Hai da accendere? 2

scritto il 2026-10-12 tempo di lettura 43 min

di
genere
confessioni
cura
A−

Sono passati due mesi da quella notte alla Pignasecca. Due mesi in cui l'estate ha iniziato a scaldare l'aria di Napoli e, con essa, la mia seconda vita.
Certe volte mi fermo ancora davanti allo specchio del corridoio prima di uscire di casa. Ma la donna che mi fissa dall'altra parte del vetro non è più quella figura opaca, stanca e invisibile di un tempo. Mi chiamo Matilde. A cinquantuno anni mi guardo e vedo una femmina desiderata, viva, accesa da un fuoco che credevo spento per sempre. I miei capelli biondi con quei riflessi d'argento sembrano brillare di più; la pelle chiara è distesa, e il mio corpo, affilato da anni di yoga, risponde con una vitalità sfrenata.
Con Sergio le cose non sono cambiate, ma adesso non me ne importa più nulla. Il nostro matrimonio continua a trascinarsi stancamente in quel condominio di Marigliano, tra buone notti borbottate a mezz’aria e cene consumate davanti al telegiornale. Ma dove prima c’era rabbia e frustrazione, ora c’è solo una totale, bellissima indifferenza. Sergio non si accorge di nulla, vive nella sua bolla. Non sa che sotto le mie solite camicette eleganti, sotto i pantaloni a sigaretta che mettono in risalto il mio sedere o sotto le gonne abbinate ai soliti tacchi dodici, nascondo un segreto bollente.
Con Giulio abbiamo trovato un equilibrio perfetto, un incastro da manuale. Nonostante i suoi ventisette anni, è un ragazzo incredibilmente maturo e intelligente: sa bene qual è il suo posto, non ha mai avanzato pretese di stravolgere la mia famiglia né vuole crearmi problemi. È l'amante perfetto, attento e riservato, ma capace di tenermi legata a sé con un filo invisibile e potentissimo ventiquattr'ore su ventiquattro.
Il nostro terreno di gioco quotidiano è diventato WhatsApp. Tra una pratica d'ufficio al Centro Direzionale e una commissione, ci scambiamo messaggi continui. Si va dalle chiacchiere più ordinarie, leggere e ironiche, fino a improvvise fiammate di lussuria pura e sfacciata che mi fanno divampare la pelle mentre sono seduta alla mia scrivania.
L’unica vera pretesa di Giulio, l’unica regola del nostro patto, è diventata per me un rituale irrinunciabile. La mattina, prima ancora che io apra l'armadio, arriva il suo messaggio puntuale. Non richiede mai cose a caso: Giulio ha memoria per ogni singolo capo che ho comprato e sa esattamente cosa vuole che io indossi sotto i vestiti da lavoro.
“Oggi ti voglio con la sottoveste nera di pizzo e il perizoma abbinato. E voglio la foto prova prima che tu metta piede fuori di casa.”
All'inizio poteva sembrare un capriccio da ragazzo possessivo, ma io l'ho capita e sentita mia fin dal primo istante. In quel gesto non c'era prepotenza, c'era una forma di possesso sottile e complice che mi faceva impazzire. Sapere che sotto la mia solita veste formale da impiegata stavo indossando esattamente ciò che lui aveva scelto per me mi dava una sensazione di vicinanza fisica pazzesca. Potevano esserci chilometri a dividerci, potevo essere sommersa da pratiche e telefonate al Centro Direzionale o seduta a tavola con mio marito a Marigliano, ma mi bastava avvertire il contatto di quel pizzo o di quel filo sottile sulla pelle per sentire la presenza di Giulio costante, viva, come se le sue dita fossero lì a sfiorarmi sotto la stoffa.
E poi, c'era il gioco della foto. Un momento che era diventato un concentrato di ironia e seduzione pura.
Mi mettevo davanti allo specchio della camera da letto, assicurandomi che la porta fosse chiusa a chiave, e cominciavo a stuzzicarlo. Non gli mandavo mai un semplice scatto banale. Giocavo con la fotocamera del telefono, inquadrando il mio corpo con malizia: un primo piano del seno spinto in alto dalla lingerie trasparente con lo scollo della camicia ancora aperto, oppure uno scatto di spalle al mio pezzo forte, valorizzato al massimo dal perizoma, con la gonna sollevata appena fino ai fianchi e i tacchi già calzati.
Aggiungevo sempre un commento pungente per provocare la sua reazione:
“Comandi eseguiti, signor informatico. Sotto la camicia c'è quello che volevi tu... Adesso però spiegami come faccio a concentrarmi sulle pratiche oggi, sapendo che se mi sfiori con i pensieri vado in cortocircuito?”
Le sue risposte non si facevano mai attendere: vocali brevi, rauchi, carichi di quel tono maschile e possessivo che mi faceva tremare le ginocchia davanti allo specchio:
“Matì... tu mi vuoi far uscire pazzo prima del tempo. Stasera se non ti vedo mi viene una sincope, sei una tentazione continua.”
Quel continuo rincorrersi di messaggi, di foto proibite scattate nell'ombra di casa mia e di promesse piccanti era il motore che alimentava le nostre due uscite mensili. I due appuntamenti fisici a casa sua alla Pignasecca, che io mascheravo senza la minima esitazione come "uscite tra amiche" per un aperitivo lungo o una cena fuori.
Quel pomeriggio ci eravamo dati appuntamento nel solito bar ai margini di Piazza Nazionale, un posto che ormai sentivamo un po' "nostro". Avevo curato l'abbigliamento nei minimi dettagli, con quell'armonia perfetta tra quello che si vedeva fuori e ciò che nascondevo dentro.
Indossavo una camicetta leggera, bianca, con un ampio scollo a barca che lasciava scoperte le spalle, abbinata a una gonna a tubino blu navy che mi fasciava i fianchi e le cosce, fermandosi circa sei o sette centimetri sopra il ginocchio, valorizzando al massimo la linea delle gambe e il mio sedere. Ai piedi avevo messo un paio di sandali modello mules con un tacco a spillo da dodici centimetri: calzature che mi inarcavano la schiena e mi facevano sentire dannatamente bella, potente e femmina. Ma il vero pezzo forte era nascosto sotto la stoffa, scelto come sempre da Giulio: un reggiseno senza bretelle con le coppe leggermente trasparenti e un perizoma color carne, impalpabile, che andava a definire in modo preciso e pulito la curva del mio culo. Mi sentivo addosso un mix esplosivo di eleganza e perversione segreta.
Ero seduta al tavolino all'aperto quando vidi Giulio arrivare. Appena mi scorse, si fece avanti a passo lento, fermandosi a un paio di metri da me per studiarmi. Mi guardava con quegli occhi castani attenti, profondi, come se stesse ammirando un'opera d'arte esposta in un museo. Quello sguardo mi entrò dritto dentro: provai una gioia e un'orgoglio pazzesco, mentre al basso ventre sentii chiaramente un'ondata di piacere calda, ritmica, scandita come dal battito di un tamburo che accelerava i miei sensi.
