Erotici Racconti

Mai rubare un'anima al diavolo

Scritto da , il 2017-10-10, genere sentimentali

Era una gelida giornata invernale e sebbene la scampagnata fosse stata piacevole, fu ancora più piacevole rifugiarsi nella sala di un'osteria di campagna dove un bellissimo fuoco ardeva nel camino. Un ottimo vino contribuì a riscaldarci e a scioglierci la lingua. Non so chi di noi cominciò a raccontare storielle scabrose su preti e suore e tra una risata e l'altra solo Umberto rimaneva pensieroso, centellinando il suo vino e bevendolo come fosse una medicina. Quando è così meditabondo Umberto sta per iniziare a raccontare una di quelle sue storie in cui realtà e fantasia, invenzione e fatti veri si mescolano senza più lasciar capire cosa sia realmente accaduto. Lui, poi, ci mette del suo, abbellendo i racconti, inserendo sue supposizioni o trovate, ma nessuno di noi se ne lamenta perché in genere è gradevole starlo a sentire. Per mettere fine all'incertezza gli chiesi: "Hai qualcosa da raccontare, tu?" Scrollò le spalle, fece una smorfia e disse: "Se vi aspettate una barzelletta non ne so ma le vostre storielle un po' banalotte, scusate, mi hanno fatto venire in mente qualcosa di reale o meglio, una vicenda accaduta secoli fa. Premetto che il vostro anticlericalismo spiccio condito da battute da caserma, non mi interessa. Non sono religioso ma penso che essere anticlericali in un paese come il nostro sia intelligente come lo è quell'artista irlandese che in un'intervista di qualche anno fa disse di non sopportare tutti i preti e le monache che vedeva in giro nel quartiere di Roma in cui viveva. In quale quartiere di Roma viveva? Vicino al Vaticano...Un vero genio, eh? Questo per dire che i pregiudizi, di qualunque tipo siano, non mi interessano. La storia che voglio raccontarvi intendela come volete, ognuno ci può mettere del suo, i suoi preconcetti, le sue certezze o incertezze. Il protagonista era un prete, si chiamava don Ianuario Ingravallo ed era parroco in un paese di medie dimensioni e di discreta importanza di un posto qualsiasi dell'Italia. Di per sè non era un cattivo prete: abbastanza colto, caritatevole, pietoso nel confessionale. Il suo problema è che quando era stato ordinato e aveva fatto voto di castità, questa era per lui una perfetta sconosciuta fin dalla più tenera età. Lo ammise lui stesso durante il suo processo. La promiscuità nei secoli passati era la regola, non l'eccezione. Le famiglie più povere vivevano in un'unica stanza; le più agiate in più stanze comunicanti, incastonate l'una nell'altra, e la privacy allora era un concetto vago, diciamo pure inesistente. Le locande erano spesso costituite da un unico camerone in cui dormivano albergatori e ospiti e cosa potesse succedere in queste circostanze lo ha raccontato Boccaccio. Il nostro Ianuario veniva da una famiglia di medie condizioni, il padre faceva lo scritturale, il che significa che apparteneva alla minoranza che sapeva leggere e scrivere ed era già un segno di distinzione. Da ragazzo lo facevano dormire nella stessa camera delle serve e queste si divertivano o a prenderselo nel letto con loro o a infilarsi a turno nel suo. Quando d'estate i suoi andavano in una casa di campagna conobbe una contadinotta che badava alle pecore e che per una moneta era disposta a badare anche a lui. Gli adolescenti di oggi che ritengono che il massimo della trasgressione consista nel riprendere lo spogliarello di ragazze in chat, hanno proprio sbagliato epoca. Ianuario a un certo punto era così ossessionato dalle donne che decise di farsi prete per lasciarsele alle spalle: la cura, ovviamente, si rivelò peggiore del male. Il nostro eroe nella sua vita sacerdotale partiva con un enorme svantaggio: era un bellissimo uomo. Un prete bello provoca