La lunga notte 17 — Principessa di giorno, troia di notte

di
genere
dominazione

Ci siamo svegliate da poco. Idra si è data una lavata ed è scesa di sotto a controllare la posta. Lo fa tutti i giorni, ed è sempre vuota. Oggi è tornata con un sorriso che fa vedere tutti i suoi denti, tutti perfetti. Accende la luce sul soffitto ed Elena si rivolta sul divano, lamentandosi.
Finalmente è arrivata una cartolina dal carcere. Idra la sta portando verso il frigo, non so perché le appiccica tutte lì.
C’è scritto solo: “Continua ad amarmi, o fai come vuoi… ma non lasciarmi.”
Nel frattempo Elena si è alzata. Siamo tutte e tre intorno al tavolo adesso. Idra affonda il cucchiaio nel latte mentre Elena dice: “Anche a me è arrivato un messaggino.”
Non so di chi sia, ma lei, per non sbagliare nome e non perdere i clienti, al telefono risponde a tutti: “Amore.”
“Stavolta è davvero il mio amore”, dice Elena.
Idra mi indica col cucchiaio: “Le ho detto che non può pensare che lui si innamori di lei.”
Elena dice: “Voi due siete invidiose, è l’unica verità.”
Idra continua a guardare nel latte. “È facilissimo sposarlo, il tuo cliente, o un altro di loro, ma è impossibile averne amore.” Alza il cucchiaio, se lo ficca in bocca ed Elena dice: “Vedi di non farmi prediche. Tu e Angela siete proprio le ultime che dovrebbero fare discorsi del genere.”
Con la bocca piena di cereali, Idra non la guarda più: “Chi ti mette le mani addosso pagando non ha, e non avrà mai, quel meccanismo che serve per stabilire un contatto emotivo vero con un altro essere umano.”
Elena fa finta di non sentire. Mi toglie il taccuino dalle mani: “Io so chi sei.”
Leggendo le ultime righe aggiunge: “Ora sei ricercata.”
Mi scappa da ridere. Lei si lecca le labbra: “Io e te siamo uguali. Tu eri già una battona quando li hai incontrati. Sai benissimo che una natura è una natura, nessuno può farci niente, nessuno può dire che non si può essere amate lo stesso.”
E io le dico: “Nel mio caso era diverso. Ero con mio marito quella notte.”
“Marito o non marito”, dice Elena, “un cliente è un cliente.” Si passa le mani nei capelli e, prima che io obietti, dice: “Ti sei salvata. Ma adesso non riesci a vivere. E per questo, quando hai conosciuto Idra, stavi per suicidarti.”
Idra la spinge via: “Sta’ zitta.”
Elena resta dritta: “Rilassati. Nessuno saprà mai tutto questo. Chi si darebbe pena di ascoltarci? Nessuno vuole saperlo.”
Idra sgranocchia i cereali e il suo viso, nonostante la pelle scura, è diventato rosso.
Elena si fa spazio spostando la sedia di Idra col piede: “Dato che ieri non m’avete lasciato parlare, ci tenevo a dire che ‘Principessa di giorno e troia di notte’, signore e signori, è una fantasia da imbecilli, ma c’è parecchia gente che ci gioca, come Angela.”
E io spero che la finisca presto, mi giro verso la cartolina che ha ricevuto Idra, fissata al frigo con uno scotch dello stesso giallo dei post-it.
Elena si butta avanti: “Quello slogan fa ridere chiunque conosca un minimo la realtà. Eppure, anche se il nostro lavoro non ha nulla a che fare con il glamour, con la trasgressione o con la ‘liberazione sessuale’ che predicava tua madre, ci sono pure tante donne che idealizzano l’interruttore che tu stessa, Angela mia, usavi per spegnere il cervello e non sentire la fatica, il dolore, la follia che perverte la vita di una troia. Le persone giocano con un’iconografia da film porno, senza capire che noi siamo a casa della dottoressa Idra, perché essere una troia di notte ti consuma dentro e fuori. E dopo vogliono pure venire a raccontarci chi siamo.”
Idra incrocia le dita sul tavolo. “Hai finito?”
“No. Non abbiamo il sindacato, purtroppo. Ma se il marito di Angela fosse qui, direbbe che, ai sensi dell’articolo 498 c.p., chi si dichiara medico senza esserlo commette usurpazione di titoli o di onori. Perché non dovrebbe valere anche per la mia professione?”
Pensare al mio ex-marito che difende qualcuno in tribunale per esercizio abusivo della professione di mignotta mi rallegra la giornata.
Idra richiude il mio block notes: “Perché non c’è un corso di laurea per fare la zoccola.”
Elena si gonfia tutta: “Ti sbagli, ho fatto un lunghissimo tirocinio e ho anche preso il dottorato dei bocchini. E ho dovuto imparare a: conoscere tutte le malattie che si possono prendere, calmare all’istante chi diventa violento, truccarmi, vestirmi nella maniera adatta, stare sui tacchi anche dodici ore di fila senza un lamento, trattare coi magnaccia che sono dappertutto, gestire lacerazioni vaginali, morsi, tagli di tutti i tipi, conoscere gli anticoncezionali e i loro usi alternativi, lo stesso si dica per tutti i lubrificanti sessuali e i giocattoli sessuali e…”
Idra sbatte la fronte sul tavolo.
“Ho dovuto fare vaccini che tu non pensi nemmeno che esistano. Gestire ed evitare aborti, gestire ed evitare le reazioni naturali del mio corpo per non averne reazioni imprevedibili dai clienti. E poi imparare a usare il termocauterizzatore che distrugge i tessuti per rimuovere ogni genere di lesione cutanea, visto che una manciata di infezioni ogni due mesi non me la leva nessuno. E poi c’è da conoscere tutti i kink più richiesti. E mi disturba che chi non ha mai fatto niente di tutto questo osi prendersi la parola troia e indossarla per un giorno, come un paio di orecchini che hai comprato alla bancarella.”
Idra le chiede di nuovo se ha finito.

“No. E anche se quella vecchia col cane è probabilmente morta, e il frate sarà stato assunto in paradiso, terrei anche a specificare che il mio lavoro spesso è piacevole. Che la mia vita non assomiglia affatto a un tunnel senza uscita che attraverso senza sapere dove vado. E prima che tornino dall’aldilà a dirmi che qualcuno mi ha convinta, mi ha manipolata, mi ha spinta… che da qualche parte nel mondo della mia infanzia doveva essere esplosa una bomba atomica della quale il mio cervello ha rimosso il ricordo e il trauma, io risponderò che ho fatto sei anni di terapie reali da giovane. E ho i certificati che attestano che ho fatto tutto da sola, che io volevo farlo. Io non sono una puttana, sono La puttana, certificata, e me ne vanto. E dovrebbero provare anche tutte quelle che si appropriano di un titolo così senza aver mai, un solo giorno, vissuto la mia, la nostra vita. Diffidate degli abusivi.”
Sul frigo di Idra c’è un piccolo quadro della Natività.
Lontana come sono da Dio, ecco cosa mi resta: gente così. Il mio unico legame con la realtà.
La caffettiera borbotta.
Idra bofonchia: “Ho tutta un’altra idea della questione io, ma so che sarebbe come parlare dell’aborto o della pena di morte. Possiamo arrivare fino a Trieste discutendo e ritornare indietro… e ritornare su. Nessuno si metterà mai d’accordo.”
Elena si sta mettendo lo smalto. Soffia sulle unghie per farle asciugare: “Io ho scelto da me, ho il certificato, per il resto pensala come ti pare.”