Si sedette di fronte a me, prendendomi le mani sopra il tavolo.
«Matilde... sei illegale» disse con una naturalezza e una sincerità disarmanti. Non erano i soliti complimenti di circostanza che si dicono per fare colpo: nelle sue parole, nel tono della sua voce, si percepiva chiaramente quanto trovasse la mia bellezza e la mia eleganza del tutto irresistibili.
Poi, lo sguardo di Giulio scivolò lungo le mie gambe, soffermandosi sui miei piedi calzati nei mules.
«Nuovo acquisto?» mi chiese con un sorrisetto. «Ti stanno da Dio. Ti disegnano un piede fantastico.»
L'occasione era troppo ghiotta per non stuzzicarlo. Lo guardai con un'espressione furba, socchiudendo gli occhi con malizia:
«Ah sì? Non dirmi che anche tu, essendo più giovane, fai parte del partito degli amanti dei piedi?» gli chiesi ridacchiando, provocandolo tra l'ironico e il sensuale.
Giulio non rispose subito. Mi fissò dritto negli occhi con un sorrisetto deciso. Poi, protetto dalla lunga tovaglia del bar che scendeva lungo il tavolo nascondendo tutto agli sguardi dei passanti, fece la sua mossa.
Allungò il braccio da sotto e, con una presa ferma ma incredibilmente dolce, afferrò la mia caviglia. Mi stese leggermente la gamba, portando il mio piede verso di sé, e iniziò a massaggiarmi la caviglia. Con le dita calde e lente risalì lungo il polpaccio, accarezzando la pelle nuda fin dentro la piegatura del ginocchio, sotto il bordo della gonna a tubino.
Senza staccare i suoi occhi dai miei, abbassò appena la voce, pronunciando parole nette, maschili:
«No, Matì... io sono della vecchia scuola. In una donna guardo tre cose: gli occhi, il seno... e il culo.»
Al sentire quelle parole così schiette e al contatto di quelle dita che mi accarezzavano il retro del ginocchio sotto il tavolo, sentii un brivido violento percorrermi la spina dorsale. La poca stoffa del perizoma color carne si bagnò di colpo, fradicia del mio umore, mentre il viso mi si avvampò di un calore improvviso. La mia mente fu invasa all'istante da una raffica di fantasie oscene, immaginandomi già sbattuta da qualche parte con quel tubino tirato su e le dita di Giulio a fare il resto.
L'arrivo del cameriere — un ragazzo simpatico che ormai conoscevamo e chiamavamo per nome — fu come una secchiata d'acqua gelata sul nostro sogno a luci rosse. Poggiò sul tavolino i nostri due tè freddi con limone, dato che l'afa di inizio luglio cominciava a farsi sentire, spezzando quell'incantesimo erotico e costringendo Giulio a sfilare a malincuore la mano da sotto la mia gonna per lasciar andare la mia gamba.
Appena il cameriere si allontanò, ci guardammo negli occhi e scoppiammo a ridere insieme. Una risata complice, aperta, rilassata. Era palese a entrambi quanta lussuria e quanta fame ci fossero nell'aria: eravamo due elettricità che si toccavano, un affiatamento così naturale da fare quasi spavento.
Mentre girava la cannuccia nel bicchiere, notai che Giulio era diventato improvvisamente un po' strano, quasi esitante. Lui, solitamente così sicuro di sé e diretto, cominciò a prendere un giro un po' largo, evidentemente nel timore che io potessi rifiutare o giudicare la sua iniziativa fuori luogo.
«Matì... ascolta» esordì guardando prima il tavolo e poi me. «Tu per caso sei libera per tutta la giornata del venticinque luglio?»
Lo guardai incuriosita: «Il venticinque? Credo di sì, non ho impegni particolari. Come mai?»
Mi spiegò che uno dei suoi migliori amici si sposava proprio quel sabato e che la festa si sarebbe tenuta in una splendida villa a Lucrino, nei pressi di Pozzuoli. Poi, fissandomi negli occhi con un velo di timidezza che lo rendeva adorabile, buttò lì la richiesta:
«Vorrei che venissi con me. Come mio accompagnatore ufficiale. Ti va di essere il mio "+1"?»
Rimasi letteralmente senza parole. Per un istante il brusio di Piazza Nazionale sparì. Mi sentii investita da un'ondata di orgoglio così potente da farmi salire un groppo in gola. Non ero soltanto la donna sposata con cui fare sesso di nascosto nell'appartamento della Pignasecca; per Giulio ero molto di più. Lui vedeva la donna nel suo complesso, la mia eleganza, la mia persona, ed era fiero di mostrarmi al suo mondo, di camminarmi accanto davanti ai suoi amici di sempre senza vergognarsi dei miei cinquantuno anni.
In quel secondo, il confronto con il piattume assassino di Sergio fu impietoso, quasi crudele. Sergio, che da dieci anni mi trattava come un soprammobile polveroso di casa, ormai occupava uno spazio minimo, irrilevante, nella mia scala di valori. Di fronte a me c'era un ragazzo di ventisette anni che mi faceva sentire la regina del mondo.
«Giulio... ma sei sicuro? Cioè... mi faresti davvero felice, mi piacerebbe tantissimo!» gli risposi con un sorriso radioso che non riuscivo a contenere.
Ma le sorprese non erano finite. Non appena gli diedi la mia conferma, Giulio si sporse sul tavolo e, fermando ogni mia ipotetica obiezione, disse con tono perentorio:
«Benissimo. Allora all'abito e alle scarpe abbinate ci penso io. Te li regalo io.»
Cercai subito di protestare: «Ma no, Giulio, scherzi? Me lo compro da sola, ci mancherebbe altro...»
Lui piantò le sue mani sul tavolo e mi interruppe , inamovibile, sfoderando quel suo dialetto caloroso e pieno di fascino:
«Matì, nun esist'! Il vestito te lo faccio io. Tu già me’ fatt’ nu regal' esagerat' dicendomi di sì.»
Quelle parole mi arrivarono dritte al cuore e alla pancia: forti, audaci, terribilmente sensuali e dolci allo stesso tempo. Sentii lo stomaco contrarsi per l'impazienza. L'idea di indossare un abito scelto e regalato dal mio amante, di camminare al suo fianco a quel matrimonio e di sentire i suoi occhi e quelli degli altri su di me, mi proiettò in uno stato di euforia pura. Non vedevo l'ora che arrivasse quel giorno.
Qualche giorno dopo, Giulio mantenne la promessa. Mi portò a fare shopping in una delle zone più esclusive di Napoli, risalendo verso via Gaetano Filangieri, tra le boutique di alta moda e le vetrine più raffinate. Varcammo la soglia di un atelier elegante e, dopo aver provato vari modelli, fu lui a scegliere quello perfetto: un abito blu notte in stile impero, con un tessuto fluido che scivolava lungo le forme, segnando il punto vita e accarezzando il seno con una classe disarmante.
