In spiaggia con le mie figlie - 6 Risveglio

scritto il 2026-11-01 tempo di lettura 13 min

di
genere
Etero, Incesti, Masturbazione
cura
A−

Mentre camminavo di ritorno verso il nostro telo, sentivo il cuore battere contro le costole, un ritmo irregolare che mescolava l'orrore, l'eccitazione residua e un senso di colpa che però non riusciva a soffocarne l'estasi oscura. Accanto a me, Giulia camminava a testa bassa, i capelli mori che le ricadevano sulle spalle nude, mentre Eleonora ci guardava in silenzio, con quell'espressione smarrita e curiosa di chi ha visto un mondo adulto aprirsi violentemente davanti a sé.
Il silenzio tra noi era denso, quasi solido. Quando finalmente raggiungemmo l'ombra dell'ombrellone, ci lasciammo cadere sul telo. Eravamo nudi, esposti, non solo al sole ma alla verità cruda di ciò che era appena accaduto.
Improvvisamente, Giulia scoppiò. Non fu un pianto graduale, ma un crollo immediato. Si rannicchiò su se stessa, portando le ginocchia al petto, e iniziò a piangere a dirotto. I singhiozzi le laceravano la gola, scuotendo tutto il suo corpo giovane.

Il mio cuore si spezzò in un istante. Le avevo forse attribuito una forza che non aveva?
Mi avvicinai, avvolgendola in un abbraccio che cercava di riparare l'irreparabile, mentre Eleonora, mossa da un istinto protettivo, si accoccolò dall'altra parte, premendo il suo piccolo corpo biondo contro la sorella.

"Scusami, Giulia... per l'amor di Dio, scusami," sussurrai, stringendola forte, sentendo la pelle calda e leggermente sabbiosa contro la mia.
"Non avrei mai dovuto permettere che accadesse. Non avrei dovuto lasciarti in mano a quei mostri. Mi odio per averti fatto subire quella tortura."
Giulia scosse la testa tra i singhiozzi, cercando di riprendere fiato. Si staccò leggermente da me, gli occhi arrossati e le guance lucide di lacrime e sudore.
"Non... non è per quello," riuscì a dire, con la voce roca. "Non piango perché... perché mi hanno costretta."
Rimasi interdetto, guardandola confuso.
"Allora perché?" chiesi, accarezzandole i capelli.
"Avevo solo... avevo solo tanta paura" rispose lei, asciugandosi il viso con il dorso della mano. "Avevo paura che potessero farvi del male, che non si sarebbero fermati lì."
Capii che era solo... tensione. Il suo era un pianto di scarico, una valvola di sfogo dopo l'adrenalina del terrore. Dopo qualche minuto, il suo respiro si regolarizzò e il pianto lasciò spazio a un silenzio riflessivo.
"Sei stata fortissima, Giulia" le dissi, guardandola negli occhi. "Davvero. Un coraggio incredibile. Non potrei essere più fiero di te."
Un sorriso sottile, quasi impercettibile, le illuminò il volto ancora rosso per il pianto. I suoi occhi tornarono a brillare di quella luce provocante che avevo imparato a temere e desiderare.
"In realtà" sussurrò, abbassando lo sguardo verso il basso, "fare il pompino in sé non mi ha dato fastidio. Anzi... ero curiosa. Volevo sapere che sensazione dava provare il pene di qualcun altro."
Sentii un brivido risalire lungo la schiena. La sua onestà brutale era inebriante.
"Ma" continuò, l'espressione che si faceva più amara, "non mi è piaciuto quando mi hanno fatta gattonare. Mi sono sentita... umiliata. Mi hanno costretta a farlo solo per guardare le mie tette ondeggiare. Mi sentivo... impotente."
In un gesto istintivo, si portò il braccio sopra i seni, stringendoli come a volerne fermare un movimento che ora non esisteva.
"Giulia, guardami" dissi con voce ferma. "Ricordi cosa ci siamo detti l'ultima volta? Sei bellissima. Sei una creatura splendida e non devi vergognarti di ciò che provochi negli altri. La tua bellezza non è una vulnerabilità, è il tuo potere."
Le presi il braccio con delicatezza e lo spostai verso il basso, liberando i suoi seni. I suoi capezzoli erano turgidi, scuri, un invito alla stimolazione.
"Non nasconderti. Sii fiera di queste tette perfette" aggiunsi, indugiando con lo sguardo.