Idra sbuffa.
Elena soffia: “E ritengo di fare un servizio eccellente all’umanità. La maggior parte dei clienti li riconosco dalle loro macchine. E dentro le macchine riconosco le loro pazzie. Uno dei peggiori veniva tutti i martedì, ora ha smesso. Aveva avuto una baby-sitter, diceva lui, che appena i genitori se ne andavano lo legava a una sedia e gli spegneva le candele sul culo. Diceva che le somigliavo. Mi pagava per fare le parti di quella baby-sitter di merda.”
Idra ha seppellito il viso tra le mani, vedo il suo corpo sussultare.
Elena soffia: “Ridi? Ma non era quello messo peggio. Qualcuno mi chiede di farmi i codini e parlare come una bambina. Ecco, tutte queste cose finirebbero nella società se non ci fossimo noi. Diventerebbero frustrazioni, diventerebbero violenze.” Soffia ancora: “Tutti quelli che vengono da noi, che ci chiedono cose assurde, li prendo io su di me come Gesù pigliò su di sé i peccati del mondo. Diglielo al frate che mi accusava di commettere un crimine contro l’umanità.”
La moka inizia a sbavare caffè. Idra spegne il fornello.
Elena disegna roselline sulle unghie con un pennello a punta fine. “Posso aver sbagliato un sacco di cose in vita mia, ma dire che le mie scelte non le ho fatte per mia volontà è arroganza, e non lo accetto.”
Ma qualche dubbio sulla questione delle scelte ce l’ho anche io.
Scrivo un ricordo sul mio taccuino:
Matteo 10, 30:
“Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati.”
***
È sabato. Mi sono alzata e ho scaldato un piatto di pasta fredda che ho trovato nel frigo. Matteo è ancora in tribunale, l’orologio sul muro dice una cosa spaventosa: ho dormito fino alle 14.45.
Vorrei chiamare Valjet per chiederle come sta Lori, ma so che alle 14.00 sono partite per il secondo cerchio dell’Inferno, quindi stanno lavorando.
Cerco un pensiero che allontani i ricordi di stanotte. Mi viene in mente l’aragosta che voleva Valjet. Potrei portargliela lunedì. Ma non so cucinare l’aragosta. Allora prendo il mio PC, la pagina si apre con una scritta verde: COME PULIRE E PREPARARE L’ARAGOSTA IN BELLAVISTA.

Anche l’azzurro del cielo oggi è spaventoso, sarebbe meglio restare nel rassicurante arancione delle pareti della mia cucina, invece vado a prendere il telefono aziendale per chiamare Dasho, ufficialmente per sentire se posso portare le aragoste lunedì. In realtà ho bisogno che la sua voce faccia rallentare il battito del mio cuore.
Invece mi risponde l’interno VIII — ruffiani e seduttori.
La voce di Redian mi squilla nell’orecchio prima del mio telefono personale, che ho lasciato sul tavolo di là.
“Amore, che è successo?”
“Senti, passami Dasho.”
“È urgente? È andato a portare…” Prima che io risponda dice: “Ah no, eccolo qua.”
La mia faccia nello specchio dice: Interno I — violenti contro la vita e i beni altrui.
“Dimmi.”
“Senti, volevo sapere se posso portare qualche aragosta lunedì, pensavo che…”
“Aragoste per chi?”
“Perché le voleva Valjet.”
Il telefono ride.
“Le porto o no?”
“Portale, se ha ordinato la principessa.”
Torno in cucina.
Una vecchia con due belle perle alle orecchie saluta dallo schermo: “Bentornati, carissimi e carissime… per prima cosa mettete su un’assicella di legno l’aragosta, legate la coda con spago da cucina, poi piegate le antenne sul guscio e legatele.”
Il mio cellulare lampeggia.
“Tenendo l’aragosta con la pancia verso l’alto, praticate due incisioni parallele lungo i fianchi.”
Francesco!
Il video scorre: “Preparate la gelatina…”
La farò col suo cervello. Rispondo: “Che vuoi?”
“Sono le tre, si dorme bene laggiù, vedo.”
Ripeto: “Cosa vuoi?”
“Chiederti il piacere di fare altra beneficenza, mi dispiace di essermi perso quella di ieri. Mi hanno detto che quest’anno tua madre, il giorno dei Morti, non organizza la messa con l’associazione Sant’Eustazio. Ha preferito occuparsi di quelle come te, si vede che qualcosa ha capito. Ma giuro che ho detto solo che lavori, non che lavoro fai.”
Mia madre collabora ogni anno per fare, il giorno dei Morti, una messa in una comunità per malati psichiatrici. Io non ci vado da anni, ma quand’ero più piccola portavo i fiori, i dolci, qualche rosario. Mamma raccoglieva le offerte, a volte coordinava i volontari per mettere su il rinfresco. Al cimitero non ci andavamo mai, lei diceva che è meglio portare fiori a quei morti che non riescono a vivere.
La nonna sullo schermo dice: “Staccate quindi la membrana, sollevandola dalla coda verso la testa: con un taglio, incidetela all’altezza di quest’ultima e asportatela.”
Dico: “Tagliati la gola.”
Francesco gracchia: “Che guastafeste che sei, ti devo anche raccontare di Parigi. E poi lì c’è ricoverato un mio caro amico.”
Dico: “Ammazzati.”
“Andiamoci oggi pomeriggio.”
“Ma che dici? C’è mio marito a casa.”
“Oh, trovi tante scuse per fare la battona con le tue amiche di notte, per farla una volta con me non puoi trovarle?”
La nonna dice: “Con molta attenzione introducete un coltello…”
Non devo essere gentile.
Dico: “Buttati a pancia in giù su una spada katana.”
Lui grugnisce: “Allora dirò anche dove lavori…”
E io dico: “Buttati in un pozzo.”
Sento una risata di disprezzo: “Lì ci lavora anche la compagna di un avvocato che sta da Matteo, l’hai conosciuta ieri notte penso, ma lavora stasera. Se facciamo troppo tardi la incontri pure…”
“Non mi interessano i tuoi amici.”
“Strano, perché se tu facessi la troia per passione dovresti essere felice del mio aiuto, ti trovo i clienti, ma ci deve essere qualcos’altro.”
“C’è un insetto nel mio telefono.” Faccio per riattaccare.
“Non mentirmi. Noi siamo amici, voglio aiutarti. Voglio sapere che cosa è successo. Perché non me lo dici e basta? In ogni caso, capirò.”
Dico seccamente: “Porca puttana, non ti racconterò mai cosa è successo. È troppo personale e nessuno potrebbe capire. Adesso lasciami in pace.”
“L’orario di visita comincia alle quattro laggiù, vengo a casa tua tra poco.”
Dico: “Io vado, devo comprarmi le aragoste.”
“Sei proprio una regina. Vengo alla pescheria allora, dimmi dove.”
Vado su e giù per il corridoio. Non riesco a fermarmi, torno in cucina. La nonna ha infornato l’aragosta. Ho l’impressione di soffocare. Sento la porta di sotto aprirsi, è arrivato Matteo.
Riattacco.
Matteo entra sorridente.
La nonna ancheggia verso la porta di una credenza: “Sentite che profumino. Io la servo sempre col Vermentino di Sardegna, ma voi potete scegliere qualunque vino bianco fresco, minerale oppure uno spumante metodo classico.”
Matteo si sfila sciarpa e cappotto. “Ho un’oretta di pausa, poi torno in tribunale.”
“La parte commestibile di un’aragosta non è solo la coda ma anche tutte le polpine che si trovano nelle zampe e nelle chele.”
