Gli aristocazzi di Lady Borello

Scritto da , il 2019-04-16, genere prime esperienze

Facevamo a gara allora - era la metà degli anni Ottanta, quasi alla fine del quarto anno di liceo, molti di noi già maggiorenni - per riuscire a essere accompagnati a casa dall’elegante berlina guidata con autorità dalla signora Borello, madre di Pierluca, il compagno più ricco della classe, un ricciolino con gli occhiali da vista e l’acne troppo fresca. Forse per noia o più probabilmente per assecondare il carattere difficile del figlio disagiato, la signora all’uscita di scuola si offriva di riaccompagnare casualmente qualcuno di noi compagni (“tanto casa tua è lungo la strada” diceva lei). Intrattenendoci lungo il tragitto con storie dal tono aristocratico (era cresciuta a Londra, ma era di origini francesi) e personaggi di dubbia morale.

Non erano ovviamente le sue novelle borghesi l’oggetto della nostra attenzione, né tantomeno la berlina di casa Borello, sebbene quella Lancia Thema blu scuro presidenziale incuteva una timorosa riverenza, con interni in pelle chiara e motore silenzioso. Ad attrarci era quella che i francesi chiamano sublimemente la "Allure", il fascino glamour che emanava la sciura, una quarantenne che oggi avremmo volgarmente battezzato come una Mother I'd Like to Fuck.

Favoleggiavano numerose leggende intorno alle gonne troppo corte di Lady Borello, che lasciavano intravedere reggicalze troppo lunghi e cosce beatamente inguainate dal nylon setoso delle autoreggenti dell’epoca. Sotto il trillo della campanella, nei corridoi verso l’uscita, si sussurrava che Filippetti una volta, nella macchina della signora, seppur seduto dietro insieme al soggetto Pierluca, fosse riuscito a intravedere la donna nell’atto di tirarsi su le calze approfittando di un semaforo rosso. E addirittura che Audisio, seduto invece a fianco della Borello, avesse nientemeno che beneficiato di una di lei carezza sulla di lui coscia (“anche piuttosto prolungata”, disse lui testualmente). Parlando e gesticolando amabilmente, lei gli aveva appoggiato la mano destra sui jeans poco sopra il ginocchio. Involontariamente? Chi può dirlo!

Ce n’era abbastanza per mettere a punto un piano che poteva puntare al top dei risultati. Fu per questo che io e Siboni iniziammo a lavorarci il frescone Pierluca, aggregandolo al nostro gruppo di ricerca su temi storici. E quando, una settimana dopo, il frescone ci telefonò di pomeriggio per dirci che era febbricitante nella casa di campagna, nella brughiera della Milano da bere, non lontano dall'aeroporto di Malpensa, a me e al genio del male Siboni venne l'idea.

– Signora sono Clementi – dissi io al telefono con emozione – il professore di Storia ci ha chiesto di finire la ricerca di gruppo. Domani che è sabato potremmo venire di pomeriggio a studiare a casa da Pierluca?

Riagganciata con mano sudante la cornetta, a me e al genio non parve vero che Lady Borello non solo fosse entusiasta della nostra visita al capezzale del figlio imbelle, ma si era anche offerta di passarci a prendere all'uscita da scuola ("domattina sono in città e all'ora di pranzo devo tornare in campagna" disse lei con tono indaffarato).

Fu difficile (forse anche Siboni, dopo tanti anni, potrebbe rivelare retroscena simili) tenere a bada il mio uccello nell'arco delle ventiquattr'ore trascorse tra la telefonata alla signora e il termine delle lezioni del sabato mattina. Nei miei pensieri puberali di diciottenne testosteronico, la signora mi aveva indistintamente staccato tre pompini al vetriolo, si era fatta leccare la figa sdraiata al sole sulla terrazza della villa e, al culmine, si era fatta montare da me e Siboni in almeno una dozzina di geografiche (e pur sempre storiche) posizioni.

Capirete dunque come l'equilibrio psicofisico fosse già in piena riserva al momento di salire sulla Thema blu, agli ordini di Lady Borello, fasciata in un tailleurino color aviazione, con gonna corta d'ordinanza e calze a rete color carne.
– Sull'assolutismo francese e l'Ancien Régime posso dirvi tutto – attaccò lei, mentre sfrecciava nel traffico di uscita dalla città. Ma a noi di assolutistico ci sembrava di desiderare solo le cosce marmoree di Lady Borello... Ci sentivamo, io e Siboni, come Luigi XIII e il cardinale Richelieu a un passo dal vincere la guerra dei trent'anni.

Il viaggio proseguì senza gesti sensuali da parte della signora, sebbene non fossimo affatto concentrati né sulla strada percorsa e né sulle vacue parole relative a Guglielmo d'Orange e alla sua rivoluzione. Quando arrivammo alla villa (splendida, circondata da un bosco di platani e querce secolari), facemmo un'altra piacevole conoscenza: la sorella maggiore di Pierluca, Marilena, una 23enne pepatina dai lunghi capelli ricci e castani, che non vedeva l'ora di mettere in mostra le sue grazie per fare concorrenza alla madre.

