Io e mia moglie Chiara. Capitolo 8. Le nostre fondamenta
di
Federika
genere
saffico
Capitolo 8: Le fondamenta del futuro e il traguardo più grande
Gli anni successivi a quella vacanza in Francia volarono via, portando con sé una trasformazione profonda, quasi impercettibile giorno dopo giorno, ma enorme se guardata a ritroso. Quel senso di libertà assoluta e senza filtri che avevamo scoperto a Cap d'Agde non era rimasto confinato sulla sabbia della Occitania- Linguadoca; lo avevamo portato a Genova con noi, usandolo per cementare il nostro rapporto. Avevamo imparato a conoscerci nelle nostre rispettive fragilità: Chiara, la donna che per tutti doveva essere la roccia invincibile, ha iniziato a cercare rifugio nelle mie braccia, permettendosi di essere, finalmente, solo Chiara. Io, dal canto mio, ho smesso di temere la mia riservatezza, trasformandola in una presenza accogliente, quasi un mantello protettivo per lei. Non eravamo più due persone che si frequentavano; eravamo un unico organismo, una squadra silenziosa capace di abitare il mondo pur restando inattaccabili nel perimetro della nostra complicità. Eravamo diventate una squadra, un incastro perfetto di sguardi e silenzi complici che nessuno, fuori dalla nostra bolla, poteva scalfire.
Poi arrivò il 2020. Quando il mondo là fuori si fermò, costringendoci a misurare la tenuta del nostro legame tra quattro mura, non ci perdemmo d'animo. Anzi, facemmo una scelta drastica: presi tutti i miei pesanti volumi di Medicina — che sembravano non finire mai — il pc e mi trasferii stabilmente da Chiara e dai suoi genitori.
Fu un periodo di convivenza forzata e, al tempo stesso, rivelatrice. Mentre lei trasformò un angolo del salotto in un ufficio di fortuna, destreggiandosi tra call e scadenze in smart working, io mi sono costruita un fortino di libri e appunti a pochi metri da lei e seguivo tutte le lezioni da remoto così come gli esami. Abbiamo imparato a convivere con i ritmi l’una dell’altra: il ticchettio frenetico della sua tastiera si mescolava al fruscio delle pagine che voltavo, e il silenzio tra noi non era mai vuoto, ma carico di una presenza rassicurante. Se la Francia ci aveva regalato la scoperta della nostra libertà, il lockdown ci insegnò la resilienza della nostra unione. Abbiamo imparato a gestire le paure, la pressione dei miei esami che incombevano e lo stress del suo lavoro, trasformando ogni piccolo rituale quotidiano — dal caffè preso insieme alle finestre aperte, ai pasti cucinati lentamente — in un baluardo contro l'incertezza esterna. È stato in quel periodo, tra lo studio matto e la vita in videochiamata, che abbiamo capito che la nostra "bolla" non era un luogo di fuga, ma una casa che stavamo già costruendo insieme, mattone dopo mattone, molto prima di avere le chiavi di un appartamento tutto nostro.
Abbiamo imparato a gestire le paure, la pressione dei miei esami che incombevano e lo stress del suo lavoro, trasformando ogni piccolo rituale quotidiano in un baluardo contro l'incertezza esterna. È stato in quel periodo che abbiamo capito che la nostra "bolla" non era un luogo di fuga, ma una casa che stavamo già costruendo insieme.
Quando il mondo ha ricominciato a girare e mi è stato chiesto di tornare alla mia vita precedente, a casa dei miei genitori, il distacco è stato un colpo durissimo. Non era solo la nostalgia di lei a tormentarmi, ma il sentirmi fuori posto nella mia stessa casa, in panni che ormai mi stavano stretti. Ma quel biennio, il 2021 e il 2022, è stato anche il banco di prova della nostra maturità. Chiara, con il suo rigore abituale, ha cercato di farmi da àncora, aiutandomi a gestire quel senso di smarrimento. Eppure, in quella distanza, ho scoperto anche la sua fragilità: anche lei, sotto la corazza della donna che gestisce tutto, soffriva la nostra separazione forzata. È stato lì che i ruoli, per la prima volta, si sono fatti fluidi: mi sono fatta forza per lei, diventando io il suo rifugio quando il peso della quotidianità la schiacciava. Abbiamo capito che la nostra complicità non dipendeva dalla vicinanza fisica, ma da quel modo invisibile in cui le nostre fragilità si incastravano per formare un insieme più forte.
Il 2023 arrivò come un ciclone di emozioni. Ero finalmente arrivata al traguardo più importante e faticoso della mia vita: la laurea in Medicina. Mesi e anni passati a consumarmi gli occhi sui libri, tra Anatomia, Fisica, Clinica Medica, Chirurgia e la stesura della tesi, con Chiara sempre al mio fianco, pronta a calmarmi durante le mie crisi d'ansia notturne, a prepararmi il caffè, ad aiutarmi a ripassare e a ricordarmi, con un solo abbraccio, chi fossi e dove stessimo andando.
Ma la sorpresa più grande arrivò a poche settimane dalla discussione. Una sera a cena, il padre di Chiara — che da sempre guardava al nostro legame con un affetto e una stima immensi — ci tese una busta bianca. Dentro non c'era un biglietto di auguri, ma un mazzo di chiavi lucide. Deciso a fare un regalo speciale per il mio traguardo, ma soprattutto per suggellare il nostro futuro, aveva voluto fare il passo più importante: intestarci un piccolo appartamento di sua proprietà nel cuore di Genova. Si trattava di un trilocale grazioso e intimo situato nel pieno centro storico di Genova, a pochi passi da uno dei maestosi Palazzi dei Rolli, vera e propria istituzione e orgoglio della città. Abitare all'ombra di quelle antiche dimore nobiliari, tra soffitti alti e il fascino senza tempo dei caruggi, rendeva tutto ancora più magico: ora diventava, a tutti gli effetti, la nostra prima vera casa. Non eravamo più costrette a incastrare i fine settimana tra il mio studio matto e i suoi turni di lavoro, né a nasconderci in una vecchia cameretta; eravamo due donne con le chiavi del proprio futuro in mano.
Appena rimaste sole, l'emozione trattenuta davanti a suo padre esplose in un pianto di pura gioia. Ci stringemmo forte, ridendo tra le lacrime, incredule.