Quando uscii dal camerino e mi specchiai, mi mancò il fiato. Non mi riconoscevo: con quel vestito addosso mi sentivo bella, incredibilmente elegante e viva come non ero mai stata in tutta la mia vita. Ma lo specchio mi restituiva anche un altro riflesso: quello di Giulio, seduto sulla poltroncina della boutique, che non mi staccava gli occhi di dosso. Mi stava letteralmente spogliando con lo sguardo, esaminando ogni centimetro di quella stoffa che aderiva al mio corpo.
Sentire quella bramosia così intensa mentre eravamo in un negozio elegante, circondati da commesse e abiti di lusso, mi fece scaturire vampate di eccitazione continue. Il cuore batteva all'impazzata e a un certo punto ebbi quasi il timore che le commesse potessero accorgersi di quanto fossi bagnata, di quanto quel desiderio mi stesse consumando dentro, lasciandomi fradicia e tremante sotto l'abito blu.
Totalmente rapita da quelle attenzioni e da quell'uomo che sapeva farmi sentire una regina e una preda allo stesso tempo, decisi che dovevo fargli un "regalo" degno di questo nome.
Usciti dal negozio, salimmo in auto. Non tornammo subito verso Marigliano o al Centro Direzionale; Giulio accese il motore e puntò dritto verso Posillipo, fino ad arrivare al celebre Parco Virgiliano, noto da sempre a tutti i napoletani come il "parco dell'amore". Parcheggiammo in una zona più appartata, con la vista spettacolare che si apriva sul golfo di Pozzuoli e Nisida, mentre il sole cominciava a calare tingendo il cielo di sfumature calde.
Non ci fu bisogno di troppe parole. Ci spostammo sui sedili anteriori e in un attimo le nostre labbra si incollarono in un bacio appassionato, disperato. La tensione accumulata durante lo shopping esplose in un attimo. Gli slacciai i pantaloni con mani impazienti, tirando fuori il suo cazzo già duro e pulsante.
Senza esitare, mi sporsi in avanti e scivolai giù, prendendolo in bocca.
Fu un pompino lungo, intenso, carico di una voglia e di una passione irrefrenabili. In quel momento scoprii di essere diventata letteralmente golosa del mio amante: mi piaceva gustarmelo centimetro per centimetro, assaporando la sua consistenza, il suo odore, la sua mascolinità pura. Giulio, con una mano tra i miei capelli biondi, accompagnava il movimento della mia testa, guidandomi con dolcezza e fermezza per farmi scendere sempre più in fondo, fino alla base del suo membro, riempiendomi la bocca e facendomi quasi arrivare all'orlo del soffocamento. Ogni volta che la sua carne toccava il fondo della mia gola, un brivido mi scuoteva la schiena.
Mentre riceveva quel trattamento, Giulio mi guardava dall'alto, con il respiro rotto e la voce roca che mi sferzava i sensi:
«Madonna mia, Matì... Tieni la bocca di fuoco! Che bucchin' ca' m'staj facenn'... Sei una grande zoccola, Matì, non ti fermare!»

Sentire quegli insulti affettuosi, quella lussuria sfacciata detta con quella voce maschile e dominante, accese le mie voglie a livelli inimmaginabili. Continuai a muovermi su di lui con un ritmo sempre più forsennato, succhiando e leccando senza tregua, finché non percepii quel rigidimento e il ritmo accelerato del suo corpo che mi fecero capire che ci eravamo quasi.
Serrai maggiormente le labbra attorno alla sua carne, stringendolo con forza mentre Giulio raggiungeva l'orgasmo. In quel preciso istante, sentii i primi fiotti di seme caldo inondarmi la bocca e scivolarmi dritti in fondo alla gola. Trattenni tutto, gustandomi quel sapore denso e forte e, appena Giulio ebbe concluso, deglutii con cura, ingoiando ogni singola goccia del suo piacere, sentendomi completamente sua.
Ci ricomponemmo poco dopo, con il fiatone e un sorriso ebbro dipinto sul viso. Mi riaccompagnò alla stazione e, nel viaggio in treno di ritorno verso Marigliano, rimasi per tutto il tragitto con una mano appoggiata alla bocca, a sfiorarmi le labbra quasi a voler fissare per sempre nella memoria e sulla pelle ciò che avevo appena fatto con il mio uomo.
Il 25 luglio arrivò con un sole limpido che faceva risplendere il mare di Pozzuoli. Quando finii di prepararmi davanti allo specchio, mi mancò quasi il fiato per l'emozione. L'abito blu notte in stile impero scelto da Giulio scivolava morbido sul mio corpo, fasciandomi i fianchi e valorizzando il punto vita e il seno in modo divino. Ma il vero tocco di classe, l'ultimo regalo che lui mi aveva fatto recapitare insieme al vestito, era un paio di mules firmate con un tacco a spillo di dodici centimetri che mi slanciavano incredibilmente le gambe. Guardandomi le caviglie e l'arco del piede così ben disegnato, non potetti fare a meno di sorridere tra me e me con malizia: «Alla fine, sotto sotto, un po' i piedi li ha guardati pure lui...»
Sotto l'abito blu non portavo quasi nulla: solo il perizoma invisibile scelto da lui, pronto a sparire.
Raggiungemmo la villa a Lucrino insieme, nell'auto di Giulio. Quando scendemmo e ci avviammo verso il rinfresco affacciato sul golfo, sentii subito gli occhi di tutti addosso. Eravamo una coppia che non passava inosservata: un ragazzo di ventisette anni solido, maschio, vestito di tutto punto, con al fianco una donna di cinquantuno anni tonica, elegante e sfacciatamente desiderabile.
La vera sorpresa arrivò quando Giulio mi condusse dal gruppo dei suoi amici storici. Senza la minima esitazione, cingendomi la vita con un braccio possessivo, mi presentò a tutti dicendo con naturalezza: «Ragazzi, lei è Matilde, la mia compagna».
Sentire quella parola — la mia compagna — pronunciata con tale orgoglio davanti al suo mondo mi fece salire un'ondata di calore e gratificazione che mi fece quasi tremare le ginocchia. Non ero una presenza da nascondere, non ero un'amante clandestina da sfoggiare a porte chiuse. Ero la sua donna.
Durante il rinfresco, mentre osservavo alcune invitate molto più giovani, pettinate e vestite di tutto punto, Giulio mi si avvicinò da dietro. Mi sussurrò all'orecchio con quel suo tono denso, sfiorandomi il collo con le labbra:
«Matì... guardale pure. Non sono minimamente degne di essere paragonate a te. Tu si' nata cos'... Loro non valgono manco la metà di te.»

Quelle parole mi mandarono letteralmente in orbita. Per tutta la giornata ci muovemmo tra i tavoli e il giardino come due complici legati da un filo invisibile. Ogni volta che ci trovavamo al riparo dagli sguardi — dietro un gazebo, vicino alle vetrate o nei corridoi della villa — ci rubavamo baci intensi, veloci, affamati, che lasciavano entrambi con il fiato corto e l'umore che mi bagnava sistematicamente le mutandine.
