Parliamo di noi due
di
Agavebet (Agave Ionia)
genere
sentimentali
“Parliamo di noi due”, dico per prima.
Ci sentiamo al telefono ogni giorno, io e te, e ogni giorno la chiamata dura un’ora.
Incredibile, vero?
E pensare che non ci siamo mai incontrate e forse non lo faremo mai.
I motivi sono i soliti: la vita, il lavoro, la distanza.
E comunque non importa, siamo state più vicine noi che tanta gente che abita di fianco. E poi tu dici che io ti ho sostenuta troppo in quel periodo, quando passavi dal vivere in Italia alla Germania. Per te era impossibile, all’inizio, ti ricordi?
La lingua, i colleghi razzisti, quel bungalow da farsi bastare come casa. E vabbè, è passato. È stato lì che abbiamo iniziato a chiamarci ogni sera per un’ora.
Abbiamo parlato di ricette, delusioni, e contraddizioni. Abbiamo scritto tanto insieme.
Poi è venuto il tempo dei nostri matrimoni e di farci gli auguri.
Io il mio l’ho perso e tu invece hai ancora tuo marito.
E poi le nostre gravidanze, i tuoi bellissimi figli: due.
I miei nati mai...
Va bene lo stesso.
Adesso dici: “Parliamo del tuo cane...”
Te lo ricorderai anche tu, quando l’ho incontrato. Parlavamo di come era diventata la gente. Fatica trovare un vero amore, ma un cane di razza piemontese, di 30 anni alto 1,90 m?
Quello, un incontro più unico che raro.
Amava le scarpe, le leccava e le rimettevano a posto, sperando di infettarsi con i peggiori microbi.
Gli piacevano “quei giorni lì” delle donne, come li chiamava lui; ti portava gli assorbenti con la bocca con una tenerezza canina che metteva paura.
Paura dell’abisso.
Fa paura, perché è la tenerezza di un uomo che ha rinunciato a essere un uomo.
Io volevo che imparasse Antigone, il greco, la storia della Palestina... che leggesse i papiri... In fin dei conti, il solito copione del “leccami le scarpe, schiavo” doveva essere diventato noioso, no?
Già sento che diranno coloro che quel copione lo amano e lo pagano pure.
Il mio problema principale è che sono arrogante e non funziono come mistress. Mi dicono fanatica. Però nessuno può permettersi di dire che sono prevenuta. Per loro informazione, Esopo era uno schiavo e noi ci ricordiamo di lui. I suoi padroni sono stati dimenticati. C’è una forza d’acciaio e quasi paradossale in chi può starsene a quattro zampe, sopportare colpi, attacchi feroci alla sua dignità e poi mettersi la giacca e andare a occuparsi della sua vita come se nulla fosse successo. Il masochista ha una resilienza motiva che la gente normale si può solo sognare.
È per questo che ho accettato di avere un cane, di quasi trent’anni.
Volevo essere una che dà l’immortalità intellettuale attraverso la cultura, non quella che si limita a tirare ciabattate a un cagnaccio. Ma la realtà è diversa.
Penso che mi abbiano presa per psicopatica quando ho cominciato a parlare di Esopo e della filosofia del masochismo a quel raduno.
Quanto tempo sarebbe passato prima che arrivassi alla conclusione che era solo un cagnaccio portatore di rabbia?
Così si sentiva lui.
Mi chiedeva se non volessi...
Che mi preparasse il cibo? Che lavorasse per me a qualcosa che mi serviva in ospedale? Che facesse da baby-sitter alle mie amiche? Ti viene in mente nessuna che voglia un uomo a pulirle casa gratis?
Era capace di inseguire una pallina da tennis finché era così stanco che dal parco sarebbe stato da riportarlo a casa in braccio se non fosse stato per quella stazza.
Se dovessi scriverci una favola alla Esopo, su noi due, sarebbe intitolata “Il gigante e la formica.” La formica di un metro e cinquantacinque centimetri sono io. Sono sempre scura e poi d’estate divento quasi nera, che chi mi incontra per una volta o due e non m’ha visto prima mi prende per zingara o magrebina. Passava mezz’ora a leccarmi i piedi, i tatuaggi che ho sul malleolo e per tutto il resto del tempo dormiva.