«Non posso crederci, Fede... una casa tutta nostra», sussurrò Chiara, con gli occhi lucidi che brillavano come non mai mentre faceva dondolare il mazzo di chiavi.
«È un sogno, Chiara. Tuo papà ha fatto una cosa immensa per noi», risposi, con il cuore che mi batteva a mille, baciandole le guance ancora bagnate. «Ha creduto in noi, ha dato un posto nel mondo alla nostra storia».
Chiara mi prese il viso tra le mani, con un sorriso radioso che le illuminava l'intero volto: «Non dobbiamo più chiedere il permesso a nessuno, amore mio. Da domani, quella sarà la nostra bolla. Per sempre».
Tra il trasloco imminente e l'ansia da tesi, che avrei discusso a fine aprile, si aggiunse un altro enorme dramma da risolvere: la scelta del vestito per la proclamazione. Chiara, impeccabile e decisa come sempre, si era autoproclamata mia stylist ufficiale, trascinandomi per mezza Genova alla ricerca dell'abito perfetto. Io avevo optato per un sobrio e anonimo completo scuro, ma lei non volle sentire ragioni.
«Sei la futura dottoressa più bella della città, Fede, non puoi presentarti vestita come se dovessi andare a un congresso di statistica», aveva sentenziato, passandomi nel camerino il quinto abito della giornata, un tubino blu notte elegantissimo, sopra le ginocchia, ma decisamente più attillato di quanto fossi abituata a portare.
Quando uscii per mostrarglielo, Chiara si mise una mano sulla bocca, spalancando gli occhi con un'espressione teatrale. «Mio Dio. La commissione ti darà centodieci e lode solo per come ti sta sul sedere».
«Chiara! Ti prego, ci saranno i parenti dei futuri medici lì fuori!», avevo sussurrato arrossendo fino alla radice dei capelli.
Lei, per nulla scossa, mi si era avvicinata per sistemarmi le spalle dell'abito, facendomi scivolare le mani lungo i fianchi con un tocco lento che mi fece mancare un battito. Poi, avvicinandosi al mio orecchio, aveva aggiunto a bassa voce con un sorriso malizioso: «E comunque, l'unico vero difetto di questo vestito è che ci metterò troppo tempo a sfilartelo quando torneremo a casa a festeggiare». Mi diede un bacio veloce sulla guancia, ridendo della mia reazione. Alla fine, tra le sue provocazioni e i miei tentativi di mediazione, avevamo acquistato proprio quello.
Risolto il vestito, mancavano le scarpe. Chiara scovò in una boutique un paio di décolleté nere con un tacco a spillo vertiginoso ed elegante. Mi fece sedere sul divanetto di velluto del negozio e si inginocchiò davanti a me per infilarmele. Mentre faceva scivolare la scarpa sul mio piede, le sue dita si soffermarono sulla curva della mia caviglia, accarezzandola con una lentezza deliberata. Sollevò lo sguardo, e nei suoi occhi scuri passò una scintilla d'oro, maliziosa e caldissima.
«Sai a cosa mi fa pensare questa scena?», sussurrò, stringendo leggermente la presa sul mio tallone.
Arrossii all'istante, capendo al volo. Il pensiero volò dritto a Cap d'Agde, a quella notte in cui, sul letto della nostra stanza in Francia, avevamo esplorato i confini dei nostri desideri più intimi e fetish, e lei si era presa cura dei miei piedi con una devozione carnale e assoluta.
«Chiara, siamo in pubblico...», provai a protestare con un filo di voce, sorridendo, ma il mio respiro si era già fatto più corto.
«Lo so», rispose lei, accarezzando il collo del mio piede con il pollice prima di dare un colpetto leggero al tacco. «Dico solo che con queste ai piedi, e quel vestito addosso, l'esame vero inizierà quando saremo da sole nel nostro appartamento». Si alzò con un'eleganza innata, lasciandomi con il cuore in gola. Alla fine, avevamo acquistato anche quelle.
Per completare l'opera, mancava solo l'accessorio finale. Chiara si diresse decisa verso il reparto pelletteria e scelse una borsa a tracolla rigida, piccola e incredibilmente chic, dello stesso blu scuro dell'abito. Me la porse per farmela specchiare, poi la aprì per scrutarne l'interno con aria fintamente tecnica.
«Direi che è perfetta», commentò, con quel tono serio che usava quando voleva tendermi una trappola. «Le dimensioni sono ottime. Ci sta il telefono, il lucidalabbra e... sì, decisamente c'è spazio anche per il nostro piccolo vibratore viola».
Spalancai gli occhi, guardandomi intorno terrorizzata che la commessa avesse sentito. «Chiara, ma sei impazzita?!»
«Cosa c'è? Ragiono da medico clinico, io», ribatté lei, trattenendo a stento le risate ma mantenendo lo sguardo fisso nel mio. «Pensa se ti sale un picco d'ansia un quarto d'ora prima della discussione. Ti chiudi in un bagno della facoltà, lo tiri fuori, cinque minuti di terapia d'urgenza e vai a prenderti la lode rilassata e felice».
«Giuro che non ti porto più a fare shopping con me», mormorai, strappandole una risata cristallina che riempì il negozio. Alla fine, comprammo anche quella.
La mattina prima dei grandi festeggiamenti, dovetti scappare presto all'università per sbrigare gli ultimissimi, noiosi adempimenti burocratici in segreteria studenti e consegnare un modulo cartaceo mancante. Chiara decise di rimanere a casa, dicendo che avrebbe approfittato della mia assenza per dare una sistemata sommaria alle stanze.
Rimasta sola in quel trilocale silenzioso che profumava ancora di nuovo, Chiara si sedette sul bordo del materasso, guardando le pareti storiche che incorniciavano la nostra prima vera indipendenza. Un profondo senso di orgoglio e di amore la invase, pensando a tutta la fatica che avevo fatto per arrivare fin lì, alle notti in bianco e a come la nostra storia fosse cresciuta, mattone dopo mattone, senza mai perdere la sua complicità. Voleva farmi un regalo che restasse impresso per sempre, qualcosa che celebrasse la donna e la dottoressa che ero diventata, senza però dimenticare la nostra anima più selvaggia e segreta.
