Remissivo: storia di un cornuto consapevole (EPISODIO 04)
di
PadronD
genere
corna
Sono PadronD, Master reale, amante della dominazione in generale ed in particolare su coppie cuckold e slaves. Sono in questo mondo fatto di dominazione ed intelletto da anni. Ultimamente ho riscoperto il gusto della scrittura applicata alla mia passione. Tutte le storie che scrivo hanno sempre qualcosa di vero, a volte lo sono nella loro interezza, sta a te capirlo.
Non cerco nulla di diverso della condivisione di fantasie, per le sessioni reali utilizzo altri metodi e canali.
Mi fa piacere se esprimerai la tua opinione a fine lettura o se vorrai contattarmi per quel che vuoi, scrivimi a padron.d@hotmail.it
Intanto ti lascio al nuovo episodio del racconto. Buona lettura
________________________________________________
PadronD non scrisse più a Sara per quasi due settimane.
Nessun messaggio. Nessuna chiamata. Niente.
La lasciò cuocere a fuoco lento.
Sara all’inizio aspettò. Controllava il telefono ogni mezz’ora. Poi ogni dieci minuti. Poi iniziò a mandare lei i messaggi:
«Ciao… tutto bene?»
«Mi manchi.»
«Perché non rispondi?»
«Ho ancora le tue mani stampate addosso…»
Nessuna risposta.
Il desiderio le salì come una febbre. Di notte si toccava nel letto matrimoniale pensando a quel cazzo grosso e venoso che l’aveva spaccata, a come aveva squirato come una puttana, a come lui se n’era andato senza nemmeno salutarla. Veniva mangiandosi il labbro per non fare rumore, odiando e desiderando allo stesso tempo.
A casa con remissivo era diventata un ghiaccio. Lo guardava con disgusto. Quando lui le si avvicinava, lei si scostava come se puzzasse.
PadronD, intanto, aveva deciso che era arrivato il momento di iniziare a divertirsi sul serio con il marito.
Una sera aprì la chat con remissivo e scrisse:
«Sei pronto a sapere tutto, cornuto?»
Remissivo rispose in meno di un minuto:
«Sì, PadronD. Dimmi tutto. Ti prego.»
PadronD cominciò a raccontare. Con precisione chirurgica. Volgare. Crudele.
«Tua moglie mi ha chiamato a casa vostra mentre tu non c’eri. Mi ha aperto la porta già bagnata. L’ho spinta contro il muro, le ho alzato il vestitino e le ho trovato la figa già aperta. Due dita dentro e già gemava come una troia in calore. Poi l’ho piegata sul divano e gliel’ho messo tutto d’un colpo. Sai quant’è stretta la figa di tua moglie quando ci entra un cazzo vero? Ha urlato. Ha detto “mi stai spaccando”. Ha squirato la prima volta dopo nemmeno cinque minuti. Il divano è ancora macchiato, controlla pure.»
Remissivo stava già segandosi. Il respiro corto, le mani che tremavano.
PadronD continuò:
«L’ho scopata in ogni cazzo di posizione. Sul divano, per terra, contro il tavolo, e alla fine sul vostro letto matrimoniale. Quello dove dormi tu. L’ho presa a pecora tenendola per i capelli e le ho fatto dire “sono la troia di PadronD”. Ha squirato così tante volte che il materasso era un lago. Alla fine era distrutta, non riusciva più a chiudere le gambe. Io non sono nemmeno venuto. Mi sono rialzato i pantaloni e me ne sono andato senza dirle una parola. L’ho lasciata lì, nuda e piena di sborra, a tremare.»
Remissivo venne. Forte. Gemendo il nome di PadronD.
Ma PadronD non aveva finito.
«Adesso ascolta bene, cornuto. Da oggi inizi la fase di umiliazione. Primo ordine: ti seghi almeno quattro volte al giorno pensando a tua moglie che prende il mio cazzo. Ogni sborrata me la documenti. Foto del cazzo molle e pieno di sborra. Capito?»
«Sì, PadronD… cazzo sì…»
«Secondo ordine: domani compri delle microcamere. Le migliori. Piccole. Le installi in casa. Soggiorno, cucina, corridoio, e soprattutto in camera da letto. Voglio vedere tutto. Come si comporta quando è sola. Come si tocca. Come ti guarda. Come ti rifiuta. Mi mandi gli accessi entro 48 ore.»
Remissivo annuì freneticamente.
«Sì, PadronD. Le compro subito. Le metto tutte.»
«Terzo ordine. E questo è il più importante. Da stasera inizi a provarci con lei. Le metti le mani addosso. Le chiedi di scopare. Le lecchi il collo. Le tocchi le tette. Le proponi di fare sesso. Sai già che ti rifiuterà. Vuoi che ti rifiuti. Vuoi sentirti dire di no. Vuoi che ti guardi con disgusto. Ogni rifiuto me lo racconti parola per parola. Se ti dice “non mi toccare” o “mi fai schifo”, me lo scrivi. Capito, cornuto?»
«Capito, PadronD… cazzo, capito…»
Quella stessa sera remissivo eseguì.
Sara era sul divano a guardare il telefono, ancora in attesa di un messaggio che non arrivava. Remissivo si sedette vicino e le posò una mano sulla coscia.
Sara la scostò subito.
«Togli quella mano.»
Lui insistette, le accarezzò più in alto.
«Dai… è tanto che non lo facciamo… ti voglio…»
Sara lo guardò con un’espressione di puro disprezzo.
«Non mi toccare. Mi fai schifo quando mi vieni vicino così. Vai a farti una sega e lasciami in pace.»
Remissivo ritirò la mano, il cazzo già duro in pantaloni. Appena fu in bagno scrisse tutto a PadronD, parola per parola, e si segò di nuovo guardando il messaggio.
Il giorno dopo installò le microcamere.
Una dietro la televisione.
Una nello scaffale della cucina.
Una nel corridoio, alta.
Due in camera da letto: una punta al letto, l’altra all’armadio.
Mandò gli accessi a PadronD.
PadronD guardò in diretta quella sera stessa. Vide Sara camminare per casa in canottiera e mutandine, il telefono sempre in mano. La vide sedersi sul letto e masturbarsi con rabbia, due dita dentro la figa, gemendo a denti stretti «cazzo… scopami…». Vide remissivo tentare di nuovo di avvicinarsi e farsi respingere con un «non osare toccarmi, sei patetico».
