In spiaggia con le mie figlie - 7 Battesimo
scritto il 2026-11-01 tempo di lettura 16 min
di
Helium5
genere
Etero, Incesti, Prime esperienze
cura
A
Era pomeriggio inoltrato quando tornammo a casa. Erica ci raccontò che la sua giornata era stata rovinata da una brutta notizia, l'avevano chiamata dal lavoro per un'urgenza.
"Devo proprio andare, Marco. Non posso rimandare. È una questione che riguarda un cliente difficile."
Le parole di mia moglie scivolavano nell'aria come polvere. Mi avvicinai, posando le mani sulle sue spalle. Sentivo i muscoli tesi, quasi vibranti per lo stress.
"Capisco, amore. Non preoccuparti per le ragazze. Ce la caviamo noi."
"Sarai solo con loro per una settimana intera" sospirò lei, alzando finalmente gli occhi. C'era una stanchezza infinita in quello sguardo, una cecità verso ciò che stava accadendo sotto il suo naso. "Spero che tu riesca a gestirle. Giulia è in una fase... complicata."
"Saremo bravissimi" risposi sorridendo, e dandole un bacio sulla fronte.
Mentre la aiutavo a chiudere la valigia, sentivo un formicolio crescere nel basso ventre. Una settimana. Sette giorni di pura follia. L'idea di avere Giulia ed Eleonora solo per me, senza il filtro morale e l'interferenza di Erica, era come una scossa elettrica che mi percorreva la schiena. Mi sentivo il sangue pulsare più forte, un'urgenza animale che lottava per uscire. Solo al pensiero di ciò che avrei potuto fare a Giulia, di come avrei potuto esplorare ogni centimetro di quella giovane pelle, sentivo il membro tendersi violentemente contro il tessuto dei pantaloni.
L'indomani l'alba era un filo di luce grigiastra che tagliava l'orizzonte. In quel luogo popolato da turisti, alle cinque di mattina il mondo era ancora immerso in un silenzio spettrale. Accompagnai Erica all'aeroporto in un torpore quasi ipnotico. I saluti furono rapidi, efficienti, privi di quella passione che un tempo ci aveva uniti. Appena l'auto si allontanò dal terminal, il senso di liberazione fu quasi fisico.
Rientrai a casa verso le otto e mezza. Il sole ormai scaldava i muri bianchi dell'appartamento. Aprii la porta con cautela, il rumore della chiave nella serratura che sembrava un gong nella mia testa. Appena varcata la soglia, le voci delle ragazze arrivarono dalla cucina.
Mi fermai sulla soglia della porta della cucina, restando nell'ombra per qualche istante.
Eleonora era seduta al tavolo. Indossava quel pigiama con gli orsetti, troppo infantile per la sua età. La faceva sembrare ancora di più una bambina, nonostante le curve che iniziavano a reclamare spazio sotto il cotone leggero. Davanti a lei, una ciotola di latte e cereali. Era l'immagine stessa dell'innocenza, una fragilità che mi faceva sentire un predatore e un protettore allo stesso tempo.
Poi i miei occhi scivolarono su Giulia.
Era in piedi, vicino a un ripiano alto della cucina, mi dava le spalle. Indossava come al suo solito la sola camicetta del suo pigiama. Le stava molto grande ed era sufficiente a coprirla anche in basso. In quei giorni di caldo dormiva sempre in quel modo. Era intenta a cercare qualcosa, allungando il braccio verso l'alto. In quel gesto, il tessuto della camicia era risalito, scoprendo con precisione chirurgica una parte del suo fondoschiena.
Rimasi paralizzato. Quelle curve erano perfette, una geometria di pelle chiara e soda che sembrava disegnare un invito esplicito. La luce del mattino filtrava dalla finestra, accentuando ogni dettaglio, ogni minima piega della carne. Il mio respiro divenne pesante, un suono rauco che riempiva il petto. Non riuscivo a staccare lo sguardo da quel pezzo di paradiso esposto.
Eleonora, che era rivolta verso la porta, mi notò per prima.
"Buongiorno, papà!" esclamò con un sorriso luminoso.
Giulia sentì la voce della sorella e si girò subito. I suoi occhi incontrarono i miei. Non c'era sorpresa nel suo sguardo, solo una consapevolezza maliziosa, una sfida silenziosa. Sapeva che l'avevo guardata. Sapeva esattamente cosa stavo provando.
In quel momento, tutto il resto svanì, sostituito da un bisogno primordiale di possesso.
Non salutai. Non sorrisi. Fissai Giulia negli occhi e iniziai a camminare verso di lei con passi decisi, quasi predatori. Lei non si mosse, rimase lì a guardarmi, con un accenno di sorriso che le incurvava le labbra.
Arrivai a un passo da lei. Con un movimento rapido e violento della mano, chiusi lo sportello della cucina che era rimasto aperto, producendo un suono secco, un colpo che segnò l'inizio di qualcosa di irreversibile. Contemporaneamente, la mia mano sinistra scattò verso l'alto, afferrandola per la gola.
