Io e mia moglie Chiara: Capitoli 1 e 2

di
genere
saffico

Seconda parte

Capitolo 1: il mio coming out

Gennaio 2017 passò senza che trovassi il momento giusto per aprire il cuore ai miei genitori. Il problema era soprattutto mia mamma, da sempre la “suora” di casa, mentre mio padre si limitava ad assecondarla, più che altro per convenienza.
Quasi ogni giorno passavo a prendere Chiara all'uscita dal lavoro. Il fine settimana, poi, lo trascorrevamo sempre insieme a casa sua, a partire dal venerdì sera. C'era un solo patto, che lei mi aveva letteralmente estorto: dovevo portarmi dietro i libri. Così avrei studiato nei tempi morti, mentre lei leggeva o aiutava la madre in casa. Chiara è sempre stata una gran lettrice, capace di spaziare tra i generi, ed è anche per questo che è così colta. Con lei ho sempre potuto parlare di qualunque argomento: aveva una risposta pertinente per tutto.
Mi aveva persino imposto di studiare nella sua camera, alla sua scrivania e in totale solitudine, mentre lei si spostava nelle altre stanze per non distrarmi. Entrambe le condizioni mi fecero un enorme piacere: erano la prova tangibile del suo amore! Era il suo modo per dimostrarmi quanto ci tenesse a me e al mio percorso universitario. Il 'premio' per l'impegno, come mi ripeteva sempre ridendo, era fare l'amore la sera. A mia madre, invece, avevo raccontato che passavo il fine settimana da una collega di corso, così da preparare insieme i due esami in programma.
Il 24 gennaio festeggiammo il mio compleanno; in quell'occasione Chiara mi regalò un anello d’argento, porgendomi il pacchetto durante l'aperitivo. Il sabato seguente festeggiammo di nuovo insieme ai suoi genitori: per l'occorrenza prepararono un pranzo e mi donarono una collana coordinata all'anello.

