In spiaggia con le mie figlie - 10 Lo yatch

scritto il 2026-11-01 tempo di lettura 25 min

di
genere
Dominazione, Etero, Incesti
cura
A

La luce del pomeriggio filtrava attraverso le persiane, tagliando la stanza in strisce d'oro e ombra. Ero seduto sul letto matrimoniale mentre Giulia faceva avanti e indietro dallo specchio all'armadio. Non riusciva a decidere cosa mettersi. Ogni suo gesto tradiva un nervosismo che mi scavava lo stomaco. Si toccava i capelli, sospirava, si guardava con un'espressione che non avevo mai visto: una miscela di insicurezza e una strana, oscura rassegnazione.
Mi chiedevo se avessi fatto bene. Avevo ceduto alle sue insistenze, le avevo dato il permesso di subire sul suo corpo le conseguenze delle mie colpe. Si sarebbe sacrificata per me, per noi. Volevo proteggerla, ma ero un codardo e mi nascondevo dietro la sua forza. Nei giorni passati le avevo ripetuto spesso che lei era una roccia, la mia roccia: ci credevo veramente. Ero sicuro che niente l'avrebbe spezzata... o almeno lo speravo.
"Papà, questo va bene?"
La sua voce era un sussurro, fragile come vetro. Si girò verso di me. Il vestito era elegante, ma i suoi occhi erano quelli di una preda che conosce già la trappola.
"Sei bellissima, Giulia. Perfetta."
Io ero già pronto, avvolto in un abito scuro, formale, esattamente come richiesto da Leon. Mi sentivo come un impostore in quella pelle di uomo di successo.
Quando arrivò l'ora di andare ci avvicinammo a Eleonora per l'ultimo saluto. La piccola ci guardava con quegli occhi azzurri, ancora troppo puri per comprendere l'oscurità che stavamo per abbracciare.
"Tornate presto?"
"Certo, piccola. Al più tardi domani mattina saremo a casa."
La baciai sulla fronte, sentendo un senso di colpa che mi soffocava.
In macchina il silenzio tra me e Giulia era denso, quasi solido. Il condizionatore spingeva aria fredda, ma io sentivo il sudore imperlarmi la schiena.
"Perché Leon ha detto che io devo arrivare quindici minuti dopo di te?"
Giulia fissava il paesaggio che scorreva veloce, le colline sarde che svanivano dietro il vetro.
"Non ne ho idea, Giulia. Forse è solo un suo modo di esercitare controllo."
Arrivammo al porto. Parcheggiai l'auto in un angolo appartato. Mi girai verso di lei. Le presi le mani tra le mie; erano gelide, nonostante il caldo torrido di fuori.
"Ascoltami bene amore. Sei una roccia. Ricordalo. Tutto questo finirà presto, te lo prometto."
La baciai con una passione che sapeva di disperazione. Volevo imprimere in lei ogni grammo della mia forza, ma sentivo che era io a dipendere da lei. Avevo un groppo in gola che non riuscivo a deglutire.
Giulia mi guardò con un sorriso "Ti amo papà, sarò forte. Per te."
"Resta qui quindici minuti, poi ti avvii. Io vado adesso. Ti amo."
Uscii dall'auto e camminai verso il molo. Lo yacht era un mostro di acciaio e lusso, una cattedrale galleggiante che gridava ricchezza e potere. I vetri delle cabine erano oscurati, come occhi ciechi che osservavano il mondo senza farsi vedere. Sul ponte, sopraelevato rispetto all'ingresso, uomini e donne in abiti impeccabili sorseggiavano champagne, ridendo a bassa voce.
Un ragazzo all'ingresso controllò il mio nome su una lista.
"Prego, signor Marco. La attendono."
Salii le scale di marmo e arrivai sul ponte superiore. Circa quindici persone erano divise in cinque campanelli e parlavano tra di loro con maschere di cordialità studiata.
Poi lo vidi: Giacomo.
Il capo del mio partito. L'uomo che deteneva i fili della mia ascesa e, potenzialmente, della mia rovina. Era appoggiato al parapetto, lo sguardo rivolto verso il porto. Dalla sua posizione mi aveva sicuramente visto al momento dell'ingresso nello yatch. Dopo un istante infatti si girò verso di me, il suo volto si illuminò di un sorriso che non raggiungeva gli occhi. Un sorriso di plastica.