PadronD scrisse a remissivo mentre guardava:
«Bravo, cornuto. Continua così. Ogni giorno le metti le mani addosso. Ogni giorno ti fai mandare a fanculo. E ogni volta che ti rifiuta, ti segni. Voglio vederti ridotto a un pezzo di merda che trema solo per un “no” di sua moglie.»
Remissivo rispose piangendo di eccitazione:
«Sì, PadronD… sono la tua merda… usami… umiliami… continua a scoparmi la moglie e a raccontarmelo… ti prego…»
PadronD sorrise, chiuse la chat e tornò a guardare le telecamere.
Sara era di nuovo sul letto, le gambe aperte, le dita che lavoravano furiosamente.
E lui, da lontano, la lasciava cuocere.
Ancora un po’.
Finché non sarebbe stata lei a pregare di essere di nuovo scopata.
Dopo una settimana intera di silenzio, PadronD si fece trovare fuori dalla palestra.
Era appoggiato a un’auto, braccia conserte, lo sguardo calmo. Sara uscì sudata, i capelli raccolti, la borsa a tracolla. Quando lo vide restò immobile un secondo, come se non ci credesse. Poi gli corse incontro.
«Sei qui… cazzo, sei davvero qui…»
Non aspettò risposta. Gli si gettò addosso e lo baciò con una fame quasi violenta. Labbra, lingua, denti. Le mani gli afferrarono la maglietta. Quando si staccò aveva gli occhi lucidi e la voce rotta.
«Mi hai lasciata sofferente per una settimana intera… non rispondevi… non scrivevi… mi sono toccata ogni notte pensando a te… ogni cazzo di notte… ti prego, non sparire di nuovo… voglio rivederti… voglio che mi scopi… ti prego…»
PadronD la guardò senza sorridere.
«Vieni.»
La prese per un polso e la trascinò verso il parcheggio dietro la palestra, quello semi-deserto dove stavano i furgoni dei fornitori. La spinse dietro uno di essi, grande e scuro, abbastanza da nasconderli. Sara non oppose resistenza. Anzi, gli fu già addosso, le mani che gli cercavano la cerniera dei pantaloni.
«Tiralo fuori… tiralo fuori adesso…»
PadronD le abbassò i pantaloni della tuta insieme alle mutandine con un gesto secco. Sara aveva già la figa bagnata. Lui si liberò il cazzo: grosso, spesso, venoso, già duro come pietra. Sara lo guardò e emise un suono gutturale, quasi un lamento di sollievo.
«Cazzo che è enorme… l’ho sognato ogni notte…»
Si chinò di scatto e se lo infilò in bocca fino in fondo, tossendo, gli occhi pieni d’acqua, ma senza fermarsi. Lo succhiò con rabbia, con bisogno, la saliva che le colava dal mento. PadronD le afferrò i capelli e la costrinse a prenderlo più a fondo.
«Così, troia. Mostrami quanto ti sei fatta venire voglia in questa settimana.»
Dopo poco la sollevò, la girò e la piegò contro il furgone. Le gambe di Sara tremavano già. Lui le aprì le chiappe e le infilò il cazzo tutto d’un colpo, senza avvertimento. Sara urlò, la fronte contro la latta fredda.
«Aah… cazzo… mi spacco… è troppo grosso…»
«Zitta e prendilo.»
Iniziò a scoparla con irruenza, spinte lunghe e violente che la facevano sbattere contro il furgone. Il suono umido della figa che veniva sfondata riempiva l’aria del parcheggio. PadronD le tenne i fianchi con forza e le parlò contro l’orecchio mentre la pompava senza pietà.
«Raccontami. Cosa hai fatto in questa settimana, puttana. Dimmi tutto.»
Sara ansimava, ogni parola spezzata dalle spinte.
«Mi… mi sono toccata ogni notte… due, tre volte… pensavo al tuo cazzo… a come mi hai lasciata bagnata e distrutta… mi metto le dita e mi faccio squirtare da sola chiamando il tuo nome…»
«E tuo marito?»
«Lo rifiuto… ogni volta… mi tocca e io gli dico di non avvicinarsi… gli dico che mi fa schifo… una sera ha cercato di leccarmi e l’ho spinto via… gli ho detto che se mi toccava ancora gli spezzavo le dita…»
PadronD accelerò, i colpi diventarono più duri, più profondi. Sara squirtò di colpo, un getto caldo che le colò lungo le cosce e bagnò i pantaloni di lui.
«Brava. Continua.»
«Ieri… ieri mi sono masturbata in cucina mentre lui era in salotto… speravo che mi beccasse… volevo che vedesse quanto sono bagnata per te… ma non ha avuto il coraggio di entrare…»
PadronD le diede uno schiaffo forte sul culo e continuò a sfondarla.
«Da oggi non ti fai più toccare da quel cornuto. Neanche una carezza. Neanche un bacio. Se ti avvicina gli sputi in faccia. Capito?»
«Sì… sì, PadronD… non mi farò toccare… solo tu… solo il tuo cazzo…»
Lui non rallentò. La scopò ancora più forte, una mano che le stringeva la gola, l’altra che le frustava il clitoride. Sara venne di nuovo, e poi di nuovo, le gambe che non reggevano più. A un certo punto PadronD le sussurrò all’orecchio, senza smettere di pompare:
«Stasera ti sborro in figa. Niente preservativo. La prendi tutta.»
Sara si tese di colpo.
«Aspetta… no… non dentro… potrei rimanere incinta… non prendo la pillola…»
«Me ne fotto.»
La tenne ferma e accelerò. Le spinte divennero selvagge. Sara piangeva e gemava insieme, il corpo che tradiva la paura e il piacere.
«No… cazzo… non dentro… ti prego…»
Ma non lo fermò. Anzi, spinse il culo indietro incontrando ogni colpo. PadronD le morse la spalla e sborrò. Un getto lungo, spesso, caldo che le riempì la figa fino a farla traboccare. Continuò a spingere mentre veniva, costringendola a tenere tutto dentro.
Quando uscì, un filo di sborra le colò subito lungo la coscia interna. Sara restò piegata contro il furgone, ansimante, distrutta, la figa che pulsava e perdeva.
PadronD si sistemò i pantaloni con calma. Poi le afferrò il mento e la costrinse a guardarlo.