Quando tornai a casa, la domenica sera, l'aria era già pesante. Mia madre mi accolse con un misto di risentimento e rabbia: non tollerava che avessi passato i miei vent'anni lontano dalla famiglia, un traguardo per lei fondamentale. Tentai di liquidare la faccenda con leggerezza, dicendo che avevo voluto festeggiare a modo mio, con la solita amica dell'università. Ma lei sapeva sempre come manipolare la realtà. Cominciò a darmi dell'ingrata e dell'egoista, accusandomi di usare la casa solo come un albergo. Poi passò alle insinuazioni: non credeva alla storia della compagna di corso – che non aveva mai visto – ed era certa che dietro ci fosse un uomo. Sentenziò che la ricreazione era finita: dal venerdì successivo sarei rimasta bloccata lì. Quella pretesa di recludermi fece saltare l'ultimo freno inibitore. La rabbia accumulata in anni di silenzi esplose all'improvviso. Le urlai il mio disprezzo per quel controllo asfissiante, per il suo vizio di trattarmi come una ragazzina. Le intimai di smetterla con la sua farsa della purificazione e con le sue nenie religiose; se voleva pregare per i miei esami o per proteggermi dai "brutti incontri", che lo facesse in silenzio, senza usarlo come un ricatto emotivo. E che la smettesse di usarmi come lo specchio riflesso di mio fratello. Eravamo due mondi opposti. Poi, spinta dall'adrenalina, sferrai il colpo finale: «E comunque, per chiudere una volta per tutte la questione, ti dico due cose di cui dovrai farti una ragione. La prima: non sono la ragazza "pura" che ti illudi di avere. Cinque anni fa ho fatto l’amore con un ragazzo, e non te l'ho detto per ovvie ragioni» .Sbarrò gli occhi, pietrificata dallo shock. Non le diedi il tempo di respirare. «La seconda: tranquilla, non passo i weekend con un ragazzo. Li passo con la mia ragazza!».
Fu una vera e propria dichiarazione di guerra al suo bigottismo. Mia madre crollò su una sedia, le mani inchiodate tra i capelli. Senza concedere spazio alle sue solite sceneggiate teatrali, mi chiusi la porta della camera alle spalle. Tremavo ancora per la rabbia, ma sotto la pelle sentivo una fierezza mai provata. Mi ero liberata di un peso enorme: avevo distrutto il mito della mia purezza, le avevo sbattuto in faccia la verità, le avevo urlato che amavo una donna. Fin dall'adolescenza avevo provato un rifiuto viscerale per il dogma materno che legava l'onore di una donna alla verginità fino alle nozze. Per lei esisteva solo quel confine netto tra le ragazze "brave" e quelle "da poco", una mentalità non distante dall'integralismo più cieco. Mio fratello si era lasciato indottrinare senza lottare. Con me, invece, aveva perso in partenza.
Stavo per mandare un messaggio a Chiara quando ho sentito mia madre scoppiare a piangere. Non mi fece nessuna pena, al contrario quel pianto mi alimentò solamente altra rabbia. Tornai in sala «Smettila con questa sceneggiata», le dissi freddamente. «Prima accetti la realtà, meglio sarà per tutti». Fu allora che mio padre fece la sua comparsa in corridoio, con la solita aria stralunata di chi cade dalle nuvole. Chiese cosa stesse succedendo.
«Federica…» accennò mia madre tra i singhiozzi.
Mio padre si voltò verso di me, sinceramente spaventato: «Cosa? Cos’hai? Stai male?»
«No papà, io sto benissimo. È mamma che sta male di testa! È sempre stata male di testa!»
«Ma che vuoi dire? Non capisco!»
«Fattelo spiegare da lei! »
«Allora Elisabetta, mi vuoi spiegare?» chiese mio padre.
Mia madre, senza rispondere, si alzò per rifugiarsi in camera da letto.
«Scappa, scappa!» le urlai dietro. «Fai bene! Meno male che almeno ti vergogni!»
«Io mi vergognerei?» ribatté lei tra le lacrime, fermandosi. «Sei tu quella che dovrebbe sotterrarsi! Che delusione!»
«Fai pena! Volevi solo creare un tuo clone, come hai fatto con Andrea. Ma con me ti è andata male!»
«Andrea è sempre stato un figlio bravo e ubbidiente!»
«E con questo che vuoi dire? Che io non sono la figlia che desideravi? Che sono lo scarto?»
«Dico solo che adesso non ti riconosco più!»
«Ma si può sapere cosa diavolo succede?!» sbottò mio padre, ormai del tutto escluso da quel vortice.
«Tua figlia…» singhiozzò mia madre, «non è come credevamo…»
«Cioè? Che vuol dire?»
«È stata con un ragazzo da bambina… ha fatto le sue cose con lui… e ora è anche lesbica!» strillò, in un torrente di lacrime che mi faceva solo ribollire il sangue.
«Cosa? Da bambina?!» mi chiese mio padre, allarmato.
«Ma tu le credi pure?» sbottai. «Non ero una bambina, avevo quindici anni! Non vedi la sceneggiata che sta mettendo in piedi?»
«E a quindici anni cosa eri?» inveì mia madre. «Eri una bambina!»
«Ma fammi il piacere! Sei ridicola.»
Mio padre mi guardò, aggrottando la fronte: «E cosa significa che sei lesbica?» insistette tra lo sbalordito e il curioso.
«Significa che sto con una ragazza!»
«Ma davvero?»
«E hai solo questo da dirle?» gli urlò contro mia madre. «"Ma davvero?" Ma che razza di padre sei?!»
«E tu che razza di madre sei?» ribattei, rincuorata dal fatto che mio padre stesse ragionando anziché fare scenate. «Invece di essere contenta, metti su questo teatro!»
«Contenta? Io dovrei essere contenta?!»
«Certo! Dovresti esserlo perché io sono felice. Una vera madre è felice se sua figlia lo è!»
«Vabbè…» interruppe mio padre con ingenuità, «se lei è felice…»
«Cosa?! Tu la appoggi pure?!» urlò lei, fuori di sé.
«E fa bene!» incalzai. «Papà ragiona, mica è come te.»
«Basta, mi avete stufata!» tagliò corto mia madre, chiudendosi la porta alle spalle.
«Finalmente un po' di pace!» le gridai dietro.
Mio padre, dal canto suo, si avviò in salotto a guardare la TV, come se non fosse successo assolutamente nulla.
Presi il telefono e mandai subito un messaggio su WhatsApp a Chiara.
«Amore, gliel’ho detto!»
«Dai!! Amore mio, bravissima! Come ha reagito?»
«☹»
«Cioè??»
«Mamma non l’ha presa proprio bene... Mio padre invece mi è sembrato tranquillo.»
«Dalle tempo, deve digerire la notizia!»
«Le ho detto anche che non sono vergine come pensava.»
«Ma scusa, non era il momento! Una bomba alla volta 😂»
«Non ce l’ho fatta, dovevo sputare tutto una volta per tutte.»
«Hai fatto bene! Però adesso rilassati, mi raccomando.»
«Eh, una parola!»
«Ascolta, devi stare calma. Non farti prendere dall’ansia.»
«Lo so, hai ragione... ma è più forte di me.»
«Vorrei tanto essere lì con te adesso.»
«Lo vorrei anche io. Tantissimo.»
«Ti amo!»
«Ti amo!»