Fu allora che li vidi. Sulle curve pallide e setose dei suoi seni, c'erano dei segni. Lunghe macchie rosso vivo, impronte di dita che avevano stretto troppo forte, palpeggiamenti violenti che avevano lasciato il marchio sulla pelle delicata. Sentii una fiammata di rabbia mista a un desiderio perverso: quei ragazzi avevano toccato ciò che apparteneva a me, ma l'idea che fossero stati così brutali con lei, alimentava un'eccitazione oscura in me. Non dissi nulla, per non rompere l'incantesimo.

Giulia, sospirò e continuò il suo racconto.
"Però... c'è una cosa, ...strana" disse, arrossendo visibilmente. "Ho provato piacere quando alla fine quel biondo mi ha quasi soffocata. Quando mi teneva la testa ferma e continuava a spingere in gola senza lasciarmi respirare... mentre veniva. So che è strano, papà. So che è una contraddizione, ma quel gesto era così... sporco. Mi sentivo sottomessa e posseduta e... stranamente mi è piaciuto."
Mi rimase lo sguardo fisso. L'ammissione era scioccante, ma in quel contesto di depravazione condivisa, suonava come una verità assoluta.
"Può succedere, Giulia," risposi, cercando di mantenere un tono calmo nonostante il tumulto interno. "Alcune volte è possibile provare piacere anche se l'atto in se è apparentemente violento o doloroso. Il sesso è pieno di questo tipo di contraddizioni."
Eleonora, che era rimasta in ascolto con gli occhi sgranati, si intromise improvvisamente.
"Ma papà, proprio in quel momento è successa anche una cosa strana tra te e me!" esclamò, con la sua voce ancora infantile ma carica di una consapevolezza nuova. "Ti ricordi? Ho sentito una sensazione strana dentro di me."
Sentii il sangue pompare nelle tempie. L'imbarazzo mi assalì per un istante, ma poi guardai Giulia, che mi osservava con una curiosità quasi predatoria. Non mentii.
"In effetti.." ammisi, abbassando la voce, "quella scena... vedere quel ragazzo che ti veniva in bocca, Giulia, tenendoti la testa ferma... era estremamente erotica. Mi sono immaginato i fiotti di sperma che ti innondavano la gola e.. vederti così, in quel modo, mi ha fatto impazzire. Tanto che non ho resistito e sono venuto."
Giulia sgranò gli occhi. Il silenzio che seguì fu elettrico. Si voltò lentamente verso Eleonora, poi tornò a me.
"Vuoi dire che... gli sei venuto dentro?" chiese Giulia, con un tono di voce che oscillava tra lo shock e l'incredilità.
Eleonora disse, confusa. "Cosa vuol dire 'venire dentro'?"
"Vuol dire che ti ha messa incinta" disse Giulia con tono accusatorio, "Ora avrete un bambino".
"No, no no.." mi affrettai a dire "aspetta, aspetta... qui nessuno avrà dei bambini!".
Giulia sollevò le sopracciglia con espressione scettica.
Proseguii "Vi ricordate quando 5 anni fa il vostro papà era stato ricoverato per 2 settimane in ospedale? In quell'occasione mi avevano fatto un'operazione e da allora non posso più avere bambini"
Le due si rilassarono visibilmente stupite ma sollevate. Quando la tensione si scarico, Giulia spostò lo sguardo verso il punto in cui Eleonora era seduta. La pelle chiara della gamba della piccola era macchiata. Un rivolo di sperma, biancastro e denso, stava lentamente scivolando fuori dalla sua vagina, tracciando una scia lucida sulla pelle.