La miccia esplose definitivamente a serata inoltrata.
Complice il buio e la musica della festa che rimbombava all'esterno, ci allontanammo verso l'interno della struttura, fino a trovare una sala riservata, chiusa e ripartita, usata probabilmente per i buffet privati. Appena chiusa la porta alle nostre spalle, la penombra e il silenzio ci travolsero.
Giulio non perse un solo secondo. Mi tirò a sé con foga, mi sollevò di peso e mi fece sedere sul bordo di un grande tavolo in legno scuro. Sollevò la gonna dell'abito blu fino ai miei fianchi e, con un gesto secco, mi sfilò il perizoma invisibile lasciandolo cadere a terra.
Si aprì i pantaloni, tirando fuori il suo membro già mastodontico e bollente, e senza troppi preliminari, guidato da una fame cieca, si piantò dentro di me in un unico, devastante affondo.
«Ahhh! Giulio!» un grido strozzato mi uscì dalla gola mentre la sua carne mi riempiva completamente.
Mi spinsi all'indietro con le mani appoggiate sul legno del tavolo, divaricando le gambe al massimo e issando i tacchi dodici sui suoi fianchi per offrirgli ogni singolo centimetro di me. Giulio prese a scoparmi con un'energia immane, come se possedesse una forza e una resistenza infinite. Mi martellava con colpi secchi, profondi, continui, facendomi battere il bacino sul tavolo con un ritmo sordo che risuonava nella stanza buia.
L'eccitazione era a livelli così spaventosi che non riuscivo più a controllare il mio corpo né la mia voce. Tra i rantoli di piacere che mi uscivano dalla gola, gli afferrai la camicia, lo tirai a me e gli urlai in faccia senza freni:
«Chiavami amó! Chiavami forte... sfondami a fessa! Fammi sentire più troia delle troie!»
Giulio non si scompose; anzi, con gli occhi sgranati dalla lussuria e la voce roca, mi diede una spinta ancora più profonda, rispondendomi a un palmo dalle labbra:
«Nun t’preoccupà... Tu sei la regina delle troie!»

Sentire quella risposta pronunciata mentre mi stritolava le viscere con il suo cazzo mi fece esplodere dentro un orgasmo feroce, violentissimo, che mi scosse la spina dorsale lasciandomi ansimante, completamente stregata e sua, in mezzo a quella sala buia di Lucrino.
Dopo quel primo orgasmo devastante, Giulio non uscì da me. Rallentò appena la cadenza delle sue spinte, rimanendo piantato nelle mie viscere con tutta la sua lunghezza, e piegò la testa verso il mio orecchio, ansimando forte:
«Sei venuta, eh, zoccola? Ti piace quando ti scopo, vero? Ammettilo che sei la mia puttana e vuoi il mio cazzo...»

Le sue parole, pronunciate con quel tono caldo e possessivo mentre sentivo la sua carne pulsare dentro la mia, mi fecero perdere ogni residuo di controllo. Gli afferrai le spalle con le unghie, rispondendogli con la voce rotta, affannata, impastata dal piacere:
«Sì... sì, so' na zoccola! Ti amo e amo il cazzo tuo, amo come mi scopi... Non ti fermare, continua, t’vogl' ancor'!»
A quella conferma, Giulio ricominciò a spingere sul serio. Riprese un ritmo serrato, brutale, sferrandomi colpi secchi e profondi che mi facevano sobbalzare sul tavolo di legno. Ogni affondo mi spezzava il fiato in gola, facendomi uscire piccoli lamenti continui. Nella foga di quel movimento scomposto, uno dei miei sandali mules si scalzò dal piede, cadendo a terra con un rumore sordo che andò a perdersi nel buio della stanza. Non mi importò nulla: tenevo l'altra gamba ancora alzata, avvinghiata al suo fianco, offrendogli la mia carne senza riserve.
Furono dieci minuti di furia ininterrotta. Giulio mi scopò forte, senza concedermi una pausa e senza alcuna pietà. Sentivo la mia fessa ormai del tutto spalancata, resa morbida e caldissima dal mio stesso umore e dalla continuità dei suoi colpi. Ogni spinta entrava più a fondo della precedente, strofinando contro le mie pareti interne in un modo così denso e totale che mi sembrava di essere stata plasmata solo per contenere lui.
Il secondo orgasmo montò come una marea incontrollabile. Sentii il basso ventre contrarsi in modo violento, involontario; le mie pareti vaginali strizzarono la sua carne con forza spasmodica mentre mi abbandonavo a un lungo brivido che mi percosse tutta la schiena. Giulio avvertì la mia morsa e capì che ero arrivata al limite. Si irrigidì, afferrandomi con forza per i fianchi, e diede gli ultimi colpi devastanti, piantandosi dentro fino all'attaccatura prima di lasciarsi andare.
Un ruggito soffocato gli uscì dalla gola mentre scaricava tutto il suo sperma dentro di me. Sentii quelle gettate calde, dense, riempire la mia figa; un calore liquido che andava ad appagare una fame viscerale, dandomi la sensazione precisa che ogni singola cellula del mio corpo non stesse aspettando altro che il suo seme.
Rimanemmo incastrati l'uno nell'altra per qualche secondo, con i petti che salivano e scendevano all'impazzata e i cuori che battevano all'unisono. Poi, lentamente, Giulio si sfilò, lasciando che un filo denso colasse giù.
Ci ricomponemmo piano piano, con le mani ancora tremanti. Recuperai il sandalo caduto a terra, mi risistemai l'abito blu e il trucco alla meglio, giusto in tempo per sentire il brusio degli invitati che si radunavano all'esterno per il taglio della torta. Uscimmo da quella stanza buia e ci riaggregammo agli altri vicino alla piscina. Ma per quanto cercassimo di darci un contegno, le nostre facce, le labbra leggermente gonfie e gli sguardi accesi raccontavano chiaramente la storia di una lussuria consumata da poco — una fame che, se solo ne avessimo avuto la possibilità, ci avrebbe visti continuare per tutta la notte.
Il viaggio di ritorno in auto fu un misto di stanchezza fisica e di elettricità pura. Giulio mi aveva riaccompagnata vicino a casa, con un bacio veloce d'addio rubato nell'ombra prima che io rientrassi nella mia gabbia.
Quando aprii la porta d'ingresso di casa a Marigliano, l'impatto fu quasi violento. Un silenzio piatto, pesante, che sapeva di stantio. Quell'atmosfera domestica mi sembrò di un freddo mortale, lontana anni luce dal calore, dal sudore e dalla passione travolgente che avevo vissuto lungo tutta quella giornata al fianco di Giulio.
Entrai in punta di piedi. Sergio era già a letto, ma ancora sveglio. Sentii la sua voce impastata arrivare dalla camera da letto buia:
«Matilde? Sei tornata... com'è andato il matrimonio?»
