L'esame della patente

di
genere
gay

'Tratto da fatti realmente accaduti '

L'afa della saletta mi aveva annebbiato la testa nonostante il climatizzatore acceso, per un attimo non credetti al monitor: 3 errori, il massimo consentito. Avevo superato lo scritto non senza difficoltà. Un respiro lungo mi uscì dalle labbra mentre mi sistemavo le ciocche dei capelli ai lati del viso con le dita ancora sudaticce. Adesso tra un mesetto mi aspettava la prova più difficile, la pratica.

Accanto all'auto della scuola, c'era lui. Faccia seria, sui sessant'anni circa, una camicia spiegazzata sbottonata con i risvolti delle maniche arrotolate, fronte lucida dal sudore, che faceva risaltare l'evidente stempiatura. Mani appoggiate al tettuccio con l'aria scocciata di chi quel lavoro lo deve fare per vivere ma che sicuramente non gli piace proprio. Fissa i miei capelli, poi scende con lo sguardo fino alle gambe e al culo messo in risalto dai leggins neri lucidi. Nonostante sia abituata a certi sguardi indagatori sul mio aspetto estetico, mi sento sempre a disagio ad essere esplorata a quel modo.

Mi infilo nell'abitacolo che è un forno, e ovviamente l'aria condizionata non c'è. Bella scuola mi dico, con quello che costa nemmeno le macchine che hanno sono conforme alla legge. All'interno l'odore pungente di caffè e aria stagnante è insopportabile. Apro i finestrini con espressione schifata mentre lui sale, lo sportello sbatte, il silenzio diventa pesante. Sono abbastanza nervosa, raddrizzo lo specchietto retrovisore metto la cintura di sicurezza e con voce bassa mi dice: «Forza accendi il motore.»

Giro la chiave, e la marcia non entra, gratto e con qualche madonna tra i denti avvio l'auto. Facciamo qualche chilometro di strada nel traffico milanese, che per un neo patentato e una prova a nervi tesi. Dopo qualche incrocio in cui l'uomo si limita a osservare la mia guida, mi dice: «Non dritto» «Svolta a destra, poi accosta.» Ci infiliamo in un tratto boscato. Sotto le sue istruzioni spengo il motore, mentre mi chiedo per quale strano motivo mi abbia portata in un posto simile. L'uomo si volta dalla mia parte, mi guarda senza parlare e capisco subito le sue intenzioni. La sua mano scende sulla mia coscia e la stringe. Mi prende un lembo dei leggins e li tira giù fino alle caviglie. Sotto un perizoma nero. Le sue dita sudate afferrano il mio cazzo, lo segano mentre ansima, non mi trattengo e lo insudicio di sperma caldo. «Ora passa di là e mettiti a quattro zampe» mi ordina con espressione seria e la voce sempre più cupa, pulendosi la mano sulle mie natiche.

Eseguo i suoi ordini. Mi muovo come un automa, le gambe mi tremano mentre scavalco il cambio e passo dietro. Il perizoma e i leggins mi restano alle caviglie, li tolgo con un gesto goffo e li lancio sul sedile davanti. Nuda dalla vita in giù, mi metto a quattro zampe sul retro, le ginocchia affondate nella pelle bollente dei sedili posteriori, scosto i lunghissimi capelli dal viso mentre lui per creare spazio all'interno dell'abitacolo, sposta le sedie ribaltabili tutte in avanti. Mi aggrappo allo schienale con le dita sudate, la faccia girata di lato, e il respiro corto per il caldo asfissiante.

Lo sento slacciarsi la cintura, abbassare i pantaloni. Ho ancora le natiche bagnate dal mio sperma. Il suo pollice strofina lo sperma nel buco, spinge con due dita e mi apre. «Brava puttana» dice. «Stai calma e tranquilla che la prova comincia adesso.» Non faccio in tempo a rispondergli. Il suo cazzo si appoggia sull'apertura, la sua cappella turgida calda la spinge dentro. Una spinta che mi sfonda subito e senza resistenza. Un gemito acuto mi esce dalla gola, la schiena si inarca, le unghie graffiano la pelle del sedile. Il dolore è un lampo, poi un pieno di piacere che non mi molla più.

Mi scopa subito forte, ad un ritmo veloce e frettoloso, le sue palle mi schioccano sulle natiche bagnate. Il mio cazzo sbalza sotto le sue spinte sul bordo del sedile. Sospiri profondi mi escono ad ogni suo colpo, e la mia figa anale si allarga per lui. «Senti che suono, senti che bello» ansima lui tra un colpo e l'altro dentro di me. La sua mano afferra i miei capelli biondi, mi volta la testa costringendomi a guardare nello specchietto retrovisore: ci siamo noi, io con lo sguardo fisso, e lui dietro che si muove freneticamente. «Non staccare gli occhi e guardati puttana» mi dice il maiale, mentre mi scopa fino alle palle. Lo sento gonfiarsi dentro, e ad un passo dallo svuotarsi. Un getto di sperma caldo mi riempie tutta ingravidandomi, mentre godo e fremo contro lo schienale. Resta dentro il porco, spinge ancora una volta per essere sicuro di avermela spruzzata tutta, fa uscire il suo sperma che cola dal mio buco slabbrato, gocciolando sul sedile nero.

Mi fa voltare perché non è finita, mi abbassa la testa a forza per ripulire tutto, mi spinge il suo cazzo ancora duro e pieno di sperma colante tra le labbra, costringendomi a ingoiarlo. A colpi di lingua lo pulisco attentamente coperta dai lunghissimi capelli. Apre lo sportello per uscire e sistemarsi.

Mi rivesto in silenzio, lo sperma mi cola lungo le cosce lisce e macchia l'interno del perizoma mentre mi sistemo i capelli arruffati e spettinati. «Rimettiti alla guida» mi ordina. Torniamo all'autoscuola senza una parola senza un commento sull'accaduto. Nel parcheggio compila il modulo, sbatte il timbro sul cofano dell'auto. «Bocciato.» La mia sottomissione non è servita a nulla dunque. Mi porge il foglio con la scritta 'BOCCIATO' e chiude lo sportello girando i tacchi entrando nell'ufficio.

Il foglio con 'BOCCIATO' è stretto nelle mie mani, lo fisso come un carnefice fisserebbe la sua preda. Non capivo perché mi avesse respinta, ero stata brava, nonostante qualche errore nello scritto e qualche grattata di troppo nell'inserimento delle marce. Ma avevo guidato alla perfezione, soprattutto entrando nel vicolo dove mi aveva scopata tra i sedili posteriori dell'auto. Iniziò a salirmi un risentimento di vendetta nei suoi confronti. Ero stata violentata e non mi aveva nemmeno fatta passare l'esame. Era troppo mi dissi.

In ascensore fisso il pulsante del mio piano. In camera mi spoglio davanti allo specchio osservando i segni sulle natiche e il buco slabbrato lasciati dal suo trattamento. Alla fine mi rendo perfettamente conto che mi era piaciuto. Inutile nasconderlo perché era la sacrosanta verità. Avevo goduto insieme a lui, non avevo opposto una seppur minima resistenza, potevo chiamarla violenza? Potevo dire che mi avesse stuprata? No, non potevo dire nulla. La cosa più saggia da fare era ripropormi per un secondo tentativo. Se non mi dava la patente, almeno mi sarei fatta un'altra scopata con quel maiale.

chrisbabyface@libero.it
scritto il
2026-09-08
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