Uscì di casa con un'idea ben precisa in testa. La sua prima tappa fu una storica gioielleria del centro, dove scelse con cura un anello di valore, un solitario elegante e luminoso, destinato a suggellare quel traguardo e il nostro futuro insieme. Ma Chiara non sarebbe stata Chiara se si fosse fermata alla tradizione. Con la scatolina di velluto al sicuro nella borsa, attraversò i caruggi con un sorriso malizioso stampato in volto e si diresse verso una boutique specializzata. Voleva dare seguito a quella provocazione nata per scherzo durante lo shopping del giorno prima: acquistò un set di ovetti vibranti wireless di ultima generazione, ricaricabili e controllabili a distanza tramite un piccolo telecomando. L'idea di potermeli far indossare proprio sotto quel tubino blu notte così attillato, magari durante il rinfresco o subito prima della proclamazione, la faceva letteralmente impazzire. Era il suo modo perfetto di proteggermi dall'ansia formale di quel giorno, ricordandomi, con un brivido segreto, a chi appartenessi veramente.
Tornai a casa un paio d'ore dopo, ignara di tutto, con i documenti firmati e il cuore a mille.
Quel pomeriggio Chiara, con una vitalità che mi faceva sentire esausta solo a guardarla, mi trascinò in un salone di bellezza.
«Oggi ti trasformiamo, Dottoressa», aveva sentenziato, ignorando le mie proteste sul fatto che avessi ancora mille cose da sistemare in casa.
Seduta sulla poltrona girevole, mi sentivo un’intrusa. Chiara parlò direttamente con il parrucchiere, dando istruzioni precise come se stesse ordinando un intervento chirurgico. Io mi limitai a chiudere gli occhi, esausta, lasciando che le mani esperte del professionista lavorassero sui miei capelli, mentre Chiara mi stava accanto, guardandosi allo specchio con aria complice.
«Niente code di cavallo da studentessa sottopagata, Fede», mi disse, scostandomi una ciocca. «Oggi puntiamo a qualcosa che urli "autorità", ma che nasconda un segreto.»
Quando girarono la poltrona verso lo specchio, rimasi spiazzata. L'acconciatura era un raccolto sofisticato, una struttura di ciocche intrecciate che lasciava scoperta la nuca, con un leggero ciuffo sulla fronte, un’eleganza algida e severa che non avevo mai osato portare.
«Chiara, sembro una che sta per essere nominata senatrice a vita, non una che si laurea in Medicina», scherzai, cercando di farmi piacere quel volto così cambiato.
«È esattamente quello che volevo», ribatté lei, avvicinandosi per raddrizzarmi un fermaglio. «Voglio che quando entrerai in quell'aula, la commissione debba alzarsi in piedi per rispetto. O per puro terrore di come sei diventata affascinante.»
«O forse solo per pietà, visto che mi sento tirare il cuoio capelluto fino al cervello», risposi ridacchiando, nonostante il mal di testa iniziasse a farsi sentire sotto le luci al neon del salone.
Chiara mi fece l’occhiolino, un gesto che nello specchio apparve come un segnale in codice. «Il dolore è il prezzo della bellezza, tesoro. E credimi, stasera avrai motivi ben più piacevoli per dimenticare questo mal di testa.»
Tornammo a casa che era ormai quasi sera. La luce dorata del tramonto filtrava dalle finestre del nostro nuovo appartamento, illuminando gli scatoloni che ancora occupavano il pavimento. Ero distrutta: le gambe mi dolevano, il raccolto dei capelli mi tirava la pelle del viso e la stanchezza mentale di una giornata passata a correre sotto la direzione di Chiara aveva prosciugato le mie ultime riserve di energia.
Avrebbe dovuto essere un momento di gioia, l'attesa dolce di un traguardo inseguito per anni, ma la pressione degli ultimi mesi, la paura di non essere all'altezza e il terrore del domani decisero di presentare il conto tutto insieme.
Bastò un dettaglio stupido, la cerniera del vestito scelto per la discussione, che mi stavo di nuovo provando, che si inceppò per un millimetro, a far saltare l'ultimo argine del mio autocontrollo. Mi sfilai l'abito con un gesto rabbioso, lo lanciai sul letto ancora senza lenzuola e mi accasciai sul pavimento, con la schiena appoggiata a uno scatolone pieno di libri di testo. Mi coprii il viso con le mani e scoppiai in un pianto disperato, convulso, di quelli che ti tolgono il fiato. Sentivo tutti gli anni di Medicina pesarmi sul petto come un macigno: la paura di scordare la tesi, il timore del giudizio della commissione, l'ansia per il futuro da medico... ero una bomba di nervi che esplodeva.
Chiara, che era in cucina a sistemare i bicchieri, sentì i miei singhiozzi e accorse subito. Non appena mi vide rannicchiata a terra, in intimo, con le ginocchia al petto e le lacrime che mi rigavano il volto, sul suo viso non passò un attimo di fastidio, ma solo un'infinita, protettiva tenerezza. Si mise in ginocchio accanto a me senza dire una parola. Mi avvolse con le sue braccia forti, tirandomi contro il suo petto e lasciando che sfogassi tutta quella rabbia e quel terrore sulla sua pelle. Mi accarezzava la schiena con palmi caldi, lenti, mentre io continuavo a tremare e a ripetere tra i singhiozzi: «Non ce la faccio, Chiara... ho dimenticato tutto, domani farò un disastro, non sono pronta...».
«Shh... guarda dove siamo, Fede», sussurrò al mio orecchio, la voce ferma, calda, che agiva come un sedativo naturale. Mi sollevò delicatamente il viso, asciugandomi le guance bagnate con le dita. «Guarda queste mura. Guarda questa casa. È nostra perché tu sei diventata una donna immensa, perché hai spaccato il mondo su quei libri e mio padre lo sa, io lo so, tutti lo sanno. Domani non devi dimostrare niente a nessuno, devi solo andarti a prendere quello che è già tuo».
«Ma se sbaglio tutto? Se mi blocco davanti alla commissione? Mi sembrerà di aver tradito tutto quello che abbiamo costruito in questi anni, anche la nostra bolla», singhiozzai, afferrandole il colletto della camicia come se fosse l'unica cosa solida in un mondo che stava crollando.