A fargli qualsiasi domanda ti rispondeva: “Bau.”
Sapevo che non poteva darmi niente e sapevo anche perché.
Azzerava la parola umana per non essere processato.
Ma si può essere così stupidi?
Così ho provato a insistere.
Ti ricordi?
Aveva sì la sua famiglia. Attaccava la rabbia ai figli dandogli il bacio della buonanotte. Andava in chiesa... mica solo lui, tutti i normali hanno la rabbia.
Dormiva sempre a terra accanto al mio letto, con la testa appoggiata sul tappeto. Si infilava sotto le coperte come un bulldog in formato gigante, mi girava intorno ai piedi e poi risaliva fino a far spuntare fuori la testa. Gli piaceva che gli si dicesse che era un mostro, un microbo senza palle né cervello e col cazzo piccolo.
La prima volta che gli ho detto di mettersi a cuccia e aprirsi i pantaloni con una zampa sola ho visto che aveva un corpo normalissimo in tutte le sue dimensioni. Sorrideva con gli occhi come un essere umano. Capiva quando dicevo “prendi” e “pancia in su” e “aspetta”.
Credo si aspettasse di essere protetto dalla sua stessa follia.
Ansimava come un cane mentre scopava come un uomo.
L’uomo migliore che abbia mai incontrato.
Perciò ho cercato di fare pazzie... di insegnargli a distinguere il bene dal male. Di implorarlo di non buttare via la sua vita continuando a fingere normalità. È solo uno stupido gesto di ribellione da adolescente questo. Qui il cane si è svegliato, è stato molto chiaro sul fatto che quella fra il giorno e la notte era una scelta di vita del tutto consapevole, ma il mio cuore non ha voluto saperne.
Allora ricominciavo col copione, ma mica per accontentarlo come voleva lui... solo perché ormai mi aveva attaccato la rabbia. Gli dicevo: “È un gran peccato che Dio ti abbia fatto così alto, così bello ma con un cazzo così piccolo e un cervello ancora più piccolo.” E lui mi rispondeva: “Come ti viene bene la parte della donna dominante!”
No, io lo pensavo per davvero e per questo lo insultavo così bene.
“Passi per il cazzo (enorme comunque) ma perché proprio la Dèa Natura non t’ha voluto fare il cervello?”
Allora si svegliava del tutto e mi diceva:
“E se l’intelligenza non fosse altro che una malattia?”
Non avevo parole.
“Io sto bene col mio collare veramente, signora mi faccia dormire in una cuccia. Cucinerò io oggi, lei deve solo masticare e sputare il cibo a terra, signora, lo mangerò dal pavimento vedrà che sono un bravo cane.”
Ma io perché continuavo quella farsa?
Per non separarmi da lui, certo.
E infatti con tutti quei “bau”, “eh già,”, “sì, signora.” è stato sempre lui che ha dominato me e io mai.
La forza ce l’ha chi ruba la parola.
Così ho smesso di parlargli e per settimane ho ignorato i suoi “bau” che comparivano sotto l’icona di Whatsapp.
E i suoi “come sta signora?”
Finché un giorno si è deciso: “Abbia un po’ di pazienza... forse ho fallito come cane.”
E dopo settimane di silenzio ho detto: “Sì, sei un fallito anche come cane, se vuoi rivedermi vieni a casa mia, fai l’uomo.”
I manuali sadomaso non dicono quanto può essere caldo il corpo di un cane.
Quant’era caldo il corpo di Max quella mattina. Quant’era morbido e caldo sotto le coperte. Non dicono come si è sentita una falsa domina quando lui si è rigirato sulla schiena, e i miei capelli gli sfioravano la faccia. La sua faccia con la solita espressione canina era leggermente piegata verso una spalla. Il sole entrava dalle tende arancioni e si rifletteva sulle piastrelle bianche, facendoci tutti e due del colore di un sorbetto alla fragola. I raggi facevano ancora più calda la nostra pelle.
È stata l’unica volta in cui gli ho visto la bocca distesa in un sorriso sereno.
Ancora mezza stordita dall’orgasmo gli ho fatto scivolare una mano sotto la nuca, le ho sollevato il viso e l’ho baciato.