Riuscii ad addormentarmi soltanto a tarda notte, ancora troppo scossa per tutto il veleno che mia madre mi aveva sputato addosso.
Il giorno dopo vidi Chiara. Mi consigliò di parlare con calma a mia madre, spiegandomi che tutta quella tensione non sarebbe servita a nulla, anzi, avrebbe solo alimentato la mia ansia; mi disse che si vedeva persino dal mio sguardo quanto fossi nervosa. Quando tornai a casa, mia madre sembrava un po’ più tranquilla. Mi guardò e disse:
« Vieni, sediamoci un momento».
Dentro di me sentii la rabbia risalire ma, ricordando le parole di Chiara, feci un respiro profondo e mi sedetti sul divano accanto a lei.
«Va bene, ho riflettuto» esordì mia madre. «Non ti starò più col fiato sul collo, ormai sei grande. E non ti dirò più se prego per te, lo terrò per me. Non farò nemmeno più paragoni con Andrea.»
«Me lo auguro!»
«Però dimmi... cosa ti manca?»
«In che senso?»
«Ti manca qualcosa, per forza, se frequenti una ragazza!»
«Cosa vorresti dire?»
«Facciamo delle analisi del sangue. Secondo me hai qualche carenza, è per questo che...»
La bloccai subito, schifata.
«Cioè, per te se sto con una donna significa che ho una malattia nel sangue?!» le urlai contro.
«No, non dico questo, ma penso che...»
«Tu non devi pensare proprio niente! Devi solo accettare la mia vita, esattamente come hai fatto con quella di Andrea».
«Non è la stessa cosa!»
«E quale sarebbe la differenza? Sentiamo, argomenta!».
«Insomma… sono dinamiche diverse».
«Vedi? Non sai nemmeno tu a cosa aggrapparti. E ti dirò di più: la mia storia con Chiara è mille volte più reale della sua».
«E sulla base di cosa lo dici?».
«Sul fatto che io e lei facciamo l’amore, a differenza di tuo figlio e della sua fidanzatina!» le urlai in faccia, prima di alzarmi e lasciarla sola con le sue ipocrisie.
Quell'accostamento tra il mio orientamento e una patologia clinica mi lasciò addosso uno sdegno così profondo che saltai la cena e mi barricai in camera. Chiamai Chiara, lasciandomi andare a un pianto liberatorio, denso di delusione. Nei giorni successivi anche mio fratello provò a fare il predicatore per riportarmi sulla "retta via", ma lo zittii all'istante: gli dissi di viversi la sua vita perfetta e di farsi i fatti suoi, perché io non avrei mai accettato lezioni da lui.