E Matteo dice: “Oh! Hai ricominciato a guardare qualche ricettina!”
E ci diamo un bacetto.
Lui cerca nel frigo qualcosa di già pronto.
“A che ora sei tornata stanotte?”
“Non me lo ricordo di preciso.”
“La festa di tua madre è finita bene?”
Nel mio cervello c’è un lotto industriale buio e lo sguardo doloroso di una ragazza, e quelle fasce gialle che le avevano lasciato una ragnatela di lividi sui polsi, sul ventre, sul petto. E ancora più vivido è il ricordo del mio climax selvaggio pochi minuti prima, sotto quel palazzo.
Abbasso il volume del PC: “È finita coi cannoli.”
“Per noi non hai preso dolci oggi?”
“Mi sono svegliata poco fa.”
Matteo tira giù dalla credenza il vino che ho aperto stanotte.
“Mi sembrava nuova questa.”
Continuo a seguire la vecchia cuoca sullo schermo.
“Avevo sete, l’ho bevuta io stanotte.”
La faccia di mio marito ha una luce strana: “Avevi voglia di bere dopo tutta la notte passata a bere?”
“Sì.”
Il naso di Matteo torna nel frigo: “Su certe cose ha ragione tua madre.” Viene a tavola col resto di quella pasta che ho mangiato anch’io. “Bevi tanto ma non mangi niente.”
La nonnina sul PC saluta e manda un bacio, augurandosi di rivedere i suoi follower alla prossima. E ci invita a lasciare un commento, magari per farle sapere com’è venuta la ricetta.
Dico: “Infatti sto studiando ricette nuove per mangiare meglio.”
Matteo si guarda intorno: “Il succo di frutta è finito?”
“Non lo so.”
Ci rinuncia. “Stai tutto il giorno a casa e non sai niente di questa casa?”
Metto via il PC: “Ma che cerchi oggi, vuoi litigare?”
“No, ma non capisco perché non spendiamo quasi niente. Sembra che tu a pranzo non mangi mai. C’è tutto quello che c’era due mesi fa nella credenza. A parte il vino.”
“Non voglio diventare una barca come tua sorella.”
“Ci ho fatto caso anche io ieri sera. Marta non era in forma.”
Mi guardo un momento la vestaglia, non so perché controllo le tasche. Sono pulita, ma una tensione fastidiosa mi gonfia il petto.
Matteo ha finito di mangiare: “Mi fai il caffè?”
Poggio le mani sul tavolo, le gambe mi vengono dietro controvoglia. Mentre gli do le spalle dice: “Davvero stai lavorando?”
Ho rischiato di far cadere il piccolo vassoio con tutte le tazzine. Stanno ancora tremando sull’argento quando Matteo si gira di scatto, e io mi giro a mia volta con una mano che mi si pianta su un fianco: “Come scusa?”
“Ieri Marta mi ha detto che Chiara le ha detto che Francesco ha detto che non siamo andati in Francia perché tu lavori.”
“Sì. E avevo detto a Chiara di non parlarne prima che te lo dicessi io, ma ha la bocca molto aperta. Eppure ci sarebbero tremila modi in cui potrebbe usare meglio la lingua.”
“Perché ti incazzi?”
“Perché non lo so, comunque sto lavorando sì. Ho passato tantissime giornate a riprendere la mano con il greco in biblioteca.”
“Ti piacciono le tragedie, mi ricordo…”
Riempio la caffettiera. “Mi sono sempre piaciute e mi piacerebbe tornare all’università e finire. Mi mancavano pochissimi esami.”
Matteo butta il tovagliolo sul piatto, lo sa quanto mi fa incazzare perché il pomodoro non se ne va facilmente da questo lino. E allora lo prendo e lo metto subito sotto il getto nel lavandino.
“Oggi mi tocca dire due volte che tua madre ha ragione. Tu non fai mai i passi avanti, solo i passi indietro fai.”
Ora il PC tace e dalla finestra aperta non si sente niente, nemmeno un’anima. Dopo tutte le settimane trascorse fuori di qui, mi ero dimenticata quanto può essere angosciante questo silenzio. Apro il rubinetto per sentire il rumore dell’acqua. Ho quasi cancellato la macchia dal tovagliolo.
“Datevi ragione a vicenda, io ho deciso e io ci vado.”
“Vacci, così diventiamo vecchi senza figli.”
“Ma che c’entra questo?”
“Che se facessi come hanno fatto tutte le tue amiche, il tempo per pensare a come perdere il tempo
non lo avresti.”
Mi volto e resto immobile.
Anche lui sta fermo.
“Chiara si è laureata allattando, niente mi impedisce…”
“È organizzata, non si sveglia alle due e tre quarti come fai tu.”
Chiudo il lavandino con una botta che non volevo dare.
Dico: “Tu quando torni alle quattro del mattino ti alzi alle sette?”
“Ma io non torno alle quattro del mattino.”
“Va bene.”
Il lavandino gocciola.
La sedia si sposta, stride sulle piastrelle: “Lo prendo a studio il caffè, se devo stare qui a sentire queste cazzate è meglio che lavoro.”
E io il mio lo bevo lo stesso: “Che cazzate ho detto?”
Lui si sta allacciando la sciarpa. “Ma non lo so. Bevi, non mangi, vai a cercare modi per comportarti come quando avevi vent’anni. Io non ci capisco più niente.”
“Non c’è niente da capire, tu lavori, io voglio studiare, che è un reato?”
Il nodo della sciarpa gli è venuto male, gli tremano le mani. “E chi paga?”
Penso a tutte le buste di quattrini che ho nascosto sotto i cappotti nell’armadio. Non è tanto male avere lo stipendio, anche se le condizioni di lavoro lasciano molto a desiderare e non abbiamo il sindacato.
“Guarda che mia madre, che all’improvviso ti piace tanto, ha più soldi della tua. Sono stata sempre una principessa io, e comunque non le ho fatto spendere un centesimo perché ho vinto sempre le borse di studio.”
Matteo finge un’emicrania. “Non ce la faccio più, a studio ci sta quella scimunita che ha intontito tutti con la barzelletta dell’asta per i bassotti, stamattina. Qua ci stai tu che vuoi andare a scuola a scoppio ritardato.”
Continuo a strofinare il tovagliolo.
“Vedi se ti danno la borsa di studio anche stavolta, perché io non pago.”
La porta sbatte.
Per qualche motivo mi viene da piangere ma non so perché.
Me ne vado in bagno per sciacquarmi la faccia. Mi spazzolo i capelli. La mia faccia mi sta dicendo che in viale Monte Nero c’è una pescheria aperta il lunedì, ma se voglio cose particolari dovrò ordinare entro stasera.
Vado dritta in camera. Per sentirmi meglio dovrei diventare fredda, sfilarmi il cuore, infilarlo nella tasca interna di una giacca che non metto più. Quindi potrei uscire tranquilla.
In questi pochi minuti, mentre arrivo in viale Monte Nero, il telefono suona ancora. Francesco mi chiede dove mi trovo. Dice che ha comprato i fiori. Gli chiedo se è andato a rubarli dalla parete di qualche loculo. Una gigantesca nuvola ha coperto tre quarti del cielo. Nel bel mezzo di una giornata di sole, comincia a piovere. Una pioggia acida che macchia tutte le macchine, piove rabbia allo stato puro. E ora che ho ordinato le mie aragoste per Valjet lo vedo arrivare in macchina, con una mano sullo sterzo e un mazzo di fiori nell’altra. Crisantemi, calle e ciclamini, ma sembrano artificiali, di quelli che si usavano per decorare i fermagli per capelli che andavano tanto di moda quand’ero al liceo.
