, il cazzo che martella il suo ano dilatato senza pietà. I rumori bagnati e osceni del suo culo – schiocchi liquidi e risucchi – sono sovrastati dalle sue urla selvagge.
«Continua! Non fermarti!», urla lei tra un singhiozzo e l’altro, e io aumento il ritmo, pompando come un animale, il sudore che ci cola addosso, i nostri corpi che sbattono in un caos di carne.
Nel crescendo, le afferro i capelli tirandoli forte, la metto a pecorina vera: le prendo i polsi dietro la schiena, tirandoli all’indietro per sospenderla leggermente, e continuo a inculare senza sosta. Le sue ginocchia affondano nel materasso, il collo piegato all’ingiù insieme ai capelli strattonati, e l’urlo incessante le esce dalla gola come un lamento primordiale, un misto di dolore estatico e resa totale. Sto per sborrare, esco da quell’inferno stretto del suo ano, e lei – come da copione perfetto – si gira di scatto verso di me. Non faccio in tempo a metterle il cazzo in bocca che esplodo sulla sua faccia: fiotti di liquido caldo e trasparente, per lo più, misto a sborra, che le colano sulle guance, sulle labbra, sugli occhi socchiusi.
Mi accascio stremato accanto a lei, il cuore che martella, il corpo esausto. Restiamo qualche minuto in silenzio, ansimando piano. Si volta verso di me, la sborra ormai liquefatta e appiccicosa sul suo viso arrossato.
«Mi leggeresti una delle tue poesie?».
«Come vuoi…»
Mentre cerco le parole nelle note del telefono, mi accorgo che il silenzio è l’unica cosa che non controllo. Mi resta dentro un vuoto che non posso scopare.
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