"Marco! Che sorpresa deliziosa!"
La vista di Giacomo mi colpì come uno schiaffo. Capii all'istante perché Leon mi aveva detto dì non arrivare insieme a Giulia. A quella festa avrei incontrato persone conosciute che era meglio non capissero il legame tra me e lei. In altre parole, avrei dovuto fingere di non conoscere mia figlia.
Mi avvicinai al suo gruppetto. Accanto a lui c'erano due uomini. Uno era un uomo magro, quasi scheletrico, con un'aria annoiata. L'altro era un anziano, un colosso di carne e che trasudava ricchezza da ogni poro.
"Giacomo! Non sapevo che saresti stato qui."
"Oh, le coincidenze sono le cose più divertenti della politica, non trovi?"
Mi presentò i due industriali. Nomi che leggevo nei giornali economici, uomini che potevano comprare intere città con un colpo di penna. Ero confuso. Mi sembrava un incontro di lavoro, una riunione strategica travestita da festa.
"E come sei finito su questo splendido giocattolo, Marco?"
"Mi ha invitato un certo Leon. L'ho conosciuto in spiaggia."

Giacomo inarcò un sopracciglio.
"Leon? Non mi suona familiare. Ma che importanza ha? Siamo qui, siamo insieme. Abbiamo molto di cui discutere."
Mentre parlavo con lui, i miei occhi scivolavano continuamente verso il molo. Il cuore batteva come un tamburo di guerra. Sentii i motori dello yacht accendersi. Un boato sordo che fece vibrare il ponte sotto i miei piedi.
*Perché partono già? Giulia non è ancora salita.*
L'ansia divenne insopportabile. Guardai in basso verso l'ingresso e vidi un uomo vestito di nero, con un auricolare nell'orecchio che mi dava le spalle. Sembrava della security. Lo vidi girarsi verso sinistra per parlare con un inserviente, fu allora che lo riconobbi: era Leon.
*Ma quindi Leon non era tra gli invitati, ne tanto meno il proprietario, lui ci lavorava su quello yatch! ...ma allora chi è il mandante?*
Improvvisamente la vidi.
Giulia camminava sul molo verso di noi. La vidi con la coda dell'occhio, una piccola figura elegante che si avvicinava alla trappola. Avrei potuto farlo. Avrei potuto sporgermi dal ponte, urlarle di scappare, gettare via la mia carriera, la mia vita pur di salvarla. Ma rimasi immobile mentre la distanza si accorciava, passo dopo passo.
Quando Giulia pose il primo piede sullo yacht, sentii una strana calma scendere su di me. Il tempo era finito e ormai non si tornava indietro. Era tutto nelle loro mani.
Giacomo guardò verso il basso e disse: "Avete visto che bellezza abbiamo questa sera?"
I due industriali si sporsero, i loro sguardi voraci che scansionavano mia figlia.
"Incredibile. Davvero stupenda."
Dovetti annuire, forzare un'espressione di gradimento maschile.
Lo yacht salpò immediatamente dopo l'arrivo di Giulia. Vidi Leon fare un cenno a Giulia di aspettare all'ingresso. Lei rimase lì, ferma. Giacomo tornò a chiacchierare con i due industriali e con me. Ogni tanto mi faceva qualche domanda, io rispondevo a monosillabi, la mia attenzione era focalizzata al piano di sotto, dalla mia Giulia. Osservavo Giulia con rapide occhiate, la vidi spostare il peso da una gamba all'altra, tormentare una ciocca di capelli. Era a disagio.
Passarono dieci minuti, lo yatch era appena uscito dal porto. Leon le disse qualcosa, c'era troppo rumore per poterli sentire. Giulia balbettò, scosse la testa. Poi al rallentatore vidi Leon avvicinarsi e tirarle uno schiaffo potente in faccia.
Il suono non arrivò fino a me, ma la forza dell'impatto sì. Vidi la testa di Giulia scattare di lato. Il mio corpo reagì d'istinto, mi mossi verso il parapetto e mi affacciai, ignorando qualsiasi discorso gli altri tre stessero facendo. Giacomo e gli altri, visto il mio movimento, si affacciarono anche loro.
