Io e mia moglie Chiara. Capitolo 9 seconda parte. La laurea

di
genere
saffico

Tu sei completamente pazza!», sussurrai furiosa, anche se la voce mi tremava ancora per l'eccitazione. «C'erano i miei genitori lì a un millimetro! Mio padre mi teneva il braccio, Chiara! Se se ne fosse accorto?
«Accorto di cosa, Fede? Che stavi avendo un'improvvisa illuminazione sulla tua tesi?», ribatté lei, inclinando la testa di lato con un sorrisetto sfacciato. «E comunque, non si è accorto di nulla nessuno. Tua mamma ha persino detto che ti è tornato un bel colorito».
«Certo, perché stavo andando a fuoco!», sbottai, stringendo le cosce per l'ennesima volta nel tentativo di controllare quel flusso di calore liquido che ancora mi pulsava dentro. «Mi hai impostato il livello massimo, mi tremavano le gambe!».
Chiara fece un passo verso di me, annullando le distanze. Mi sistemò con estrema lentezza una ciocca di capelli dietro l'orecchio, sfiorandomi la pelle calda con la punta delle dita. «Ho solo testato la tua capacità di resistenza sotto stress. Direi che l'esame di autocontrollo lo hai superato alla grande». Fece una breve pausa, abbassando lo sguardo verso la mia borsa blu, per poi tornare a fissarmi negli occhi con una scintilla micidiale: «Ora ascoltami bene. Sei la quarta. Significa che hai circa un'ora di attesa. Se vedo che ricominci a torturarti le mani o a rileggere quelle scartoffie... giuro che premo di nuovo il pulsante e non lo stacco finché non senti il ronzio anche nelle orecchie. Chiaro, dottoressa?».
Spalancai la bocca, divisa tra l'indignazione e un desiderio che mi stava togliendo ogni lucidità. «Sei un mostro».
«Sono la tua stylist e la tua terapista personale», mi corresse lei, dandomi un colpetto scherzoso sulla punta del naso prima di riprendermi sottobraccio. «E adesso torna là fuori e sorridi. Abbiamo una laurea da vincere».
I parenti e gli amici si erano accomodati sui gradoni superiori dell’aula magna, riempiendo la stanza di un brusio sommesso. Io ero seduta in prima fila, riservata ai candidati, con le mani intrecciate sulle ginocchia e il tubino blu che sembrava improvvisamente troppo stretto. Chiara si era posizionata qualche fila più su, esattamente in linea d'aria dietro di me, una scelta tutt'altro che casuale.
Il tempo passò in un flash distorto. Il primo candidato espose, poi il secondo. Quando il presidente della commissione chiamò il nome della terza ragazza, una studentessa di Pediatria, sentii lo stomaco contrarsi in un nodo cieco. Mancava solo lei. Toccare a me significava che la mia vita stava per cambiare nel giro dei successivi venti minuti.
La terza candidata parlò con voce chiara, proiettando slide piene di grafici. Io non sentivo nulla; sentivo solo il battito del mio cuore che rimbombava nei timpani e la consistenza degli ovetti, rimasti silenti per l'ultima ora, che pesavano come un segreto bollente tra le mie cosce. La bocca mi si era fatta improvvisamente asciutta. Cominciai a torturarmi l'unghia del pollice, lo sguardo fisso sul pavimento. Ero di nuovo sul punto di cedere al panico.
«La commissione ringrazia la candidata. Può accomodarsi», sentenziò la voce profonda del presidente, seguita dal sommesso scroscio di applausi dei parenti della ragazza.
Il momento era arrivato. La terza aveva finito. La commissione iniziò a scambiarsi alcuni fogli, sistemando i verbali prima di chiamare il prossimo candidato. Io.
In quel preciso istante di silenzio sospeso, avvertii una vibrazione fulminea, brevissima. Due impulsi speculari: vrrr, vrrr. Un codice.
Sollevai di scatto la testa e mi voltai leggermente indietro, incrociando lo sguardo di Chiara tra la folla. Aveva il mento appoggiato alla mano, l'aria di chi sta seguendo un seminario noiosissimo, ma i suoi occhi scuri erano piantati nei miei, carichi di una promessa assoluta. Aveva visto le mie mani tremare.
Un secondo dopo, senza la minima pietà, il telecomando nella sua borsa riattivò gli ovetti su un programma a onde ondulatorie. La vibrazione partiva leggera, saliva di intensità fino a un picco acuto e poi scendeva, simulando una carezza elettrica e liquida che si propagava dal profondo della mia carne fino alla radice delle cosce.