Non strinsi per soffocarla. Volevo solo che sentisse la mia pressione, che percepisse il comando. Volevo che sapesse che in quella casa, ora, ero io a dettare le regole.
Giulia emise un piccolo squittio, un suono di sorpresa che però non aveva nulla di spaventato. Al contrario, i suoi occhi brillarono di un'eccitazione palpabile. Il sorriso si fece più ampio, quasi divertito.
Usai l'estensione del mio corpo per spingerla all'indietro. La schiena di Giulia urtò contro il ripiano della cucina. Non le diedi tempo di reagire: la presi di peso, sollevandola e facendola sedere brutalmente sul marmo del bancone.
Ora era lì, a gambe aperte, con me posizionato esattamente nel mezzo, a pochi centimetri dal suo sesso. Il contrasto tra il bianco della camicia e la pelle ambrata delle sue cosce era accecante.
Afferrai i due lembi della camicia. Non cercai i bottoni. Tirai con una forza bruta, un gesto istintivo e violento. I bottoni saltarono uno dopo l'altro, schizzando sul pavimento come piccoli proiettili di plastica. La camicia si spalancò, rivelando in parte i suoi seni, due gemme perfette che emergevano dal tessuto strappato.
Rimasi a fissarli per qualche secondo. Quel gioco di "vedo-non vedo", la pelle che svaniva e riappariva tra le pieghe della camicia, era più erotico di qualsiasi nudità totale. Sentivo il battito del cuore martellarle contro le costole.
Giulia emise un verso divertito, un suono gutturale, quasi un gargarismo di piacere.
"Avresti potuto semplicemente aprire i bottoni, papà, invece di farli saltare tutti" disse con un tono ironico, quasi a voler giocare con la mia foga.
Non ero nell'umore di scherzare. Infilai la mano nella camicia aperta e afferrai il seno sinistro, stringendolo con forza, sentendo la consistenza soda e calda della sua carne. Contemporaneamente, riportai la mano alla sua gola, premendo leggermente.
"Ti ricordi cosa ti ho detto ieri, alla spiaggia?" chiesi, la voce ridotta a un sussurro rauco.
Giulia non rispose a parole. Il suo sorriso divenne complice, un patto sigillato nel silenzio. Accennò un sì con il capo, i capelli mori che le ricadevano sulle spalle.
"Dillo a voce alta, Giulia. Voglio sentirlo."
Lei sospirò, ansimando leggermente. I suoi occhi erano fissi nei miei, carichi di una sfida che mi eccitava a livelli insostenibili.
"Mi hai detto... che mi avresti scopata per ore... fino a farmi male alla figa."
"E anche oltre" aggiungo io, completando la frase.
Senza aggiungere altro, la baciai. Fu un impatto violento, un bacio passionale in cui riversai tutta la frustrazione e il desiderio accumulati in quelle ore di attesa. Le mie labbra schiacciavano le sue, la mia lingua esplorava la sua bocca con un'urgenza quasi rabbiosa.
Giulia rispose con una foga sorprendente. Non era solo un'accettazione passiva; lei combatteva, spingeva, ricambiava con una maestria che non apparteneva a una ragazza della sua età. Le sue mani si intrecciarono nei miei capelli, tirandomi a sé, come se volesse fondersi con me.
Sentivo la sua eccitazione nei movimenti ritmico del suo corpo, nella frenesia delle sue mani e nel suo fiato corto.
La mia mano iniziò a scendere lungo il suo ventre, superando il limite della camicia. Afferrai le mutandine e, con un unico, deciso strattone, le strappai via.
Il suono del tessuto che si squarciava fu come una scarica elettrica. Giulia emise un gridolino di sorpresa e eccitazione, un gemito che partiva dal profondo della gola. Era completamente in balia della mia volontà.
Iniziai a sbottonarmi i pantaloni, l'urgenza di liberare il mio membro ormai insostenibile. Ma proprio mentre stavo per abbassarli, Giulia mi fermò.
Posò la mano sul mio petto, spingendomi leggermente. I suoi occhi cambiarono espressione. La malizia era svanita, sostituita da una serietà improvvisa, quasi solenne.
"Non qui" disse, con un tono fermo, senza spazio per le trattative.
La foga che mi aveva travolto svanì all'istante. Guardai quegli occhi e capii. Giulia non voleva un atto frettoloso in cucina, tra i cereali di Eleonora e l'odore del caffè. Voleva che la prima volta fosse diversa. Pretendeva che fosse fatta per bene, in un letto, con tutto il rituale che l'atto meritava.
In quel momento realizzai una verità fondamentale: nonostante mi fossi messo in una posizione di comando, nonostante la forza fisica e l'autorità, Giulia era la vera regina. Le bastava un solo sguardo, un solo tono di voce per invertire i ruoli e costringermi a seguire il suo ritmo.
Per sdrammatizzare, per non far pesare troppo quel cambio di ruoli, sorrisi in modo malevolo.
"Va bene, principessa. Ma allora andiamo a modo mio."