«La settimana prossima organizzo qualcosa di speciale. Porto una vecchia conoscenza. Un amico. Ti scoperemo in due. Tu e il tuo buco stretto. Preparati, perché non ti lasceremo un centimetro di figa libera.»
Sara lo guardò con gli occhi sgranati, ancora piena di lui, le gambe tremanti.
«In due…?»
«In due. E tu dirai solo “sì, PadronD”.»
Lei deglutì, il cuore che batteva troppo forte, la sborra che continuava a colarle lungo la coscia.
«Sì… PadronD.»
Lui le diede un’ultima pacca sul culo e si allontanò senza voltarsi, lasciandola lì dietro il furgone, i pantaloni ancora alle caviglie, la figa piena e il desiderio già di nuovo acceso.
Per tutta la settimana Sara fu una pazza.
Il cazzo di PadronD le era rimasto stampato in testa come una droga. Lo sentiva ancora dentro, lo sentiva ancora colarle lungo le cosce, lo sentiva ancora quando chiudeva gli occhi. Ogni ora che passava senza un suo messaggio la rendeva più irrequieta, più bagnata, più cattiva.
A casa si masturbava ovunque.
In bagno, con due dita e il getto della doccia sul clitoride. In cucina, seduta sul tavolo, le gambe aperte, gemendo a denti stretti. Sul letto matrimoniale, a gambe larghe, mentre remissivo era nell’altra stanza. Arrivava a squirtare da sola, bagnando le lenzuola, e poi se ne fregava. Quando lui tentava di avvicinarsi lei lo guardava come si guarda un insetto.
«Non mi toccare, pezzo di merda.» «Se mi metti una mano addosso ti spezzo le dita.» «Il tuo cazzetto non mi fa più niente. Lasciami in pace.»
Remissivo obbediva. Si ritirava, si chiudeva in bagno e si segava come un disperato, sapendo che PadronD lo stava guardando dalle microcamere. Ogni rifiuto lo scriveva, ogni sborrata la fotografava. PadronD rispondeva sempre con la stessa freddezza:
«Bravo, cornuto. Continua a farti mandare a fanculo.»
Una sera, al culmine, Sara non resistette più. Prese il telefono e chiamò Anna.
Anna aveva cinquant’anni, corpo da palestra, addominali visibili, tette enormi e sode che quasi le uscivano dalla canotta. Era sposata, ma in palestra tutti sapevano che era una ninfomane. Tra lei e Sara non c’erano segreti.
Sara era già nuda dalla vita in giù, due dita in figa, quando Anna rispose.
«Dimmi, tesoro. Sei di nuovo bagnata come una puttana?»
Sara rise, un riso rotto.
«Peggio. Sto impazzendo. C’è un uomo… un cazzo enorme… mi ha scopata come una cagna dietro un furgone e mi ha sborrato in figa. Poi è sparito. Non mi scrive. Io mi tocco tutto il giorno. Voglio solo lui.»
Anna fischiò.
«Cazzo, finalmente. Racconta tutto. Quanto è grosso?»
«Grosso da spaccarmi. Venoso. Sempre duro. Mi ha fatta squirtare come una fontana. E se n’è andato senza nemmeno salutarmi. Mi ha lasciata lì con la sborra che mi colava.»
«E tuo marito?»
Sara sputò quasi le parole.
«Quel cornuto di merda. Lo tratto come un cane. Gli dico di non toccarmi. Ieri ha provato a leccarmi la figa e gli ho dato uno schiaffo. Gli ho detto che se ci riprova gli piscio in faccia. Mi fa schifo. Voglio solo il cazzo di quell’altro.»
Anna rise, bassa, eccitata.
«Brava. Usalo come zerbino. E questo padrone… ha un nome?»
«PadronD. Così si fa chiamare. E io… cazzo, Anna, credo di essermi innamorata di lui. È una merda, mi tratta da troia, e io ne voglio ancora.»
Mentre parlava, Sara si masturbava più forte. Le telecamere riprendevano tutto: le dita che entravano e uscivano, il clitoride gonfio, i gemiti, le tette che ballavano. PadronD guardava dal telefono, registrava, e ogni tanto scriveva a remissivo:
«Tua moglie sta dicendo alla sua amica ninfomane che il tuo cazzo non vale un cazzo. Sta sborrando da sola chiamando me. Continua a stare zitto e a segarti, pezzo di merda.»
Remissivo rispondeva piangendo di eccitazione:
«Sì, PadronD… umiliami… continua…»
Quando Sara riattaccò era distrutta, la figa che pulsava, le dita lucide. Si pulì in fretta e andò a letto senza dire una parola al marito.
Quella stessa notte, tardi, il telefono di Sara vibrò.
Era PadronD.
«Domani sera. Casa di Gabriella. 21:00. Ti mando l’indirizzo. Ci sarò io e una mia amica. Si chiama Gabriella. Tu non la conosci e non devi sapere niente di lei. Non ci sarà sesso. Voglio solo che la incontri. Ti presenti pulita, profumata, senza mutandine. E non farti toccare da quel cornuto neanche per sbaglio. Capito?»
Sara lesse il messaggio tre volte, il cuore che le martellava in gola. Rispose con le dita che tremavano:
«Sì, PadronD. Farò tutto quello che vuoi. Ti prego… non sparire di nuovo.»
Lui non rispose più.
Sara restò sveglia quasi tutta la notte, le gambe chiuse, la figa già bagnata all’idea di quella donna che non conosceva. Non sapeva chi fosse Gabriella. Non sapeva cosa avrebbe trovato. Sapeva solo che PadronD l’aveva chiamata, e per lei quello bastava.
Remissivo, dall’altra stanza, si segava per la quarta volta, guardando lo schermo delle telecamere e il messaggio che PadronD gli aveva inoltrato.
«Domani tua moglie va a casa di un’altra donna per me. Tu resti a casa a farti una sega da solo, cornuto. Buonanotte.»
L’indomani sera Sara suonò al citofono di Gabriella con le gambe già tremanti.
L’appartamento era elegante, silenzioso, profumato. Gabriella aprì sorridendo: donna alta, circa quarantacinque anni, corpo curato, capelli scuri raccolti, un vestito nero semplice che le marcava il seno e i fianchi. Sembrava una signora perbene.
«Entra, tesoro. PadronD mi ha detto che saresti venuta.»