Chiara accennò un sorriso amaro, quasi divertita dalla mia tragica visione delle cose, e mi accarezzò il viso con una lentezza che voleva essere una lezione di calma.
«Fede, ascoltami bene. Sei la stessa donna che ha superato esami impossibili con il massimo dei voti, che ha vissuto un lockdown di mesi in dieci metri quadri senza mai impazzire. Pensi davvero che una cerniera rotta o un professore in commissione possano scalfirti?».
«Non è la cerniera, Chiara. È che ho paura di non essere all'altezza di tutto questo», ammisi, indicando con un gesto vago la stanza ancora vuota.
«Non devi essere "all'altezza" di niente», concluse lei con voce ferma, baciandomi la punta del naso. «Devi solo essere te stessa. E, nel caso, sarò io a farti superare l'esame. Sono o non sono la tua stylist ufficiale?».
Accennai un sorriso. Chiara mi baciò la fronte mantenendo i suoi occhi fissi nei miei, pieni di un orgoglio così lucido e assoluto da farmi quasi vergognare delle mie paure. Sotto la spinta delle sue parole e del calore del suo corpo, il mio respiro iniziò gradualmente a regolarizzarsi, la stretta al cuore si allentò. La Federica insicura e fragile che si nascondeva nei corridoi dell'università stava lasciando spazio alla donna che Chiara aveva imparato a curare e ad amare.
«Adesso basta piangere, dottoressa», mi sussurrò con un sorriso dolcissimo e un po' malizioso, accarezzandomi il fianco nudo. «Vieni qui...».
Mi prese delicatamente sotto le ascelle, aiutandomi ad alzarmi dal pavimento freddo. Ero ancora scossa da qualche sussulto residuo, ma il contatto con il suo corpo mi stava restituendo stabilità. Mi guidò verso il materasso che avevamo sistemato sul pavimento, l'unico mobile pronto in quella stanza che profumava di futuro.
Ci sdraiammo l'una di fronte all'altra. Chiara allungò una mano e, con una lentezza studiata, finì di sfilarmi il reggiseno e gli slip, liberandoci di quell'ultimo diaframma. Rimasi nuda davanti a lei, indifesa e spogliata non solo dei vestiti, ma di tutte le mie paure. Anche lei si sfilò la maglietta e i pantaloncini, unendosi a me in quella nudità che ormai era la nostra seconda pelle, il nostro porto sicuro.
«Voglio che stanotte tu spenga il cervello, Federica», sussurrò, incollando le sue labbra alle mie.
Non fu un bacio dettato dall'urgenza, ma un contatto denso, profondo, che sapeva di cura e di una devozione immensa. La sua lingua cercò la mia con una lentezza terapeutica, curando ogni singola ferita che lo stress di quei mesi mi aveva lasciato dentro. Sentire il calore della sua pelle ambrata contro la mia, il battito regolare del suo cuore che premeva contro il mio petto, spazzò via gli ultimi residui di adrenalina cattiva.
Chiara si sollevò leggermente sui gomiti, posizionandosi sopra di me. I suoi occhi scuri, accesi dalla penombra della stanza, mi fissavano con un orgoglio e una passione che mi fecero tremare. Iniziò a scendere con la bocca lungo il mio collo, lasciando piccoli baci umidi sulla clavicola, per poi concentrarsi sui miei seni. Con la punta della lingua accarezzò i capezzoli finché non li vide irrigidire sotto i suoi tocchi, strappandomi un sospiro profondo che riempì il silenzio della nostra nuova casa. Le sue mani, calde, scesero lungo i miei fianchi, accarezzando la curva della vita e stringendo le natiche con una delicatezza protettiva. Ogni suo movimento mi diceva che ero al sicuro, che in quella stanza non esistevano commissioni di laurea, esami o scadenze; esistevamo solo noi due.
«Guardami, Fede», mi sussurrò, richiamando quel codice segreto che avevamo scritto sulle spiagge francesi.
Sollevai lo sguardo, incrociando il suo. Chiara aprì lentamente le mie gambe, inserendosi tra di loro con il corpo. Scese ancora più in basso con la bocca, accarezzando con i capelli e con le labbra il mio ventre, disegnando cerchi concentrici intorno all'ombelico, fino a raggiungere il pube. Quando la sua lingua sfiorò per la prima volta la mia intimità, già calda e ricolma di un umore spontaneo, inarcai la schiena verso l'alto, affondando le dita nei suoi capelli scuri per tenerla stretta a me.
Il suo modo di amarmi quella notte fu un capolavoro di dolcezza e fermezza. La sua lingua si mosse sul mio clitoride seguendo un ritmo lento, costante, quasi cullante, mentre due dita della sua mano destra penetrarono la mia vagina con delicatezza estrema. Sentire la sua bocca sapiente che beveva il mio piacere, mentre i miei occhi rimanevano fissi sul soffitto della nostra prima casa, mi diede un senso di appartenenza totale. Chiara aumentò la pressione e la velocità solo quando sentì i miei muscoli contrarsi e il mio respiro farsi affannoso, cortissimo.
Pochi istanti dopo, un sussulto violento attraversò tutto il mio corpo. Esplosi in un orgasmo potentissimo, liberatorio, che portò via con sé ogni traccia di ansia, di lacrime e di paura. Fu un pianto di pura gioia e sollievo che si fuse con il sapore dei suoi baci, mentre Chiara risaliva subito lungo il mio corpo per stringermi forte a sé, accogliendo il mio sapore sulle sue labbra.
Restammo abbracciate a lungo nella penombra, con i respiri che tornavano lentamente regolari. La tensione dei sei anni di Medicina si era sciolta del tutto, sostituita da una pace immensa e pulita.
«Grazie», le sussurrai contro il collo, respirando il suo profumo.
«Domani sarai una dottoressa meravigliosa, amore mio», rispose lei, stringendomi ancora di più contro il suo petto e baciandomi la tempia. «Ora dormi. Al resto ci penso io».