Un sussulto mi strappò un respiro spezzato. Mi aggrappai ai bordi della poltroncina, spingendo la schiena contro lo schienale per nascondere il fremito che mi stava scuotendo il bacino. Il piacere arrivò come un'ondata di calore violento, spazzando via ogni singola formula clinica, ogni paura di sbagliare, ogni traccia di ansia. Le mie pareti interne si contrassero disperatamente attorno al silicone vibrante, bagnando ulteriormente lo slip. Sentivo il sangue pompare forte nelle vene, le guance in fiamme e il sesso che pulsava a ritmo con quel motore segreto. Chiara mi stava tenendo ancorata al mio corpo, al nostro legame, proprio un istante prima del salto nel vuoto.
Il presidente della commissione si schiarì la voce al microfono, facendo eco in tutta l'aula:
«Chiamiamo la candidata Federica Milani».
Mentre il mio nome risuonava nell'aula magna, la vibrazione si interruppe di colpo, lasciandomi con un brivido residuo che mi fece stringere i denti per il piacere interrotto. Mi alzai in piedi, sistemandomi la giacca con un gesto fluido. Le gambe erano calde, il cuore batteva forte ma fermo. Diedi un ultimo sguardo dietro di me: Chiara mi sorrise, un sorriso fiero, immenso, e con le dita mimò un bacio leggero.

«Per i poteri conferitimi dal Magnifico Rettore, la proclamo Dottoressa in Medicina e Chirurgia, con la votazione di centodieci e lode».
Io rimasi immobile per un secondo dietro la cattedra, con un sorriso incredulo stampato in volto, mentre sentivo il peso enorme di quei sei anni scivolarmi via dalle spalle.
Un istante dopo, fui travolta.
I primi a raggiungermi furono i miei genitori e mio fratello Andrea. Mia madre mi buttò le braccia al collo piangendo senza sosta, bagnandomi la giacca del vestito, mentre mio padre ci stringeva entrambe in un abbraccio solido, silenzioso, con gli occhi lucidi di chi ha visto la propria figlia compiere il viaggio più importante. Andrea si inserì nel mucchio dandomi una spettinata affettuosa e stringendomi forte: «Ce l'hai fatta, dottoressa dei miei stivali!». Poi arrivarono gli amici del gruppo, i mazzi di fiori, le foto di rito e i complimenti formali dei professori.
Rispondevo a tutti, baciavo guance, ringraziavo, ma i miei occhi cercavano solo una persona tra la folla.
Chiara era rimasta leggermente in disparte, per lasciare che la mia famiglia si godesse quel momento intimo. Era bellissima, appoggiata a uno dei banchi, con le braccia conserte e la borsa blu scuro che le pendeva dalla spalla. Quando i nostri sguardi si incrociarono, vidi nei suoi occhi scuri qualcosa di immenso. Non c'era solo la solita malizia o l'ironia sfacciata con cui mi aveva provocata fino a un attimo prima; c'era una fierezza lucida, assoluta, un orgoglio così profondo che sembrava quasi brillare. Era lo sguardo di chi aveva curato ogni mia ferita, di chi mi aveva raccolta dal pavimento freddo la sera prima e sapeva esattamente quanta anima fosse servita per arrivare su quella cattedra.
Si fece largo tra la gente con la sua solita eleganza innata. Quando mi fu davanti, il tempo sembrò rallentare. Non disse una parola. Mi prese il viso tra le mani, con una delicatezza protettiva, e mi baciò. Fu un bacio lungo, denso, che non chiedeva il permesso a nessuno e che portava con sé il sapore di Cap d'Agde, delle notti passate sui libri, delle mura della nostra nuova casa e di tutto quello che eravamo diventate insieme.
Ci stringemmo in un abbraccio così stretto da mozzare il fiato. Affondai la testa nell'incavo del suo collo, respirando il suo profumo, mentre le sue braccia forti mi cingevano la vita, tenendomi incollata a lei.
«Te l'avevo detto, amore mio», mi sussurrò all'orecchio, la voce calda e leggermente incrinata da un'emozione rara per lei. «Sei immensa. Sono la donna più fiera del mondo oggi».