PadronD era già seduto sul divano, un bicchiere in mano, lo sguardo calmo. Tutto sembrava normale. Gabriella servì un aperitivo. Si parlò del più e del meno: lavoro, palestra, la città, il traffico. Sara rise un paio di volte, tesa, cercando di capire che tipo di donna fosse quella. Gabriella era cordiale, quasi affettuosa. Niente di sporco. Niente di strano.
Poi, a un certo punto, PadronD posò il bicchiere.
Guardò Sara dritta negli occhi.
«Tu adesso stai ferma. Non ti muovi. Non parli. Guardi. Capito?»
Sara deglutì e annuì.
«Sì, PadronD.»
Lui si rivolse a Gabriella.
«Vieni qui.»
Gabriella si alzò senza esitare. Si mise in ginocchio tra le sue gambe, come se lo avesse fatto cento volte. PadronD si slacciò i pantaloni e tirò fuori il cazzo. Era già enorme, venoso, duro, la testa lucida. Lo tenne con una mano e lo fece slargare davanti alla faccia di lei.
«Ingozzati. Fino in fondo. Adesso.»
Gabriella aprì la bocca e se lo infilò. PadronD le afferrò i capelli e la spinse giù. La gola di Gabriella emise un suono umido, strozzato. Lei tossì, gli occhi le si riempirono d’acqua, ma non si ritrasse. Lui la usò come un buco. Spinte lunghe, profonde, la faccia di Gabriella che sbatteva contro il suo pube.
«Ecco la brava puttana. Guarda, Sara. Guarda come si fa a ingoiare un cazzo vero. »
Sara era allibita. Restava immobile sul divano, le mani strette sulle ginocchia, la figa già bagnata contro il vestito. Non riusciva a distogliere lo sguardo.
PadronD rise.
«Guarda. Guarda che gola da troia. La sto usando come un cesso e lei ringrazia. Dille, Gabriella. Dille cos’è il mio cazzo.»
Gabriella, con la bocca piena, riuscì solo a gorgogliare. Quando lui le diede un secondo di aria, lei ansimò:
«È… è il cazzo più grosso che ho… mi spacca la gola… grazie, PadronD…»
Lui la riaffondò.
«Zitta e succhia, vacca.»
Dopo qualche minuto la sollevò per i capelli, la piegò in avanti sul tavolo del soggiorno, le alzò il vestito. Gabriella non aveva mutandine. La figa era già lucida. PadronD le diede due schiaffi sulle chiappe e le infilò il cazzo tutto d’un colpo.
Gabriella urlò.
Lui iniziò a scoparla con violenza. Colpi secchi, profondi, il tavolo che scricchiolava. Una mano le teneva i capelli, l’altra le schiacciava la schiena.
«Prendi, puttana. Prendi tutto.»
Si voltò verso Sara, sorridendo.
«Guarda. Guarda come le apro la fica. Sembra una signora e invece è una cagna in calore.»
Sara non parlava. Respirava a fatica. Le gambe le si erano aperte da sole.
Poi si sentì il rumore della chiave nella porta.
La porta si aprì.
Entrò un uomo sulla cinquantina, giacca, espressione confusa.
«Gabriella? Che cazzo sta succedendo qui?»
Sara si irrigidì. Il cuore le salì in gola. Era convinta che sarebbe scoppiata una rissa, che quello avrebbe tirato un pugno, che tutto sarebbe finito in tragedia.
PadronD non si fermò. Continuò a pompare dentro Gabriella, anzi accelerò. Guardò l’uomo appena.
«Via, cornuto. Non sta succedendo niente. Mi sto scopando quella troia di tua moglie. Puoi toglierti dai coglioni oppure metterti in ginocchio qui sotto e guardare come spacco la fica di questa vacca di Gabriella.»
Il silenzio durò tre secondi.
Poi il marito, con fare mesto, chinò la testa. Si avvicinò. Si mise in ginocchio tra le gambe di PadronD, la faccia a pochi centimetri dalla figa della moglie, lì dove il cazzo enorme entrava e usciva lucido di succhi.
Sara aprì la bocca.
«Ma… aspetta… non puoi…»
PadronD le lanciò uno sguardo tagliente.
«Zitta. Non hai il permesso di parlare. Guardi e impari.»
Poi guardò in basso, verso il marito in ginocchio.
«Leccami le palle, cornuto. Adesso. Mentre sfondo tua moglie. La lingua fuori. E non osare toccare la fica. Quella è mia.»
L’uomo obbedì. Mise la faccia sotto, la lingua sulle palle di PadronD, leccando mentre lui continuava a scopare Gabriella con violenza. Ogni spinta faceva sbattere il bacino di lei contro il tavolo. Il suono era osceno: carne, umido, schiaffi.
PadronD umiliava entrambi senza pietà.
«Ecco il bravo cornuto. In ginocchio a pulirmi le palle mentre tua moglie prende cazzo come una zoccola. Dille, Gabriella. Dille se il cazzo di tuo marito vale qualcosa.»
Gabriella, la faccia premuta sul tavolo, ansimava:
«Non… non vale un cazzo… il tuo è enorme… mi stai spaccando… scopami più forte, PadronD…»
«Senti, cornuto? Tua moglie preferisce il mio cazzo. Tu sei solo un cane da tenere sotto. Lecca meglio. Più in basso. Le palle, ho detto.»
Il marito leccava, gli occhi bassi, umiliato, il viso a un palmo dalla fica della moglie che veniva sfondata. Sara era paralizzata. Non riusciva a credere a quello che vedeva. Una parte di lei voleva scappare. Un’altra, più oscura, era inzuppata.
PadronD si rivolse di nuovo a lei, senza smettere di pompare.
«Vedi, Sara? Così si fa. Un uomo vero prende. Un cornuto sta in ginocchio. Questa è proprietà. Questa vacca è mia quando voglio. E quel pezzo di merda lecca le mie palle per ringraziarmi.»
Gabriella venne di colpo, un urlo lungo, il corpo che si scosse sul tavolo. PadronD non si fermò. Continuò a sfondarla, più duro.
«Ancora. Vieni di nuovo, puttana. Fai vedere a tuo marito di merda e a questa qui che sta guardando come una cretina.»
Sara restava zitta, come le era stato ordinato. Le cosce le si strofinavano da sole. Il marito di Gabriella leccava ancora, in silenzio, la faccia lucida.