La macchina mi sembra strisciare attraverso strade strette, Francesco chiede se mi è mancato e io non gli rispondo. E lui dice: “Forse ti ricordi di quel mio amico che è ricoverato.”
Dico: “Non mi ricordo niente.”
“Questo è perché tu vedi solo te stessa. Ti è venuto dietro per quattro anni, lo chiamavamo Ciro perché imitava da dio i napoletani anche se era uno svizzero. Aveva quindici anni quando ha iniziato a dare i numeri. Era una giornata calda e bellissima, tu uscivi già con Matteo.”
Provo a ricordarmelo e in effetti rivedo una figura sdraiata a pancia in giù sull’erba del giardino del mio liceo. Raccoglieva processonarie e le mangiava una a una sorridendo. Si dava a quella schifosa e pericolosa attività una volta al mese. Una volta in classe due mie compagne erano scappate fuori urlando per paura di un ragno che era su una tenda. Quel bizzarro amico di Francesco era entrato, aveva spalancato gli occhi per la concentrazione, aveva preso il ragno e se lo era mangiato.
Qualcuno diceva che lo faceva per imitare Ozzy Osbourne, che aveva staccato la testa a un pipistrello con un morso, infatti era fissato con la musica heavy metal. È vero pure che mi chiese diverse volte di uscire, ma non gli dissi mai di sì perché mi metteva a disagio il fatto che portasse la matita nera sugli occhi e un catenaccio di quelli che servono per non farsi rubare la bicicletta appeso ai passanti dei jeans. Ma soprattutto mi ero spaventata un giorno di giugno. Nonostante il caldo, quel pazzo era venuto a scuola con un enorme giaccone di pelle. Durante il rinfreschino che facevamo l’ultimo giorno coi professori per augurarci buona estate, qualcuno lo prese e glielo nascose. Ciro si agitò tanto da sbattere una porta fino a romperla. Due ore dopo la professoressa di latino venne a dirgli che aveva individuato il ladro e lui si slanciò avanti per raggiungerlo e accopparlo. Lei gli urlava dietro di darsi una calmata, che il ragazzo che aveva preso il giaccone era problematico sì, ma era già stato sospeso tante volte. Mi ricordo di Ciro che correva giù per le scale urlando: “Io lo sospendo dalla vita.”
Finì in una zuffa che travolse anche l’insegnante.
Francesco ferma la macchina e spegne i fari. Oltre a quei fiori orrendi ha comprato un vassoio di dolci. Siamo arrivati davanti a un cancello di ferro azzurro. Ci sono siepi dalle forme irregolari, come se invece di essere state potate fossero state tagliuzzate da una mano nervosa, ma è il vuoto tutt’intorno a rendere questo posto sinistro. Là dove dovrebbero esserci finestre dai vetri trasparenti ci sono inferriate che disegnano motivi ondulati. Guardarle a lungo fa girare la testa. Non ho più ascoltato le fesserie di Francesco, non so che mi stava raccontando di Parigi. Adesso sta dicendo: “Era romantico lassù, mi chiedo se vedendoti Ciro si ricorderà che è vivo.”
Qualcuno ha aperto il cancello, stiamo calpestando un vialetto di ghiaia grigia che taglia il giardino.
“Non si ricorda quasi niente da quando si è rovesciato in Sardegna con la moto. Sono sette anni ormai, mi hanno detto che aveva avuto un’emorragia al cervello. Si svegliò dal coma e non ricordava più chi era.”
“Io non l’ho mai visto qui”, dico.
“Lo hanno portato qui due mesi fa, stava da un’altra parte ma dopo era diventato aggressivo. Qualche volta l’inserviente mi lascia restare qui fino a sera tarda, dopo che se ne sono andati tutti i parenti. Ho pensato che potresti dargli una mano.”
“Io? A fare che?”
“A sentirsi vivo. Nessuno ci pensa molto, ma anche i malati hanno bisogno di donne e tu ormai devi avere molta esperienza.”
Chiusi gli occhi con tutta la forza che ho, ma le mie orecchie continuano a sentire quest’affermazione disgustosa.
C’è un’altra porta chiusa e dopo che abbiamo citofonato viene ad aprirci un’infermiera bassa, bionda e grassa.
Ci chiede: “Per chi venite?”
Francesco le rifila i fiori, i dolci e la versione ufficiale: siamo qui per un compagno di scuola, siamo qui perché quest’anno mia madre non verrà con l’associazione Sant’Eustazio a fare la solita messa. La bionda ci accompagna lungo un corridoio. Poi attraverso una saletta dove le poltrone in finta pelle sono così verdi da sembrare che il tessuto sia appena stato estratto dal colorante.
Sui tavolini dagli spigoli arrotondati aleggia un odore chimico di medicinale, e una nota profumata artificialmente alla mela verde che proviene da un deodorante per ambienti.
I tappeti sembrano trattenere il rumore dei passi, le voci e il desiderio di un azzardo, di qualcosa da sottrarre al controllo della bassa cicciona che ci precede.
Il colore delle pareti è un guscio d’uovo spento interrotto dal salvia desaturato delle porte, guardo dietro di me, per vedere quanto è lontano il cancello, mentre ci ingoia questo spazio lasciato indietro.
L’infermiera si affaccia in una stanza dalla porta aperta e dice: “Ciro, guarda, hai visite.”
Un ragazzo appoggiato alla finestra gira la testa verso di noi. Chiude l’occhio sinistro e, dopo averci osservati a lungo, dice: “Non li conosco.”
Lei si avvicina: “È Francesco, è già venuto da te. Questa ragazza invece è venuta a scuola con te, dice lei, di solito vengono qui per i Morti.”
Ciro adesso apre l’occhio sinistro e chiude quello destro: “Ah sì?” Poi guarda solo me: “Buonasera, Madame.”
L’infermiera dice: “Chiama Madame ogni femmina che vede, pure le bambine. Non so perché.”
Lui la prende per un polso: “Madame, sono morto o sono vivo? Questo lo sai?”
L’infermiera fa un sospiro rumoroso e ci lascia lì: “Se qualcosa non va, chiamatemi. Io sono Loriana. L’orario di visita finisce alle sette.”
Francesco sta per dire qualcosa, ma Ciro parla molto più in fretta: “Adesso mi ricordo di te. Mi dispiace, ma ultimamente se ne sta andando anche la mia memoria a breve termine.”
S gira verso la finestra e resta in silenzio.
Francesco dice: “Te la ricordi Angela?”
Mi fa venire la pelle d’oca sentire la voce patetica di Ciro che risponde: “Me la ricordo sì, la fidanzata di Matteo. Che è venuta a fare?”
Una mosca si ferma sull’inferriata, vola dentro. Ciro fa per acciuffarla, ma quella scappa subito.
Lui getta un’occhiata verso il giardino, lontano. “Il pasticcino è scappato.”
Francesco ride e poi gracchia: “Mangi ancora gli insetti?”
Ciro si appoggia a una di quelle poltrone che erano anche in corridoio.
“Hanno più proteine di quelle cotolette dure che ci manda la cucina.”
Tanto pazzo non mi sembra.
Francesco dice: “Be’, io ho portato pasticcini più gradevoli della mosca. Li ho dati all’infermiera.”
Ciro chiude gli occhi: “Dobbiamo andarci cauti coi dolci qui, siamo tutti diabetici. Quindi a ora di cena ce ne metterà sul vassoio uno per uno. Ma questa che è venuta a fare?”