Mentre mi stringeva, sentii la sua mano scivolare lateralmente e accarezzarmi con un tocco rapido il fianco, proprio sopra il tessuto attillato del tubino blu. Si allontanò di pochi centimetri, abbastanza per guardarmi negli occhi, e quel calore pulito e glorioso dell'abbraccio si accese improvvisamente di una scintilla proibita.
Chiara infilò le dita nella tasca della giacca, estrasse il piccolo telecomando e me lo mostrò nel palmo della mano per un solo secondo, facendomi l'occhiolino con un sorriso di pura, trionfante complicità. Gli ovetti dentro di me erano spenti, ma il corpo conservava ancora la memoria di quel brivido segreto che ci aveva accompagnate fin lì.
«E adesso, dottoressa», aggiunse a bassa voce, avvicinando le labbra al mio orecchio mentre gli amici ricominciavano a chiamarci per le foto, «andiamo a festeggiare fuori. Ma ricordati che a casa dobbiamo ancora fare l'esame più importante».
Le strinsi forte la mano, intrecciando le mie dita con le sue. Avevo la lode tra le mani, la mia famiglia accanto e la chiave del mio futuro in tasca, ma la mia vittoria più grande era la donna che mi camminava a fianco, fiera di me come nessun altro al mondo.

La sera, la porta della nostra nuova casa si chiuse dietro di noi, tagliando fuori i clacson di Genova, le risate degli amici, i brindisi e l'eco di una giornata che era stata un uragano. Appoggiai la schiena al legno del portone, stringendo tra le mani la pergamena della laurea, e lasciai andare un sospiro lunghissimo, come se avessi trattenuto il fiato per sei anni interi.
La stanza era in penombra, illuminata solo dai riflessi aranciati dei lampioni. Mi mossi verso lo specchio dell'ingresso e, guardando il mio riflesso, mi resi conto di quanto fossi cambiata in poche ore. L'acconciatura perfetta che Chiara aveva curato con tanta dedizione al mattino ora cedeva: alcune ciocche erano scivolate via, e le forcine, che avevano tenuto insieme l'illusione della dottoressa imperturbabile, iniziarono a cadere una dopo l'altra sul parquet, con un ticchettio secco che sanciva la fine della giornata. Mi sfilai la giacca del tubino, sentendo il peso di quegli anni scivolare via insieme al tessuto che mi aveva costretta in una postura troppo rigida.
Chiara posò la borsa blu sul tavolo, si sfilò la giacca del completo e si voltò a guardarmi. Senza i tacchi, che si era tolta nell'istante esatto in cui avevamo varcato la soglia, sembrava improvvisamente più piccola, spogliata di quell'armatura di sfacciata sicurezza che aveva esibito davanti a tutti per l'intera giornata. Aveva gli occhi lucidi.
Fece un passo verso di me, poi si fermò, come se volesse guardarmi davvero per la prima volta come "dottoressa".
«Fede...», sussurrò, e la voce le tremò in un modo che mi fece stringere il cuore.
Lasciai cadere la pergamena e feci i passi che ci separavano. Le presi le mani: erano calde, ma tremavano leggermente. «Ehi... che c'è?», domandai con dolcezza, mentre una lacrima, questa volta di pura, pulita emozione, prendeva a rigarmi il volto.
Chiara sollevò lo sguardo, incrociando il mio. Quel muro di ironia e provocazioni sessuali che aveva usato tutto il giorno per proteggermi e tenermi in piedi era crollato, lasciando spazio a una vulnerabilità nuda ed enorme.
«C'è che ho avuto una paura matta, Fede», ammise, e una lacrima le scivolò lungo la guancia, subito ricacciata indietro da un sorriso tirato. «Non per l'esame. Io sapevo che avresti preso la lode, lo sapevo dal primo giorno in cui ti ho vista piangere su quei maledetti libri di anatomia. Ho avuto paura di non essere abbastanza per te. Di non saper gestire i tuoi crolli, di non saper essere la roccia di cui avevi bisogno. Quando ieri sera eri su quel pavimento... ho sentito il cuore spaccarsi in due. Volevo prendermi io tutta la tua ansia, tutto il tuo dolore, per lasciarti solo la gioia».
Le mie lacrime aumentarono, libere e calde. Le circondai il collo con le braccia, tirandola contro di me, stringendola così forte da volerle fondere la pelle con la mia.
