Remissivo: storia di un cornuto consapevole (episodio 05)

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genere
corna

Sono PadronD, Master reale, amante della dominazione in generale ed in particolare su coppie cuckold e slaves. Sono in questo mondo fatto di dominazione ed intelletto da anni. Ultimamente ho riscoperto il gusto della scrittura applicata alla mia passione. Tutte le storie che scrivo hanno sempre qualcosa di vero, a volte lo sono nella loro interezza, sta a te capirlo.
Non cerco nulla di diverso della condivisione di fantasie, per le sessioni reali utilizzo altri metodi e canali.
Mi fa piacere se esprimerai la tua opinione a fine lettura o se vorrai contattarmi per quel che vuoi, scrivimi a padron.d@hotmail.it
Intanto ti lascio al nuovo episodio del racconto. Buona lettura

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PadronD non rallentò.
Continuò a sfondare Gabriella sul tavolo come se avesse appena cominciato. Il cazzo enorme entrava fino in fondo, usciva lucido, rientrava con colpi secchi che facevano tremare il legno. Gabriella era già esausta, la faccia premuta sul piano, la saliva che le colava, ma lui non mostrava fatica. Rideva.
Rideva e parlava.
«Ascolta, Sara. Stai zitta e impara. Questa vacca e questo cornuto hanno una storia bella sporca. Tre anni fa lui mi ha scritto su un forum, come un pezzo di merda di marito. “PadronD, mia moglie è una signora, ma io sogno di vederla usata”. Cazzate da debole. All’inizio lei non sapeva un cazzo. Era la brava moglie, la palestra, le cene, il sorriso da perbene. Io l’ho avvicinata. Piano. Poi meno piano. Un giorno l’ho portata in macchina e le ho messo il cazzo in gola. Ha tossito, ha pianto, e poi ha chiesto di rivedermi.»
Una bordata più forte. Gabriella gemette, un suono rotto.
«Suo marito, questo coglione in ginocchio, pagava. Pagava le camere, pagava i vestiti, pagava perché io le riempissi la figa. Quando lei ha scoperto che era stato lui a offrirmela, non l’ha lasciato. Lo ha disprezzato. Lo ha ridotto così. Adesso quando suono al loro campanello questa si inginocchia da sola e quello si mette sotto a leccare. Guarda. Guarda che famiglia di merda.»
Sara era allibita. Disorientata. Restava immobile, le labbra socchiuse, gli occhi che andavano dal cazzo che spariva nella figa di Gabriella al viso del marito, a pochi centimetri, lucido di saliva e umiliazione. Non parlava. Ascoltava.
PadronD le diede uno sguardo di traverso, sempre pompando.
«Quando dico “inginocchiati” si inginocchia. Quando dico “apri” apre. E il cornuto sta zitto. Bravo cane. Lecca meglio le palle mentre racconto.»
Il marito obbedì, la lingua sulle palle di PadronD, umiliato, la faccia a un palmo dalla fica della moglie che veniva martellata.
PadronD rise di nuovo, più basso.
«Una volta l’ho fatta scopare da due amici mentre lui filmava in ginocchio. Un’altra l’ho sborrata in faccia e l’ho mandata a una cena di lavoro così, con la sborra nei capelli. Lei è andata. Ha sorriso. Ha fatto la signora. Poi è tornata e mi ha succhiato di nuovo. Questa è Gabriella. Non è una sognatrice. È una troia addestrata.»
Si fermò un attimo, il cazzo sepolto fino alle palle.
«Ehi, cornuto. Tua moglie prende la pillola?»
Il marito alzò gli occhi, spaventato, la voce piccola.
«N-no, PadronD. Non la prende. Ha avuto problemi… il ginecologo le ha detto di stare ferma un periodo… non… non usiamo niente da mesi…»
PadronD sorrise.
«Meglio così. Allora stasera mi scarico i coglioni dentro l’utero di questa vacca. Se rimane incinta, sono cazzi vostri. Io sborro e me ne vado. Tu le leccherai la figa piena e pregherai che non esca incinta. Capito?»
«Sì… PadronD… capito…»
«Bravo pezzo di merda.»
Riprese a scoparla. Bordate potentissime. Il tavolo scricchiolava. Gabriella non urlava più: emetteva solo suoni rotti, il corpo che si scuoteva a ogni colpo. PadronD le afferrò i fianchi e accelerò, selvaggio, il bacino che batteva contro il culo di lei.
«Prendi. Prendi tutta la sborra. Tuo marito sta sotto a guardare il mio cazzo che ti insemina. Dillo, vacca. Dillo che vuoi la sborra in utero.»