Francesco si allontana, scivola verso la porta: “Angela adesso fa la puttana, ho pensato che poteva resuscitarti. Quella cicciona che ci ha aperto la porta non mi sembra una gran compagnia.”
Il nostro vecchio compagno di scuola si rannicchia nella poltrona, mi guarda dritto negli occhi.
“Se ce la faccio. Con tutti i farmaci che prendo non lo sento più nemmeno il mio corpo. Ma tu come l’hai portata qui, che fai il suo capo?”
Francesco se la ride: “No, mica è stata un’idea mia. Si è offerta lei.”
Mi viene solo di scuotere la testa.
Lui dice: “Se ci becca Loriana mi cacciano fuori anche da qui.”
Francesco se ne va: “Io aspetto in macchina.”
Ora che siamo rimasti soli, quella disorientata sembro io.
Me lo ricordavo molto più grosso, adesso è come uno spirito disincarnato e non porta più la matita nera intorno agli occhi.
Mi invita su quella poltrona accanto a lui e io mi avvicino e mi sorprende che dica: “Non so quanto t’ha pagato Francesco, ma a me non m’imbamboli come hai fatto con Matteo, Madame.”
“Che ne sai tu del mio matrimonio?”
“Niente, ma ho sentito le infermiere, Kimberly lavora qui. Stamattina è passata per non so cosa fare, oggi ha il turno di notte. E parlava con Loriana e diceva di te… sei la figlia della dottoressa, no? Non mi ricordo tanti dettagli.”
Dico: “Sì.”
“Diceva di te che a un cocktail di beneficenza per le prostitute che ha fatto mettere su tua madre ti sei presentata con una troia.”
Non so se è colpa di quelle inferriate dai motivi ondulati, o se è dell’odore di mele finte e medicinali che riempie la stanza, ma mi gira la testa.
“Chi è Kimberly?”
“L’infermiera, anzi no… una specie. Quelle che valgono un gradino di meno delle infermiere, come si chiama? Non mi ricordo come si chiamano.”
Non mi raccapezzo, ma ricordo che al telefono Francesco mi ha detto che avevo incontrato qualcuna che lavora qui alla festa di mamma e gli chiedo: “Com’è fatta?”
Ma lui non mi risponde. “Mi sa che Francesco t’ha portato qui apposta, perché c’è quella che ti conosce. Ma di me non ti devi preoccupare, io parlo solo coi morti.”
Qua dentro fa troppo caldo, i termosifoni sono accesi al massimo.
E lui aggiunge: “Sicuro Francesco non voleva fare un favore a me. Ma comunque tu datti una mossa, tra mezz’ora ripassa Loriana con la terapia.”
“Che devo fare?”
Mi sembra a disagio anche lui. Mi spinge la testa verso il basso: “Fa’ solo così, non possiamo fare salti mortali qua dentro. La cicciona va sempre avanti e indietro.”
Mentre lui tiene d’occhio la porta, io mi abbasso dietro la poltrona dal lato rivolto alla finestra, in modo che, se la cicciona passasse, non potrebbe vedermi. Anche se sembra morto, ha un cazzo fulgido di vita. Non si muove affatto, nemmeno col respiro, fissa solo il corridoio e io faccio tutto da sola. Chiudo gli occhi e mentre mi do ritmo cerco di pensare ad altro, a qualcun altro. La mia lingua ricorda il sapore di un’altra carne dura.
Allora adesso dove spingere. Conosco i punti esatti in cui i nervi si arrendono: lucido la punta con la mia saliva, la faccio scivolare in un filo continuo prima che la lingua la riprenda, per mantenere la superficie reattiva, elettrica.
Vado avanti, vado avanti… Ma il mio lavoro si inceppa. Spesso lui perde forza, si spegne da dentro, e deve essere per colpa di quei medicinali che addormentano il flusso del sangue. Mi si sta slogando la mascella, i muscoli facciali mi bruciano per lo sforzo.
Sento che mi dice: “Francesco ha detto il vero, si vede che tu hai fatto allenamento.”
Io non gli rispondo e lui dice al corridoio: “Comunque a Loriana non glielo dire, ma vi chiamo a tutte Madame perché tutte quello volete sembrare. E poi siete troie di notte, ma pure di giorno.”
Mi scappa da ridere. Allora lascio e dico: “È una bella battuta! Peccato che chi la dice di solito non la vive sulla pelle. Dimmi invece, quanto pensi di metterci a finire?”
Adesso mi guarda: “Andiamo male, forse sono morto, quindi non finirò mai. Ma tu provaci a resuscitarmi.”
Sicuramente non è colpa mia, io so che lo faccio bene, ma lui non ci riesce.
Forse è davvero morto, lo stomaco mi sta scoppiando dalla rabbia. Non so più da quanto tempo mi sto spaccando la faccia qui sotto.
Lui dice: “Francesco dice che i pompini che fai tu sono poesia, ma io Madame, per colpa mia sicuramente, non sento quasi niente.”
Lo guardo fisso, girato verso il corridoio, e penso: – Già, perché ormai questo tuo corpo è un errore di sintassi, una parentesi inutile.
Chiudo gli occhi e ci riprovo, sento un desiderio violento dell’azzurro, ma è solo una distrazione visiva. E in ogni caso funziona. Il calore ritorna, un’onda liquida che riempie ogni fibra e mi spinge a muovermi. Prova a sollevarsi, le mie dita in automatico affondano nella sua pelle per riappiccicarlo alla poltrona, mentre la mia bocca ritrova il suo ritmo perfetto. Finalmente le sue dita si aggrappano disperate ai miei capelli, sento un sussulto che somiglia a un singhiozzo di puro sollievo. Finalmente sento sapore di sperma, aspro, annacquato, ma libero. E sono libera anche io, ho finito.
Non ho fatto in tempo ad alzarmi, né a dire: “Grazie, Dio.”
Mi sono persa… un attimo a guardare un quadro sul muro. Una composizione di fiori azzurri in mano a una donna dipinta. E nel ritratto non c’è niente di speciale tranne lo stile vittoriano, così stonato, come il colore azzurro, in un luogo di malattia e abbandono. E sbalordita, sulla porta ora c’è la cicciona e nelle mie orecchie la sua voce stridula: “Ma come si permette?”
Io cerco di rimettermi in piedi, ma quella mi afferra da una spalla del cappotto e mi tira su di colpo, mi fa anche male. Le sue unghie mi entrano nella pelle sudata del collo.
Ciro dice: “Eee, calma, Madame. Non ha visto nessuno, butta la colpa su di me se ci ha visto qualcun’altro. Così mi danno una bella manciata di pasticche e stanotte dormo bene.”
Lei non lo sta a sentire: “Queste persone sono affidate a me! A me! Sono come i bambini, ha capito? Come ha osato una cosa simile?”
Mi manda verso la porta a spintoni e lui mi dice: “Mi dispiace, Madame, mi hai resuscitato e avevo smesso di controllare il corridoio.”
Siamo arrivate nella saletta e vedo che sono le sei e mezza. Non è possibile! Ma quanto tempo ci ho messo?
L’infermiera continua a gracchiare, dice che se non sparisco in un nano secondo mi denuncia. Passi veloci mi avvisano che sta correndo qui qualcun altro.
Mi volto. Un’altra donna bionda, bassa come Loriana, ruggisce: “Sono le sei e mezza, vai fuori dalle balle tu.”