Senza preavviso, la presi di peso. La sollevai, piegandola a pancia in giù sulla mia spalla, come se fosse un sacco di farina.
Giulia esplose in un urlo divertito. Iniziò a scalciare, a colpirmi la schiena con piccoli pugni, ridendo a crepapelle. Sapevo che non voleva davvero liberarsi; era un gioco, tra di noi.
Mentre mi avviavo verso la porta, Giulia cambiò completamente tono di voce e disse "Vieni anche tu, Ele! Vieni con noi!"
Sentii il cambio di atmosfera. Mi fermai e mi girai guardando mia figlia minore. Aveva un'espressione triste, gli occhi lucidi, un senso di esclusione che le scavava il viso. Ripensai a come ero entrato in cucina: senza salutare, travolgendo Giulia, ignorandola. Mi sentii un bruto.
"Certo che devi venire, Eleonora!" esclamai con un tono allegro, quasi forzato per mascherare l'imbarazzo. "Non potremmo mai andare senza di te!"
Il viso di Eleonora si illuminò istantaneamente. Un sorriso radioso le spianò le rughe della tristezza e si alzò dal tavolo per seguirci.
Ripresi la marcia verso la camera da letto, con Giulia che ancora rideva e si dimenava sulla mia spalla. Ogni scalino che salivamo verso il piano superiore era scandito da uno sculaccione acuto che imprimevo sul suo sedere nudo posto di fianco alla mia testa.
"Papà! Smettila!" gridava lei, ma la sua voce era un invito, non un rimprovero.
Una volta entrato in camera, l'atmosfera era satura di anticipazione. Buttai Giulia sul letto matrimoniale con un gesto brusco. Lei atterrò con un tonfo morbido, i capelli completamente disordinati, il viso rosso per essere stata a testa in giù. Era stupenda. La camicia aperta rivelava il seno destro in modo osceno mentre celava quello sinistro; le gambe erano spalancate, senza alcun velo a coprire il suo sesso, esposta alla luce della stanza.
Feci uno sforzo immane per distogliere lo sguardo da quel paradiso di carne e mi rivolsi a Eleonora.
Le volevo bene, davvero. Non volevo che si sentisse esclusa, ma allo stesso modo non volevo che avesse un ruolo attivo, non ancora. Era troppo piccola, troppo fragile.
Le sfiorai il viso con la mano, con una dolcezza che contrastava con la violenza di pochi minuti prima.
"Anche tu sei bellissima, Leo" le dissi sottovoce. "Vorrei davvero che partecipassi a tutto, ma non puoi ancora farlo. Non è il momento giusto."
Sorrisi, e cercando di alleggerire la tensione, con tono ironico dissi "Adesso papà scopera duramente tua sorella... molto duramente" dissi, e sentii Giulia emettere un piccolo squittio di sorpresa e piacere. "Ma tu starai qui con noi, nel lettone, sulla piazza di fianco. Se vuoi, puoi tenere la mano a Giulia per darle la forza di superare quello che le succederà."
Giulia fece un altro verso, un misto di shock e apprezzamento. L'idea di avere la sorella come testimone e supporto aggiungeva un livello di perversità che ci eccitava tutti.
Eleonora sembrava accettare l'idea con un misto di curiosità e rassegnazione. Salì sul letto e si sdraiò, allungando la mano per afferrare quella della sorella.
Tornai a guardare l'oggetto del mio desiderio.
Mi spogliai velocemente, gettando i vestiti a terra senza cura. Le salii sopra, schiacciando il mio corpo contro il suo, riprendendo a baciarla con una fame che non conosceva sazietà. Le mie mani frugavano ovunque: tra le cosce, sui fianchi, risalendo verso i seni.
Giulia, con la mano libera, afferrò il mio pene. Sentii un brivido violentissimo attraversarmi quando le sue dita sottili e calde si serrarono attorno a me. Era un contatto elettrico.
Mi posizionai all'ingresso della sua vagina. Sentivo il calore che emanava, un vapore invisibile che mi richiamava a sé. Spinsi lentamente, sentendo la resistenza iniziale della sua carne, e poi scivolai dentro alla perfezione.
Giulia sospirò profondamente, chiudendo gli occhi. Rimase immobile per qualche secondo, abituandosi all'intrusione, al volume del mio membro che riempiva ogni spazio vuoto. Poi, iniziai a muovermi.
Dapprima furono movimenti lenti, misurati, ma in breve tempo la foga prese il sopravvento e iniziai ad affondare in lei con forza e ritmo. Giulia iniziò a inarcare la schiena, spingendo contro di me, cercando di assorbire ogni millimetro della mia penetrazione.
"Sì... papà... così..." ansimava lei.
Era in estasi. Si dimenava sotto i miei colpi, preda di un piacere che sembrava consumarla. In quel momento di delirio, strinse con forza la mano di Eleonora e la tirò a sé.
Eleonora, trascinata dalla sorella, si avvicinò. Giulia, in un gesto di improvviso di passione, la baciò. Un bacio profondo, carnale, mentre io continuavo a pompare dentro di lei con tutta la mia forza.