Chiusi gli occhi, cullata dal battito del suo cuore e dal lenzuolo che mise sopra di noi. La mattina dopo avrei affrontato la commissione e il mondo intero, ma quella notte, protetta dalle mura della nostra nuova casa e dall'amore di Chiara, sapevo di avviarmi al traguardo avendo già vinto la mia sfida più grande.
federika000milani@libero.it
Gli anni successivi a quella vacanza in Francia volarono via, portando con sé una trasformazione profonda, quasi impercettibile giorno dopo giorno, ma enorme se guardata a ritroso. Quel senso di libertà assoluta e senza filtri che avevamo scoperto a Cap d'Agde non era rimasto confinato sulla sabbia della Occitania- Linguadoca; lo avevamo portato a Genova con noi, usandolo per cementare il nostro rapporto. Avevamo imparato a conoscerci nelle nostre rispettive fragilità: Chiara, la donna che per tutti doveva essere la roccia invincibile, ha iniziato a cercare rifugio nelle mie braccia, permettendosi di essere, finalmente, solo Chiara. Io, dal canto mio, ho smesso di temere la mia riservatezza, trasformandola in una presenza accogliente, quasi un mantello protettivo per lei. Non eravamo più due persone che si frequentavano; eravamo un unico organismo, una squadra silenziosa capace di abitare il mondo pur restando inattaccabili nel perimetro della nostra complicità. Eravamo diventate una squadra, un incastro perfetto di sguardi e silenzi complici che nessuno, fuori dalla nostra bolla, poteva scalfire.
Poi arrivò il 2020. Quando il mondo là fuori si fermò, costringendoci a misurare la tenuta del nostro legame tra quattro mura, non ci perdemmo d'animo. Anzi, facemmo una scelta drastica: presi tutti i miei pesanti volumi di Medicina — che sembravano non finire mai — il pc e mi trasferii stabilmente da Chiara e dai suoi genitori.
Fu un periodo di convivenza forzata e, al tempo stesso, rivelatrice. Mentre lei trasformò un angolo del salotto in un ufficio di fortuna, destreggiandosi tra call e scadenze in smart working, io mi sono costruita un fortino di libri e appunti a pochi metri da lei e seguivo tutte le lezioni da remoto così come gli esami. Abbiamo imparato a convivere con i ritmi l’una dell’altra: il ticchettio frenetico della sua tastiera si mescolava al fruscio delle pagine che voltavo, e il silenzio tra noi non era mai vuoto, ma carico di una presenza rassicurante. Se la Francia ci aveva regalato la scoperta della nostra libertà, il lockdown ci insegnò la resilienza della nostra unione. Abbiamo imparato a gestire le paure, la pressione dei miei esami che incombevano e lo stress del suo lavoro, trasformando ogni piccolo rituale quotidiano — dal caffè preso insieme alle finestre aperte, ai pasti cucinati lentamente — in un baluardo contro l'incertezza esterna. È stato in quel periodo, tra lo studio matto e la vita in videochiamata, che abbiamo capito che la nostra "bolla" non era un luogo di fuga, ma una casa che stavamo già costruendo insieme, mattone dopo mattone, molto prima di avere le chiavi di un appartamento tutto nostro.
Abbiamo imparato a gestire le paure, la pressione dei miei esami che incombevano e lo stress del suo lavoro, trasformando ogni piccolo rituale quotidiano in un baluardo contro l'incertezza esterna. È stato in quel periodo che abbiamo capito che la nostra "bolla" non era un luogo di fuga, ma una casa che stavamo già costruendo insieme.
Quando il mondo ha ricominciato a girare e mi è stato chiesto di tornare alla mia vita precedente, a casa dei miei genitori, il distacco è stato un colpo durissimo. Non era solo la nostalgia di lei a tormentarmi, ma il sentirmi fuori posto nella mia stessa casa, in panni che ormai mi stavano stretti. Ma quel biennio, il 2021 e il 2022, è stato anche il banco di prova della nostra maturità. Chiara, con il suo rigore abituale, ha cercato di farmi da àncora, aiutandomi a gestire quel senso di smarrimento. Eppure, in quella distanza, ho scoperto anche la sua fragilità: anche lei, sotto la corazza della donna che gestisce tutto, soffriva la nostra separazione forzata. È stato lì che i ruoli, per la prima volta, si sono fatti fluidi: mi sono fatta forza per lei, diventando io il suo rifugio quando il peso della quotidianità la schiacciava. Abbiamo capito che la nostra complicità non dipendeva dalla vicinanza fisica, ma da quel modo invisibile in cui le nostre fragilità si incastravano per formare un insieme più forte.
Il 2023 arrivò come un ciclone di emozioni. Ero finalmente arrivata al traguardo più importante e faticoso della mia vita: la laurea in Medicina. Mesi e anni passati a consumarmi gli occhi sui libri, tra Anatomia, Fisica, Clinica Medica, Chirurgia e la stesura della tesi, con Chiara sempre al mio fianco, pronta a calmarmi durante le mie crisi d'ansia notturne, a prepararmi il caffè, ad aiutarmi a ripassare e a ricordarmi, con un solo abbraccio, chi fossi e dove stessimo andando.
Ma la sorpresa più grande arrivò a poche settimane dalla discussione. Una sera a cena, il padre di Chiara — che da sempre guardava al nostro legame con un affetto e una stima immensi — ci tese una busta bianca. Dentro non c'era un biglietto di auguri, ma un mazzo di chiavi lucide. Deciso a fare un regalo speciale per il mio traguardo, ma soprattutto per suggellare il nostro futuro, aveva voluto fare il passo più importante: intestarci un piccolo appartamento di sua proprietà nel cuore di Genova. Si trattava di un trilocale grazioso e intimo situato nel pieno centro storico di Genova, a pochi passi da uno dei maestosi Palazzi dei Rolli, vera e propria istituzione e orgoglio della città. Abitare all'ombra di quelle antiche dimore nobiliari, tra soffitti alti e il fascino senza tempo dei caruggi, rendeva tutto ancora più magico: ora diventava, a tutti gli effetti, la nostra prima vera casa. Non eravamo più costrette a incastrare i fine settimana tra il mio studio matto e i suoi turni di lavoro, né a nasconderci in una vecchia cameretta; eravamo due donne con le chiavi del proprio futuro in mano.
Appena rimaste sole, l'emozione trattenuta davanti a suo padre esplose in un pianto di pura gioia. Ci stringemmo forte, ridendo tra le lacrime, incredule.