«Sì, stanca morta... è stata una lunga giornata, ora ti raggiungo» risposi con un filo di voce, sforzandomi di mantenere un tono naturale.
Non andai subito a letto con lui. Mi diressi in cucina, al buio, lasciando che la luce fioca della strada filtrasse attraverso i vetri della finestra. Mi spogliai lentamente dell'abito blu in stile impero e dei tacchi, rimanendo mezza nuda in cucina, addosso solo il reggiseno e il perizoma.
Mentre mi versavo un bicchiere d'acqua fresca, nella mia mente continuavano a riaffiorare i fotogrammi di poche ore prima: sentivo ancora il peso del corpo di Giulio sopra di me, il calore del tavolo in legno scuro e soprattutto l'eco di quel cazzo che mi aveva sfondato la fessa in modo martellante, senza pietà, nella penombra di quella sala. Ogni mio muscolo indolenzito ricordava ogni singolo colpo.
Guardai quella cucina, i pensili ordinati, il tavolo dove consumavamo cene silenziose con Sergio e i ragazzi. Mi sembrò tutto improvvisamente estraneo, finto, tossico. Non c'era più nulla di mio in quel posto. La mia mente oscillava senza sosta tra l'uomo che mi aveva riaccesa e quella casa che ormai sentivo come una prigione di carta. E per la prima volta, mentre il sapore di Giulio non voleva saperne di andare via dalla mia bocca, provai solo una profonda, immensa pena per la vita che avevo accettato di fare per troppi anni.
Passarono una quindicina di giorni da quel matrimonio a Lucrino. Agosto era arrivato, portando con sé un'afa soffocante che sembrava paralizzare ogni cosa a Marigliano. In quelle due settimane mi ritrovai a vivere con una lucidità quasi spaventosa la mia doppia esistenza.
Da una parte c'era la Matilde di casa: la moglie trasparente, la madre che prepara le valigie, una presenza silenziosa e invisibile tra le mura domestiche. Dall'altra c'era la vera Matilde: una donna viva, affamata, una troia senza vergogna che al solo sentire la notifica di un messaggio di Giulio andava in cortocircuito. Questa spaccatura non mi spaventava; al contrario, mi dava un senso di superiorità e di potenza incredibile. Sotto gli abiti leggeri e formali che indossavo per stare in famiglia, il mio corpo conservava ancora la memoria di Giulio, dei suoi schiaffi sul culo e della sua carne che mi riempiva.
A inizio mese arrivò il giorno della partenza dei ragazzi: Daniela volò a Mykonos con la sua comitiva, mentre Andrea partì per Sharm el-Sheikh con gli amici. Vederli chiudere i bagagli e salutare sulla porta mi scatenò dentro una strana fantasia. Mentre li guardavo andare via, pensai a quanto avrei voluto prendere un aereo e sparire con Giulio verso una meta esotica. Immaginavo spiagge isolate, mari caldi e camere d'albergo dove restare nudi per tre giorni di fila. I pensieri si facevano pericolosamente vividi: sognavo di essere presa da lui sul balcone di un resort al tramonto, con la brezza marina sulla pelle e la sua bocca sulla mia.
Poi, proprio mentre la casa cominciava a svuotarsi, avvenne il cortocircuito con Sergio.
Stavo sistemando il bucato in bagno quando sentii mio marito urlare dalla lavanderia. Uscì con in mano un perizoma striminzito, un filo di pizzo nero — uno di quelli che mi aveva chiesto di comprare e indossare proprio Giulio. Sergio lo teneva tra due dita come se fosse un ratto morto, convinto che appartenesse a Daniela.
«Ma ti sembra normale?» cominciò a inveire con tono sdegnato, la faccia rossa per la rabbia. «Tua figlia va in giro con queste porcherie addosso? Una donna che indossa una roba del genere fa schifo, è una troia e basta! Ma che educazione le hai dato?»
Rimasi a guardarlo per tre secondi in silenzio. Quel predicozzo moralista, pronunciato da un uomo che non mi toccava da un decennio e che non sapeva minimamente cosa significasse desiderare una donna, mi fece salire un'ondata di odio e di disprezzo che non riuscii a contenere. L'ipocrisia di quel discorso mi fece letteralmente esplodere.
«Innanzi tutto chiudi quella bocca» gli dissi con una voce così fredda e affilata da farlo ibernare sul posto. Mi avvicinai, gli strappai il perizoma dalle mani e gli risposi dritto in faccia: «Questa "porcheria" non è di tua figlia. È mia. E tu sei solo un povero coglione retrogrado. Vaffanculo, Sergio.»
Lui rimase a bocca aperta, spiazzato, incapace di reagire mentre io gli voltavo le spalle per tornare in camera. Il paragone tra lui e Giulio fu brutale, istantaneo: da un lato un uomo spento, bacchettone, che giudicava l'intimo di una donna con disgusto; dall'altro un ragazzo di ventisette anni che quell'intimo me lo chiedeva, me lo sfilava con i denti e mi faceva sentire la femmina più desiderata della terra.
La sera stessa, come se nulla fosse accaduto, Sergio annunciò che sarebbe dovuto andare a Bari per quattro giorni per sbrigare le ultime pratiche di lavoro prima della chiusura estiva dello studio.
«Sì, fai bene. Non ti preoccupare, lavora tranquillo» gli risposi con una totale, gelida indifferenza, senza neanche guardarlo negli occhi.
Mentre gli parlavo, la mia mente era già altrove. Soltanto due minuti prima, chiusa a chiave nel bagno padronale, avevo scattato una foto dal telefono: ero completamente nuda, accovacciata davanti allo specchio, mentre con due dita aprivo delicatamente le labbra della mia fessa per mostrarmi all'amante in tutta la mia bagnata trasparenza. L'avevo inviata a Giulio con un messaggio chiaro: “Guarda cosa si perde chi non sa guardare...”
Quando la porta di casa si chiuse dietro le spalle di Sergio e sentii il rumore della chiave che girava nella toppa, la casa piombò in un silenzio assoluto.
Mi ritrovai sola nel corridoio. Per qualche minuto rimasi immobile, assaporando la sensazione di libertà. Poi, la realizzazione mi colse come una scossa elettrica: quattro giorni interamente da sola. La casa era completamente mia.
Un pensiero folle, audace e terribilmente eccitante cominciò a farsi strada nella mia testa. Perché non ricambiare la cena? Perché non invitare Giulio a casa mia, a Marigliano, nel regno della mia vecchia vita? L'idea di farlo varcare quella soglia, di farlo sedere al tavolo di mio marito e di farlo dormire nel mio letto mi fece tremare le ginocchia per il desiderio. Non c'era più alcun freno inibitorio. La profanazione era pronta ad iniziare.