Eleonora sembrava inizialmente stranita, quasi spaventata dalla passione di quel bacio, ma poi ci prese gusto. Iniziò a ricambiare, alternando baci completi a piccoli, sfuggenti bacetti sul viso della sorella, che ogni tanto era costretta a staccarsi per via di un orgasmo che le scuoteva tutto il corpo.
Io non mi fermavo. Pompavo con ritmo brutale, palpandole i seni, stimolando il clitoride con le dita mentre i miei colpi scuotevano il letto.
"Oh Dio... papà... non ce la faccio..." gridava Giulia, con frasi sconclusionate, tra l'estasi e il dolore.
"Sei mia, Giulia. Solo mia" le rispondevo all'orecchio, con parole di possesso che la facevano vibrare ancora di più.
Al secondo orgasmo di Giulia, sentii che non potevo più trattenermi. Un'onda di piacere travolgente mi colpì e venni con forza, inondandole l'utero con un getto caldo e abbondante.
Mi accasciai su di lei, esausto, il respiro che era un rantolo. Poi scivolai di lato, lasciando Giulia al centro, con me da un lato ed Eleonora dall'altro.
La feci posizionare sul fianco, in modo da potermi mettere dietro di lei e abbracciarla a guscio. La mia pelle era incollata alla sua.
"Ho bisogno di qualche minuto di pausa" le sussurrai all'orecchio. "Ma siamo lontani dall'aver finito."
Mentre glielo dicevo, le feci cenno di alzare leggermente la gamba. Usai la mano per trovare nuovamente l'ingresso della sua vagina e la penetrai di nuovo, lentamente, senza fare l'atto del sesso, ma solo per occupare quel posto.
"Lui starà lì, dentro di te" aggiunsi, con un tono quasi infantile, un capriccio di possesso.
Giulia rise, un suono leggero e felice. Guardò Eleonora, che la osservava con gli occhi sgranati, ancora senza fiato.
"Com'è stato?" chiese Eleonora a bassa voce.
Giulia sorrise maliziosamente, guardando il soffitto.
"È stato bellissimo, Ele ...e diversamente da quanto promesso da qualcuno, non mi fa male la figa"
Grugnii con disapprovazione, un suono gutturale che le fece scoppiare a ridere entrambe, un riso liberatorio che riempì la stanza.
Dopo qualche minuto di silenzio, Giulia sembrava aver recuperato il fiato. Rimanendo girata tra le mie braccia, mi chiese con tono timoroso.
"Papà... posso farti una domanda?"
"Sì" risposi con un verso, dandole un bacetto sulla spalla.
"Ma a te... è piaciuto quando i ragazzi mi hanno fatta gattonare verso di loro?"
Il silenzio che seguì fu pesante. Non me l'aspettavo. Rimasi interdetto per un attimo, i pensieri che tornavano a quella spiaggia isolata.
Visualizzai la scena. La vidi, nuda, vulnerabile, che gattonava verso quei bruti. Ricordai l'immagine dei suoi seni pieni che ondeggiavano verso il basso a ogni passo, la vista del suo sedere che si muoveva in modo ipnotico. Ricordai gli epiteti offensivi dei ragazzi, le loro risate lussuriose, il modo in cui la guardavano come un oggetto da consumare. E poi, l'immagine del suo viso: afflitto, impotente, sottomesso.
In un istante, sentii il mio membro tornare a essere di marmo dentro di lei. La reazione fisiologica fu immediata.
Giulia sentì il cambiamento. Sospirò e rispose a bassa voce "Oh, ho capito..."
Non sapevo cosa dire. Sentii una punta di colpa, l'idea di averla ferita, ma non potevo negare l'evidenza. Era la verità.
"Ti amo, Giulia. Ti amo oltre ogni cosa" dissi, stringendola più forte. "Ma l'idea di vederti in quelle condizioni... mi eccita. Non posso farci nulla, è più forte di me."
Feci una pausa, cercando le parole per spiegarle l'oscurità del desiderio.
"Il sesso può essere fatto di contraddizioni. Lo imparerai con gli anni. Spesso, con tua madre, facevamo giochi violenti. Io ero il dominante, lei la sottomessa. Ed entrambi traevamo piacere da questo. Spesso era lei a chiedermi di essere più brutale."
Sentii il suo respiro farsi più lento.
"Piacere e dolore sono due facce della stessa medaglia, Giulia. Quando scopi, possono confondersi in un unico sentimento."
Giulia rimase in silenzio per un lungo tempo, valutando le mie parole, pesandole. Sembrava che stesse processando quell'informazione, integrando l'idea che l'umiliazione potesse diventare una fonte di piacere.
A un certo punto, un piccolo sorriso apparve sulle sue labbra.
"Una volta... mi farai vedere?"
Il mio cuore accelerò violentemente. La girai verso di me, catturando le sue labbra in un bacio che sapeva di promessa e di oscurità.