«Chiara, guardami», le dissi, scostandole i capelli dal viso e costringendola a fissarmi. «Se sono rimasta in piedi su quella cattedra, se non sono scappata da quell'aula magna, è solo perché sentivo te dietro di me. Ogni singola vibrazione che mi hai mandato oggi, ogni tua battuta stupida in negozio... non era solo un gioco. Era il tuo modo di dirmi: 'Io ci sono, sono qui, tocca il tuo corpo, sei viva e sei forte'. Tu mi hai salvata, Chiara. Non solo ieri sera. Tu mi salvi ogni giorno da me stessa».
Chiara appoggiò la fronte contro la mia, chiudendo gli occhi. Il suo respiro si fuse con il mio in una promessa silenziosa.
«Quando il presidente ha detto quel voto...», continuò lei a bassa voce, stringendomi i fianchi con le mani, «ho guardato mio papà, ho guardato i tuoi, e ho pensato a dove eravamo qualche anno fa. Nascoste, spaventate. E ora guarda dove siamo. Questa è la nostra casa. Tu sei un medico. E io sono la donna più fiera di tutta questa città perché posso amarti alla luce del sole, senza chiedere il permesso a nessuno».
Ancora unite in quel bacio profondo e lento, il ritmo dei nostri respiri iniziò a mutare, scaldando l'aria fresca della stanza. Le lacrime si asciugarono sulle guance, lasciando spazio a un calore diverso, più denso e familiare.
Chiara fece scivolare le mani lungo la mia schiena. Le sue dita cercarono l'inizio della cerniera del tubino blu, quella stessa cerniera che la sera prima mi aveva fatto crollare e che ora, invece, scorreva via senza alcuna resistenza sotto il suo tocco fluido. Sentii il tessuto aprirsi, liberando la pelle della schiena che sussultò al contatto con l'aria della camera.
Con una lentezza quasi solenne, Chiara mi sfilò le maniche del vestito, facendolo scendere delicatamente prima oltre le spalle e poi lungo i fianchi, finché il tubino non scivolò del tutto a terra, depositandosi in un cerchio blu scuro attorno ai miei piedi nudi.
Rimasi in intimo davanti a lei, lo slip di pizzo ancora leggermente umido per le emozioni e le provocazioni della mattina. Chiara fece un passo indietro di pochi centimetri, solo per guardarmi. Nei suoi occhi scuri la vulnerabilità di poco prima lasciò nuovamente il posto a quella scintilla d'oro, fiera e intensamente possessiva, che amavo così tanto.
«Eri bellissima su quella cattedra, Fede», sussurrò, lo sguardo che accarezzava ogni linea del mio corpo. «Ma preferisco decisamente questa versione».
Si chinò davanti a me con un'eleganza felina, mettendosi in ginocchio sulle piastrelle calde del nostro soggiorno. Le sue mani risalirono lentamente lungo i miei polpacci e le mie cosce, lasciando una scia di brividi sulla pelle, fino a raggiungere i bordi dello slip di pizzo. Con un movimento fluido, mi sfilò l'intimo, facendolo scivolare via.
Rimasi nuda davanti a lei, le gambe leggermente aperte e il respiro che si era già fatto corto. Chiara rimase un momento a guardare la mia intimità. Con estrema lentezza, sollevò la mano e afferrò con due dita il sottile cordoncino flessibile di silicone che spuntava tra le mie labbra.
Incrociò i miei occhi, tenendomi inchiodata al suo sguardo scuro e magnetico. «Adesso rilassati, dottoressa... ci penso io», sussurrò.
Sentii la sua presa salda sul filo e, un attimo dopo, Chiara iniziò a tirare con una lentezza deliberata, quasi millimetrica. La sensazione del silicone liscio che scivolava fuori, accarezzando per l'ultima volta le pareti vaginali contratte e sensibilizzate, mi fece sfuggire un gemito acuto. Inarcai leggermente la schiena, appoggiando le mani alle sue spalle per non perdere l'equilibrio, mentre il primo ovetto superava l'anello imeneale, seguito subito dopo dal secondo e dal terzo. Fu un brivido liquido, intenso e liberatorio, che mi svuotò il basso ventre lasciandomi addosso un calore diffuso.
Chiara sollevò i piccoli ovetti viola, ancora caldi del mio corpo, e li depositò sul pavimento accanto al vestito, come il cimelio di una battaglia vinta insieme.
Quando si rialzò, i suoi occhi cercarono i miei mentre le sue dita andavano a sganciare il reggiseno, lasciando che anch'esso cadesse a terra. Ero completamente nuda di fronte a lei, spogliata della toga, del titolo e di ogni difesa, pronta a lasciarmi andare del tutto.