Quella casa in cui ero entrata venticinque anni prima come una sposa ingenua, dove erano cresciuti i miei figli e che Sergio aveva trasformato in un mausoleo di silenzi e grigiore, stava finalmente per essere sconsacrata. Volevo profanarla, macchiarla, strappare via anche l'ultimo pezzo di quella vecchia vita che mi soffocava. E il modo migliore era farlo portando lì dentro l'unico uomo che mi aveva ridato il battito.
Gli scrissi un messaggio breve, tagliente, carico di un'attesa che non ammetteva repliche:
“Sergio è partito per Bari, i ragazzi sono al mare. La casa è vuota, deserta, tutta per noi. Vieni a prenderti la tua donna, Giulio. Ti aspetto.”
La risposta non tardò ad arrivare, secca e colma di promesse sporche: “Arrivo.”
Da quel momento, l'attesa si trasformò in una tortura deliziosa e perversa. Camminavo avanti e indietro per il corridoio, con il cuore che mi martellava in gola e un brivido costante che mi bagnava le mutandine. Ogni due minuti mi precipitavo alla finestra del soggiorno, scostando appena le tende per controllare la strada nella speranza di veder sbucare la sua auto e vederla parcheggiare sotto casa mia. Tra un controllo alla finestra e un'occhiata al telefono, decisi di fare l'all-in.
Pensai a quella notte a Lucrino, a quando lui mi aveva chiamata zoccola, troia... Termini che all'inizio avrebbero potuto scandalizzarmi e che invece mi erano piaciuti da morire, molto più di quanto fossi disposta ad ammettere. E allora mi dissi: perché no? Perché non prepararmi davvero da troia per il mio amante? Per quell'uomo che ho capito di amare follemente come una ragazzina?
Dissi addio a qualsiasi pudore. Mi spogliai completamente e decisi di non indossare alcun tipo di intimo. Per l'occasione scelsi una sottoveste nerissima, impalpabile e completamente trasparente, che lasciava intravedere ogni singola linea del mio corpo bagnato e la promessa della mia fessa nuda. Ai piedi, per completare quell'opera di seduzione sfacciata, infilai un paio di slingback a punta con un tacco a spillo vertiginoso da tredici centimetri, laccate di nero lucido, che mi inarcavano la schiena e mi facevano sentire una vera e propria regina della notte, pronta a tutto.
Poi, eccolo.
Vidi la sua macchina accostare proprio sotto il palazzo. Il motore che si spegneva, lui che scendeva sistemandosi la giacca. Un lampo di panico mi attraversò la mente per una frazione di secondo: e se qualcuno dei vicini del condominio lo vede salire? E se spettegolano? Ma quell'ansia svanì all'istante, spazzata via da una rabbia liberatoria. Pensai: che si fottano. Non me ne frega niente se vedono Giulio salire da me o cosa possono pensare. Io voglio il mio uomo qui e adesso, e nessuno al mondo è più importante di lui.
Suonò il citofono. Il ronzio metallico risuonò nell'appartamento vuoto. Corsi alla porta con il respiro corto, girai la mandata e la aprii di scatto.
Giulio rimase immobile sull'uscio per un secondo intero. I suoi occhi castani percorsero la mia figura dall'alto in basso, soffermandosi sulla trasparenza della sottoveste che rivelava tutto, sui capezzoli turgidi, sul ventre piatto e sui tacchi a spillo che mi slanciavano. Ero agghindata in un modo dannatamente sexy, eppure, grazie alla mia postura e all'eleganza innata, non risultavo volgare: ero semplicemente vogliosa, sfacciata e decisamente "troia".
Mi guardò con un sorriso famelico, gli occhi scuri di pura lussuria, e prima ancora che potessi dire una sola parola, fece un passo dentro casa, richiudendosi la porta alle spalle.
Non appena la porta si chiuse alle sue spalle, il mondo esterno smise di esistere. Giulio mi afferrò per i fianchi e, con una forza solida e maschile, mi scaraventò di schiena contro il legno duro dell'ingresso.
Prima ancora che potessi riprendere fiato, le sue labbra si incollarono alle mie in un bacio violento, affamato, disperato. Le nostre lingue si cercarono con una frenesia quasi selvaggia, incrociandosi in una passione carica di una violenza erotica che mi fece tremare fin dentro le ossa. Quel bacio, da solo, fu così travolgente che mi costò quasi un orgasmo istantaneo: sentii chiaramente il mio umore colare oscenamente lungo l'interno delle cosce, fradicio e caldo, lasciando la sottoveste trasparente appiccicata alla pelle.
Quando finalmente staccò la bocca dalla mia per lasciarmi respirare, rimase a un millimetro dal mio viso. Il suo sguardo attento, scuro e profondo, mi fissava dritto negli occhi: ebbi la sensazione precisa che mi stesse scopando il cervello ancora prima di toccarmi il corpo.
Notò subito il mio stato di eccitazione incontrollabile, la respirazione affannosa e quella trasparenza bagnata tra le gambe. Mi guardò con un sorriso sghembo, pieno di bramosia, e mormorò con la voce roca:
«Maró, Matì... sei troppo bella. Così sei un sogno, sei una troia spettacolare... e soprattutto sei la mia troia.»

Sentirmi chiamare "la mia troia" in quel modo non mi offese minimamente; al contrario, mi fece salire nel petto un'ondata di felicità pura. Mi sentivo amata, desiderata, voluta, come se in quel preciso momento fossi l'unica cosa che Giulio desiderasse sulla faccia della terra. Quell'appartenenza mi diede una spinta di audacia spaventosa. Gli infilai le mani nei capelli, lo guardai negli occhi e gli risposi con parole dirette, perverse, che mi uscirono dalla gola in modo incredibilmente facile, naturale e liberatorio:
«Sì... sono la tua troia. E voglio che mi scopi e mi fotti qui, proprio nella casa di quel cornuto bacchettone.»
Giulio sgranò gli occhi, e a quelle parole la sua lussuria esplose definitivamente. Mi strinse la nuca con forza, sfiorandomi le labbra mentre mi rispondeva con rabbiosa dolcezza:
«Stasera t’facc' scurdà pur' ca si’ spusat', Matì. Non ti ricorderai manco comm’ s’chiamm' chill’omm' e niente di tuo marito.»

Dopo quelle parole scattò un altro bacio rovente che fece saltare ogni ultimo freno. Tra respiri corti e mani impazienti, ci prendemmo a spogliare proprio lì nell'ingresso. Giulio si sfilò la giacca e la camicia, mentre io mi liberai della sottoveste lasciandola cadere ai piedi, rimanendo completamente nuda con addosso soltanto i tacchi a spillo lucidi da tredici centimetri.
Gli slacciai i pantaloni con frenesia e tirai fuori il suo cazzo, già eretto, duro come la pietra e bollente. Vedermelo davanti, in mezzo al corridoio di casa mia, mi scatenò una fame incontrollabile. Mi inginocchiai al volo sulle mattonelle, inarcando la schiena e offrendogli il mio sedere nudo svettante sui tacchi, e accolsi la sua carne in bocca.