PadronD rise basso, affondò fino in fondo e tenne Gabriella inchiodata al tavolo.
«Benvenuta, Sara. Adesso hai capito in cosa sei finita.»
Continua.......
Non cerco nulla di diverso della condivisione di fantasie, per le sessioni reali utilizzo altri metodi e canali.
Mi fa piacere se esprimerai la tua opinione a fine lettura o se vorrai contattarmi per quel che vuoi, scrivimi a padron.d@hotmail.it
Intanto ti lascio al nuovo episodio del racconto. Buona lettura
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PadronD non scrisse più a Sara per quasi due settimane.
Nessun messaggio. Nessuna chiamata. Niente.
La lasciò cuocere a fuoco lento.
Sara all’inizio aspettò. Controllava il telefono ogni mezz’ora. Poi ogni dieci minuti. Poi iniziò a mandare lei i messaggi:
«Ciao… tutto bene?»
«Mi manchi.»
«Perché non rispondi?»
«Ho ancora le tue mani stampate addosso…»
Nessuna risposta.
Il desiderio le salì come una febbre. Di notte si toccava nel letto matrimoniale pensando a quel cazzo grosso e venoso che l’aveva spaccata, a come aveva squirato come una puttana, a come lui se n’era andato senza nemmeno salutarla. Veniva mangiandosi il labbro per non fare rumore, odiando e desiderando allo stesso tempo.
A casa con remissivo era diventata un ghiaccio. Lo guardava con disgusto. Quando lui le si avvicinava, lei si scostava come se puzzasse.
PadronD, intanto, aveva deciso che era arrivato il momento di iniziare a divertirsi sul serio con il marito.
Una sera aprì la chat con remissivo e scrisse:
«Sei pronto a sapere tutto, cornuto?»
Remissivo rispose in meno di un minuto:
«Sì, PadronD. Dimmi tutto. Ti prego.»
PadronD cominciò a raccontare. Con precisione chirurgica. Volgare. Crudele.
«Tua moglie mi ha chiamato a casa vostra mentre tu non c’eri. Mi ha aperto la porta già bagnata. L’ho spinta contro il muro, le ho alzato il vestitino e le ho trovato la figa già aperta. Due dita dentro e già gemava come una troia in calore. Poi l’ho piegata sul divano e gliel’ho messo tutto d’un colpo. Sai quant’è stretta la figa di tua moglie quando ci entra un cazzo vero? Ha urlato. Ha detto “mi stai spaccando”. Ha squirato la prima volta dopo nemmeno cinque minuti. Il divano è ancora macchiato, controlla pure.»
Remissivo stava già segandosi. Il respiro corto, le mani che tremavano.
PadronD continuò:
«L’ho scopata in ogni cazzo di posizione. Sul divano, per terra, contro il tavolo, e alla fine sul vostro letto matrimoniale. Quello dove dormi tu. L’ho presa a pecora tenendola per i capelli e le ho fatto dire “sono la troia di PadronD”. Ha squirato così tante volte che il materasso era un lago. Alla fine era distrutta, non riusciva più a chiudere le gambe. Io non sono nemmeno venuto. Mi sono rialzato i pantaloni e me ne sono andato senza dirle una parola. L’ho lasciata lì, nuda e piena di sborra, a tremare.»
Remissivo venne. Forte. Gemendo il nome di PadronD.
Ma PadronD non aveva finito.
«Adesso ascolta bene, cornuto. Da oggi inizi la fase di umiliazione. Primo ordine: ti seghi almeno quattro volte al giorno pensando a tua moglie che prende il mio cazzo. Ogni sborrata me la documenti. Foto del cazzo molle e pieno di sborra. Capito?»
«Sì, PadronD… cazzo sì…»
«Secondo ordine: domani compri delle microcamere. Le migliori. Piccole. Le installi in casa. Soggiorno, cucina, corridoio, e soprattutto in camera da letto. Voglio vedere tutto. Come si comporta quando è sola. Come si tocca. Come ti guarda. Come ti rifiuta. Mi mandi gli accessi entro 48 ore.»
Remissivo annuì freneticamente.
«Sì, PadronD. Le compro subito. Le metto tutte.»
«Terzo ordine. E questo è il più importante. Da stasera inizi a provarci con lei. Le metti le mani addosso. Le chiedi di scopare. Le lecchi il collo. Le tocchi le tette. Le proponi di fare sesso. Sai già che ti rifiuterà. Vuoi che ti rifiuti. Vuoi sentirti dire di no. Vuoi che ti guardi con disgusto. Ogni rifiuto me lo racconti parola per parola. Se ti dice “non mi toccare” o “mi fai schifo”, me lo scrivi. Capito, cornuto?»
«Capito, PadronD… cazzo, capito…»
Quella stessa sera remissivo eseguì.
Sara era sul divano a guardare il telefono, ancora in attesa di un messaggio che non arrivava. Remissivo si sedette vicino e le posò una mano sulla coscia.
Sara la scostò subito.
«Togli quella mano.»
Lui insistette, le accarezzò più in alto.
«Dai… è tanto che non lo facciamo… ti voglio…»
Sara lo guardò con un’espressione di puro disprezzo.
«Non mi toccare. Mi fai schifo quando mi vieni vicino così. Vai a farti una sega e lasciami in pace.»
Remissivo ritirò la mano, il cazzo già duro in pantaloni. Appena fu in bagno scrisse tutto a PadronD, parola per parola, e si segò di nuovo guardando il messaggio.
Il giorno dopo installò le microcamere.
Una dietro la televisione.
Una nello scaffale della cucina.
Una nel corridoio, alta.
Due in camera da letto: una punta al letto, l’altra all’armadio.
Mandò gli accessi a PadronD.
PadronD guardò in diretta quella sera stessa. Vide Sara camminare per casa in canottiera e mutandine, il telefono sempre in mano. La vide sedersi sul letto e masturbarsi con rabbia, due dita dentro la figa, gemendo a denti stretti «cazzo… scopami…». Vide remissivo tentare di nuovo di avvicinarsi e farsi respingere con un «non osare toccarmi, sei patetico».
PadronD scrisse a remissivo mentre guardava:
«Bravo, cornuto. Continua così. Ogni giorno le metti le mani addosso. Ogni giorno ti fai mandare a fanculo. E ogni volta che ti rifiuta, ti segni. Voglio vederti ridotto a un pezzo di merda che trema solo per un “no” di sua moglie.»