Senza più parole, ricominciai a fare l'amore con lei, mentre Eleonora, silenziosa e partecipe, continuava a baciare e stringere la mano della sorella, legandoci tutti e tre in un patto di lussuria e complicità che nessuna legge morale avrebbe mai potuto spezzare.
"Devo proprio andare, Marco. Non posso rimandare. È una questione che riguarda un cliente difficile."
Le parole di mia moglie scivolavano nell'aria come polvere. Mi avvicinai, posando le mani sulle sue spalle. Sentivo i muscoli tesi, quasi vibranti per lo stress.
"Capisco, amore. Non preoccuparti per le ragazze. Ce la caviamo noi."
"Sarai solo con loro per una settimana intera" sospirò lei, alzando finalmente gli occhi. C'era una stanchezza infinita in quello sguardo, una cecità verso ciò che stava accadendo sotto il suo naso. "Spero che tu riesca a gestirle. Giulia è in una fase... complicata."
"Saremo bravissimi" risposi sorridendo, e dandole un bacio sulla fronte.
Mentre la aiutavo a chiudere la valigia, sentivo un formicolio crescere nel basso ventre. Una settimana. Sette giorni di pura follia. L'idea di avere Giulia ed Eleonora solo per me, senza il filtro morale e l'interferenza di Erica, era come una scossa elettrica che mi percorreva la schiena. Mi sentivo il sangue pulsare più forte, un'urgenza animale che lottava per uscire. Solo al pensiero di ciò che avrei potuto fare a Giulia, di come avrei potuto esplorare ogni centimetro di quella giovane pelle, sentivo il membro tendersi violentemente contro il tessuto dei pantaloni.
L'indomani l'alba era un filo di luce grigiastra che tagliava l'orizzonte. In quel luogo popolato da turisti, alle cinque di mattina il mondo era ancora immerso in un silenzio spettrale. Accompagnai Erica all'aeroporto in un torpore quasi ipnotico. I saluti furono rapidi, efficienti, privi di quella passione che un tempo ci aveva uniti. Appena l'auto si allontanò dal terminal, il senso di liberazione fu quasi fisico.
Rientrai a casa verso le otto e mezza. Il sole ormai scaldava i muri bianchi dell'appartamento. Aprii la porta con cautela, il rumore della chiave nella serratura che sembrava un gong nella mia testa. Appena varcata la soglia, le voci delle ragazze arrivarono dalla cucina.
Mi fermai sulla soglia della porta della cucina, restando nell'ombra per qualche istante.
Eleonora era seduta al tavolo. Indossava quel pigiama con gli orsetti, troppo infantile per la sua età. La faceva sembrare ancora di più una bambina, nonostante le curve che iniziavano a reclamare spazio sotto il cotone leggero. Davanti a lei, una ciotola di latte e cereali. Era l'immagine stessa dell'innocenza, una fragilità che mi faceva sentire un predatore e un protettore allo stesso tempo.
Poi i miei occhi scivolarono su Giulia.
Era in piedi, vicino a un ripiano alto della cucina, mi dava le spalle. Indossava come al suo solito la sola camicetta del suo pigiama. Le stava molto grande ed era sufficiente a coprirla anche in basso. In quei giorni di caldo dormiva sempre in quel modo. Era intenta a cercare qualcosa, allungando il braccio verso l'alto. In quel gesto, il tessuto della camicia era risalito, scoprendo con precisione chirurgica una parte del suo fondoschiena.
Rimasi paralizzato. Quelle curve erano perfette, una geometria di pelle chiara e soda che sembrava disegnare un invito esplicito. La luce del mattino filtrava dalla finestra, accentuando ogni dettaglio, ogni minima piega della carne. Il mio respiro divenne pesante, un suono rauco che riempiva il petto. Non riuscivo a staccare lo sguardo da quel pezzo di paradiso esposto.
Eleonora, che era rivolta verso la porta, mi notò per prima.
"Buongiorno, papà!" esclamò con un sorriso luminoso.
Giulia sentì la voce della sorella e si girò subito. I suoi occhi incontrarono i miei. Non c'era sorpresa nel suo sguardo, solo una consapevolezza maliziosa, una sfida silenziosa. Sapeva che l'avevo guardata. Sapeva esattamente cosa stavo provando.
In quel momento, tutto il resto svanì, sostituito da un bisogno primordiale di possesso.
Non salutai. Non sorrisi. Fissai Giulia negli occhi e iniziai a camminare verso di lei con passi decisi, quasi predatori. Lei non si mosse, rimase lì a guardarmi, con un accenno di sorriso che le incurvava le labbra.
Arrivai a un passo da lei. Con un movimento rapido e violento della mano, chiusi lo sportello della cucina che era rimasto aperto, producendo un suono secco, un colpo che segnò l'inizio di qualcosa di irreversibile. Contemporaneamente, la mia mano sinistra scattò verso l'alto, afferrandola per la gola.
Non strinsi per soffocarla. Volevo solo che sentisse la mia pressione, che percepisse il comando. Volevo che sapesse che in quella casa, ora, ero io a dettare le regole.