Loriana si ferma all’altezza del tavolo su cui aveva lasciato i fiori e i dolci di Francesco. Si riprende, sta per dire qualcos’altro, ma l’altra donna ha una ruga che le solca la fronte in un modo terrificante e le ripete: “Lascia perdere la signora. È il mio turno questo, timbra il cartellino e vattene a casa.”
Non so a chi lo chiedo, ma chiedo: “Dov’è Francesco?”
Alle spalle di quella che ha appena cacciato Loriana è apparsa una donna alta, nera, con gli occhi grigi. Già vestita di una divisa color panna. Mi dice: “Quella è esaurita, è fuori la testa perché la figlia sta male, sta diventando cieca. Capisci? Per questo non sa con chi se la deve prendere.” Poi, con un gran sorriso, dice alla sua collega: “Vado ad apparecchiare.”
E io dico ancora: “Ma Francesco dov’è?”
La donna con gli occhi grigi si è già girata verso la cucina: “Non prendertela con la mia brutta faccia nera. Francesco se ne è andato e ti ha mollato qui.”
Dovrei tornarmene a casa, sarebbe la cosa migliore. Ma siccome sono sicura che era la stessa donna di ieri alla festa, le chiedo: “Come ti chiami?”
Lei non mi ha sentito. La sua collega mi risponde mentre picchietta col dito su una boccetta per far cadere delle gocce in tanti bicchierini d’acqua: “Si chiama Kimberly, e io sono Mariana.”
Dico: “L’ho vista ieri sera.”
All’improvviso Mariana guarda verso il corridoio, Kimberly sta uscendo con un carrello pieno di piatti. L’ultima luce del sole proietta la sua ombra accanto alla mia.
“Sì, ero io.” Cammina lentamente verso un’altra sala spingendo il carrello. “E conosco testa viola da molto prima di te.”
Ora è sparita dietro la porta della sala. Altre persone escono dalle stanze, vedo che fumano tranquillamente all’interno dei locali.
Mariana mi chiede se mi sento bene, se voglio qualcosa. Dico: “No.”
E lei sistema i bicchierini su un altro carrello: “E come sei uscita dal mondo dei vivi per entrare in quello dei morti?”
Le chiedo: “Cosa stai dicendo?”
“Niente. Vado a portare le terapie adesso. Tornerò tra poco, prenditi un tè, prenditi qualcosa. C’è un distributore in fondo al corridoio a destra.”
“Non mi va.”
“D’accordo.”
Kimberly si affaccia: “Vado al piano di sopra a vedere se qualcuno vuole mangiare in camera.”
Mariana dice: “Ok.”
Svanisce anche lei nell’ombra e per un attimo dubito che fosse qui poco fa, che mi stesse parlando.
Kimberly sta scendendo la scala con altre due pazienti che in qualche modo ridono e scherzano. Il modo in cui le abbraccia, quella voce dolce con cui parla, la fanno sembrare una figura diversa da ieri.
Le dico: “Che testa viola conosci?”
Lei manda le sue pazienti a tavola e si ferma accanto a me: “Quella che ti portavi dietro ieri, io sono venuta perché me lo ha chiesto un collega di tuo marito. È un anno che esco con lui, non sapevo quello che facevi, ma vi guardavo, a te e a testa viola, perché lo sapevo che lei era come me.”
Sta mettendo a mollo in un vaso i fiori di Francesco: “A volte ci vado ancora. Testa viola la vedevo sempre quando andava in giro, adesso non va più in giro.”
“Valjet?”
“Sì, andava sempre in giro con quella Nadia prima, ma adesso no perché il tuo amico, il rosso demoniaco, è dovuto andare a riprenderla in caserma l’ultima volta.”
Kimberly si siede e io in automatico faccio lo stesso.
“Io abito nello stesso palazzo di Elizabeth, ho lavorato anche io lì. Io so tutto di loro. Ma di te non sapevo.”
Le chiedo che c’entra Valjet con la caserma.
“Testa viola mi chiamava sempre Kinderly, perché dice che sono colore cioccolata. Stavamo su strade vicine, nell’ultimo periodo in cui ho lavorato. Lei non si ricordava di me quando l’ho incontrata l’ultima volta. Almeno penso che non mi avesse riconosciuta, mi ha tolto dalle tasche il portafogli e io lo rivoglio perché dentro c’era il mio ciondolo di Santa Rosa. Diglielo quando la vedi.”
“Senti, non ti capisco.”
“La tua amica non la mandano mai in giro perché prima andava in metropolitana, andava sui tram. Di solito trovava un pollo, lo intontiva di chiacchiere insieme alla sua amica, poi puntava il portafoglio, di solito nella tasca posteriore dei pantaloni degli uomini, ma anche nelle borse delle donne. Si strusciavano tutte e due sul pollo, Nadia arrivava a leccare le orecchie di questi scemi mentre testa viola estraeva il portafoglio. Il pollo era sempre troppo eccitato per accorgersi di qualcosa.”
Mi sembra impossibile che Valjet abbia fatto questo. Kimberly mi dà un pezzo di carta e un dolce di Francesco, ma non voglio mangiarlo.
“Tutte e due insieme facevano pressione sul corpo del pollo, dicevano cose oscene e ridevano. Intanto testa viola aveva rimesso a posto il portafogli con una mano e con l’altra, dietro la schiena, arrotolava le banconote e se le infilava negli stivali. Poi fingevano di essere arrivate alla fermata. Così avevano sempre le borse piene di soldi comunque, e sulla strada si nascondevano e facevano meno marchette. Un giorno però gli è andata male, hanno svaligiato un capitano dei carabinieri. Le volevano arrestare tutte e due. E il tuo amico è dovuto andare a riprenderle in caserma e non so quanto ha pagato per uscirne.”
La luce nel corridoio è spenta. Restiamo qui in silenzio finché lei accende un televisore che non avevo notato, in fondo alla saletta. La luce azzurrina ci illumina appena.
“E allora non le ha mandate più in giro. Quel giorno testa viola aveva svaligiato pure me, mi ero liberata da tre mesi dopo aver pagato quasi quarantamila euro alla mia Madame in tre anni. Mi ero fermata in un bar, mentre andavo al corso che facevo per diventare operatrice sanitaria. Avevo tre carte da cento e Santa Rosa nel portafogli, lo avevo in una tasca larga del cappotto. Ho visto solo una nuvola di capelli viola passarmi dietro e quando ho infilato la mano in tasca per pagare la colazione ho tirato fuori solo quattro fazzoletti sporchi.”
Kimberly si riprende il dolce che mi aveva dato, lo rimette nella scatola, accartoccia lo Scottex su cui era poggiato e lo sbatte sul tavolo. Va verso la cucina, forse deve sparecchiare.
Mariana sta tornando: “Ha ricominciato con quella storia, eh?”
Le chiedo: “Cosa vuoi dire?”
“Con la storia del ciondolo di Santa Rosa, comunque non dovevi portare testa viola alla tua festa. Francesco la conosce, la vede dove lavori. Lui sa di Kimberly perché lei sta con quell’avvocato, apposta oggi ti ha portata qui. Di me non sa niente.”
Non so cosa risponderle, a parte il fatto che sicuramente ha ragione.
Lei si siede al posto di Kimberly: “Il mondo dei morti e quello dei vivi non sono così lontani. Francesco frequenta quei posti, lo sapevi. Kimberly sta da un anno con quell’avvocato, ma a volte per arrotondare lo stipendio lavora ancora insieme a Elizabeth e alla sua amica. Non vuole sposarlo, dice che il guinzaglio non glielo rimetterà mai più nessuno.”