Gabriella, la voce distrutta:
«Sborrami… sborrami dentro… riempimi… PadronD…»
Lui affondò fino in fondo e venne.
Una quantità enorme. Getti lunghi, caldi, che le riempirono la figa fino a farla traboccare. Continuò a spingere mentre sborrava, costringendo tutto a restare dentro. Gabriella restò distesa sul tavolo, esausta, le gambe che non reggevano, un filo bianco che già iniziava a uscire.
PadronD uscì di scatto. La figa di lei restò aperta, piena, che perdeva.
Si avvicinò alla sua bocca. Le afferrò i capelli e le sfondò la gola per qualche secondo, il cazzo ancora duro, lucido di figa e sborra. Gabriella gorgogliò, gli occhi pieni di lacrime. Poi lui uscì, il cazzo bagnato, e se lo asciugò sui capelli di lei come fossero una pezza. Li passò su e giù, sporchi, usati.
Si rivestì con calma come se nulla fosse.
Guardò Gabriella.
«Non ti muovere. Restì così, piegata, con la sborra che cola.»
Poi guardò il marito, ancora in ginocchio.
«Adesso lecchi. Bevi quello che esce da tua moglie. Tutta. Non lasciare niente sul pavimento. Lingua dentro. Fino a quando non è pulita. E stasera non ti lavi la faccia.»
Il marito si avvicinò, mesto, e posò la bocca sulla figa della moglie. Iniziò a leccare e a succhiare la sborra che usciva, umiliato, silenzioso.
PadronD si voltò. Prese Sara per un braccio, senza delicatezza.
«Andiamo.»
Sara non resistette. Lo seguì, le gambe molli, la testa piena di immagini, il silenzio in gola. Mentre uscivano sentì ancora il suono umido della lingua del marito sulla figa piena di Gabriella.
La porta si chiuse alle loro spalle.
Dentro, i due coniugi restarono in quello stato pietoso: lei esausta sul tavolo, lui in ginocchio a bere la sborra di un altro. Fuori, PadronD camminava già verso l’auto, Sara al suo fianco, ancora zitta, ancora sua.
Nel tragitto verso casa di Sara l’auto era silenziosa.
PadronD guidava con una mano sola, lo sguardo sulla strada. Dopo qualche minuto parlò, calmo, come se stesse chiedendo l’ora.
«Allora. Che ne pensi della serata.»
Sara restò qualche secondo senza voce. Guardava fuori, le mani strette sulle ginocchia, ancora con in testa Gabriella piegata sul tavolo e quel marito in ginocchio a leccare.
«Io… non so. Sono ancora incredula. Credevo fosse una cena. Un aperitivo. Invece ho visto una donna farsi sfondare la gola come un cesso. L’ho vista piegata sul tavolo mentre tu la scopavi come una vacca. E poi è entrato il marito e… cazzo, PadronD, ho pensato che vi ammazzaste. Invece quello si è messo in ginocchio. Ti ha leccato le palle. Ha leccato la sborra dalla figa di sua moglie. Non credevo esistessero uomini così. Non credevo esistessero donne che si fanno usare così davanti al marito.»
PadronD non commentò. Lei continuò, la voce più bassa, più sporca.
«Quando le hai sborrato dentro… quando le hai chiesto della pillola e lui ha detto di no… ho sentito il sangue fermarsi. L’hai riempita. L’hai usata e poi ti sei pulito i coglioni sui suoi capelli. E lei è rimasta lì. Ferma. Come un oggetto. Io… io non so se ero disgustata o bagnata. Forse tutte e due. Mi tremavano le gambe. Mi tremano ancora.»
Arrivarono sotto casa di Sara. PadronD spense il motore ma non si voltò subito. Restò a guardare il palazzo.
«Tu non diventerai mai come Gabriella.»
Sara lo guardò.
«Perché lo dici?»
«Perché il marito di Gabriella è consenziente. Si mette in ginocchio da solo. È un cornuto dichiarato, un pezzo di merda che ha scelto di esserlo. Il tuo, invece, non sa un cazzo. Non sa che ti ho scopata a casa vostra. Non sa che ti ho sborrato in figa dietro un furgone. Non sa che stasera hai visto un’altra moglie farsi inseminare sul tavolo. Per lui sei ancora la brava moglie che lo tratta di merda senza motivo. Quella differenza ti tiene da un’altra parte. Gabriella è proprietà consapevole. Tu sei ancora un furto.»
Sara deglutì. Voleva dire qualcosa. Voleva un bacio, una mano, un “brava”. Non arrivò niente.