Giulia emise un piccolo squittio, un suono di sorpresa che però non aveva nulla di spaventato. Al contrario, i suoi occhi brillarono di un'eccitazione palpabile. Il sorriso si fece più ampio, quasi divertito.
Usai l'estensione del mio corpo per spingerla all'indietro. La schiena di Giulia urtò contro il ripiano della cucina. Non le diedi tempo di reagire: la presi di peso, sollevandola e facendola sedere brutalmente sul marmo del bancone.
Ora era lì, a gambe aperte, con me posizionato esattamente nel mezzo, a pochi centimetri dal suo sesso. Il contrasto tra il bianco della camicia e la pelle ambrata delle sue cosce era accecante.
Afferrai i due lembi della camicia. Non cercai i bottoni. Tirai con una forza bruta, un gesto istintivo e violento. I bottoni saltarono uno dopo l'altro, schizzando sul pavimento come piccoli proiettili di plastica. La camicia si spalancò, rivelando in parte i suoi seni, due gemme perfette che emergevano dal tessuto strappato.
Rimasi a fissarli per qualche secondo. Quel gioco di "vedo-non vedo", la pelle che svaniva e riappariva tra le pieghe della camicia, era più erotico di qualsiasi nudità totale. Sentivo il battito del cuore martellarle contro le costole.
Giulia emise un verso divertito, un suono gutturale, quasi un gargarismo di piacere.
"Avresti potuto semplicemente aprire i bottoni, papà, invece di farli saltare tutti" disse con un tono ironico, quasi a voler giocare con la mia foga.
Non ero nell'umore di scherzare. Infilai la mano nella camicia aperta e afferrai il seno sinistro, stringendolo con forza, sentendo la consistenza soda e calda della sua carne. Contemporaneamente, riportai la mano alla sua gola, premendo leggermente.
"Ti ricordi cosa ti ho detto ieri, alla spiaggia?" chiesi, la voce ridotta a un sussurro rauco.
Giulia non rispose a parole. Il suo sorriso divenne complice, un patto sigillato nel silenzio. Accennò un sì con il capo, i capelli mori che le ricadevano sulle spalle.
"Dillo a voce alta, Giulia. Voglio sentirlo."
Lei sospirò, ansimando leggermente. I suoi occhi erano fissi nei miei, carichi di una sfida che mi eccitava a livelli insostenibili.
"Mi hai detto... che mi avresti scopata per ore... fino a farmi male alla figa."
"E anche oltre" aggiungo io, completando la frase.
Senza aggiungere altro, la baciai. Fu un impatto violento, un bacio passionale in cui riversai tutta la frustrazione e il desiderio accumulati in quelle ore di attesa. Le mie labbra schiacciavano le sue, la mia lingua esplorava la sua bocca con un'urgenza quasi rabbiosa.
Giulia rispose con una foga sorprendente. Non era solo un'accettazione passiva; lei combatteva, spingeva, ricambiava con una maestria che non apparteneva a una ragazza della sua età. Le sue mani si intrecciarono nei miei capelli, tirandomi a sé, come se volesse fondersi con me.
Sentivo la sua eccitazione nei movimenti ritmico del suo corpo, nella frenesia delle sue mani e nel suo fiato corto.
La mia mano iniziò a scendere lungo il suo ventre, superando il limite della camicia. Afferrai le mutandine e, con un unico, deciso strattone, le strappai via.
Il suono del tessuto che si squarciava fu come una scarica elettrica. Giulia emise un gridolino di sorpresa e eccitazione, un gemito che partiva dal profondo della gola. Era completamente in balia della mia volontà.
Iniziai a sbottonarmi i pantaloni, l'urgenza di liberare il mio membro ormai insostenibile. Ma proprio mentre stavo per abbassarli, Giulia mi fermò.
Posò la mano sul mio petto, spingendomi leggermente. I suoi occhi cambiarono espressione. La malizia era svanita, sostituita da una serietà improvvisa, quasi solenne.
"Non qui" disse, con un tono fermo, senza spazio per le trattative.
La foga che mi aveva travolto svanì all'istante. Guardai quegli occhi e capii. Giulia non voleva un atto frettoloso in cucina, tra i cereali di Eleonora e l'odore del caffè. Voleva che la prima volta fosse diversa. Pretendeva che fosse fatta per bene, in un letto, con tutto il rituale che l'atto meritava.
In quel momento realizzai una verità fondamentale: nonostante mi fossi messo in una posizione di comando, nonostante la forza fisica e l'autorità, Giulia era la vera regina. Le bastava un solo sguardo, un solo tono di voce per invertire i ruoli e costringermi a seguire il suo ritmo.
Per sdrammatizzare, per non far pesare troppo quel cambio di ruoli, sorrisi in modo malevolo.
"Va bene, principessa. Ma allora andiamo a modo mio."
Senza preavviso, la presi di peso. La sollevai, piegandola a pancia in giù sulla mia spalla, come se fosse un sacco di farina.