Giulia aveva la mano sulla guancia colpita. Era visibilmente impaurita. Poi, lentamente, la vidi portare una mano sulla zip laterale del suo vestito e aprirla.
Perché lo stava facendo? Perché lì?
Poi realizzai: Leon aveva dato istruzioni sul mio abbigliamento ma non aveva detto nulla sul vestito che avrebbe dovuto indossare Giulia. Avevamo dato per scontato che lei dovesse essere elegante come me. La verità era che lei semplicemente non avrebbe avuto bisogno di vestiti.
La vidi rimuovere tutto, pezzo dopo pezzo. Prima il vestito pezzo unico, poi le calze lunghe, quindi il reggiseno e infine le mutandine. Le sue braccia tremavano. La sua pelle, bianca e perfetta, risplendeva sotto la luce. Era nuda, completamente esposta, mentre noi, in alto, osservavamo ogni curva, ogni brivido. La vidi rivolgere un'occhiata nervosa verso l'alto, verso di noi. Sul suo viso riconobbi paura e vergogna.
L'uomo magro accanto a me ridacchiò.
"Caspita, questa volta si sono superati. Una così non si vede tutti i giorni."
Poi si girò verso Giacomo.
"Ma quanti anni ha?"
Giacomo sorrise. L'uomo magro non aspettò la risposta.
"Lascia stare, non voglio saperlo." Scoppiò in una risata grassa, a cui si unirono gli altri.
Nessuno era scandalizzato o inorridito. Per quella gente, era una scena normale. Giulia era diventata un oggetto, un pezzo di arredamento erotico per l'élite.
Leon la guidò verso l'interno dello yacht. Lei scomparve dalla mia vista, lasciandomi pieno di tormento. Cosa le avrebbe fatto dentro i locali lussuosi di quello yacht? Quali violenze avrebbe dovuto subire?
Giacomo riprese a parlare di politica, di quote di potere, di alleanze. Io annuivo, ma la mia mente era altrove. Sentivo il sangue pulsare nelle tempie. E se in quel preciso momento qualcuno stava abusando della mia Giulia?
Poi, la porta del ponte si aprì e la vidi, tirai un sospiro di sollievo. Stava bene. La pace che provai finì immediatamente quando realizzai la scena per intero.
Giulia ancora nuda, ma con una differenza. Ora portava un collare di cuoio nero stretto intorno al collo. Dal collare pendevano due catenelle: una lunga che le scendeva lungo la schiena, una corta che le accarezzava il petto e si fermava tra le mammelle. Entrambe terminavano con un piccolo pomello nero. In mano reggeva un vassoio di calici di champagne.
Avevano trasformato la mia Giulia in una schiava adatta a servire champagne tanto quanto a soddisfare capricci sessuali.
Fui rapito da quella vista. La mia mente razionale aborriva quella violenza psicologica, quel senso di sottomissione che doveva stare provando Giulia in quel momento. Allo stesso tempo, il mostro in me esultava con euforia. La vista del suo corpo perfetto, con quei seni giovani e candidi, con quel boschetto tra le gambe che sapeva di femmina... e infine quel collare che prometteva controllo, dominanza e piacere.
Iniziò a camminare tra gli invitati. I suoi passi erano incerti, lo sguardo basso. Il mio sguardo era su di lei, catturava ogni suo passo, ogni oscillazione del suo corpo. Quel suo nuovo ruolo mi turbava profondamente ma la reazione nel mio basso ventre fu immediata e inequivocabile.
Un uomo prese un bicchiere dal suo vassoio e, mentre lei passava, le sferrò un colpo secco sul fondoschiena. *Sclack*.
Giulia sussultò, i calici tremarono. L'uomo tornò a parlare con il suo interlocutore come se niente fosse.
La seguii con lo sguardo finchè non si avvicino a noi. Mentre passava, Giacomo allungò la mano e afferrò la catenella posteriore con decisione.
"Non così in fretta, bellezza."
Lei si fermò bruscamente tirata dal collare. Cercò i miei occhi. Io la fissai. Volevo dirle che le ero vicino, ma rimasi in silenzio.
"Come ti chiami, bellezza?"