PadronD si limitò ad aprire la portiera dal suo lato, poi fece un cenno a quella di lei.
«Scendi. Vai a casa. Stasera niente baci. Niente cazzo. Vai dentro e fai la moglie.»
Sara restò un secondo ferma, le labbra socchiuse, il corpo che chiedeva contatto. Poi obbedì. Scese. Chiuse la portiera. Lui ripartì senza voltarsi.
Mentre tornava a casa, PadronD aprì la chat con remissivo. Gli mandò foto e video della serata: Gabriella in ginocchio con la gola piena, Gabriella piegata sul tavolo, il marito in ginocchio a pochi centimetri dalla fica, il cazzo che sborrava dentro, i capelli usati come uno straccio, il cornuto che leccava la sborra che colava.
Poi scrisse:
«Guarda, pezzo di merda. Questa è una moglie vera e un marito vero. La tua invece è ancora all’oscuro. Stasera torni a casa e le chiedi di scopare. Le metti le mani addosso. Le dici che la vuoi. Accetti qualunque reazione. Se ti manda a fanculo, se ti sputa, se ti dice che le fai schifo, stai zitto e la ringrazi. Poi vai in bagno, ti seghi, e ti sborri nelle mani. Non ti pulisci subito. Guardi la sborra e pensi a tua moglie che stasera ha visto un cazzo vero riempire un’altra fica. Poi vai a dormire. Capito, cornuto?»
Remissivo rispose dopo pochi minuti, già duro, già perso:
«Sì, PadronD. Guardo tutto. Le chiedo di scopare. Accetto tutto. Poi mi sborro nelle mani come un cane. Grazie.»
Quando Sara entrò in casa, remissivo era in soggiorno. Lei lo oltrepassò senza salutarlo. Lui la seguì con lo sguardo, il telefono ancora caldo dei video, e raccolse il coraggio che PadronD gli aveva ordinato di avere.
«Sara… stasera… possiamo… voglio fare l’amore.»
Sara si voltò. Lo guardò come si guarda una macchia sul pavimento.
«Non mi toccare. Non mi rompere i coglioni. Il tuo cazzo non mi interessa. Vai a farti una sega e sparisci.»
Remissivo abbassò gli occhi.
«Va bene.»
Andò in bagno. Si chiuse. Si tirò fuori il cazzo già molle di umiliazione e se lo lavorò guardando i video che PadronD gli aveva mandato: la figa di Gabriella piena, la lingua del marito, il cazzo enorme che usciva gocciolante. Venne nelle mani, come gli era stato ordinato. Restò lì a guardare la sborra calda sui palmi, respirando a pezzi.
Poi andò a dormire senza lavarsi.
Nell’altra stanza Sara si mise a letto con le cosce strette, ancora incredula, ancora bagnata, e con la frase di PadronD che le girava in testa:
Tu non diventerai mai come Gabriella.
E una parte di lei, oscura e silenziosa, non sapeva se fosse un sollievo o una condanna.
L’indomani mattina PadronD scrisse a remissivo.
«Oggi piazzi una videocamera in salotto. Davanti al divano. Bene in vista. Poi vai da tua moglie e le chiedi di farti uno spettacolo. Come una cam girl. Si spoglia, si tocca, parla sporco, si fa venire. Tu riprendi. Io voglio il file stasera.»
Remissivo lesse e restò fermo qualche secondo, il cuore in gola.
«PadronD… è impossibile. Sara non accetterebbe mai. Mi manderebbe a fanculo. Mi prenderebbe a schiaffi. Quella non fa queste cose. Non davanti a me. Non davanti a una telecamera.»
La risposta arrivò secca.
«Lo fai lo stesso. Glielo chiedi. Se dice di no, insisti una volta sola e poi stai zitto. Il resto lo so io. Esegui.»
Remissivo non capiva. PadronD sì.
Sapeva che le parole dette in macchina avevano lasciato il segno. Tu non diventerai mai come Gabriella. Quella frase le si era conficcata sotto la pelle. Non come un conforto: come una sfida. Sara, in fondo, aveva visto una donna usata, riempita, ridotta a oggetto, e una parte perversa di lei aveva invidiato quella certezza, quella sporcizia dichiarata. Voleva sentire di poter essere di più di una moglie che si masturba di nascosto. Voleva sentire di poter essere quella cosa che le era stata negata.
Remissivo aspettò il pomeriggio. Sistemò la telecamera sul mobile, punta al divano. Poi andò da Sara, che era in cucina col telefono in mano.
«Sara… devo chiederti una cosa. Vorrei… vorrei che ti mettessi sul divano e ti toccassi. Davanti alla telecamera. Come… come quelle ragazze. Voglio riprenderti.»