sempre, suo malgrado, scompigli; le donne sono da sempre morbosamente attratte dalle tonache, riuscire a far cadere chi ha fatto voto di castità è un grande trionfo femminile. Dumas racconta come la bellissima e corrottissima contessa di Chevreuse, ospite di un curato di campagna, pensasse di ripagarne l'ospitalità corrompendo il santo uomo di chiesa ( che poi si scoprì essere non un uomo di chiesa ma uno dei moschettieri, Athos). Ianuario poteva essersi fatto prete con le migliori intenzioni di questo mondo, concediamogli il beneficio del dubbio, ma le cose andarono in maniera diversa. Ben presto divenne l'idolo di metà dei suoi parrocchiani e venne guardato con sospetto e irritazione dall'altra metà, non vi spiego quale fosse il sesso della prima e quale della seconda. Iniziarono naturalmente i pettegolezzi e le ciarle e più di un maggiorente del paese dovette stare attento alla moglie, alla sorella nubile, alla figlia. Accadde così che la figlia del notaio Motta rimase incinta e pochi nutrivano dubbi sull'identità del padre ma ecco che un opportuno matrimonio riparatore unì Lucia Motta a un giovane di famiglia nobile ma decaduta, figlioccio spirituale del parroco Ingravallo. E' inutile aggiungere che questo non fu l'unico incidente di percorso: Ianuario viveva sul filo del rasoio e i suoi nemici, sempre più numerosi, aspettavano solo il momento opportuno. Questo sopraggiunse nelle vesti di Mariannina Santangelo, figlia di un ricco speziale che aveva già maritato quattro figlie ma non nutriva speranza di sposare anche l'ultima e perché non c'era più nulla per farle la dote e perché Mariannina era decisamente brutta. Capitela, la ragazza. Nessuna possibilità di non rimanere zitella, costretta a vedere le sorelle che sfornavano figli in continuazione, con l'unica distrazione, se si può chiamare così, di recarsi a tutte le funzioni comandate. Non vi sembra normale che abbia perso la testa per il suo parroco? Quali fantasie attraversarono la mente esaltata di Mariannina è facile da immaginare. Quante notti angosciose pensando a lui! Fino a quando non si trattenne dal palesare i suoi sentimenti al prete che era anche suo confessore e la reazione di Ianuario fu di disgusto profondo. Mancò di tatto il nostro curato, fu troppo brusco nel respingere la brutta ragazza e causò la sua disgrazia. Mariannina, delusa e infelice, si ammalò di una febbre che nessun medico sapeva curare non riconoscendone l'origine; i deliri causati dalla malattia le provocavano crisi di follia condite da urla strazianti e gemiti animaleschi. Un buon neurologo avrebbe saputo come curarla ma a quell'epoca di fronte a certi fenomeni si scomodava subito il Signore delle mosche, il Principe di questo mondo, l'Angelo ribelle. Il diavolo, insomma. Lo speziale Santangelo chiese a Ianuario di praticare un esorcismo alla figlia ma Il sacerdote rifiutò ritenendo che non vi fosse prova della presenza demoniaca. In realtà era refrattario anche solo all'idea di avere a che fare con l'orrida fanciulla ma anche questo gli si ritorse contro. Lo speziale chiamò un altro sacerdote, don Melone (si chiamava così, ridete pure) che era uno dei nemici di Ianuario. Nell'esaminare la presunta indemoniata ( che detto fra noi era piuttosto soddisfatta di avere finalmente attratto un po' di attenzione sulla sua persona) si rese conto che il nome di don Ianuario veniva fuori con fin troppa frequenza. Rizzò le antenne e si volle convincere che il confratello avesse a che fare con il caso di possessione. Scrisse subito alle autorità religiose della provincia segnalando la delicatezza del caso e i sospetti che nutriva verso don Ingravallo e poco dopo il vescovo inviò come, diciamo ispettore, o meglio , inquisitore, un francescano chiamato frate Prospero da Montescuro, un religioso