"Giulia..." rispose lei con un filo di voce.
"Gira su te stessa Giulia, fatti vedere bene."
Giulia girò su se stessa con lentezza con lo sguardo basso.
Giacomo si rivolse a me "È la tua prima volta a uno di questi eventi, Marco?"
"Sì." risposi.
Lui rise. "Capisco perché sei così rigido. Vedi, a queste feste chiamiamo sempre una ragazza per... allietare la serata. Come vedi è a completa disposizione di tutti. Per qualunque richiesta... anche le più bizzarre."
Con un movimento lento, Giacomo tirò la catenella anteriore verso il basso. Giulia fu costretta a piegarsi in avanti a quaranta cinque gradi. I suoi seni oscillarono, pendendo verso il basso, esposti e vulnerabili. Giacomo ne afferrò uno per il capezzolo tirandolo verso di se. Giulia emise un piccolo verso di dolore mentre Giacomo lo tirava in varie direzioni, osservando il deformarsi di quel seno meraviglioso.
"Hai visto? Puoi farle qualunque cosa, non ti dirà mai di no. E anche se dovesse farlo, ti basta chiamare la security."
Poi guardò Giulia. "Ma tu non farai difficoltà, vero bellezza?"
"N... no... non farò difficoltà..." La sua voce tremava. I suoi occhi erano lucidi, carichi di un'angoscia che mi lacerava il cuore. Sentii ancora di più il mostro risalire tra le mie gambe, prendere il controllo. L'orrore si stava fondendo con l'eccitazione. Vedere mia figlia sottomessa, posseduta da altri, scatenava in me un impulso oscuro, proibito, che non potevo soffocare.
L'industriale anziano allungò la mano e afferrò l'altro seno con una presa violenta. Giulia gemette.
"Dicono tutte così, che saranno ubbidienti... poi a fine serata bisogna sempre farsi aiutare per tenerle ferme."
Rabbrividii all'idea di quella scena. L'idea di Giulia tenuta a forza mi terrorizzava e, contemporaneamente, mi eccitava in modo maniacale.
Giacomo lasciò il seno di Giulia e mi guardò. "Prova a toccarla anche tu Marco"
Prima che potessi rispondere, un cameriere suonò una campanella e annunciò che la cena era servita.
"Ci sarà tempo dopo, Marco. Ora entriamo."
Ci spostammo verso la sala da pranzo. Il lusso era soffocante: cristalli, argenteria, cibo che sembrava opera d'arte. Ci sedemmo. Io e l'uomo magro da un lato, Giacomo e l'anziano dall'altro.
Giulia vagava tra di noi. Portava tovaglioli, bicchieri, piatti. Era un angelo nudo in una stanza di lupi. Camminava con lo sguardo fisso a terra, la pelle che sembrava vibrare di paura.
Finito il primo, l'uomo magro, seduto accanto a me, sospirò. "Scusate signori, ma non ce la faccio più a guardare questa bellezza e non fare nulla."
Giacomo fece un cenno di assenso. "Certo, sentiti libero"
L'uomo magro fece segno a Giulia di avvicinarsi.
"Posso aiutarla, signore?"
Lui rise. "Certo. Devi farti fottere la bocca."
Vidi Giulia rimanere interdetta per un paio di secondi.
L'industriale si alzò e si posizionò alle mie spalle.
Sentii la voce di Giulia, un filo di terrore. "C... cosa?"
Poi sentii il rumore della catena tirata. Un gridolino di spavento. Un tonfo. Dal rumore immaginai che Giulia fosse caduta in ginocchio dietro di me. Sentii il rumore di una zip, il fruscio di stoffa che cadeva.
Giulia provò a dire "N..no, ti preg" ma la sua frase fu interrotta dal rumore inconfondibile di un breve conato di vomito.
Iniziarono quindi i rumori ritmici inconfondibili.
Ero paralizzato, non osai girarmi per assistere alla scena ma la mia attenzione era tutta lì.
Chiaramente non era un atto d'amore. Era una violenza. Sentivo i versi soffocati di Giulia, i rumori di un'invasione brutale. Giacomo continuava a parlarmi di politica, di strategie, di voti, mentre a pochi centimetri da me mia figlia veniva usata senza riguardo.