«Non posso crederci, Fede... una casa tutta nostra», sussurrò Chiara, con gli occhi lucidi che brillavano come non mai mentre faceva dondolare il mazzo di chiavi.
«È un sogno, Chiara. Tuo papà ha fatto una cosa immensa per noi», risposi, con il cuore che mi batteva a mille, baciandole le guance ancora bagnate. «Ha creduto in noi, ha dato un posto nel mondo alla nostra storia».
Chiara mi prese il viso tra le mani, con un sorriso radioso che le illuminava l'intero volto: «Non dobbiamo più chiedere il permesso a nessuno, amore mio. Da domani, quella sarà la nostra bolla. Per sempre».
Tra il trasloco imminente e l'ansia da tesi, che avrei discusso a fine aprile, si aggiunse un altro enorme dramma da risolvere: la scelta del vestito per la proclamazione. Chiara, impeccabile e decisa come sempre, si era autoproclamata mia stylist ufficiale, trascinandomi per mezza Genova alla ricerca dell'abito perfetto. Io avevo optato per un sobrio e anonimo completo scuro, ma lei non volle sentire ragioni.
«Sei la futura dottoressa più bella della città, Fede, non puoi presentarti vestita come se dovessi andare a un congresso di statistica», aveva sentenziato, passandomi nel camerino il quinto abito della giornata, un tubino blu notte elegantissimo, sopra le ginocchia, ma decisamente più attillato di quanto fossi abituata a portare.
Quando uscii per mostrarglielo, Chiara si mise una mano sulla bocca, spalancando gli occhi con un'espressione teatrale. «Mio Dio. La commissione ti darà centodieci e lode solo per come ti sta sul sedere».
«Chiara! Ti prego, ci saranno i parenti dei futuri medici lì fuori!», avevo sussurrato arrossendo fino alla radice dei capelli.
Lei, per nulla scossa, mi si era avvicinata per sistemarmi le spalle dell'abito, facendomi scivolare le mani lungo i fianchi con un tocco lento che mi fece mancare un battito. Poi, avvicinandosi al mio orecchio, aveva aggiunto a bassa voce con un sorriso malizioso: «E comunque, l'unico vero difetto di questo vestito è che ci metterò troppo tempo a sfilartelo quando torneremo a casa a festeggiare». Mi diede un bacio veloce sulla guancia, ridendo della mia reazione. Alla fine, tra le sue provocazioni e i miei tentativi di mediazione, avevamo acquistato proprio quello.
Risolto il vestito, mancavano le scarpe. Chiara scovò in una boutique un paio di décolleté nere con un tacco a spillo vertiginoso ed elegante. Mi fece sedere sul divanetto di velluto del negozio e si inginocchiò davanti a me per infilarmele. Mentre faceva scivolare la scarpa sul mio piede, le sue dita si soffermarono sulla curva della mia caviglia, accarezzandola con una lentezza deliberata. Sollevò lo sguardo, e nei suoi occhi scuri passò una scintilla d'oro, maliziosa e caldissima.
«Sai a cosa mi fa pensare questa scena?», sussurrò, stringendo leggermente la presa sul mio tallone.
Arrossii all'istante, capendo al volo. Il pensiero volò dritto a Cap d'Agde, a quella notte in cui, sul letto della nostra stanza in Francia, avevamo esplorato i confini dei nostri desideri più intimi e fetish, e lei si era presa cura dei miei piedi con una devozione carnale e assoluta.
«Chiara, siamo in pubblico...», provai a protestare con un filo di voce, sorridendo, ma il mio respiro si era già fatto più corto.
«Lo so», rispose lei, accarezzando il collo del mio piede con il pollice prima di dare un colpetto leggero al tacco. «Dico solo che con queste ai piedi, e quel vestito addosso, l'esame vero inizierà quando saremo da sole nel nostro appartamento». Si alzò con un'eleganza innata, lasciandomi con il cuore in gola. Alla fine, avevamo acquistato anche quelle.
Per completare l'opera, mancava solo l'accessorio finale. Chiara si diresse decisa verso il reparto pelletteria e scelse una borsa a tracolla rigida, piccola e incredibilmente chic, dello stesso blu scuro dell'abito. Me la porse per farmela specchiare, poi la aprì per scrutarne l'interno con aria fintamente tecnica.
«Direi che è perfetta», commentò, con quel tono serio che usava quando voleva tendermi una trappola. «Le dimensioni sono ottime. Ci sta il telefono, il lucidalabbra e... sì, decisamente c'è spazio anche per il nostro piccolo vibratore viola».
Spalancai gli occhi, guardandomi intorno terrorizzata che la commessa avesse sentito. «Chiara, ma sei impazzita?!»
«Cosa c'è? Ragiono da medico clinico, io», ribatté lei, trattenendo a stento le risate ma mantenendo lo sguardo fisso nel mio. «Pensa se ti sale un picco d'ansia un quarto d'ora prima della discussione. Ti chiudi in un bagno della facoltà, lo tiri fuori, cinque minuti di terapia d'urgenza e vai a prenderti la lode rilassata e felice».
«Giuro che non ti porto più a fare shopping con me», mormorai, strappandole una risata cristallina che riempì il negozio. Alla fine, comprammo anche quella.
La mattina prima dei grandi festeggiamenti, dovetti scappare presto all'università per sbrigare gli ultimissimi, noiosi adempimenti burocratici in segreteria studenti e consegnare un modulo cartaceo mancante. Chiara decise di rimanere a casa, dicendo che avrebbe approfittato della mia assenza per dare una sistemata sommaria alle stanze.
Rimasta sola in quel trilocale silenzioso che profumava ancora di nuovo, Chiara si sedette sul bordo del materasso, guardando le pareti storiche che incorniciavano la nostra prima vera indipendenza. Un profondo senso di orgoglio e di amore la invase, pensando a tutta la fatica che avevo fatto per arrivare fin lì, alle notti in bianco e a come la nostra storia fosse cresciuta, mattone dopo mattone, senza mai perdere la sua complicità. Voleva farmi un regalo che restasse impresso per sempre, qualcosa che celebrasse la donna e la dottoressa che ero diventata, senza però dimenticare la nostra anima più selvaggia e segreta.