Remissivo rispose piangendo di eccitazione:
«Sì, PadronD… sono la tua merda… usami… umiliami… continua a scoparmi la moglie e a raccontarmelo… ti prego…»
PadronD sorrise, chiuse la chat e tornò a guardare le telecamere.
Sara era di nuovo sul letto, le gambe aperte, le dita che lavoravano furiosamente.
E lui, da lontano, la lasciava cuocere.
Ancora un po’.
Finché non sarebbe stata lei a pregare di essere di nuovo scopata.
Dopo una settimana intera di silenzio, PadronD si fece trovare fuori dalla palestra.
Era appoggiato a un’auto, braccia conserte, lo sguardo calmo. Sara uscì sudata, i capelli raccolti, la borsa a tracolla. Quando lo vide restò immobile un secondo, come se non ci credesse. Poi gli corse incontro.
«Sei qui… cazzo, sei davvero qui…»
Non aspettò risposta. Gli si gettò addosso e lo baciò con una fame quasi violenta. Labbra, lingua, denti. Le mani gli afferrarono la maglietta. Quando si staccò aveva gli occhi lucidi e la voce rotta.
«Mi hai lasciata sofferente per una settimana intera… non rispondevi… non scrivevi… mi sono toccata ogni notte pensando a te… ogni cazzo di notte… ti prego, non sparire di nuovo… voglio rivederti… voglio che mi scopi… ti prego…»
PadronD la guardò senza sorridere.
«Vieni.»
La prese per un polso e la trascinò verso il parcheggio dietro la palestra, quello semi-deserto dove stavano i furgoni dei fornitori. La spinse dietro uno di essi, grande e scuro, abbastanza da nasconderli. Sara non oppose resistenza. Anzi, gli fu già addosso, le mani che gli cercavano la cerniera dei pantaloni.
«Tiralo fuori… tiralo fuori adesso…»
PadronD le abbassò i pantaloni della tuta insieme alle mutandine con un gesto secco. Sara aveva già la figa bagnata. Lui si liberò il cazzo: grosso, spesso, venoso, già duro come pietra. Sara lo guardò e emise un suono gutturale, quasi un lamento di sollievo.
«Cazzo che è enorme… l’ho sognato ogni notte…»
Si chinò di scatto e se lo infilò in bocca fino in fondo, tossendo, gli occhi pieni d’acqua, ma senza fermarsi. Lo succhiò con rabbia, con bisogno, la saliva che le colava dal mento. PadronD le afferrò i capelli e la costrinse a prenderlo più a fondo.
«Così, troia. Mostrami quanto ti sei fatta venire voglia in questa settimana.»
Dopo poco la sollevò, la girò e la piegò contro il furgone. Le gambe di Sara tremavano già. Lui le aprì le chiappe e le infilò il cazzo tutto d’un colpo, senza avvertimento. Sara urlò, la fronte contro la latta fredda.
«Aah… cazzo… mi spacco… è troppo grosso…»
«Zitta e prendilo.»
Iniziò a scoparla con irruenza, spinte lunghe e violente che la facevano sbattere contro il furgone. Il suono umido della figa che veniva sfondata riempiva l’aria del parcheggio. PadronD le tenne i fianchi con forza e le parlò contro l’orecchio mentre la pompava senza pietà.
«Raccontami. Cosa hai fatto in questa settimana, puttana. Dimmi tutto.»
Sara ansimava, ogni parola spezzata dalle spinte.
«Mi… mi sono toccata ogni notte… due, tre volte… pensavo al tuo cazzo… a come mi hai lasciata bagnata e distrutta… mi metto le dita e mi faccio squirtare da sola chiamando il tuo nome…»
«E tuo marito?»
«Lo rifiuto… ogni volta… mi tocca e io gli dico di non avvicinarsi… gli dico che mi fa schifo… una sera ha cercato di leccarmi e l’ho spinto via… gli ho detto che se mi toccava ancora gli spezzavo le dita…»
PadronD accelerò, i colpi diventarono più duri, più profondi. Sara squirtò di colpo, un getto caldo che le colò lungo le cosce e bagnò i pantaloni di lui.
«Brava. Continua.»
«Ieri… ieri mi sono masturbata in cucina mentre lui era in salotto… speravo che mi beccasse… volevo che vedesse quanto sono bagnata per te… ma non ha avuto il coraggio di entrare…»
PadronD le diede uno schiaffo forte sul culo e continuò a sfondarla.
«Da oggi non ti fai più toccare da quel cornuto. Neanche una carezza. Neanche un bacio. Se ti avvicina gli sputi in faccia. Capito?»
«Sì… sì, PadronD… non mi farò toccare… solo tu… solo il tuo cazzo…»
Lui non rallentò. La scopò ancora più forte, una mano che le stringeva la gola, l’altra che le frustava il clitoride. Sara venne di nuovo, e poi di nuovo, le gambe che non reggevano più. A un certo punto PadronD le sussurrò all’orecchio, senza smettere di pompare:
«Stasera ti sborro in figa. Niente preservativo. La prendi tutta.»
Sara si tese di colpo.
«Aspetta… no… non dentro… potrei rimanere incinta… non prendo la pillola…»
«Me ne fotto.»
La tenne ferma e accelerò. Le spinte divennero selvagge. Sara piangeva e gemava insieme, il corpo che tradiva la paura e il piacere.
«No… cazzo… non dentro… ti prego…»
Ma non lo fermò. Anzi, spinse il culo indietro incontrando ogni colpo. PadronD le morse la spalla e sborrò. Un getto lungo, spesso, caldo che le riempì la figa fino a farla traboccare. Continuò a spingere mentre veniva, costringendola a tenere tutto dentro.
Quando uscì, un filo di sborra le colò subito lungo la coscia interna. Sara restò piegata contro il furgone, ansimante, distrutta, la figa che pulsava e perdeva.
PadronD si sistemò i pantaloni con calma. Poi le afferrò il mento e la costrinse a guardarlo.
«La settimana prossima organizzo qualcosa di speciale. Porto una vecchia conoscenza. Un amico. Ti scoperemo in due. Tu e il tuo buco stretto. Preparati, perché non ti lasceremo un centimetro di figa libera.»