*Slack*
*Slack*
*Slack*
Era una tortura. Ogni colpo che l'uomo infliggeva a Giulia risuonava nella mia mente. Tentavo di rispondere a Giacomo, di mantenere la maschera, mentre la mia erezione era ormai un dolore sordo.
Sentii rumori ritmici aumentare di frequenza finché non cessarono improvvisamente. Un verso di liberazione dall'uomo, poi i conati di Giulia.
Dopo qualche secondo sentii Giulia prendere un lungo respiro a pieni polmoni. Era stata liberata.
"Ripulisci tutto, troia"
Immaginai Giulia che usava la lingua per rimuovere ogni traccia di sperma dal pene dell'uomo.
"Brava bellezza"
Poi nuovi rumori di stoffa e la zip di un pantalone che veniva chiusa. L'uomo tornò a sedersi dicendo "Scusate signori, era doveroso."
Ridevano tutti. Con qualche secondo di ritardo risi con loro, sentendomi morire dentro.
Con la coda dell'occhio vidi Giulia allontanarsi con passo incerto. Riuscì a fare solo qualche passo quando un altro uomo la afferrò per la catenella posteriore. Con un movimento veloce, spostò una sedia e la spinse sotto il tavolo. Riposizionò la sedia con calma, come se nulla fosse successo. Era chiaro cosa sarebbe successo sotto quel tavolo di mogano.
Dopo un tempo che mi sembrò infinito, Giulia emerse dall' altro lato del tavolo e la vidi correre verso una porta e scomparirvi dietro.
La cena finì. L'assenza di Giulia durò poco, massimo 5 minuti. Quando tornò alle sue spalle c'era Leon serio con sguardo minaccioso, lei aveva gli occhi lucidi e rossi.
Un uomo seduto a qualche posizione alla mia sinistra si alzò, afferrò Giulia per la catenella anteriore e la trascinò su un sofà perfettamente visibile dalla mia posizione.
La gettò sul velluto senza alcuna cura. Giulia era spaventata, ma non oppose resistenza. L'uomo si abbassò i pantaloni, le afferrò i capelli con una presa ferocemente dominante e le spinse il membro in bocca. Muoveva la sua testa avanti e indietro, come se quello fosse un oggetto anziché la testa di un altro essere umano.
Quando le liberò la bocca, la spinse in basso verso il divano. Le aprì le gambe con prepotenza e la penetrò con un colpo secco. Giulia emise un verso acuto di stupore. L'uomo iniziò a scoparla con vigore, un ritmo animale che non lasciava spazio al respiro. Giulia subiva, passiva, gli occhi sbarrati.
Quando l'uomo fu vicino alla fine, si staccò da Giulia solo per salirle a cavalcioni sul petto. Voleva venirle in bocca. Lo vidi segarsi con foga mentre con l'altra mano teneva la testa di mia figlia ferma in posizione.
Un ordine venne impartito e Giulia aprì la bocca, una lacrima le bagnò la guancia sinistra.
Vidi il seme fuoriuscire e cadere direttamente nella sua bocca.
Quando l'uomo finì e se ne andò, Giulia rimase sul divano a prendere respiro.
Ero in preda a un'erezione incredibile. Se non fosse stata Giulia, avrei probabilmente fatto lo stesso. Avrei abusato di quella perfezione senza esitazione.
Giacomo si era girato e aveva osservato la scena per intero. Con un sorriso compiaciuto disse "L'atmosfera si sta scaldando." Poi si alzò e con lui tutti gli altri.
Ci spostammo in una sala ricevimenti più ampia, con divani in pelle e luci soffuse. Ci posizionammo a un tavolino. Giulia entrò poco dopo, stava in piedi vicino all'ingresso.
"Adesso inizia il pezzo forte" sussurrò Giacomo.
Due uomini si avvicinarono a lei. La presero per mano e la guidarono su un divano. La fecero mettere a pecora, piegata sul bordo. Sapevo cosa stava arrivando e un brivido mi percorse la schiena: Giulia non era ancora pronta per il sasso anale. Uno dei due le mise il pene in bocca. L'altro le si posizionò dietro.