Giulia esplose in un urlo divertito. Iniziò a scalciare, a colpirmi la schiena con piccoli pugni, ridendo a crepapelle. Sapevo che non voleva davvero liberarsi; era un gioco, tra di noi.
Mentre mi avviavo verso la porta, Giulia cambiò completamente tono di voce e disse "Vieni anche tu, Ele! Vieni con noi!"
Sentii il cambio di atmosfera. Mi fermai e mi girai guardando mia figlia minore. Aveva un'espressione triste, gli occhi lucidi, un senso di esclusione che le scavava il viso. Ripensai a come ero entrato in cucina: senza salutare, travolgendo Giulia, ignorandola. Mi sentii un bruto.
"Certo che devi venire, Eleonora!" esclamai con un tono allegro, quasi forzato per mascherare l'imbarazzo. "Non potremmo mai andare senza di te!"
Il viso di Eleonora si illuminò istantaneamente. Un sorriso radioso le spianò le rughe della tristezza e si alzò dal tavolo per seguirci.
Ripresi la marcia verso la camera da letto, con Giulia che ancora rideva e si dimenava sulla mia spalla. Ogni scalino che salivamo verso il piano superiore era scandito da uno sculaccione acuto che imprimevo sul suo sedere nudo posto di fianco alla mia testa.
"Papà! Smettila!" gridava lei, ma la sua voce era un invito, non un rimprovero.
Una volta entrato in camera, l'atmosfera era satura di anticipazione. Buttai Giulia sul letto matrimoniale con un gesto brusco. Lei atterrò con un tonfo morbido, i capelli completamente disordinati, il viso rosso per essere stata a testa in giù. Era stupenda. La camicia aperta rivelava il seno destro in modo osceno mentre celava quello sinistro; le gambe erano spalancate, senza alcun velo a coprire il suo sesso, esposta alla luce della stanza.
Feci uno sforzo immane per distogliere lo sguardo da quel paradiso di carne e mi rivolsi a Eleonora.
Le volevo bene, davvero. Non volevo che si sentisse esclusa, ma allo stesso modo non volevo che avesse un ruolo attivo, non ancora. Era troppo piccola, troppo fragile.
Le sfiorai il viso con la mano, con una dolcezza che contrastava con la violenza di pochi minuti prima.
"Anche tu sei bellissima, Leo" le dissi sottovoce. "Vorrei davvero che partecipassi a tutto, ma non puoi ancora farlo. Non è il momento giusto."
Sorrisi, e cercando di alleggerire la tensione, con tono ironico dissi "Adesso papà scopera duramente tua sorella... molto duramente" dissi, e sentii Giulia emettere un piccolo squittio di sorpresa e piacere. "Ma tu starai qui con noi, nel lettone, sulla piazza di fianco. Se vuoi, puoi tenere la mano a Giulia per darle la forza di superare quello che le succederà."
Giulia fece un altro verso, un misto di shock e apprezzamento. L'idea di avere la sorella come testimone e supporto aggiungeva un livello di perversità che ci eccitava tutti.
Eleonora sembrava accettare l'idea con un misto di curiosità e rassegnazione. Salì sul letto e si sdraiò, allungando la mano per afferrare quella della sorella.
Tornai a guardare l'oggetto del mio desiderio.
Mi spogliai velocemente, gettando i vestiti a terra senza cura. Le salii sopra, schiacciando il mio corpo contro il suo, riprendendo a baciarla con una fame che non conosceva sazietà. Le mie mani frugavano ovunque: tra le cosce, sui fianchi, risalendo verso i seni.
Giulia, con la mano libera, afferrò il mio pene. Sentii un brivido violentissimo attraversarmi quando le sue dita sottili e calde si serrarono attorno a me. Era un contatto elettrico.
Mi posizionai all'ingresso della sua vagina. Sentivo il calore che emanava, un vapore invisibile che mi richiamava a sé. Spinsi lentamente, sentendo la resistenza iniziale della sua carne, e poi scivolai dentro alla perfezione.
Giulia sospirò profondamente, chiudendo gli occhi. Rimase immobile per qualche secondo, abituandosi all'intrusione, al volume del mio membro che riempiva ogni spazio vuoto. Poi, iniziai a muovermi.
Dapprima furono movimenti lenti, misurati, ma in breve tempo la foga prese il sopravvento e iniziai ad affondare in lei con forza e ritmo. Giulia iniziò a inarcare la schiena, spingendo contro di me, cercando di assorbire ogni millimetro della mia penetrazione.
"Sì... papà... così..." ansimava lei.
Era in estasi. Si dimenava sotto i miei colpi, preda di un piacere che sembrava consumarla. In quel momento di delirio, strinse con forza la mano di Eleonora e la tirò a sé.
Eleonora, trascinata dalla sorella, si avvicinò. Giulia, in un gesto di improvviso di passione, la baciò. Un bacio profondo, carnale, mentre io continuavo a pompare dentro di lei con tutta la mia forza.