Sara lo guardò con gli occhi sgranati, ancora piena di lui, le gambe tremanti.
«In due…?»
«In due. E tu dirai solo “sì, PadronD”.»
Lei deglutì, il cuore che batteva troppo forte, la sborra che continuava a colarle lungo la coscia.
«Sì… PadronD.»
Lui le diede un’ultima pacca sul culo e si allontanò senza voltarsi, lasciandola lì dietro il furgone, i pantaloni ancora alle caviglie, la figa piena e il desiderio già di nuovo acceso.
Per tutta la settimana Sara fu una pazza.
Il cazzo di PadronD le era rimasto stampato in testa come una droga. Lo sentiva ancora dentro, lo sentiva ancora colarle lungo le cosce, lo sentiva ancora quando chiudeva gli occhi. Ogni ora che passava senza un suo messaggio la rendeva più irrequieta, più bagnata, più cattiva.
A casa si masturbava ovunque.
In bagno, con due dita e il getto della doccia sul clitoride. In cucina, seduta sul tavolo, le gambe aperte, gemendo a denti stretti. Sul letto matrimoniale, a gambe larghe, mentre remissivo era nell’altra stanza. Arrivava a squirtare da sola, bagnando le lenzuola, e poi se ne fregava. Quando lui tentava di avvicinarsi lei lo guardava come si guarda un insetto.
«Non mi toccare, pezzo di merda.» «Se mi metti una mano addosso ti spezzo le dita.» «Il tuo cazzetto non mi fa più niente. Lasciami in pace.»
Remissivo obbediva. Si ritirava, si chiudeva in bagno e si segava come un disperato, sapendo che PadronD lo stava guardando dalle microcamere. Ogni rifiuto lo scriveva, ogni sborrata la fotografava. PadronD rispondeva sempre con la stessa freddezza:
«Bravo, cornuto. Continua a farti mandare a fanculo.»
Una sera, al culmine, Sara non resistette più. Prese il telefono e chiamò Anna.
Anna aveva cinquant’anni, corpo da palestra, addominali visibili, tette enormi e sode che quasi le uscivano dalla canotta. Era sposata, ma in palestra tutti sapevano che era una ninfomane. Tra lei e Sara non c’erano segreti.
Sara era già nuda dalla vita in giù, due dita in figa, quando Anna rispose.
«Dimmi, tesoro. Sei di nuovo bagnata come una puttana?»
Sara rise, un riso rotto.
«Peggio. Sto impazzendo. C’è un uomo… un cazzo enorme… mi ha scopata come una cagna dietro un furgone e mi ha sborrato in figa. Poi è sparito. Non mi scrive. Io mi tocco tutto il giorno. Voglio solo lui.»
Anna fischiò.
«Cazzo, finalmente. Racconta tutto. Quanto è grosso?»
«Grosso da spaccarmi. Venoso. Sempre duro. Mi ha fatta squirtare come una fontana. E se n’è andato senza nemmeno salutarmi. Mi ha lasciata lì con la sborra che mi colava.»
«E tuo marito?»
Sara sputò quasi le parole.
«Quel cornuto di merda. Lo tratto come un cane. Gli dico di non toccarmi. Ieri ha provato a leccarmi la figa e gli ho dato uno schiaffo. Gli ho detto che se ci riprova gli piscio in faccia. Mi fa schifo. Voglio solo il cazzo di quell’altro.»
Anna rise, bassa, eccitata.
«Brava. Usalo come zerbino. E questo padrone… ha un nome?»
«PadronD. Così si fa chiamare. E io… cazzo, Anna, credo di essermi innamorata di lui. È una merda, mi tratta da troia, e io ne voglio ancora.»
Mentre parlava, Sara si masturbava più forte. Le telecamere riprendevano tutto: le dita che entravano e uscivano, il clitoride gonfio, i gemiti, le tette che ballavano. PadronD guardava dal telefono, registrava, e ogni tanto scriveva a remissivo:
«Tua moglie sta dicendo alla sua amica ninfomane che il tuo cazzo non vale un cazzo. Sta sborrando da sola chiamando me. Continua a stare zitto e a segarti, pezzo di merda.»
Remissivo rispondeva piangendo di eccitazione:
«Sì, PadronD… umiliami… continua…»
Quando Sara riattaccò era distrutta, la figa che pulsava, le dita lucide. Si pulì in fretta e andò a letto senza dire una parola al marito.
Quella stessa notte, tardi, il telefono di Sara vibrò.
Era PadronD.
«Domani sera. Casa di Gabriella. 21:00. Ti mando l’indirizzo. Ci sarò io e una mia amica. Si chiama Gabriella. Tu non la conosci e non devi sapere niente di lei. Non ci sarà sesso. Voglio solo che la incontri. Ti presenti pulita, profumata, senza mutandine. E non farti toccare da quel cornuto neanche per sbaglio. Capito?»
Sara lesse il messaggio tre volte, il cuore che le martellava in gola. Rispose con le dita che tremavano:
«Sì, PadronD. Farò tutto quello che vuoi. Ti prego… non sparire di nuovo.»
Lui non rispose più.
Sara restò sveglia quasi tutta la notte, le gambe chiuse, la figa già bagnata all’idea di quella donna che non conosceva. Non sapeva chi fosse Gabriella. Non sapeva cosa avrebbe trovato. Sapeva solo che PadronD l’aveva chiamata, e per lei quello bastava.
Remissivo, dall’altra stanza, si segava per la quarta volta, guardando lo schermo delle telecamere e il messaggio che PadronD gli aveva inoltrato.
«Domani tua moglie va a casa di un’altra donna per me. Tu resti a casa a farti una sega da solo, cornuto. Buonanotte.»
L’indomani sera Sara suonò al citofono di Gabriella con le gambe già tremanti.
L’appartamento era elegante, silenzioso, profumato. Gabriella aprì sorridendo: donna alta, circa quarantacinque anni, corpo curato, capelli scuri raccolti, un vestito nero semplice che le marcava il seno e i fianchi. Sembrava una signora perbene.
«Entra, tesoro. PadronD mi ha detto che saresti venuta.»
PadronD era già seduto sul divano, un bicchiere in mano, lo sguardo calmo. Tutto sembrava normale. Gabriella servì un aperitivo. Si parlò del più e del meno: lavoro, palestra, la città, il traffico. Sara rise un paio di volte, tesa, cercando di capire che tipo di donna fosse quella. Gabriella era cordiale, quasi affettuosa. Niente di sporco. Niente di strano.