Aveva il segno del collare, era viola sulla gola. Forse era andato da qualcun’altra a farsi strozzare.
E mentre le baciavo gli ho passato le mani sulla vita, e mi ricordo di aver pianto chiedendomi perché maltrattasse in quel modo la sua vita.
Sotto le coperte, con gli occhi chiusi, mi ha infilato dentro la lingua. Con le dita umide ho dischiuso le sue labbra lisce e rosa, per venire nella sua bocca ancora più a fondo.
“Per una volta ho fatto l’amore da uomo come voleva. La prego signora adesso mi umili, sennò non riesco a venire.”
Mentre accarezzavo i suoi capezzoli ci ho infilato tutte le unghie dentro.
“Su, su mi faccia male.”
Ho spinto finché il sangue gli ha imbrattato tutto il petto, gli è rimasto sulla camicia, sui pantaloni che non è riuscito a ripulire in cucina. Era tutto contento per quel segno e sorrideva. Sentivo dentro di me il flusso e il riflusso della sua rabbia distruttiva.
Ho fatto l’ultimo disperato tentativo di non parlargli per altre due settimane.
Anna, lo sai che ho scoperto in quel periodo?
Prima di cominciare a fare i suoi giochi con me, aveva fantasticato di nutrirsi di cose disgustose e di raccogliere ogni genere di virus?
Be’ io pensavo che non ci potesse essere niente di più schifoso al mondo che mangiare carne cruda (vale a dire umana) e bere sangue.
Lo sapevi che il sogno della sua vita era dimostrare che poteva ingoiare tutta la spazzatura del mondo?
Io non lo sapevo.
Se all’inizio questa storia della dominazione era una sorta di fantasia d’élite moralmente equivoca, col tempo è diventata oggetto di culto per un sacco di gente nel mondo. Sono io quella strana, mica gli altri. Per liquidare un qualsiasi argomento usava dire: “Sì signora, ha ragione, è da malati”.
Dopo quattro settimane di nuovo è apparso il messaggio verde: “Signora, come sta?”
Io rispondevo solo: “Bene,” e “dimmi”.
“Volevo solo salutarla, signora.”
“Hai altre cose intelligenti da dire?”
“Di avere un po’ di pazienza, signora...”
Ero al limite ormai, nessuno se ne preoccupa, ma anche il dominante ha un punto di rottura, mica solo lo schiavo.
Mi sembra di aver risposto: “Una persona più paziente di me è difficile trovarla, ma noi filologi, quando un documento è corrotto o non ha più nulla di nuovo da aggiungere, chiudiamo il supporto scrittorio.”
“Ma signora, mi permetta... le laverò i piedi con le mie lacrime, li asciugherò coi miei capelli e le bacerò...”
Eh già, furbone, un richiamino evangelico, eh? Lo sai che passo otto ore al giorno sui testi sacri.
Lo sapeva che Vangelo non vuole dire altro che buona novella?
Eh no, non ha voluto saperlo.
Lui non portava mai buone notizie. Portava solo la ripetizione ossessiva della sua condanna.
Io sognavo di riportare il cane a fare l’uomo con la catena della bellezza dei libri.
La bellezza salverà il mondo, ha detto quel russo... quindi perché non avrebbe dovuto salvare un cane?
Tu dici: “Perché un cane non può chiedere di essere salvato, un uomo sì e lui non ha dato consenso.”
Sì, Anna tu hai ragione.
Lui ha esercitato il suo libero arbitrio e ha scelto l’ipocrisia della chiesa e della famiglia di giorno, e la fogna di notte. E io preferisco avere gli dèi veri nel cuore, anche se quelli come lui dicono dèa, signora e madame ai simulacri fasciati nel latex.
Ho sognato troppo, che vuoi?
“Ma niente, tu non hai sognato troppo, è solo che volevi portare ambrosia... ma quella è gente che vuole insulti, beve piscio e la merda la chiama cioccolata.”
Tutto giusto, grazie di avermi ascoltata anche stasera. Tu Anna mi fai parlare come viene, non costruisco frasi con te.
Ma ora ti lascio andare, la tua bellissima bambina ti aspetta, le hai promesso la cena fuori con papà che finalmente stasera non fa la notte.
Buona serata nel mondo dei vivi.
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