Uscì di casa con un'idea ben precisa in testa. La sua prima tappa fu una storica gioielleria del centro, dove scelse con cura un anello di valore, un solitario elegante e luminoso, destinato a suggellare quel traguardo e il nostro futuro insieme. Ma Chiara non sarebbe stata Chiara se si fosse fermata alla tradizione. Con la scatolina di velluto al sicuro nella borsa, attraversò i caruggi con un sorriso malizioso stampato in volto e si diresse verso una boutique specializzata. Voleva dare seguito a quella provocazione nata per scherzo durante lo shopping del giorno prima: acquistò un set di ovetti vibranti wireless di ultima generazione, ricaricabili e controllabili a distanza tramite un piccolo telecomando. L'idea di potermeli far indossare proprio sotto quel tubino blu notte così attillato, magari durante il rinfresco o subito prima della proclamazione, la faceva letteralmente impazzire. Era il suo modo perfetto di proteggermi dall'ansia formale di quel giorno, ricordandomi, con un brivido segreto, a chi appartenessi veramente.
Tornai a casa un paio d'ore dopo, ignara di tutto, con i documenti firmati e il cuore a mille.
Quel pomeriggio Chiara, con una vitalità che mi faceva sentire esausta solo a guardarla, mi trascinò in un salone di bellezza.
«Oggi ti trasformiamo, Dottoressa», aveva sentenziato, ignorando le mie proteste sul fatto che avessi ancora mille cose da sistemare in casa.
Seduta sulla poltrona girevole, mi sentivo un’intrusa. Chiara parlò direttamente con il parrucchiere, dando istruzioni precise come se stesse ordinando un intervento chirurgico. Io mi limitai a chiudere gli occhi, esausta, lasciando che le mani esperte del professionista lavorassero sui miei capelli, mentre Chiara mi stava accanto, guardandosi allo specchio con aria complice.
«Niente code di cavallo da studentessa sottopagata, Fede», mi disse, scostandomi una ciocca. «Oggi puntiamo a qualcosa che urli "autorità", ma che nasconda un segreto.»
Quando girarono la poltrona verso lo specchio, rimasi spiazzata. L'acconciatura era un raccolto sofisticato, una struttura di ciocche intrecciate che lasciava scoperta la nuca, con un leggero ciuffo sulla fronte, un’eleganza algida e severa che non avevo mai osato portare.
«Chiara, sembro una che sta per essere nominata senatrice a vita, non una che si laurea in Medicina», scherzai, cercando di farmi piacere quel volto così cambiato.
«È esattamente quello che volevo», ribatté lei, avvicinandosi per raddrizzarmi un fermaglio. «Voglio che quando entrerai in quell'aula, la commissione debba alzarsi in piedi per rispetto. O per puro terrore di come sei diventata affascinante.»
«O forse solo per pietà, visto che mi sento tirare il cuoio capelluto fino al cervello», risposi ridacchiando, nonostante il mal di testa iniziasse a farsi sentire sotto le luci al neon del salone.
Chiara mi fece l’occhiolino, un gesto che nello specchio apparve come un segnale in codice. «Il dolore è il prezzo della bellezza, tesoro. E credimi, stasera avrai motivi ben più piacevoli per dimenticare questo mal di testa.»
Tornammo a casa che era ormai quasi sera. La luce dorata del tramonto filtrava dalle finestre del nostro nuovo appartamento, illuminando gli scatoloni che ancora occupavano il pavimento. Ero distrutta: le gambe mi dolevano, il raccolto dei capelli mi tirava la pelle del viso e la stanchezza mentale di una giornata passata a correre sotto la direzione di Chiara aveva prosciugato le mie ultime riserve di energia.
Avrebbe dovuto essere un momento di gioia, l'attesa dolce di un traguardo inseguito per anni, ma la pressione degli ultimi mesi, la paura di non essere all'altezza e il terrore del domani decisero di presentare il conto tutto insieme.
Bastò un dettaglio stupido, la cerniera del vestito scelto per la discussione, che mi stavo di nuovo provando, che si inceppò per un millimetro, a far saltare l'ultimo argine del mio autocontrollo. Mi sfilai l'abito con un gesto rabbioso, lo lanciai sul letto ancora senza lenzuola e mi accasciai sul pavimento, con la schiena appoggiata a uno scatolone pieno di libri di testo. Mi coprii il viso con le mani e scoppiai in un pianto disperato, convulso, di quelli che ti tolgono il fiato. Sentivo tutti gli anni di Medicina pesarmi sul petto come un macigno: la paura di scordare la tesi, il timore del giudizio della commissione, l'ansia per il futuro da medico... ero una bomba di nervi che esplodeva.
Chiara, che era in cucina a sistemare i bicchieri, sentì i miei singhiozzi e accorse subito. Non appena mi vide rannicchiata a terra, in intimo, con le ginocchia al petto e le lacrime che mi rigavano il volto, sul suo viso non passò un attimo di fastidio, ma solo un'infinita, protettiva tenerezza. Si mise in ginocchio accanto a me senza dire una parola. Mi avvolse con le sue braccia forti, tirandomi contro il suo petto e lasciando che sfogassi tutta quella rabbia e quel terrore sulla sua pelle. Mi accarezzava la schiena con palmi caldi, lenti, mentre io continuavo a tremare e a ripetere tra i singhiozzi: «Non ce la faccio, Chiara... ho dimenticato tutto, domani farò un disastro, non sono pronta...».
«Shh... guarda dove siamo, Fede», sussurrò al mio orecchio, la voce ferma, calda, che agiva come un sedativo naturale. Mi sollevò delicatamente il viso, asciugandomi le guance bagnate con le dita. «Guarda queste mura. Guarda questa casa. È nostra perché tu sei diventata una donna immensa, perché hai spaccato il mondo su quei libri e mio padre lo sa, io lo so, tutti lo sanno. Domani non devi dimostrare niente a nessuno, devi solo andarti a prendere quello che è già tuo».
«Ma se sbaglio tutto? Se mi blocco davanti alla commissione? Mi sembrerà di aver tradito tutto quello che abbiamo costruito in questi anni, anche la nostra bolla», singhiozzai, afferrandole il colletto della camicia come se fosse l'unica cosa solida in un mondo che stava crollando.