Poi, a un certo punto, PadronD posò il bicchiere.
Guardò Sara dritta negli occhi.
«Tu adesso stai ferma. Non ti muovi. Non parli. Guardi. Capito?»
Sara deglutì e annuì.
«Sì, PadronD.»
Lui si rivolse a Gabriella.
«Vieni qui.»
Gabriella si alzò senza esitare. Si mise in ginocchio tra le sue gambe, come se lo avesse fatto cento volte. PadronD si slacciò i pantaloni e tirò fuori il cazzo. Era già enorme, venoso, duro, la testa lucida. Lo tenne con una mano e lo fece slargare davanti alla faccia di lei.
«Ingozzati. Fino in fondo. Adesso.»
Gabriella aprì la bocca e se lo infilò. PadronD le afferrò i capelli e la spinse giù. La gola di Gabriella emise un suono umido, strozzato. Lei tossì, gli occhi le si riempirono d’acqua, ma non si ritrasse. Lui la usò come un buco. Spinte lunghe, profonde, la faccia di Gabriella che sbatteva contro il suo pube.
«Ecco la brava puttana. Guarda, Sara. Guarda come si fa a ingoiare un cazzo vero. »
Sara era allibita. Restava immobile sul divano, le mani strette sulle ginocchia, la figa già bagnata contro il vestito. Non riusciva a distogliere lo sguardo.
PadronD rise.
«Guarda. Guarda che gola da troia. La sto usando come un cesso e lei ringrazia. Dille, Gabriella. Dille cos’è il mio cazzo.»
Gabriella, con la bocca piena, riuscì solo a gorgogliare. Quando lui le diede un secondo di aria, lei ansimò:
«È… è il cazzo più grosso che ho… mi spacca la gola… grazie, PadronD…»
Lui la riaffondò.
«Zitta e succhia, vacca.»
Dopo qualche minuto la sollevò per i capelli, la piegò in avanti sul tavolo del soggiorno, le alzò il vestito. Gabriella non aveva mutandine. La figa era già lucida. PadronD le diede due schiaffi sulle chiappe e le infilò il cazzo tutto d’un colpo.
Gabriella urlò.
Lui iniziò a scoparla con violenza. Colpi secchi, profondi, il tavolo che scricchiolava. Una mano le teneva i capelli, l’altra le schiacciava la schiena.
«Prendi, puttana. Prendi tutto.»
Si voltò verso Sara, sorridendo.
«Guarda. Guarda come le apro la fica. Sembra una signora e invece è una cagna in calore.»
Sara non parlava. Respirava a fatica. Le gambe le si erano aperte da sole.
Poi si sentì il rumore della chiave nella porta.
La porta si aprì.
Entrò un uomo sulla cinquantina, giacca, espressione confusa.
«Gabriella? Che cazzo sta succedendo qui?»
Sara si irrigidì. Il cuore le salì in gola. Era convinta che sarebbe scoppiata una rissa, che quello avrebbe tirato un pugno, che tutto sarebbe finito in tragedia.
PadronD non si fermò. Continuò a pompare dentro Gabriella, anzi accelerò. Guardò l’uomo appena.
«Via, cornuto. Non sta succedendo niente. Mi sto scopando quella troia di tua moglie. Puoi toglierti dai coglioni oppure metterti in ginocchio qui sotto e guardare come spacco la fica di questa vacca di Gabriella.»
Il silenzio durò tre secondi.
Poi il marito, con fare mesto, chinò la testa. Si avvicinò. Si mise in ginocchio tra le gambe di PadronD, la faccia a pochi centimetri dalla figa della moglie, lì dove il cazzo enorme entrava e usciva lucido di succhi.
Sara aprì la bocca.
«Ma… aspetta… non puoi…»
PadronD le lanciò uno sguardo tagliente.
«Zitta. Non hai il permesso di parlare. Guardi e impari.»
Poi guardò in basso, verso il marito in ginocchio.
«Leccami le palle, cornuto. Adesso. Mentre sfondo tua moglie. La lingua fuori. E non osare toccare la fica. Quella è mia.»
L’uomo obbedì. Mise la faccia sotto, la lingua sulle palle di PadronD, leccando mentre lui continuava a scopare Gabriella con violenza. Ogni spinta faceva sbattere il bacino di lei contro il tavolo. Il suono era osceno: carne, umido, schiaffi.
PadronD umiliava entrambi senza pietà.
«Ecco il bravo cornuto. In ginocchio a pulirmi le palle mentre tua moglie prende cazzo come una zoccola. Dille, Gabriella. Dille se il cazzo di tuo marito vale qualcosa.»
Gabriella, la faccia premuta sul tavolo, ansimava:
«Non… non vale un cazzo… il tuo è enorme… mi stai spaccando… scopami più forte, PadronD…»
«Senti, cornuto? Tua moglie preferisce il mio cazzo. Tu sei solo un cane da tenere sotto. Lecca meglio. Più in basso. Le palle, ho detto.»
Il marito leccava, gli occhi bassi, umiliato, il viso a un palmo dalla fica della moglie che veniva sfondata. Sara era paralizzata. Non riusciva a credere a quello che vedeva. Una parte di lei voleva scappare. Un’altra, più oscura, era inzuppata.
PadronD si rivolse di nuovo a lei, senza smettere di pompare.
«Vedi, Sara? Così si fa. Un uomo vero prende. Un cornuto sta in ginocchio. Questa è proprietà. Questa vacca è mia quando voglio. E quel pezzo di merda lecca le mie palle per ringraziarmi.»
Gabriella venne di colpo, un urlo lungo, il corpo che si scosse sul tavolo. PadronD non si fermò. Continuò a sfondarla, più duro.
«Ancora. Vieni di nuovo, puttana. Fai vedere a tuo marito di merda e a questa qui che sta guardando come una cretina.»
Sara restava zitta, come le era stato ordinato. Le cosce le si strofinavano da sole. Il marito di Gabriella leccava ancora, in silenzio, la faccia lucida.
PadronD rise basso, affondò fino in fondo e tenne Gabriella inchiodata al tavolo.
«Benvenuta, Sara. Adesso hai capito in cosa sei finita.»
Continua.......
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