Dico: “Deve essere una donna intelligente.”
“Più di te, sicuro. Quel Francesco mi dà l’idea di uno che pagherebbe oro per sapere i cazzi tuoi.”
Tutte e due guardiamo la scatola dorata della pasticceria. Dico: “E li saprà?”
“Non da me, da Kimberly nemmeno. Noi siamo libere da queste porcherie ormai, non mi interessa crearmi problemi, ma lui gioca col cimitero e non lo sa. Per questo ti dico, tieni lontana testa viola da casa tua.”
Dalla cucina esce una signora urlando. Mariana la tira a sé, la bacia e quella smette.
Adesso splende la luce di tanti piccoli lampioni sul prato esterno. Io li fisso e Mariana dice: “Dopotutto testa viola sapeva chi era Kimberly, ma non te l’ha detto. Non esistono le amiche sulla strada.”
“E tu”, le chiedo, “chi sei?”
Rimane in silenzio osservando le persone che tornano nelle camere. La donna che urlava si accende una sigaretta e si appoggia a un termosifone.
“Quella”, dice, “ha la corteccia cerebrale distaccata, il dottore non capisce come mai. Cerca sempre di buttarsi dalla finestra, è viva e non riesce a morire e io sono una morta che non riesce più a vivere.”
Sento il freddo attraversarmi. “Spiegati meglio.”
“Sono segreti, non ti conosco.”
“Non vendo i segreti e poi anche tu hai i miei.”
Mariana va verso una porta con la scritta: SPOGLIATOIO e torna con la sua borsa. Tira fuori un documento che non ho mai visto, sopra c’è scritto: APOLIDE. Mezzi di sostentamento: ALTRI.
“Io non ho nemmeno una città. Sono nata in un paese che non esiste più, lo hanno diviso. Io non volevo che lo dividessero, ma lo hanno fatto lo stesso.”
Kimberly riappare: “Il tè dov’è?”
Mariana dice: “In magazzino, sopra le casse dell’acqua frizzante.”
E poi dice: “Per me è una cazzata, ma Kimberly pensa sempre a quella catenina di Santa Rosa. Io sono contenta che quest’anno non verrete a fare quella messa, non sopporto di vedere tutte quelle vecchie con le pellicce che vengono qui a prendere per il culo anche il Padre Eterno. Quel collega di tuo marito sta con Kimberly perché da lei si fa accompagnare alle vostre feste e nei club privé, e fa con lei tante porcherie che non poteva fare con la moglie. Fanno più schifezze quelli che Cristo lo sa.”
Kimberly urla: “Vieni su che faccio il tè.”
Mariana dice: “Un minuto.”
“Ma ti dicevo che sono nata in un paese che oggi non è più sulle cartine geografiche. Dopo la guerra ero rimasta sola con mia madre. Il Paese si era diviso, ma in molte case c’erano marito e moglie delle due diverse etnie. Gli estremisti entravano nelle case dove marito e moglie erano di parti diverse e dicevano: ammazza tua moglie, ammazza i tuoi figli. Fallo e dimostri da che parte stai. Mio padre ovviamente disse di no e venne ucciso nella nostra cucina. Fu un periodo atroce anche il dopoguerra, ma sarebbe troppo lungo da raccontare e sono quasi le otto. Ti dico solo che uno strano tizio che aveva una mano piena di diamanti e un’altra sempre affondata nelle banconote iniziò a frequentare casa nostra. Mia madre beveva molto e si portava gente bizzarra in casa dopo quegli orrori. Lui si chiamava T.P., andava in giro con una macchina bianca, disse a mia madre che in Italia avrei avuto asilo, che avrei potuto lavorare. Da noi c’erano solo macerie. Mia madre voleva a tutti i costi che lo seguissi, non era cattiva, era solo… una madre. Poi mi sono ritrovata a lavorare come Kimberly e come te.”
La donna che urlava si sta spegnendo il mozzicone della sigaretta su un braccio. Mariana scatta in piedi: “Dalla a me, la butto io nel posacenere, tesoro.”
Dopo averla riportata in camera ritorna da me.
“Io non voglio vedere le vostre messe, né Santa Rosa. Ho litigato con Dio e con tutti i santi.” La voce le esce aspra: “A volte mi sorprendo a litigare persino con me stessa. Quando mi chiedo che vita avrei fatto se avessi avuto un po’ di cervello. Comunque a casa eravamo quattro, vivevamo come a casa di testa viola. Il nostro magnaccia era un pazzo, nessuno si avvicinava alla nostra porta. Un giorno che era Pasqua sono entrata in una chiesa. La gente in fila baciava una statua del Cristo crocifisso. E io ho aspettato che tutti fossero usciti e sono andata a baciarlo e gli ho chiesto: Signore, liberami in qualche maniera o fammi morire. Ho fatto la stessa cosa per tre anni e… il Signore invece niente.”
Un’altra persona esce dalla sua camera. Dice: “Non posso andare a dormire. Devo andare a fare compere.”
Mariana dice: “Adesso andiamo a fare compere, gioia. Il sindaco ha emanato l’ordinanza, tutti i negozi di notte stanno aperti per noi.”
Quella sembra contenta, si richiude in camera.
“Be’, dopo il terzo anno sono tornata in chiesa. E invece di baciare il Cristo gli ho sputato. Gli ho detto: ma tu sei un imbroglione, è vero che mettevi la terra rossa nell’acqua. Non hai mai cambiato l’acqua in vino. Non puoi fare niente che non fanno tutti i comuni mortali. Ti ho chiesto due cose… una è difficile, ma l’altra non tanto. A saltare dal balcone da sola non ce la faccio. Allora fammi morire. E invece lui niente. Mi tremavano le mani mentre mi rimettevo il cappello per tornare a casa. In casa faceva freddo, stavano litigando tutti quella sera. Una nostra compagna che si chiamava Biljana era incinta e il nostro capo reparto voleva che abortisse. Ma tutte noi ci mettemmo contro di lui e alla fine, per la prima volta nella sua vita credo, fu costretto a cedere. Furono interminabili tutte le giornate in cui aspettavamo che nascesse la creatura. Prima nel nostro quartiere chiamavano la nostra casa: casa delle troie, quando tutti videro che Biljana era incinta e che il capo reparto aveva intenzione di tenersi la creatura, iniziarono a chiamarla: casa dei matti.”
Il collo mi fa male, Loriana mi ha graffiato profondamente.
“Il ragazzino, così lo chiamava il nostro magnaccia anche se era un neonato, è nato una domenica. Non so se sia stato questo, ma da allora lui non è più stato come prima. Si era rammollito e se succedeva qualcosa non veniva più, ci rispondeva: non ho dove lasciare il ragazzino. Ormai faceva solo il baby-sitter mentre noi battevamo e neppure i suoi fratelli lo sopportavano più. A qualsiasi richiesta rispondeva: non ho dove lasciare il ragazzino. Poi una sera, quando vennero a prenderci, in macchina eravamo in troppi e lui mi disse di aspettare, che sarebbe tornato dopo, che non poteva lasciare troppo tempo solo il ragazzino. Ma le ore passavano e nessuno veniva a riprendermi, la strada diventava buia e senza le altre vicino iniziavo ad avere paura. Ho cominciato a camminare nella direzione di casa, erano cinque chilometri e a un certo punto pensai di togliermi le scarpe perché i tacchi erano insopportabili e le punte mi schiacciavano le dita. Tu lo sai, le scarpe di lavoro non sono per camminare. Ma era buio e per terra vedevo vetri rotti, chiodi… così ho deciso di arrivare a casa con le scarpe. Ero ormai poco lontana quando ho visto che un’estetista che aveva il negozio al piano di sotto, e una sua amica trans, mi stavano correndo incontro. Mi dissero che al palazzo era pieno di polizia, che C.S., questo era un altro magnaccia che aveva avuto tanti litigi col nostro, era venuto a casa. Che non sapevano perché, ma insieme a qualcun altro aveva sparato a tutti e a tutte dentro casa. Mi disse che erano tutti morti, che dovevo filarmela.”