L'uomo dietro iniziò a penetrarla. Giulia sembrava non lamentarsi, anzi sembrava addirittura apprezzare. Iniziai a pensare che forse avevo interpretato male la scena, che forse l'uomo non l'avrebbe penetrata dietro. La musica alta non permetteva di sentire chiaramente i rumori del rapporto ma di tanto in tanto arrivavano i gemiti di piacere di Giulia.
Dopo qualche minuto, l'uomo dietro di lei si fermò. Lo vidi portare una mano sul suo pene, risistemarsi, quindi eseguire un nuovo affondo.
L'urlo di Giulia sovrastò per un attimo la musica. Diversi ospiti si girarono e li vidi ridere.
Era iniziato quello che temevo. La stava inculando.
Giulia sembrava tenere duro, non urlò più ma di tanto in tanto le scappavano dei gemiti di dolore. Dall'espressione sul suo volto era evidente che il piacere l'aveva completamente abbandonata. Il supplizio durò minuti che sembrarono ore. Quando i due finirono, la lasciarono lì, a cavalcioni sul divano, stremata. Le lacrime le solcavano il viso.
Volevo andare da lei per tenerla tra le braccia e consolarla, ma non osai.
Un altro uomo si avvicinò e inizio ad accarezzarle la schiena e le natiche. Vidi Giulia destarsi, girarsi verso l'uomo e mettere una mano sul suo petto come a fermarlo. Gli stava dicendo qualcosa, e dalla sua espressione sembrava una supplica. L'uomo la guardò per qualche secondo, poi fece un cenno affermativo con la testa. Vidi allora Giulia risistemarsi e mettersi in posizione pronta ad un nuovo rapporto. L'uomo la penetrò vaginalmente. Fu stranamente gentile e ad un certo punti nell'espressione di Giulia riconobbi anche l'orgasmo.
Giacomo si voltò verso di me. "Ho un'idea. Che ne dici se ce la condividiamo? Scommetto che questa troietta non ne ha mai presi due insieme."
Balbettai. "In... in che senso..."
Giacomo mi guardò con freddezza. "Io glielo metto in culo, tu davanti."
"Non sono interessato" risposi, cercando di recuperare un briciolo di dignità.
Giacomo si alzò. Mi fissò negli occhi. "So bene che lo sei. Ti conviene ubbidire, o un certo cellulare potrebbe finire in mani sbagliate."
Il gelo mi invase. Con quella frase Giacomo aveva fatto cadere completamente quel velo di ipocrisia dietro al quale ancora mi nascondevo. Tutto era chiaro, Giacomo sapeva. Leon non era un caso. Era stato mandato da Giacomo. Il mio avversario politico non voleva solo battermi; voleva possedermi. Voleva che io diventassi complice dell'abuso di mia figlia per assicurarmi l'obbedienza eterna. Non potei dire niente, aveva semplicemente vinto su tutta la linea.
Sconfitto, lo seguii. Giacomo si avvicinò a Giulia e la prese per la catenella.
"Io e tuo padre dobbiamo riservarti un trattamento speciale."
Mi fece spogliare e sedere sul divano, poi fece posizionare Giulia sulle mie gambe, a cavalcioni, rivolta verso di me. Eravamo di nuovo vicini, faccia a faccia. Potevo sentire il calore della sua pelle, l'odore del sesso e del sudore. Potevo sentire il suo respiro e ammirare i suoi occhi.
Le accarezzai una guancia, togliendole una lacrima. "Presto finirà tutto" le sussurrai. "Sei stata una roccia. Sono fiero di te."
Lei non rispose, si appoggiò al mio petto, piangendo silenziosamente.
Giacomo mi sollecitò "Beh, allora? Cosa aspetti?"
Le dedicai ancora qualche breve parola dolce, poi la guidai a sollevare il bacino per poi impalarsi su di me. "Perdonami piccola" le sussurrai.
Lei sollevò lo sguardo verso di me e con ancora le lacrime sul volto mi baciò. Capii che in quel nuovo mondo freddo e crudele che le si era aperto davanti, aveva bisogno del conforto di una persona amata.
Ricambiai il bacio con passione, abbracciandola e tirandola a me.
Mentre ci baciavamo, sentii due mani posizionarsi sui suoi fianchi.