Sara alzò lo sguardo. Lo fissò a lungo. Prima con disgusto. Poi con qualcosa di più lento, più sporco.
«Sei impazzito.»
«Lo so. Ma… ti prego.»
Lei restò in silenzio. Si morsicò il labbro. Guardò la telecamera in salotto, poi di nuovo lui.
«Se lo faccio, quella registrazione non la deve vedere nessuno. Capito? Nessuno. È solo per te. Se scopro che la mandi in giro ti rovino.»
Remissivo annuì, già tremante.
«Nessuno. Lo giuro.»
Sara si alzò e andò in salotto. Si sedette sul divano. Guardò l’obiettivo.
«Accendila. E stai zitto.»
La telecamera partì.
All’inizio fu lenta. Sara si sfilò la maglia, poi il reggiseno. Le tette uscirono pesanti. Si accarezzò i capezzoli guardando la lente, non il marito.
«Guarda, cornuto. Queste tette non le tocchi più tu. Adesso le tocco io. E tu riprendi.»
Si sfilò i pantaloni e le mutandine. Aprì le gambe. La figa era già lucida. Due dita circolarono sul clitoride, poi scivolarono dentro.
«Cazzo come sono bagnata. E non è per te. È perché ieri ho visto un cazzo vero sfondare una fica sul tavolo. Tu invece hai un pisello da bambino.»
Remissivo stava in piedi, la telecamera in mano, il viso rosso.
«Avvicinala», ordinò lei. «Più bassa. Voglio che si veda tutto. La fica, le dita, quanto colo.»
Lui obbedì, si inginocchiò, inquadrò meglio.
Sara iniziò a pomparsi le dita con più forza, i fianchi che si muovevano.
«Parla, pezzo di merda. Dimmi che tua moglie è una puttana.»
«S-sei una puttana…»
«Più forte. E sposta la cam. Voglio un primo piano della fica. Adesso.»
Lui spostò. La lente era a pochi centimetri. Si sentiva il suono umido.
Sara aggiunse un’altra dita. Poi si mise a cavalcioni sul bracciolo, il culo verso l’obiettivo, e si toccò da dietro.
«Inquadra il culo. Voglio che si veda il buco. Sei un marito di merda non l’hai mai preso. Un uomo vero me lo prenderebbe. Tu no. Tu riprendi.»
L’escalation fu rapida. Sara si mise a quattro zampe sul divano, una mano che si sfregava il clitoride, l’altra che si apriva le chiappe.
«Dillo alla cam che sei un cornuto. Dillo che tua moglie si sta masturbando perché un altro le ha sborrato in figa.»
Remissivo, la voce rotta:
«Sono un cornuto. Mia moglie si sta toccando per un altro. gli ha sborrato in figa e io sto qui a filmare.»
Sara rise, un riso cattivo, e venne la prima volta. Squirtò. Un getto che bagnò il cuscino. Non si fermò.
«Ancora. Sposta la cam sotto. Voglio che si veda quando squirto. Avvicinala, coglione.»
Lui la mise quasi sotto di lei. Sara si toccò con rabbia, parlava all’obiettivo come a un cliente.
«Vi piace questa figa? Questa figa è di un altro. Mio marito è in ginocchio a filmare come un cane. Guardate come colo. Guardate come squirto.»
Venne di nuovo. Poi di nuovo. Ogni orgasmo era più umido, più rumoroso. Tra un colpo e l’altro umiliava.
«Non ti azzardare a toccarti mentre filmi. Le mani sulla cam. Sei solo un treppiede con le palle vuote. Se sborri adesso ti sputo in faccia.»
Remissivo non si toccò. Tremava. Riprendeva. Obbediva quando lei gli diceva «più a destra», «più vicina», «inquadra le tette mentre mi strizzo i capezzoli».
Dopo l’ennesimo squirt, Sara si fermò. Restò qualche secondo con le gambe aperte, la figa che pulsava, il divano macchiato. Poi si alzò. Raccolse i vestiti senza metterseli. Passò accanto al marito senza guardarlo.
Nessuna parola.
Andò in camera. Chiuse la porta.
Remissivo restò in salotto, la telecamera ancora accesa in mano, sconvolto, il cazzo duro e inutile nei pantaloni, il pavimento e il divano bagnati, l’eco dei «cornuto» e «pisello da bambino» ancora nelle orecchie.
Poco dopo inviò il file a PadronD, come gli era stato ordinato.
La risposta arrivò breve:
«Bravo cane. Tua moglie ha invidiato Gabriella e ha cominciato.»
scritto il
2026-09-09
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