Chiara accennò un sorriso amaro, quasi divertita dalla mia tragica visione delle cose, e mi accarezzò il viso con una lentezza che voleva essere una lezione di calma.
«Fede, ascoltami bene. Sei la stessa donna che ha superato esami impossibili con il massimo dei voti, che ha vissuto un lockdown di mesi in dieci metri quadri senza mai impazzire. Pensi davvero che una cerniera rotta o un professore in commissione possano scalfirti?».
«Non è la cerniera, Chiara. È che ho paura di non essere all'altezza di tutto questo», ammisi, indicando con un gesto vago la stanza ancora vuota.
«Non devi essere "all'altezza" di niente», concluse lei con voce ferma, baciandomi la punta del naso. «Devi solo essere te stessa. E, nel caso, sarò io a farti superare l'esame. Sono o non sono la tua stylist ufficiale?».
Accennai un sorriso. Chiara mi baciò la fronte mantenendo i suoi occhi fissi nei miei, pieni di un orgoglio così lucido e assoluto da farmi quasi vergognare delle mie paure. Sotto la spinta delle sue parole e del calore del suo corpo, il mio respiro iniziò gradualmente a regolarizzarsi, la stretta al cuore si allentò. La Federica insicura e fragile che si nascondeva nei corridoi dell'università stava lasciando spazio alla donna che Chiara aveva imparato a curare e ad amare.
«Adesso basta piangere, dottoressa», mi sussurrò con un sorriso dolcissimo e un po' malizioso, accarezzandomi il fianco nudo. «Vieni qui...».
Mi prese delicatamente sotto le ascelle, aiutandomi ad alzarmi dal pavimento freddo. Ero ancora scossa da qualche sussulto residuo, ma il contatto con il suo corpo mi stava restituendo stabilità. Mi guidò verso il materasso che avevamo sistemato sul pavimento, l'unico mobile pronto in quella stanza che profumava di futuro.
Ci sdraiammo l'una di fronte all'altra. Chiara allungò una mano e, con una lentezza studiata, finì di sfilarmi il reggiseno e gli slip, liberandoci di quell'ultimo diaframma. Rimasi nuda davanti a lei, indifesa e spogliata non solo dei vestiti, ma di tutte le mie paure. Anche lei si sfilò la maglietta e i pantaloncini, unendosi a me in quella nudità che ormai era la nostra seconda pelle, il nostro porto sicuro.
«Voglio che stanotte tu spenga il cervello, Federica», sussurrò, incollando le sue labbra alle mie.
Non fu un bacio dettato dall'urgenza, ma un contatto denso, profondo, che sapeva di cura e di una devozione immensa. La sua lingua cercò la mia con una lentezza terapeutica, curando ogni singola ferita che lo stress di quei mesi mi aveva lasciato dentro. Sentire il calore della sua pelle ambrata contro la mia, il battito regolare del suo cuore che premeva contro il mio petto, spazzò via gli ultimi residui di adrenalina cattiva.
Chiara si sollevò leggermente sui gomiti, posizionandosi sopra di me. I suoi occhi scuri, accesi dalla penombra della stanza, mi fissavano con un orgoglio e una passione che mi fecero tremare. Iniziò a scendere con la bocca lungo il mio collo, lasciando piccoli baci umidi sulla clavicola, per poi concentrarsi sui miei seni. Con la punta della lingua accarezzò i capezzoli finché non li vide irrigidire sotto i suoi tocchi, strappandomi un sospiro profondo che riempì il silenzio della nostra nuova casa. Le sue mani, calde, scesero lungo i miei fianchi, accarezzando la curva della vita e stringendo le natiche con una delicatezza protettiva. Ogni suo movimento mi diceva che ero al sicuro, che in quella stanza non esistevano commissioni di laurea, esami o scadenze; esistevamo solo noi due.
«Guardami, Fede», mi sussurrò, richiamando quel codice segreto che avevamo scritto sulle spiagge francesi.
Sollevai lo sguardo, incrociando il suo. Chiara aprì lentamente le mie gambe, inserendosi tra di loro con il corpo. Scese ancora più in basso con la bocca, accarezzando con i capelli e con le labbra il mio ventre, disegnando cerchi concentrici intorno all'ombelico, fino a raggiungere il pube. Quando la sua lingua sfiorò per la prima volta la mia intimità, già calda e ricolma di un umore spontaneo, inarcai la schiena verso l'alto, affondando le dita nei suoi capelli scuri per tenerla stretta a me.
Il suo modo di amarmi quella notte fu un capolavoro di dolcezza e fermezza. La sua lingua si mosse sul mio clitoride seguendo un ritmo lento, costante, quasi cullante, mentre due dita della sua mano destra penetrarono la mia vagina con delicatezza estrema. Sentire la sua bocca sapiente che beveva il mio piacere, mentre i miei occhi rimanevano fissi sul soffitto della nostra prima casa, mi diede un senso di appartenenza totale. Chiara aumentò la pressione e la velocità solo quando sentì i miei muscoli contrarsi e il mio respiro farsi affannoso, cortissimo.
Pochi istanti dopo, un sussulto violento attraversò tutto il mio corpo. Esplosi in un orgasmo potentissimo, liberatorio, che portò via con sé ogni traccia di ansia, di lacrime e di paura. Fu un pianto di pura gioia e sollievo che si fuse con il sapore dei suoi baci, mentre Chiara risaliva subito lungo il mio corpo per stringermi forte a sé, accogliendo il mio sapore sulle sue labbra.
Restammo abbracciate a lungo nella penombra, con i respiri che tornavano lentamente regolari. La tensione dei sei anni di Medicina si era sciolta del tutto, sostituita da una pace immensa e pulita.
«Grazie», le sussurrai contro il collo, respirando il suo profumo.
«Domani sarai una dottoressa meravigliosa, amore mio», rispose lei, stringendomi ancora di più contro il suo petto e baciandomi la tempia. «Ora dormi. Al resto ci penso io».
Chiusi gli occhi, cullata dal battito del suo cuore e dal lenzuolo che mise sopra di noi. La mattina dopo avrei affrontato la commissione e il mondo intero, ma quella notte, protetta dalle mura della nostra nuova casa e dall'amore di Chiara, sapevo di avviarmi al traguardo avendo già vinto la mia sfida più grande.
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