Giulia sussultò, si staccò dalla mia bocca e provò a girarsi. Non aveva capito cosa stava per succedere. Le presi il volto tra le mani, con dolcezza.
Guardandola negli occhi le dissi "Sii forte, amore mio. Non c'è nulla che tu non possa affrontare."
Fu in quel momento che sentii il pene di Giacomo forzare l'ingresso posteriore di Giulia. Negli occhi di Giulia riconobbi la paura. Le lacrime iniziarono a rigarle nuovamente il volto angelico.
"Andrà tutto bene piccola, finirà presto" le dissi mentre Giacomo affondava lentamente in lei.
Sentivo il suo membro attraverso la parete vaginale di mia figlia. Era una sensazione aliena, terrificante e... divina. Giulia emise qualche verso di dolore all'inizio, ma nulla di comparabile al rapporto precedente.
Giacomo non fu brutale e dopo qualche affondo Giulia iniziò a goderne. La sentii assecondare quella penetrazione e accennare dei movimenti verticali con il bacino sul mio pene.
Ben presto Giulia divenne parte attiva di quel rapporto, si tirava su per prendere il cazzo di Giacomo dietro e poi si lasciava cadere per impalarsi sul mio.
Era evidente che quel trattamento le stava piacendo e i suoi gemiti ne erano la conferma. I suoi seni ondeggiavano davanti ai miei occhi, vidi la mano di Giacomo afferrarne uno e massaggiarlo con maestria. Afferrai l'altro e me lo portai alla bocca mordicchiando il capezzolo.
Giulia emise un piccolo gridolino di sorpresa e piacere quando forzai il capezzolo con i denti. Portò una mano sulla mia nuca e mi spinse con forza contro il suo seno. Mi guardò con lussuria e venne con forza, accasciandosi su di me.
Dopo poco Giacomo le eiaculò dentro, dando due ultime stantuffate forti.
Dopo qualche secondo di calma, Giacomo mi guardò "Hai visto, Marco? Quando lavoriamo insieme possiamo creare qualcosa di bello. Qualcosa di piacevole."
Si girò verso Giulia. "Hai goduto, piccola?"
Lei ancora intimorita fece un cenno affermativo con la testa.
"È quando ci ostacoliamo che le cose diventano dolorose... mi capisci vero?"
Il messaggio era arrivato chiaro. Ero un servo. Un collaboratore e dovevo stare al mio posto.
"Capisco benissimo" risposi, la voce rotta. "Starò al mio posto. Collaborerò. Ti prego, finiamola qui. Il messaggio è passato."
Giacomo sembrò rifletterci sù, poi mentre estraeva il suo membro dal culo di mia figlia disse "Adesso dici così ma domani chissà... L'esperienza mi ha insegnato che è bene che il messaggio penetri in profondità, altrimenti non può esserci fiducia. "
Il panico tornò a salirmi. "Ti prego... giuro che.." ma Giacomo si era già spostato di lato, sostituito da lui: Leon.
Per un secondo mi assalì il panico, Leon nel culo, durante una doppia penetrazione era semplicemente troppo. Sapevo che il membro di Leon era più grande del mio. E sapevo che non avrebbe avuto pietà. Ma non potevo permettermi di andare nel panico, dovevo supportarla e cercai di contenermi.
Ero ancora dentro di lei. Le presi di nuovo il viso tra le mani e con voce rotta le dissi "C'è un'ultima prova, Giulia. Ricordati che sei una roccia. Prova a rilassarti la dietro, e tieni duro, questa farà male."
Giulia era visibilmente spaventata, ma dalla sua posizione non aveva ancora visto Leon alle sue spalle.
Leon arrivò da dietro. Sorrideva e mi guardava negli occhi con aria di sfida. Afferrò un seno di Giulia con una violenza che la fece urlare. Si abbassò e le sussurrò all'orecchio:
"Ciao bellezza, ti ricordi di me?" E poi, senza preavviso, colpì.
Penetrò Giulia con un colpo di reni brutale. Lei lanciò un urlo straziante, un suono che non dimenticherò mai. Iniziò a dimenarsi, a lottare.
"No! Non posso farcela, papà! Aiutami!"