Eleonora sembrava inizialmente stranita, quasi spaventata dalla passione di quel bacio, ma poi ci prese gusto. Iniziò a ricambiare, alternando baci completi a piccoli, sfuggenti bacetti sul viso della sorella, che ogni tanto era costretta a staccarsi per via di un orgasmo che le scuoteva tutto il corpo.
Io non mi fermavo. Pompavo con ritmo brutale, palpandole i seni, stimolando il clitoride con le dita mentre i miei colpi scuotevano il letto.
"Oh Dio... papà... non ce la faccio..." gridava Giulia, con frasi sconclusionate, tra l'estasi e il dolore.
"Sei mia, Giulia. Solo mia" le rispondevo all'orecchio, con parole di possesso che la facevano vibrare ancora di più.
Al secondo orgasmo di Giulia, sentii che non potevo più trattenermi. Un'onda di piacere travolgente mi colpì e venni con forza, inondandole l'utero con un getto caldo e abbondante.
Mi accasciai su di lei, esausto, il respiro che era un rantolo. Poi scivolai di lato, lasciando Giulia al centro, con me da un lato ed Eleonora dall'altro.
La feci posizionare sul fianco, in modo da potermi mettere dietro di lei e abbracciarla a guscio. La mia pelle era incollata alla sua.
"Ho bisogno di qualche minuto di pausa" le sussurrai all'orecchio. "Ma siamo lontani dall'aver finito."
Mentre glielo dicevo, le feci cenno di alzare leggermente la gamba. Usai la mano per trovare nuovamente l'ingresso della sua vagina e la penetrai di nuovo, lentamente, senza fare l'atto del sesso, ma solo per occupare quel posto.
"Lui starà lì, dentro di te" aggiunsi, con un tono quasi infantile, un capriccio di possesso.
Giulia rise, un suono leggero e felice. Guardò Eleonora, che la osservava con gli occhi sgranati, ancora senza fiato.
"Com'è stato?" chiese Eleonora a bassa voce.
Giulia sorrise maliziosamente, guardando il soffitto.
"È stato bellissimo, Ele ...e diversamente da quanto promesso da qualcuno, non mi fa male la figa"
Grugnii con disapprovazione, un suono gutturale che le fece scoppiare a ridere entrambe, un riso liberatorio che riempì la stanza.
Dopo qualche minuto di silenzio, Giulia sembrava aver recuperato il fiato. Rimanendo girata tra le mie braccia, mi chiese con tono timoroso.
"Papà... posso farti una domanda?"
"Sì" risposi con un verso, dandole un bacetto sulla spalla.
"Ma a te... è piaciuto quando i ragazzi mi hanno fatta gattonare verso di loro?"
Il silenzio che seguì fu pesante. Non me l'aspettavo. Rimasi interdetto per un attimo, i pensieri che tornavano a quella spiaggia isolata.
Visualizzai la scena. La vidi, nuda, vulnerabile, che gattonava verso quei bruti. Ricordai l'immagine dei suoi seni pieni che ondeggiavano verso il basso a ogni passo, la vista del suo sedere che si muoveva in modo ipnotico. Ricordai gli epiteti offensivi dei ragazzi, le loro risate lussuriose, il modo in cui la guardavano come un oggetto da consumare. E poi, l'immagine del suo viso: afflitto, impotente, sottomesso.
In un istante, sentii il mio membro tornare a essere di marmo dentro di lei. La reazione fisiologica fu immediata.
Giulia sentì il cambiamento. Sospirò e rispose a bassa voce "Oh, ho capito..."
Non sapevo cosa dire. Sentii una punta di colpa, l'idea di averla ferita, ma non potevo negare l'evidenza. Era la verità.
"Ti amo, Giulia. Ti amo oltre ogni cosa" dissi, stringendola più forte. "Ma l'idea di vederti in quelle condizioni... mi eccita. Non posso farci nulla, è più forte di me."
Feci una pausa, cercando le parole per spiegarle l'oscurità del desiderio.
"Il sesso può essere fatto di contraddizioni. Lo imparerai con gli anni. Spesso, con tua madre, facevamo giochi violenti. Io ero il dominante, lei la sottomessa. Ed entrambi traevamo piacere da questo. Spesso era lei a chiedermi di essere più brutale."
Sentii il suo respiro farsi più lento.
"Piacere e dolore sono due facce della stessa medaglia, Giulia. Quando scopi, possono confondersi in un unico sentimento."
Giulia rimase in silenzio per un lungo tempo, valutando le mie parole, pesandole. Sembrava che stesse processando quell'informazione, integrando l'idea che l'umiliazione potesse diventare una fonte di piacere.
A un certo punto, un piccolo sorriso apparve sulle sue labbra.
"Una volta... mi farai vedere?"
Il mio cuore accelerò violentemente. La girai verso di me, catturando le sue labbra in un bacio che sapeva di promessa e di oscurità.
Senza più parole, ricominciai a fare l'amore con lei, mentre Eleonora, silenziosa e partecipe, continuava a baciare e stringere la mano della sorella, legandoci tutti e tre in un patto di lussuria e complicità che nessuna legge morale avrebbe mai potuto spezzare.
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Helium5
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