«Ora tocca a te», mormorai con un filo di voce, l'eccitazione che ricominciava a bussare forte nel petto.
Chiara sorrise, quel suo sorriso sornione e irresistibile. Senza smettere di fissarmi, si sfilò la camicia di seta bianca, lasciandola cadere senza cura, seguita dai pantaloni del completo elegante. In pochi istanti, la sua pelle ambrata fu di nuovo contro la mia, liscia e calda.
Ci stringemmo di colpo, annullando ogni millimetro di spazio. Sentire il calore dei suoi seni contro i miei e il battito del suo cuore accelerato mi diede la certezza che la parte più importante della festa stava per cominciare. Chiara mi prese per mano e mi guidò verso il materasso adagiato sul pavimento, sotto l'alto soffitto della nostra prima casa nel cuore di Genova. La sessione formale era finita per sempre; ora esisteva solo la nostra bolla, e il modo meraviglioso in cui sapevamo appartenerci.

Il mattino dopo, la luce del sole entrò decisa dalle alte finestre del bilocale, disegnando lame d'oro sul pavimento di graniglia e sul materasso dove eravamo ancora rannicchiate. Mi svegliai lentamente, avvolta in una sensazione di leggerezza che non provavo da anni. Non c'erano più scadenze, non c'erano più libri aperti sul comodino, non c'era più l'ombra opprimente dell'ansia. Ero libera.
Mi girai su un fianco, facendo attenzione a non fare rumore. Chiara dormiva ancora, con il viso rilassato e una ciocca di capelli scuri che le copriva parzialmente la fronte. Il lenzuolo bianco le scivolava morbido lungo la schiena ambrata, scoprendo la curva del fianco. Rimasi a guardarla per minuti interminabili, sopraffatta da un'ondata di gratitudine così densa da farmi quasi faticare a respirare.
Allungai una mano e, con la punta delle dita, le accarezzai lo zigomo. Chiara emise un piccolo sospiro contrariato, tipico di quando cercava di resistere alla sveglia, poi aprì lentamente gli occhi scuri. Ci mise un attimo a mettere a fuoco la stanza, poi il suo sguardo incrociò il mio e le sue labbra si schiusero in un sorriso assonnato e dolcissimo.
«Buongiorno, dottoressa», sussurrò con la voce ancora impastata dal sonno, allungando un braccio per tirarmi più vicina a sé.
Mi appoggiai al suo petto, respirando il profumo della sua pelle. «Buongiorno a te. Devo confessarti una cosa».
Chiara sollevò leggermente la testa, guardandomi con un'aria incuriosita e un briciolo della sua solita ironia: «Cosa c'è? Ti sei pentita di aver accettato la mia terapia d'urgenza ieri mattina?»
«No, tutt'altro», risposi, e sentii il tono della mia voce farsi serio, denso di quell'emozione che mi premeva nel petto. Le presi il viso tra le mani, costringendola a guardarmi dritta negli occhi. «Volevo dirti che ieri, quando ero davanti alla commissione, non stavo pensando alla lode, ai professori o al futuro. Pensavo che l'unica cosa che dava davvero valore a quel momento era il fatto che tu fossi lì. Sei anni fa, quando ho iniziato questo percorso, ero una ragazza terrorizzata dal mondo, convinta che avrei dovuto nascondere ogni mia fragilità per essere accettata. Poi sei arrivata tu».
Chiara rimase in silenzio, lo sguardo sornione che lasciava rapidamente spazio a una dolcezza attenta, quasi commossa.
«Tu mi hai insegnato che non c'è nulla di sbagliato nell'avere paura, perché l'amore vero non cerca una persona perfetta, cerca qualcuno da proteggere e da accendere», continuai, sentendo gli occhi inumidirsi, ma questa volta di pura felicità. «Tutti i traguardi del mondo, questa laurea, questa casa bellissima all'ombra dei Rolli... non meriterebbero nemmeno un briciolo della fatica che ho fatto se non ci fossi tu a dividerli con me. Io non sono diventata un medico solo grazie alla mia forza, Chiara. Lo sono diventata perché tu mi hai amata così tanto da farmi credere che fossi capace di farlo. Sei la mia terraferma, il mio orgoglio più grande. Ti amo.
scritto il
2026-07-11
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