Salvo e Antonella, la trasformazione di una coppia (EPISODIO 2)

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Sono PadronD, Master reale, amante della dominazione in generale ed in particolare su coppie cuckold e slaves. Sono in questo mondo fatto di dominazione ed intelletto da anni. Ultimamente ho riscoperto il gusto della scrittura applicata alla mia passione. Tutte le storie che scrivo hanno sempre qualcosa di vero, a volte lo sono nella loro interezza, sta a te capirlo.
Non cerco nulla di diverso della condivisione di fantasie, per le sessioni reali utilizzo altri metodi e canali.
Mi fa piacere se esprimerai la tua opinione a fine lettura o se vorrai contattarmi per quel che vuoi.
Intanto ti lascio al nuovo episodio del racconto. Buona lettura

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La settimana successiva, Salvatore e Antonella si presentarono puntuali allo studio del dottor Randellone. Questa volta il terapista li fece entrare insieme. Era seduto dietro la grande scrivania, la mole imponente che riempiva lo spazio, la barba scura e gli occhi di ghiaccio che li osservavano entrambi con attenzione.
«Sedetevi», disse con voce bassa e calma. «Sono felice della vostra decisione. Sono sicuro che Salvatore ha preso la decisione giusta. Un uomo intelligente sa riconoscere quando è il momento di agire.»
Salvatore annuì, visibilmente soddisfatto, il petto gonfio.
«Grazie, dottore. Come le avevo detto, io so cosa serve. Siamo qui per fare tutto il necessario.»
Randellone inclinò leggermente la testa.
«Proprio così. Però vi avviso: il percorso è lungo. Pieno di insidie psicologiche. Momenti di resistenza, di orgoglio ferito, di verità scomode che faranno male. Non sarà facile. Ma voi, come ha giustamente detto Salvatore, siete disposti a tutto pur di raggiungere l’obiettivo. Vero?»
«Certo», rispose Salvatore con decisione. «A tutto.»
Antonella restò in silenzio per un attimo, poi annuì. «Sì.»
Il dottore aprì un cassetto e ne estrasse due quadernetti neri, uguali, con la copertina rigida.
«Bene. Allora iniziamo così.» Porse uno a Salvatore e uno ad Antonella. «Ognuno di voi prenderà questo quaderno. Dovrete scrivere, separatamente, i vostri desideri. Non quelli di facciata. Quelli veri. Quelli che non avete mai detto ad alta voce. Cosa volete da questo matrimonio. Cosa vi manca. Cosa desiderate nel corpo, nella mente, nel letto. Siate sinceri. Nessuno leggerà l’altro, almeno per ora. Solo io, quando sarà il momento.»
Salvatore aprì il quadernetto e lo sfogliò con aria superiore. «Capito, dottore. Scriverò tutto. Io so cosa voglio.»
Antonella strinse il suo tra le mani, senza aprirlo.
Randellone si alzò.
«Per un primo periodo le sedute saranno separate. È necessario. Ognuno di voi deve potersi esprimere senza filtri. La prima sarà con Antonella. Tra una settimana, stesso giorno, stessa ora. Salvatore, lei tornerà la settimana successiva. Va bene?»
Salvatore sembrò un attimo contrariato, ma poi sorrise. «Certo. Come dice lei, dottore. Lei sa cosa fa.»
«Perfetto. Allora vi congedo. Andate a casa. Scrivete. E non parlatevi di quello che mettete su quelle pagine.»
Uscirono. In macchina, Salvatore guidava con aria trionfante.
«Vedi? Ti avevo detto che stavo facendo la cosa giusta. Quel dottore mi ha capito subito. Ora scriveremo i desideri e sistemeremo tutto. Tu fai come ti dico e andrà tutto bene.»
Antonella guardava fuori dal finestrino. «Sì, Salvatore.»