integerrimo, incorruttibile, rigorosissimo, in una parola fanatico. Ogni epoca ha avuto il suo fra' Prospero e possiamo riconoscerne le fattezze ad esempio negli odierni terroristi islamici e non è solo questione di fanatismo religioso perché i fra' Prospero si sono travestiti anche da ufficiali nazisti o da guardie rosse. Il nostro frate conosceva la fama di corruzione che circondava don Ianuario e prima ancora di iniziare l'inchiesta aveva già emesso la sentenza di condanna. Parlò con Mariannina e questa gli raccontò come il prete si fosse denudato davanti a lei nel confessionale e l'avesse convinta che quell'affare che gli pendeva davanti era il demonio che doveva essere ricacciato nell'inferno e l'inferno era la bocca della ragazza. Se frà Prospero nella sua vita avesse letto il già citato Boccaccio avrebbe riconosciuto nel racconto della ragazza il plagio di una novella del Decamerone ma incredibilmente né lui né gli altri inquisitori lo notarono mai. Questi rapporti orali secondo il racconto di Mariannina erano stati numerosi e ogni volta veniva indotta a bestemmiare la Trinità, la Vergine, i santi e i dogmi della Chiesa, a sputare sull'eucarestia, a recitare una versione blasfema del Padre Nostro che iniziava con le parole: Satana nostro che sei sulla terra, sia fatta la tua volontà. Frate Prospero credette, volle credere, non trovò motivo per non credere, che don Ianuario avesse introdotto il demonio nel corpo della fanciulla. Il caso, o meglio la sfortuna, volle che altre due ragazze dei dintorni in quel periodo presentassero segni di possessione. Il solerte frate si recò da loro ed entrambe ammisero di essere state violentate da don Ianuario, di avere assistito a messe nere, di avere visto il prete che defecava sulle sacre immagini. Una di loro assicurò che durante una di queste messe era stata sgozzata una bambina e che il suo sangue era stato bevuto da alcune streghe sconosciute che sembravano in grande confidenza con l'indegno sacerdote. L'altra descrisse nei dettagli una delle messe nere: ogni volta che avrebbe dovuto baciare l'altare, il prete baciava il suo corpo nudo, consacrava l'ostia sui suoi genitali e la mangiava. Terminata la messa si accoppiò con la ragazza e alla fine lavò il sesso di entrambi con il vino. Che le due ragazze potessero avere avuto rapporti sessuali con il turbolento parroco è probabile; che conoscessero per diretta esperienza i particolari sulle messe nere, senza che qualcuno le avesse imboccate, è improbabile.
Bisogna costringere il diavolo a dire la verità. Con questa semplice frase Il francescano convinse le superiori autorità religiose e civili ad agire di conseguenza. Una notte don Ianuario fu tratto in arresto e il fatto che venne trovato in compagnia di una fresca ragazza non depose a suo favore. Le accuse fioccarono senza tregua, la ragazza trovata con lui, minacciata di tristi conseguenze, ammise di essere stata iniziata al culto del demonio. Fra' Prospero interrogò il prete, esortandolo a dire la verità e a fare i nomi dei complici. E qui bisogna dire che Ianuario tirò fuori il meglio di sè. Capì dal primo momento che la sua sorte era segnata e si comportò con coraggio; non ammise mai nulla perché nulla aveva da ammettere se non i peccati carnali. "Ho amato le donne, questa è la mia unica colpa ma non ho mai negato i dogmi della fede né ho praticato il culto del diavolo, né ho partecipato a messe nere o a profanazioni del corpo di Cristo." Fu torturato, come si usava allora e come si usa ancora oggi in molte parti del mondo. Fra' Prospero non ottenne la confessione tanto agognata, non si riusciva a costringere il diavolo a dire la verità. L'unica frase che Ianuario gli disse durante le sevizie fu raggelante:" Sono questi gli insegnamenti di San Francesco ?"