La ricerca di storia si rivelò un vero tormento. Pierluca, reduce dall'influenza, era una piaga da decubito: sciorinava domande insulse pulendosi gli occhiali col fazzoletto pieno di muco. La sorella ogni venti minuti faceva capolino per provocarci con la sua felpa lunga a mezza coscia e le Superga ai piedi come se dovesse scalare una collina di cazzi. Al quadretto strizza-palle non poteva mancare la padrona di casa, che ci offriva merende prelibate quando noi avremmo di gran lunga preferito una spalmatina di fregna su fetta biscottata integrale.
– Lui è Rodolfo, il mio giardiniere – disse la signora calcando il passaggio sulla parola "mio". Rodolfo era un bel ragazzone varesotto, almeno 25enne di anagrafe e di cazzo, pensammo quando entrò in soggiorno con i guanti da lavoro tutti scorticati e la salopette di jeans da vero Farmer Boy.

Le cose si misero al meglio quando Lady Borello ordinò al figliolo convalescente di rimettersi a letto per il riposino di metà pomeriggio, sganciandoci dall'obbligo di continuare a studiare.
– Marilena, tesoro, fai vedere la casa ai ragazzi..!!

Mari-Lingua non aspettava altro. Tant'è vero che giunti tutti e tre in camera sua iniziò a limonarci a turno, facendoci toccare le sue tettine sode e intravedere il paradiso in terra lombarda. Siboni provò anche a sfoderare il suo gladio, ma lei - più codarda che spavalda - gli intimò di rimetterlo dentro per paura che qualcuno ci scoprisse.
– Adesso seguitemi – disse la sorella – il più bello viene ora.

Ci portò col cazzo in versione Space Shuttle davanti alla porta della camera della madre, dalla quale si sentivano dei gemiti più che promettenti. Lady Borello, regina delle brughiere, si stava facendo innestare dal poderoso Rodolfo.
– Entrate entrate, miei cari... Ero curiosa di vedere due cazzetti adolescenti per gustare ancora meglio il platano del mio fattore!

A noi, potete immaginarlo, non fregò nulla che la signora ci stesse sbeffeggiando di fronte a tutti. Avremmo resistito a qualunque offesa pur di non perderci quella visione, che rimase nel nostro cervello limbico per le successive seghe fino all'università.

Milady era rimasta nuda in autoreggenti nere (versione casalinga della sua collezione di biancheria intima) e classiche décolleté nere. Accovacciata davanti al letto, manteneva con la mano destra il cazzone di Rodolfo in bocca, mentre con la sinistra si pastrugnava la sorca con abilità maturate in rinomate (e meneghine) scuole religiose.

A noi non fu permesso di toccare niente, a parte i nostri uccelletti da spoglia radura selvaggia. Soltanto guardare per almeno una ventina di minuti la signora che si faceva impalare anche il maestoso e profondo didietro, cinguettando come un'allodola in amore.

Fu evidente che il gesto di clemenza finale nacque come balsamo per alleviare le nostre espressioni di frustrazione massima. Maschere di sofferenza che Lady Borello distinse senza sforzo sui nostri volti impietriti dall'adrenalina.
– Dai, Marilena... Non possiamo lasciare andare via così questi due bòcia... Anche se sono sbarbatelli, meritano un regalino..!!

E nell'estasi che illuminò i nostri cuori, incredibilmente madre e figlia si inginocchiarono al nostro cospetto, scappellandoci e succhiandoci il cazzo all'unisono. Dopo oltre trent'anni posso emozionalmente testimoniare che fu il pompino più desiderato della mia storia di aspirazioni selettive. Alla fine, come avevamo visto fare solo nei VHS vietati ai minori, le due donne si passarono anche la nostra sborra da una bocca all'altra, più volte reciprocamente. Ricordo ancora l'aspetto di Siboni: l'espressione era quella dell'uomo cannone riemerso dalla brughiera dopo un lancio parabolico di duecento metri.

Tra l'altro, mentre Siboni fu trastullato dalla troietta giovane, a me toccò (ringrazio ancora il cielo) la bocca dell'amabile Milf. Uno strumento di piacere, il suo, dolce e vellutato, aristocratico ed esperto, nonostante l'irruenza con cui avesse imprigionato la mia primaverile verga. Fu un assedio ben congegnato, con piccoli assalti di prova ai muri laterali, fino a irrompere dal portone centrale con la possenza di un ariete medievale.

Le nostre facce, nei successivi mesi scolastici, rimasero ebeti senza troppe sfumature. Come se fossimo perennemente fumati, ma coi polmoni liberi. Non raccontammo a nessuno di questa parentesi boccaccesca: quale essere umano ci avrebbe mai creduto? E poi rimase una sorta di segreto da spenderci nelle nostre rispettive masturbazioni fisico-cerebrali. Segreto che ogni tanto veniva rigenerato, come una sveglia (se mai ce ne fosse stato bisogno), dal sorrisetto malizioso che la signora Borello (diavola di una donna) ci dedicava a distanza mentre aspettava il figlio davanti a scuola.

Se da lì alla maturità, per qualche sciagurata evenienza, Pierluca (da quel giorno PierSuca) fosse stato bocciato, io e Siboni avevamo fatto giuramento: come gesto di riconoscenza verso Mari-Lingua e Lady Pompinello, ci saremmo fatti steccare a giugno pure noi..!!

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