Sette giorni dopo, Antonella si presentò da sola. Indossava un semplice vestito scuro, i capelli raccolti. In mano stringeva il quadernetto nero. Quando entrò nello studio, il dottor Randellone era già in piedi vicino alle poltrone. La sua presenza riempiva la stanza come un muro di carne e autorità.
«Antonella. Siediti.»
Lei obbedì. Lui si sistemò di fronte a lei, non dietro la scrivania, ma più vicino, le ginocchia quasi a toccare le sue. Gli occhi di ghiaccio la fissarono senza pietà.
«Hai scritto?»
Antonella aprì il quadernetto. Le pagine erano piene di una scrittura minuta, quasi nervosa.
«Sì.»
«Allora inizia. Leggi. O parla. Come preferisci. Ma voglio tutto. I tuoi desideri. I tuoi segreti. Quelli che non hai mai detto a nessuno. Specialmente a lui.»
Lei abbassò lo sguardo sulle pagine, poi lo risollevò. La voce le uscì bassa all’inizio, ma pian piano si fece più ferma, più cruda.
«Ho scritto… che non sopporto più di fingere. A letto. Non sopporto più di gemere e dire “sei meraviglioso” quando non sento quasi niente. Il suo… è piccolo. Entra e dopo due minuti è già finito. Io resto lì, sotto di lui, a fingere. Da vent’anni. E ogni volta mi sento… vuota. Sporca. Non di piacere. Di menzogna.»
Randellone non distolse lo sguardo. «Continua.»
Antonella voltò pagina. Le mani le tremavano leggermente.
«Ho scritto che vorrei… essere presa. Davvero presa. Non con delicatezza. Non con quella fretta da marito stanco. Vorrei sentirmi piena. Vorrei che qualcuno mi tenesse ferma e mi usasse finché non riesco più a muovermi dalla stanchezza. Ho scritto che a volte, di notte, mentre lui russa, mi tocco e immagino… cose che non dovrei.»
Il dottore inclinò la testa. «Che cose?»
Antonella deglutì. Gli occhi le si inumidirono, ma non smise.
«Immagino un uomo grande. Pesante. Che mi tiene giù con una sola mano. Che non mi chiede permesso. Che mi dice cosa fare e io… obbedisco. Perché non ho più voglia di decidere. Non ho più voglia di fingere di essere la brava moglie. Vorrei… smettere di essere la donna che sopporta. Vorrei essere quella che viene usata e che, per una volta, gode davvero.»
La voce le si spezzò. Poi, dopo un respiro lungo, continuò.
«Ho scritto anche che odio quando mi ridicolizza davanti agli altri. Odio il modo in cui ride e dice “Antonella non capisce queste cose”. Odio che i nostri amici ridano con lui. E odio ancora di più il fatto che io stia zitta. Che sorrida. Che abbassi la testa. Dentro di me c’è una rabbia che non so più dove mettere. Una rabbia e… un bisogno. Un bisogno di essere vista. Di essere toccata come se valessi qualcosa. O forse come se non valessi niente, ma almeno in modo vero.»
Alzò gli occhi sul dottore. Le lacrime le solcavano il viso, ma la voce ormai era ferma, quasi crudele nella sua sincerità.
«Ho scritto che a volte, quando lei mi guarda con quegli occhi di ghiaccio, come fa adesso, sento qualcosa qui.» Si portò una mano al basso ventre. «Qualcosa che non sento da anni. Paura. E… altro. Non so se è giusto. Non so se è normale. Ma è la verità. La verità che non ho mai detto a nessuno.»
Il silenzio che seguì fu pesante. Randellone restò immobile per lunghi secondi. Poi si chinò leggermente in avanti. La sua voce uscì bassa, quasi un brontolio.
«Hai fatto bene a scriverlo. E hai fatto ancora meglio a dirlo. Qui non c’è giudizio. Solo verità. E la verità, Antonella, è il primo passo. Il più difficile.»
Lei annuì, asciugandosi gli occhi con il dorso della mano.