Non riesco a pronunciare una parola e Mariana va avanti.
“Non avevo la più pallida idea di dove andare. In borsa avevo il mio incasso di quel giorno, ma i soldi non erano tantissimi. E in più non avevo un documento, nemmeno per andare in albergo. Tutte le mie cose erano in quella casa e tornarci non era da considerare.”
Dico: “Suppongo di no.”
Mariana ride amaramente, mi fa sentire stupida.
“Mi sono fermata prima a mangiare in una pizzeria. Poi ho sentito le sirene di un’auto pattuglia spiegate. Ho sentito persone che dicevano che la polizia inseguiva gli assassini della nostra via. Ho avuto paura che la polizia potesse farmi domande, che potessero rimandarmi nel mio paese, allora ho preso un treno e sono andata in un’altra città. Dopo tre giorni che dormivo alla stazione, ero sicura che sarei morta se andava avanti così. Poi una sera ho incontrato quattro donne che bevevano e cantavano nel parco vicino alla stazione. Cantavano le vocali: A, E, I, O, UUUUUUUU.”
Mariana ride mentre le ricorda.
“Avevano tutte enormi valigie e così, non so perché, forse perché ero abituata a stare tra molte donne, mi sono avvicinata e ho detto: dove andate con quelle grandi valigie? E loro mi hanno risposto: e tu dove vai senza valigie? Ero così disperata, ma non avevo coraggio di dire la verità, e sono rimasta senza parlare. E loro mi hanno detto: noi siamo badanti, andiamo in giro per tutte le città e ci fermiamo dove troviamo lavori. Ho chiesto perché cambiavano sempre città e mi hanno spiegato che se stai sempre a casa di un paziente diventi matta o vecchia pure tu. Così invece si guadagna di più, e cambiare sempre ambiente tiene attivo il cervello. Sono andata con loro la mattina dopo, la più vecchia si chiamava Aurica. Solo a lei dissi la verità e lei mi trovò un documento, e poi scoprii che nelle cooperative dove prendevamo i lavori nessuno controllava mai davvero i documenti. Il contratto diceva sempre che lavoravamo due volte a settimana per sei ore. Non era vero, ma ci pagavano in contanti e non ci chiedevano niente. Se non c’era lavoro così andavamo nelle farmacie, dai medici dei paesi. Sapevano sempre chi cercava le badanti e bastava che ti raccomandasse una tua amica. Di rado chiedevano i miei documenti, alla gente interessava farci lavorare a nero e per lo stipendio più basso possibile. All’inizio ero molto spaventata, più di quando andai a fare la prostituta per la prima volta. Non avevo mai visto una persona anziana, a casa mia il più vecchio era morto a sessant’anni. Ma Aurica mi aveva detto di dire che avevo esperienza, di inventare esperienze… e io facevo così. E per fortuna al mio primo lavoro un infermiere stava lavando e vestendo la mia prima paziente e io lo guardai e copiai i suoi gesti e si convinsero che potevo lavorare. E poi ebbi le prime referenze. Ho vissuto così per tanto tempo, ma soffrivo tanto perché volevo tornare a casa, dire a mia madre che ero viva. Aurica mi consigliò di andare dalla polizia, di dire la verità. E io l’ho fatto e nessuno voleva credermi, ma io riferii cose della casa, cose che non erano scritte su alcun giornale e che nessuno poteva sapere senza averci vissuto. Sapevo dove erano tutti gli oggetti delle donne e i soldi. Allora si sono decisi a credermi e a darmi assistenza legale. Ho scoperto che nessuno mi aveva più cercata perché pensavano che fossi morta, anche se non avevano trovato il mio corpo. Ho scoperto che, a casa mia, il prete del paese aveva convinto mia madre a celebrare il mio funerale anche senza cadavere per darsi pace. Mi diedero un documento provvisorio, ma c’erano molti problemi perché i miei erano andati persi e il mio paese di origine non mi riconosceva come cittadina. Quando è finita la guerra, un sacco di gente non risultava più cittadina di nessuna parte. Nel frattempo era anche stato chiuso il comune dove ero nata e tutti gli archivi erano spariti. In Italia mi sconsigliarono di tornare mai nel mio paese perché quelli che mi avevano ingannata all’inizio erano ancora in quelle zone e potevano riconoscermi. Alla fine, in breve, dopo un lunghissimo procedimento, mi hanno spedito questo: APOLIDE. Mezzi di sostentamento: ALTRI. In pratica: non ho bisogno di visti e permessi di soggiorno, a nessuno interessa come campo, dove vado. Significa: tu non hai città e genitori, va’ dove ti pare e non ci annoiare più. Grazie tante. In pratica il Cristo mi aveva sentita bene quel giorno di Pasqua, quando gli ho sputato, e gli ho detto non mi fai morire e non mi liberi e lui ha fatto tutte e due le cose insieme. Quando mi hanno riconosciuta apolide ho potuto ricominciare a spostarmi, a lavorare, a studiare, io che ho vissuto per anni come una latitante mentre gli sfruttatori andavano al mare nelle isole con i soldi estratti dalle nostre ossa. E sono andata con Aurica nel suo paese, ho fatto tre interventi di chirurgia estetica per rendermi irriconoscibile. Poi sono tornata a casa e solo per scoprire che mia madre si era impiccata a un gancio che stava in cima alle scale del nostro condominio. Non si era mai perdonata la sua ingenuità, credo.”
E io credo che la mia faccia sia molto bianca. E non riesco a dire nulla ma nemmeno a richiudere la bocca.
“Quel che ti ho detto tu non l’hai mai sentito, né mai lo sentirai né da testa viola né da nessun’altra. Nessuno ha avuto una storia come la mia. Il Signore mi ha presa per i fondelli fino alla fine, anche se non avevo mai fatto male a nessuno. Quindi per me testa viola può tenersi Santa Rosa se lei ci crede e tu”, spinge verso di me i dolci di Francesco, “puoi tenerti questa roba. La maggior parte dei pazienti sono diabetici e io non voglio nessuna cosa dolce nella mia bocca, io non sento nessun sapore da quando è morta mia madre. Da quando sono morte tutte le donne nella nostra casa di matti, quando ero una prostituta. Non so nemmeno che fine abbia fatto il ragazzino, se ancora da qualche parte campa. E io non so che farci col tuo Dio e con la tua carità.”
La donna che ha la corteccia cerebrale distaccata esce ridendo dalla sua camera: “Mariana, ma allora andiamo? Sennò esco dalla finestra.”
Mariana sorride. “Qua ci sono vivi che non possono morire, e morti che non riescono più a vivere.”
Ha gli occhi tutti rossi, il suo non è un bel sorriso.
“Pensi che perché sto in mezzo ai matti, lo sono diventata anche io?”
Mi avvio alla porta. “No, assolutamente no.”
“Prova a fare la vita che ho fatto io, invece di giocare. E vediamo se non impazzisci.”
Indico la porta: “Mi apri il cancello? Devo chiamare il taxi.”
“Sì, lo apro. Tornatene a casa tua.”
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2026-09-11
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