Il sussurro della frusta
di
Nora V.
genere
dominazione
Legata.
Polsi e caviglie fissati ai quattro angoli del letto, schiena nuda offerta alla luce bassa della stanza. Il Dom si muove lento dietro di me, la frusta di cuoio sfiora l’aria con un sibilo secco.
Era questo che gli avevo chiesto quando ci siamo conosciuti: provare a perdere il controllo. Abbiamo stabilito limiti e safeword. Sul resto gli ho lasciato libertà.
Adesso che sono davvero qui, però, il cuore mi batte molto più forte di quanto avevo immaginato.
Lui si muove lentamente dietro di me. Non riesco a vederlo, ma sento il cuoio della frusta sfiorarmi una coscia.
Mi irrigidisco.
«Hai cambiato idea?»
«No» sussurro.
Una pausa.
«Allora conta.»
Il primo colpo si abbatte sulla curva delle natiche. Preciso. Bruciante. Ansimo. Accolgo il dolore anche se il corpo si tende contro le corde per fuggire.
Il secondo arriva subito dopo, più basso, più forte. Il calore si sparge come liquido tra le cosce.
Al terzo colpo le lacrime mi salgono agli occhi, ma il gemito che mi fugge è carico di fame. Lui si ferma un secondo, le dita fredde a tracciare il segno rosso sulla mia pelle.
«Già bagnata», osserva, spingendo due dita dentro di me senza preavviso. Gli stringo intorno le gambe, il respiro spezzato. Il Dom le apre di più, la frusta posata sul materasso, e si slaccia i pantaloni.
La testa del suo cazzo preme contro l’entrata, l’allarga e quando mi penetra è un affondo brutale che mi riempie tutta. Grido, per dolore, per piacere puro. Esce e rientra più forte. Ogni spinta è accompagnata da un colpo secco della mano aperta sulla natica già segnata.
Il dolore sul sedere brucia e si mescola al calore umido del mio piacere. Il ritmo è implacabile, carne contro carne, il suono umido dei suoi colpi che mi riempiono, il bruciore della pelle che si mescola all’eccitazione. Il Dom mi afferra i capelli, tirando la testa indietro. Mi morde il lobo dell’orecchio.
«Vieni mentre ti prendo così», ordina.
Le ultime spinte più profonde, più lente, il suo cazzo che pulsa dentro di me mentre il mio corpo trema sull’orlo. L’orgasmo mi travolge, lui mi tiene inchiodata, ancora duro, ancora dentro, il respiro pesante contro la mia nuca.
Non si muove, ma so che non è finita.
La sua mano mi stringe i capelli più forte, tirando la testa all’indietro fino a farmi inarcare la schiena.
«Ancora», ordina a bassa voce.
Riprende a fottermi con colpi lenti e profondi che mi spingono contro le corde. Ogni affondo mi riempie fino al limite, sfregando contro quel punto che mi fa gemere senza controllo.
La frusta ritorna, questa volta senza preavviso: un colpo secco sulla spalla, poi un altro più basso, proprio sopra il segno precedente. Il bruciore esplode crudele, facendomi contrarre intorno a lui. «Conta», ringhia, mordendomi il collo mentre mi penetra più forte.
«Uno… due… tre…» Le parole mi escono strozzate tra gemiti e pianto. Il corpo si contorce tra il dolore e l’eccitazione che sale ancora. Mi allarga le cosce con le ginocchia, affondando ancora più a fondo, la sua mano che mi schiaffeggia la natica già segnata in sincronia con ogni spinta.
Il suono umido dei nostri corpi si mescola ai colpi della frusta che continua a cadere, precisi, sadici, accendendo la pelle in linee di fuoco. Il piacere mi travolge ancora, più intenso, insieme al dolore che mi fa piangere e implorare allo stesso tempo. Lui non rallenta, mi tiene inchiodata mentre vengo urlando, il suo cazzo che mi riempie senza tregua, il respiro rovente contro la mia nuca.