«Adesso», proseguì il dottore, «lasciami il quaderno. Lo terrò io. La prossima volta parleremo di quello che hai scritto oggi. Di cosa significa. E di cosa sei disposta a fare per non fingere più.»
Antonella gli porse il quadernetto. Le loro dita si sfiorarono per un istante. La mano di lui era enorme, calda, ruvida.
«Grazie, dottore», sussurrò.
Randellone non sorrise. Ma qualcosa nei suoi occhi di ghiaccio sembrò spostarsi, solo per un attimo.
«Non ringraziarmi. Torna a casa. Non dire a Salvatore cosa hai raccontato. E preparati. Perché da adesso il percorso inizia davvero.»
Antonella si alzò. Alle porte dello studio si voltò un’ultima volta. Il dottore era ancora seduto, il quadernetto nero tra le mani enormi, lo sguardo fisso su di lei.
Uscì. Nella sala d’attesa non c’era nessuno. Solo il silenzio e il battito accelerato del suo cuore.
Per la prima volta in ventidue anni, Antonella aveva detto tutto. E qualcuno l’aveva ascoltata senza interromperla.
La seduta con Salvatore fu, come previsto, superficiale e priva di contenuti reali. L’uomo entrò con la solita aria di superiorità, aprì il quadernetto e lesse a voce alta desideri banali e gonfiati di ego: «Voglio che mia moglie mi rispetti di più», «Voglio più sesso, ma senza che lei faccia storie», «Voglio che capisca che sono io il capo». Il dottor Randellone annuì, fece qualche domanda di circostanza e lo congedò dopo meno di quarantacinque minuti. Salvatore uscì convinto di aver fatto un’ottima figura.
La settimana successiva toccò di nuovo ad Antonella.
Entrò nello studio con il cuore che le batteva forte. Indossava una gonna scura e una camicetta semplice. Il dottore era già in piedi vicino alla poltrona, più imponente che mai. Chiuse la porta a chiave dietro di lei e le fece cenno di sedersi.
«Questa volta voglio sapere di più», disse con voce bassa. «I tuoi sogni erotici. Quelli che hai solo accennato. Descrivili. Nei dettagli.»
Antonella abbassò lo sguardo, ma obbedì. La voce le tremava appena.
«Sogno… di essere usata. Di non avere scelta. Un uomo grande, pesante, che mi tiene ferma. Che mi parla male. Che mi chiama puttana, troia, cagna. Che mi obbliga ad aprire la bocca e a prendere tutto. Che non si ferma finché non ha finito. A volte… a volte sogno di essere in ginocchio, con le lacrime agli occhi, mentre lui mi riempie la gola e continua a insultarmi. E io… io godo. Nonostante tutto. O forse proprio per quello.»
Randellone restò in silenzio per alcuni secondi. Poi annuì lentamente.
«Bene. Hai detto la verità. Allora è arrivato il momento di iniziare una nuova terapia. Se sogni di essere usata, allora è quella la strada che devi conoscere per prima. Non a parole. Con il corpo. Oggi iniziamo.»
Si alzò. La trasformazione fu immediata. La cortesia professionale sparì. Gli occhi di ghiaccio si fecero più duri, la voce più grave, volgare, autoritaria.
«In ginocchio. Subito. E apri quella bocca da puttana.»
Antonella scese dalla poltrona e si inginocchiò sul tappeto. Le mani le tremavano. Il dottore si sbottonò i pantaloni con gesti lenti, deliberati. Tirò fuori un cazzo enorme, grosso come il polso di un uomo normale, già semi-duro, venato, e sotto di esso due palle pesanti, piene, pelose. L’odore forte e maschile le arrivò dritto al naso.
«Guarda che cos’hai davanti, troia. Questo è un cazzo vero. Non quel pisellino da quattro soldi che ti monta tuo marito. Leccalo. Tutto. Le palle, l’asta, la testa. E succhia forte. Se ti fermi, ti prendo per i capelli e ti faccio male.»