Senza dire una parola, Giulia allungò la mano. Con un movimento lento, quasi rituale, avvicinò le dita alla fessura di Eleonora e raccolse una piccola quantità di quel liquido. Lo osservò per un istante, poi, con un gesto di una audacia sfacciata, portò le dita alle labbra e le leccò, assaggiando il mio seme.
Guardò me e sorrise, un sorriso malizioso, quasi crudele nella sua sensualità.
"Eh sì, è proprio la tua," disse, ridendo leggermente. "Mi piace di più di quella del ragazzo."
Rimasi pietrificato. Quell'atto di curiosità, quel sapore condiviso, aveva rotto l'ultima diga della mia sanità mentale. Mi resi conto in quel momento di aver perso completamente la testa per mia figlia. La moralità non era più un limite, ma un ostacolo che avevo appena superato.
Il mio sguardo divenne fisso, serio, carico di una promessa oscura.
"Solo per questo gesto" dissi con voce bassa e gutturale, "potrei scoparti qui, seduta stante, per ore fino a farti sentire male alla figa... e andrei anche oltre."
La tensione sessuale esplose. Giulia non si ritrasse; al contrario, arrossì intensamente, le sue pupille dilatate che assorbivano ogni mia parola. Era lusingata, eccitata dall'idea di essere desiderata con tale violenza dal padre.
In quel momento, lei volse lo sguardo verso l'orizzonte, verso il nuovo gruppo di turisti nudisti che era arrivato sulla spiaggia. Stava calcolando la distanza. Stava valutando se fosse possibile, se potessimo farlo senza essere visti.
Sapevo che erano lontani a sufficienza da non riuscire a distinguere i piccoli gesti, ma non per un rapporto completo. Non dissi nulla, ma il mio sguardo tornò a indugiare sui segni rossi sui suoi seni.

Allungai la mano e sfiorai con estrema delicatezza quelle mammelle stupende. Le punte delle mie dita accarezzarono le zone irritate.

"Ti fanno male?" chiesi, la voce che tremava leggermente.

"Un po' sono doloranti," rispose lei triste. "Ma puoi provare a toccarli... per vedere se è sopportabile."
Ne afferrai uno, stringendolo appena, con una cautela ridicola. Giulia scoppiò a ridere, un suono cristallino che ruppe la tensione.
"Non è necessario che tu faccia così piano, papà! Non sono di vetro."
Il suo tono allegro fu la scintilla. Posai una mano al centro del suo petto e, con una spinta decisa ma fluida, la feci scivolare all'indietro, accompagnandola contro il telo. Giulia si ritrovò sdraiata a pancia in su, le gambe leggermente aperte, il seno che ansimava su e giù.
Mi chinai su di lei. Il calore che emanava il suo corpo era quasi tangibile. Senza esitare, iniziai a leccarle un capezzolo. La lingua esplorò la consistenza soda, l'estremità turgida che rispondeva a ogni mia carezza. Poi lo strizzai tra i denti, mordicchiandolo con una pressione calcolata, mentre la mia mano palpeggiava l'altro seno, spremendolo, modellandolo, sentendo la consistenza perfetta della sua carne.

"Sei così bella, Giulia," sussurrai tra un morso e l'altro. "Sei una dea."

"Sì... ah... continua, papà... non fermarti," gemette lei, inarcando la schiena.

"Voglio assaggiare ogni centimetro di te. Voglio che tu sappia quanto sei desiderata," mormorai, alternando parole dolci a descrizioni sporche di ciò che avrei voluto farle, di come avrei voluto possederla.

Giulia rispose con rantoli di piacere, le mani che cercavano di aggrapparsi a me, i seni che sussultavano sotto le mie dita. Per qualche minuto, il mondo fu ridotto a quel contatto, al suono del respiro affannoso e al sapore della sua pelle salata.

Poi, improvvisamente, mi fermai.

"Nooo!" esclamò Giulia, con tono di protesta, convinta che volessi interrompere lì il mio massaggio.
In realtà, avevo avuto un'idea. Guardai l'ombrellone. Se l'avessi spostato e piantato molto inclinato, avrei potuto creare una sorta di schermo. Non sarebbe stato sufficiente per scoparla, ma mi avrebbe dato molta più libertà per altro.

"Aspetta qualche secondo" le dissi.

Mi spostai, chiedendo a Eleonora di scostarsi leggermente. Con un gesto rapido e deciso, l'ombrellone venne riposizionato, creando una sorta di tenda privata, un bozzolo di ombra e segretezza in mezzo alla spiaggia soleggiata.

Mi rivolsi a Eleonora, che ci guardava con un misto di gelosia e ammirazione.