Cominciai a praticargli un pompino spettacolare, avida, muovendo la testa con un ritmo profondo e passionale, leccando e succhiando fino alla base mentre lo guardavo dal basso verso l'alto, decisa a fargli sentire tutto il peso del mio desiderio.
Mentre ero in ginocchio nel corridoio, devota e famelica attorno alla sua carne, Giulio mi teneva la nuca con forza, guardandomi dall'alto con gli occhi sbarrati dalla lussuria:
«Maró, Matì... che bucchinara che sei! Non fermarti... tutto in bocca te lo devi prendere il cazzo, e guardami negli occhi mentre me lo succhi!»

Quelle parole mi colpirono come una sferzata violentissima. Ondate di lussuria pura e piacere oscuro mi travolsero la testa, facendomi diventare ancora più avida di quella carne dura e marmorea. Continuai a succhiarlo per cinque minuti interi, spingendolo ogni volta in fondo alla gola, senza risparmiarmi, finché la mascella non cominciò a farmi male davvero per lo sforzo e per il ritmo forsennato.
A un certo punto, Giulio, rovente di desiderio e impaziente di scoparmi e profanarmi in ogni buco in modo osceno, mi staccò dal suo membro. Provai un velato malcontento, ero totalmente persa in quel pompino e sarei rimasta lì ancora a lungo. Ma lui mi afferrò con decisione, mi prese in braccio mentre io lasciavo cadere i tacchi a spillo sulle mattonelle dell'ingresso, e si fece guidare da me verso la camera da letto.
Varcammo la soglia della stanza padronale. Quello stesso letto matrimoniale che da troppi anni non vedeva più un briciolo di passione o di vita vera stava per essere sconsacrato.
Giulio mi stese sul materasso. Si mise tra le mie gambe spalancate e, prima di prendermi, si chinò su di me per dedicarsi interamente con la lingua e la bocca alla mia fessa. Iniziò a leccarmi con una precisione meticolosa, torturando il mio clitoride già gonfio, con colpi di lingua caldi, sapienti e prolungati. Fu un massacro di piacere così intenso che il cervello mi si spense quasi del tutto; tenevo le mani piantate tra le lenzuola, inarcando il bacino e lasciando uscire lamenti sordi nel buio della stanza.
Quando la mia figa fu completamente fradicia e pronta, Giulio si sollevò. Prese il suo cazzo e, con un affondo secco, preciso e potente, me lo piantò dritto dentro fino all'attaccatura.
«Ahhh! Giulio... Giulio mio!» un urlo di piacere incontrollabile mi esplose in gola mentre pronunciavo il suo nome.
Iniziò a spingere con quel ritmo serrato che il mio corpo ormai conosceva a memoria e amava alla follia. Sentire la sua carne che mi sfondava le viscere proprio lì, sul letto che avevo condiviso per venticinque anni con Sergio, mi diede una scarica di adrenalina e perversione indicibile. Quel gigantesco "sgarro" a mio marito, la dissacrazione fisica di quel luogo grigio, non mi procurava il minimo senso di colpa; al contrario, mi faceva sentire incredibilmente bene, libera, rinata. E soprattutto mi dava la conferma definitiva di quanto fossi follemente, perdutamente innamorata di Giulio.
Andò avanti a fottermi per dieci minuti senza sosta. Sentivo la mia fessa torturata e spalancata dal suo cazzo come mai prima; quasi chiedeva pietà sotto la violenza di quei colpi profondi, potenti, portatori di una lussuria scura che mi stordiva.
A un certo punto, sentii l'onda dell'orgasmo salire in modo prepotente, devastante dal basso ventre. Gli artigliai la schiena con le unghie e gli urlai a un palmo dal viso di aumentare il ritmo, di prendersi la mia carne ancora più bruscamente, senza pietà.
Giulio non se lo fece ripetere due volte. Impresse una cadenza ossessiva, rabbiosa, martellandomi con gli ultimi affondi finché il mio corpo non fu travolto da un orgasmo violentissimo che mi fece tremare le gambe e contrarre le pareti uterine attorno a lui. Pochi secondi dopo, un ruggito gli uscì dal petto e Giulio si scaricò completamente dentro di me, inondandomi la fessa con gettate di sborra calda e densa, che sentii colare profonda come il premio più bello che potessi desiderare.
Rimanemmo distesi sul letto per diversi minuti, con i nostri petti che lentamente ritrovavano un ritmo regolare. Guardai il soffitto di quella stanza che per anni avevo considerato una tomba dell'anima, il luogo dove il matrimonio con Sergio si era dissolto in anni di freddezza, silenzi e totale assenza di desiderio. Vedere il corpo di Giulio adagiato su quelle stesse lenzuola, avvertire il calore della sua pelle e il peso del suo seme ancora dentro di me, diede a quel luogo un significato del tutto nuovo: era la resa dei conti, la sconsacrazione definitiva del mio passato.
Ci avvolse un senso di rilassamento profondo, quasi irreale. Per la prima volta non c'era l'ansia da prestazione del tempo che scorre, né la fretta di ricomporsi, lavarsi e rivestirsi per tornare alle rispettive vite. Sapere che la casa era completamente nostra per giorni, mentre mio marito si trovava a Bari, infondeva una sensazione di libertà assoluta. Ci addormentammo così, nudi, avvinghiati l'uno all'altra, con i corpi ancora caldi e segnati dalla lussuria vissuta poco prima.
Al mattino mi svegliai per prima. La luce delle prime ore filtrava dolcemente attraverso le tende, illuminando il profilo di Giulio mentre dormiva ancora profondamente. Rimasi qualche minuto a guardarlo in silenzio, incantata dalla giovinezza dei suoi lineamenti, dalle spalle solide e dai muscoli distesi. Il mio sguardo scivolò lungo il suo addome fino a notare che il suo membro, in modo del tutto autonomo e spontaneo, era già eretto e teso. Quella visione mi riaccese all'istante una fame improvvisa, un'avidità di bocca e di sensi che sapevo avrei voluto placare di lì a poco.
Fu allora che notai un dettaglio: la finestra della camera da letto era rimasta parzialmente socchiusa per tutta la notte a causa dell'afa estiva.
Per un istante fugace, un brivido di freddo mi attraversò la schiena. Pensai a quanto avevo urlato durante l'amplesso, ai lamenti, alle parole oscene che ci eravamo gridati senza alcun freno. Era altamente probabile che qualche vicino del condominio avesse sentito gran parte di quello che era successo in quella stanza.
Ma il timore durò soltanto una frazione di secondo. Recuperai immediatamente la mia sicurezza, sorridendo tra me e me con una freddezza liberatoria.
Che me ne fotte se mi hanno sentito? Non sono cazzi loro. E di Sergio, ormai, non me ne importa più assolutamente nulla.