Antonella obbedì. La lingua le uscì tremante. Iniziò a leccare le palle pesanti, sentendo il sapore salato e intenso della pelle. Il dottore le afferrò i capelli con una mano enorme e le tirò la testa indietro.
«Più in basso, cagna. Lecca sotto. Sì, così. Sei una brava troia, vero? Tuo marito ti monta come un coniglio e tu fingi. Adesso invece prendi questo.»
La costrinse ad aprire la bocca e spinse il cazzo grosso tra le sue labbra. Antonella soffocò appena, gli occhi pieni di lacrime. Randellone non le diede tregua. Iniziò a scoparle la bocca con movimenti lenti ma profondi, insultandola senza interruzione.
«Succhia, puttana. Più forte. Usa la lingua. Guarda come ti si riempie la faccia. Sei solo un buco caldo da usare, capito? Una moglie fallita che finalmente fa quello per cui è fatta. Continua. Più a fondo.»
Antonella si sforzava di prendere più che poteva. La saliva le colava dal mento. Il dottore la usò senza pietà per lunghi minuti, poi si ritrasse, le diede uno schiaffo leggero sulla guancia e le ordinò di leccare di nuovo le palle mentre lui si masturbava lentamente sopra la sua faccia.
«Apri. Lingua fuori. Guarda che cazzo ti sta per riempire la gola.»
La prima sborrata le arrivò dritta in bocca e in gola. Antonella tossì, ma lui le tenne la testa ferma finché non ebbe finito. Poi la costrinse a deglutire.
«Brava cagna. Prima dose. Adesso ricominciamo.»
La seduta proseguì così. Il dottore la umiliò a lungo, chiamandola troia, puttana, buco, moglie inutile. La fece succhiare di nuovo finché non sborrò una seconda volta, poi una terza, sempre nella sua gola. Antonella aveva le ginocchia doloranti, il viso bagnato di saliva e lacrime, ma non si fermò. Qualcosa dentro di lei si era aperto: la vergogna e l’eccitazione si mescolavano in un modo che non aveva mai provato.
Alla fine, dopo quasi un’ora, Randellone la tenne per i capelli e le scopò la bocca con più forza, più volgarità.
«Ultima. Apri bene. Voglio che la senti scendere tutta. Deglutisci tutto, troia. Non perdere una goccia.»
La quarta sborrata fu abbondante, calda, densa. Le riempì la gola e l’esofago. Antonella deglutì a fatica, gli occhi chiusi, mentre lui le teneva la testa premuta contro il basso ventre finché non ebbe finito completamente.
Solo allora la rilasciò. Si ritrasse, si sistemò i pantaloni e la guardò dall’alto, di nuovo con un’ombra di professionalità, ma gli occhi ancora duri.
«Alzati. Rivestiti.»
Antonella si alzò tremante. Si sistemò la gonna e la camicetta con mani insicure. Il sapore di lui le restava in bocca.
Randellone parlò con tono calmo, quasi didattico.
«Questa è la terapia. Se il tuo desiderio più profondo è essere usata, allora devi imparare a esserlo davvero. Senza finzioni. Senza controllo. Ogni settimana lavoreremo su questo. Imparerai a prendere, a deglutire, a obbedire. E imparerai anche a non fingere più con tuo marito. Capito?»
Antonella annuì, la voce rauca. «Sì, dottore.»
«Bene. La prossima settimana, stesso giorno, stessa ora. Vieni preparata. E non dire una parola a Salvatore di quello che è successo oggi. Questo fa parte del percorso.»
Si avvicinò, le sollevò il mento con due dita enormi.
«Sei andata bene, per essere la prima volta. Ma la prossima sarà più dura. Ora vattene.»
Antonella uscì dallo studio con le gambe deboli e il cuore che batteva all’impazzata. Nella sala d’attesa non c’era nessuno. Solo il sapore ancora vivo in fondo alla gola e la certezza che, da quel momento, niente sarebbe più stato come prima.
scritto il
2026-08-20
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