Giulia nel panico fece per spostarsi, per alzarsi e togliersi da quella posizione indifesa ma Leon la tenne ferma, premuta contro il mio corpo. Lei allora iniziò a tirare pugni dietro di se, cercando di ostacolare l'aggressore.
Leon mi urlò: "Falla smettere, o dovrò farlo io!"
Sapevo che se avesse preso il controllo lui, l'avrebbe spezzata. Afferrai i pugni di Giulia, bloccandoli contro il divano.
Giulia era così immobilizzata, tenuta ferma dal suo aguzzino e resa inerme dal padre. Appoggiò il viso sul mio petto e iniziò a piangere a dirotto.
Leon iniziò a stantuffarla con una furia cieca. Ogni colpo era un nuovo urlo, un nuovo gemito di dolore. La stanza era piena di quei suoni.
"Basta, è troppo grande"
"Papà fa' qualcosa, non ce la faccio"
Dopo un poco sentii le braccia di Giulia rilassarsi, la furia era passata. Aveva smesso di lottare ma i pianti e i lamenti non cessarono.
"Per favore... finisci... smettila..."
Io tentai di rassicurarla "Ancora poco, amore mio. Finirà presto."
Il supplizio terminò dopo diversi minuti. Quando Leon uscì, lo sentii distintamente attraverso la parete vaginale. Giulia fece un respiro profondo e chiuse gli occhi. Si addormentò lì, tra le mie braccia, con il mio pene ancora dentro di lei.
La serata finì così. Gli ospiti se ne andarono. Rimanemmo soli, nudi, in un silenzio che pesava come una montagna.
Avevo avuto tempo di pensare. Avrei fatto di tutto per Giacomo. Avrei tradito ogni mio ideale pur di non far tornare Giulia in quella situazione.
Dopo un tempo che mi sembrò infinito, la scossi leggermente.
"Giulia... svegliati."
Lei aprì gli occhi e in un attimo raddrizzò la schiena scollandosi dal mio petto, sul suo viso in espressione terrorizzata. Le sue mammelle rimbalzarono armoniosamente per quello scatto improvviso, vidi che una era particolarmente rossa e livida. Segno evidente della violenza subita.
"È tutto finito, piccola. Nessuno ti farà più del male." Lei mi guardò.
Gli occhi le si inumidirono. Si abbassò di nuovo su di me, abbracciandomi, e scoppiò in un pianto liberatorio. Era un pianto che lavava via lo sporco di quella notte.
"Ti fa ancora male?" le chiesi.
Lei ci pensò. Mosse il fondoschiena, testando il proprio corpo. Poi disse "si, brucia molto papà".
Mi abbracciò per diversi minuti.
La sentii ripetere il movimento del fondoschiena più volte, il mio pene che era ancora dentro di lei si destò quasi subito.
La sentii emettere una risatina compiaciuta, si sollevò nuovamente per guardarmi in faccia. Sul suo volto i segni evidenti del pianto e delle lacrime contrastavano brutalmente con l'espressione di malizia che vidi. Era un pezzo della mia Giulia, di quella ragazza che aveva iniziato a dominare me e Eleonora in quella vacanza assurda.
"Vedo che qualcuno non ha ancora trovato sollievo lì dietro."
La guardai con un amore che rasentava la follia.
"Non preoccuparti di me. Tu sei l'unica cosa che conta adesso."
Ma Giulia ignorò le mie parole. Si abbassò su di me e mi baciò con delicatezza, iniziando un movimento lento e dolce del bacino.
Non scopammo. Non fu un atto di possesso o lussuria. Fu un atto di amore puro. Lo facemmo con una lentezza infinita, in totale contrasto con la violenza di poche ore prima. Non cercavamo l'appagamento di un orgasmo, i nostri movimenti erano dettati dalla voglia di sentirci vicini, di darci conforto, di sentire il sapore dell'altro e infine di fonderci in ogni modo umanamente possibile. Quando alla fine l'orgasmo ci raggiunse, godemmo entrambi nello stesso momento e fu come un faro nella notte.
Quel piacere non aveva nulla a che fare con il sesso e le perversioni dei giorni precedenti. Era un piacere completamente diverso, puro, splendente e unico. Nessuno avrebbe mai potuto togliercelo, era nostro, era l'essenza stessa del nostro amore.
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