In quel preciso istante, mentre il mio amante dormiva al mio fianco nel letto matrimoniale, nella mia testa si fece strada un pensiero limpido, maturo e definitivo. Non si trattava più soltanto di vivere una doppia vita o di nascondere un'evasione clandestina: era arrivato il momento di chiudere per sempre quel capitolo morto. Avrei chiesto il divorzio a Sergio.
Una volta alzati dal letto, andammo in bagno per fare la doccia insieme. L'acqua calda cominciò a scendere sui nostri corpi nudi, massaggiandoci la pelle e portando via i residui della notte, ma senza spegnere la scintilla che continuava a bruciare tra di noi. L'ambiente si riempì rapidamente di vapore, creando un'atmosfera ovattata e intimissima.
Mentre Giulio era fermo sotto il getto, con l'acqua che gli scivolava lungo le spalle larghe e l'addome scolpito, non resistetti. Guidata da quell'avidità di bocca che mi si era accesa al risveglio, mi inginocchiai autonomamente sulle piastrelle della doccia.
Mi portai davanti al suo membro, già rigido e reattivo. Lo impugnai con una mano e lo accolsi tra le labbra con una maestria e una devozione che non sapevo neppure di possedere. Iniziai a praticargli un pompino lento, profondo, magistrale. Usavo la punta della lingua per accarezzare la pelle tesa della cappella, lasciando che il getto dell'acqua ci bagnasse entrambi, per poi scivolare con tutta la bocca lungo l'intera lunghezza di quel cazzo che mi estasiava. Saggiavo la sua consistenza marmorea, la densità della sua carne, facendolo penetrare fino in fondo alla gola, sfiorando il limite del soffocamento per poi risalire con calcolata lentezza, giocando con la sua sensibilità.
Lo guardavo dal basso verso l'alto attraverso il velo d'acqua: Giulio teneva la testa appoggiata alle piastrelle, le mani piantate sui miei capelli biondi e fradici, e la bocca socchiusa in un lamento soffocato dal rumore della doccia.
Dopo sette o otto minuti di quel trattamento ininterrotto, percepii chiaramente l'irrigidirsi dei suoi muscoli e il ritmo accelerato del suo bacino: era pronto ad esplodere.
Non mi tirai indietro di un millimetro. Anzi, mi preparai ad accogliere tutto il suo piacere. Serrai la bocca attorno alla sua carne e rimasi lì, immobile, avida e golosa all'inverosimile. In quel momento, mentre mi prendevo la sua mascolinità sotto l'acqua, sentivo una certezza granitica: una donna di cinquantuno anni non è affatto spenta o finita, ma può essere un incendio di lussuria e passione pura, molto più di una ragazzina.
Quando Giulio arrivò all'orgasmo, i primi fiotti di seme denso e caldo mi inondarono la cavità orale. Non ingoiai subito: tenni il suo sperma per qualche secondo sulla lingua, assaporando la sua consistenza e quel sapore forte, intimo, viscerale che ormai per me era diventato una droga. Soltanto dopo averne assaporato ogni sfumatura, deglutii con cura, ripulendo il suo membro fino all'ultima goccia.
Giulio, ancora ansimante, mi afferrò per le braccia e mi tirò su di scatto. Con una spinta decisa mi bloccò con la schiena contro le piastrelle bagnate della doccia e mi sferrò un bacio avido, profondo, selvaggio, unendo le nostre bocche mentre l'acqua continuava a scorrere sui nostri corpi.
Rimanemmo così per un po', incollati l'uno all'altra nella penombra vaporosa del bagno, prima di chiudere il rubinetto ed uscire finalmente ad asciugarci, pronti a vivere il resto di quella prima giornata di totale libertà.
Non c'è bisogno di raccontare ogni singola ora di quei quattro giorni: per me e Giulio furono una parentesi di pura beatitudine. Fu un continuo e naturale alternarsi tra una quotidianità dolce — cucinare insieme, ridere sul divano, fare colazione in terrazza nudi — e momenti di lussuria sfrenata. In quei gesti semplici mi resi conto di sentirmi infinitamente più "coppia vera" con lui di quanto non fossi mai stata in venticinque anni di matrimonio con Sergio.
Ma c'era anche un lato più selvaggio: Giulio volle letteralmente "marcare" quel territorio che prima non gli apparteneva. Mi scopò e mi fotté in ogni singolo angolo di casa: sul tavolo della cucina mentre preparavamo il caffè, sul divano del salotto, persino contro la scrivania dello studio. Sentirlo prendersi la mia carne e la mia casa in quel modo sfrontato mi dava un'eccitazione perversa e viscerale; adoravo vedere il suo corpo giovane occupare quegli spazi una volta cupi e rimetterli a nuovo con il nostro sudore.
La sera del terzo giorno, però, arrivò il momento dei saluti. Sergio sarebbe rientrato la mattina seguente da Bari. Non provavo alcun rimorso, né dispiacere o paura per il suo ritorno: ero del tutto anestetizzata nei suoi confronti. Ma preferivo evitare scontri futili o insospettirlo prima del tempo, dato che nella mia testa il piano era ormai chiarissimo e tracciato.
Accompagnai Giulio giù, vicino alla sua auto. Ci scambiammo un ultimo bacio profondo nell'ombra della strada, ripromettendoci di sentirci subito su WhatsApp non appena fosse arrivato a casa.
Mentre risalivo le scale del condominio per tornare nel mio appartamento, avvertii dei sussurri. Al piano di sotto, le porte di due inquiline erano socchiuse: due donne del palazzo stavano spettegolando a bassa voce su di me. Sentii chiaramente frammenti di frasi: «...ma l'hai sentita l'altra notte? ...eh sì, e Sergio era a Bari... con chi stava?».
Incredibilmente, invece di spaventarmi o provarne vergogna, quel mormorio mi lasciò addosso una strana, maliziosa soddisfazione. Sorrisi tra me e me. Che parlino pure, che giudichino pure dalla loro gabbia grigia: io avevo riscoperto cosa significasse vivere.
Una volta rincasata, chiusi la porta blindata e andai dritto al sodo. Presi il telefono e digitai il numero di una mia cara amica di vecchia data, un valido avvocato matrimonialista.
«Elena, ciao... scusa l'ora. Ho bisogno di vederti al più presto. Ho deciso: voglio chiedere il divorzio da Sergio.»
Parlammo per una decina di minuti sui primi passi formali da compiere, con me che confermavo ogni dettaglio con voce ferma, lucida, priva della minima esitazione. Quando riagganciai, mi avviai in cucina. Rimasi in piedi, al buio, con lo sguardo rivolto oltre il vetro della finestra, a fissare le luci fredde di Marigliano.
Poi, lo schermo del telefono si illuminò. Un bip sommesso ruppe il silenzio. Era un messaggio di Giulio:
“Sono arrivato a casa, vita mia. Mi manchi già.”
A quella lettura, un sorriso dolce, caldo e profondamente sincero si dipinse sul mio volto. Il passato era chiuso, la casa era stata sconsacrata e la mia vecchia vita non esisteva più. Ora c'era solo lui, l'unica cosa che contasse davvero.
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