"Eleonora, tesoro, puoi fare la guardia? Avvisaci se vedi arrivare qualcuno, ok?"
La piccola annuì con entusiasmo, sentendosi finalmente parte di un segreto importante. "Sì, papà! Ve lo dico subito se qualcuno si avvicina!"
Giulia, vedendo l'artificio dell'ombrellone, mi guardò con una lussuria travolgente negli occhi. Non c'era più spazio per l'insicurezza. Mi avventai di nuovo su di lei, tornando a baciare i capezzoli con una foga rinnovata. La mia bocca scendeva ora più in basso, lungo l'estensione liscia della sua pancia, seguendo la linea dell'ombelico.
Quando arrivai quasi all'altezza del monte di Venere, Giulia mi fermò improvvisamente.
Il suo sguardo era tornato a essere quello di un cerbiatto impaurito. L'insicurezza era tornata a galla.
"Papà... aspetta," sussurrò, le guance rosse. "Ho paura... ho paura di non avere un buon sapore lì sotto. E se... non ti piaccio?"
Sorrisi. L'idea che lei potesse dubitare della sua perfezione era quasi ridicola.

"È impossibile che tu non sappia di paradiso" risposi.

Per rassicurarla, infilai due dita all'interno della sua vulva. Sentii l'umidità immediata, un calore accogliente e vischioso. Le estrassi lentamente, le dita lucide di un liquido trasparente e denso. Senza esitare, portai le dita alla mia bocca e assaporai gli umori di mia figlia.

Il sapore era intenso, ferroso e dolce allo stesso tempo, un nettare che fece esplodere i miei sensi.

"Sapore stupendo, Giulia. Assolutamente stupendo," le dissi, guardandola con desiderio.

Lei sospirò, rilassando i muscoli e aprendo ulteriormente le gambe, concedendomi finalmente l'accesso totale.

Ripresi il mio cammino, arrivando al folto boschetto di peli neri che proteggeva il suo centro. L'odore era inebriante, un mix di sudore, sale e feromoni femminili che agivano su di me come una droga. Senza esitazione, ficcai la lingua nell'ingresso, succhiando con forza i lembi della vulva.
Giulia lanciò un grido soffocato. Era in estasi. Le sue braccia si muovevano freneticamente, le dita che si intrecciavano nei miei capelli, mentre dalla sua gola uscivano rantoli di godimento puro.
"Oh Dio... papà... sì! Proprio lì!"
Io non volevo fermarmi. Ogni goccia di quell'elisir era un premio. Lavorai con la lingua sulla clitoride, alternando leccate rapide a carezze lente e profonde. Sapevo esattamente dove toccare per portarla al limite. Il sapore di mia figlia era l'unica cosa che volevo consumare per il resto della mia vita.
A un certo punto, sentii il suo corpo irrigidirsi. Inarcò la schiena, sollevando il bacino dal telo, mentre i muscoli della vulva iniziavano a contrarsi ritmicamente.
"Sto... sto venendo! Papà, per favore, non smettere!"
Giulia mi premette la testa contro il suo sesso con una forza quasi violenta, come se volesse fondermi con lei. Io continuai a leccare e succhiare ogni centimetro, ogni singola goccia di piacere, finché non sentii l'ultima contrazione e il suo corpo, finalmente rilassarsi in un lungo, tremulo sospiro.
Eravamo entrambi stremati, coperti di sudore e fluidi, ma immensamente felici. Mi sdraiai accanto a lei con il petto che ansimava.
"Sei stata incredibile" le sussurrai all'orecchio.
"Anche tu, papà... è stato... meglio di qualsiasi altra cosa" rispose lei, accoccolandosi contro di me.
Eleonora, che aveva assistito a tutto dalla sua posizione di sentinella, si sentì improvvisamente esclusa. Non riuscì a resistere e saltò addosso a entrambi, abbracciandoci con forza.
"Vi voglio tanto bene!" esclamò, ridendo.
Ci abbracciammo tutti e tre, nudi, intrecciati in un groviglio di arti e pelle sotto l'ombra dell'ombrellone. Giulia e io eravamo sotto, mentre Eleonora si era posizionata a metà tra di noi, la testa appoggiata sul mio petto e le gambe intrecciate con quelle della sorella.
"È stato bellissimo vedervi insieme" disse Eleonora, chiudendo gli occhi.
In quel momento, mentre il sole della Sardegna continuava a bruciare fuori dal nostro rifugio, sentii che eravamo diventati qualcosa di nuovo. Non eravamo più solo una famiglia. Eravamo un patto di segreti, una complicità oscura e lussuriosa che ci legava indissolubilmente.
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