Il processo fu una farsa, i testimoni numerosi e spesso ridicoli, il giudizio già deciso dall'inizio. E' facile prendere a calci un uomo che cade a terra e i vecchi nemici di Ianuario lo presero a calci con estrema voluttà, ma lui non diede la soddisfazione di confessare le sue colpe, con grande delusione dei suoi accusatori. La sentenza fu inesorabile: riconosciuto colpevole di stregoneria e di commercio con il diavolo fu condannato al rogo.
Il giorno dell'esecuzione Ianuario venne rasato completamente da capo a piedi, gli vennero strappate anche le sopracciglia e poi le unghie di mani e piedi. Rivestito di un sacco impregnato di zolfo fu fatto salire su un carro; ad assisterlo spiritualmente, si fa per dire, fu fra' Prospero in persona che gli ripeteva continuamente:" Confessa! " Arrivati alla piazza del paese fu fatto scendere, fatto sedere su un sedile di ferro e legato a un palo, le spalle alla chiesa di cui era stato parroco e di fronte alla casa del notaio Motta, dove Lucia in lacrime guardava il suo vecchio amante. Fra' Prospero e altri frati praticavano esorcismi per scacciare i diavoli e spruzzavano acqua santa sul condannato.
"Confessa!" gli intimavano.
"Sto per morire, ho sempre detto la verità."
"Confessa!"
Una torcia cadde sulla paglia raccolta attorno al palo e il fuoco divampò.
"Confessa!"
E dalla voce del bruciato vivo giunsero parole in latino:"Miserere mei, Deus, parce eis, miserere".
L'odore di carne bruciata si sparse nell'aria e i ceppi ardenti accolsero il corpo dell'ex parroco."
Lo sguardo di tutti noi andò al fuoco che bruciava nel camino e un brivido ci attraversò la schiena e a qualcuno sembrò di sentire uno strano odore nell'aria. Umberto fissava anche lui il fuoco e riprese a parlare lentamente.
"La calma e il coraggio con cui il condannato aveva affrontato la morte avevavo destato impressione e commozione ma i suoi carnefici li attribuirono all'opera del diavolo che aveva reso il corpo del suo adepto insensibile a torture e supplizi. Del resto che fosse colpevole lo dimostrò il fatto che le ragazze che aveva reso indemoniate, guarirono tutte dopo la sua morte, soprattutto Mariannina che entrò in un convento di orsoline dove con il nome di suor Benedetta godette fama di santità.
Ora dice la leggenda che tutti i carnefici di Ianuario morirono nel giro di un anno. L'ultimo fu fra' Prospero, la cui fine, si disse, fu preceduta dalla visita di un misterioso personaggio che si recò a parlargli nel suo convento. Dopo la visita Prospero iniziò ad avere tremendi dolori addominali che lo portavano a vomitare di continuo materia così nauseabonda che nessuno poteva stargli vicino. Dopo una settimana di agonia morì, con il ventre tremendamente gonfio. Chi era il misterioso visitatore?" Fece una pausa da consumato attore.
"Io immagino che il misterioso essere fosse un bellissimo giovane che parandosi davanti al frate gli abbia detto:"Sono venuto a riscuotere il mio debito, padre."
"Come posso avere un debito con voi se non vi conosco?"
"Mi avete rubato una cosa che era mia".
"Io? Io rubare a voi?"
"L'anima di don Ianuario era mia da sempre, un prete corrotto e vizioso non poteva che essere mio. Ma voi lo avete fatto morire da martire e per questo le sue colpe gli sono state tutte perdonate e io ho perso un'anima che già vedevo nel mio regno. Ora, in cambio, voglio la vostra."
Fra' Prospero capì di essere in presenza del Gufo infernale, del Drago, del Serpente, di Belzebù in persona. E capì di essere perduto: lo stregone era morto da martire e il sant'uomo moriva da indemoniato. Ora io non so se c'è un aldilà, se esistono un paradiso e un inferno ma penso che sia bellissimo immaginare che il corrotto e donnaiolo parroco ora riposi nel primo e l'integerrimo e purissimo inquisitore bruci nel secondo".

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