«Brava», sussurra, crudele e soddisfatto, mentre continua a scoparmi attraverso l’orgasmo, la frusta che solleva di nuovo per il colpo successivo.
Il suo cazzo libera lo sperma dentro di me e ringrazio il mio Dominatore per il dono che mi ha concesso.
Per qualche secondo nella stanza non sento altro che il mio respiro.
Poi le corde si allentano.
Prima una caviglia. Poi l’altra. I polsi per ultimi.
Lui non dice niente mentre mi libera. Mi passa lentamente le dita sui segni lasciati dalle corde e io seguo quel gesto senza sapere bene cosa dovrei provare.
Sollievo, forse.
Lo guardo e penso alla donna che, una settimana fa, gli aveva scritto soltanto per sapere come fosse.
Che idiota.
Adesso lo so. Il problema è che sapere com’è non mi è bastato.
«Quando posso tornare?»
Lui sorride. «Quando avrai deciso cosa vuoi provare la prossima volta.»
E per la prima volta da quando sono entrata in questa stanza, la risposta mi viene immediatamente.
Voglio scoprire quanto ancora riesco a lasciargli fare.
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Era questo che gli avevo chiesto quando ci siamo conosciuti: provare a perdere il controllo. Abbiamo stabilito limiti e safeword. Sul resto gli ho lasciato libertà.
Adesso che sono davvero qui, però, il cuore mi batte molto più forte di quanto avevo immaginato.
Lui si muove lentamente dietro di me. Non riesco a vederlo, ma sento il cuoio della frusta sfiorarmi una coscia.
Mi irrigidisco.
«Hai cambiato idea?»
«No» sussurro.
Una pausa.
«Allora conta.»
Il primo colpo si abbatte sulla curva delle natiche. Preciso. Bruciante. Ansimo. Accolgo il dolore anche se il corpo si tende contro le corde per fuggire.
Il secondo arriva subito dopo, più basso, più forte. Il calore si sparge come liquido tra le cosce.
Al terzo colpo le lacrime mi salgono agli occhi, ma il gemito che mi fugge è carico di fame. Lui si ferma un secondo, le dita fredde a tracciare il segno rosso sulla mia pelle.
«Già bagnata», osserva, spingendo due dita dentro di me senza preavviso. Gli stringo intorno le gambe, il respiro spezzato. Il Dom le apre di più, la frusta posata sul materasso, e si slaccia i pantaloni.
La testa del suo cazzo preme contro l’entrata, l’allarga e quando mi penetra è un affondo brutale che mi riempie tutta. Grido, per dolore, per piacere puro. Esce e rientra più forte. Ogni spinta è accompagnata da un colpo secco della mano aperta sulla natica già segnata.
Il dolore sul sedere brucia e si mescola al calore umido del mio piacere. Il ritmo è implacabile, carne contro carne, il suono umido dei suoi colpi che mi riempiono, il bruciore della pelle che si mescola all’eccitazione. Il Dom mi afferra i capelli, tirando la testa indietro. Mi morde il lobo dell’orecchio.
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Non si muove, ma so che non è finita.
La sua mano mi stringe i capelli più forte, tirando la testa all’indietro fino a farmi inarcare la schiena.
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«Brava», sussurra, crudele e soddisfatto, mentre continua a scoparmi attraverso l’orgasmo, la frusta che solleva di nuovo per il colpo successivo.
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Per qualche secondo nella stanza non sento altro che il mio respiro.
Poi le corde si allentano.
Prima una caviglia. Poi l’altra. I polsi per ultimi.
Lui non dice niente mentre mi libera. Mi passa lentamente le dita sui segni lasciati dalle corde e io seguo quel gesto senza sapere bene cosa dovrei provare.
Sollievo, forse.
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Che idiota.
Adesso lo so. Il problema è che sapere com’è non mi è bastato.
«Quando posso tornare?»
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