Nelle due settimane successive io e mia madre non ci rivolgemmo quasi la parola. Lei si barricò dietro un muro di silenzio, mentre mio padre scelse una via salomonica per non urtare nessuna delle due. Questa neutralità, però, non fece che infastidire mia madre, che avrebbe voluto vederlo schierato al suo fianco. In quei giorni il mio unico rifugio fu Chiara. Avevo un bisogno vitale di sfogarmi, e lei mi stringeva mentre piangevo raccontandole ancora e ancora la stessa storia. Perfino i suoi genitori cercarono di sollevarmi il morale. Mi spiegarono che mia madre doveva ancora metabolizzare lo shock, che non tutti i genitori hanno la loro stessa prontezza, ma che l'amore materno non andava messo in discussione. «Non ne dubito» replicai, «ma sono ferita. Ha avuto una reazione assurda, mi ha persino detto che dovrei fare degli esami del sangue! ».
Un giorno di fine febbraio scrissi a Chiara che non ce la facevo ad andare a prenderla al lavoro: mi ero svegliata con una forte nausea e un mal di testa tremendo, di quelli che ti costringono a stare al buio. Ero così sfinita che persino tenere gli occhi aperti mi faceva male. Preoccupata per la mia salute, Chiara continuò a scrivermi su WhatsApp per tutta la giornata per sapere come stessi, finché a metà pomeriggio, sfinita, mi addormentai dopo aver preso l’ennesima pastiglia, senza sentire più i suoi messaggi. Dormii per qualche ora. A un certo punto mi svegliai di colpo e la vidi lì, seduta sul bordo del letto. Pensai di sognare: chiusi gli occhi, li riaprii, ma lei era ancora lì, sorridente, mentre mi stringeva la mano.
L'incredulità lasciò subito spazio a un calore immenso; in quel momento, tutta la tensione delle ultime settimane sembrò evaporare.
«Amore, ma che ci fai qui?»
«Tesoro, ero preoccupata. Non rispondevi più ai miei messaggi, non volevo telefonarti per non svegliarti, ma non ce la facevo a stare a casa ad aspettare. Così sono venuta qui. Ho fatto bene?»
«Hai fatto benissimo!» le dissi, stringendomi a lei. «Ma... mia madre?»
«L’ho conosciuta, stai tranquilla. Mi hai fatto prendere uno spavento, lo sai, monella?»
«Mi dispiace, ma stavo proprio male.»
Chiara mi diede un buffetto sul naso e mi strinse forte a sé. In quel momento mi accorsi dell'ombra di mia madre oltre la fessura della porta. Per tutta risposta, cercai le labbra di Chiara e la baciai. Quel gesto scacciò via tutto il malessere della giornata. Avrei voluto che Chiara rimanesse lì, avevo un bisogno immenso di lei, ma temevo la reazione di mia madre.
«Stai tranquilla, te l’ho detto» mi sussurrò Chiara. «Le ho solo chiesto il permesso di salire a vedere come stavi, ed è stata gentile.»
«Ci mancava altro!»
Restammo sul letto a coccolarci per qualche minuto, finché qualcuno – mia madre o mio padre – non accostò delicatamente la porta. Poco dopo mi alzai per andare in bagno. Quando uscii, mi bloccai: mia madre era lì, immobile nel corridoio.
«Che c’è?» le chiesi.
«Vorrei chiedere a Chiara se le va di cenare con noi.»
Rimasi sinceramente stupita. Chiara, che mi aveva raggiunta nel corridoio, accennò un rifiuto: «Grazie, ma non...» Poi, voltandosi, intercettò il mio sguardo che le supplicava di restare, e si corresse: «Ma sì, grazie mille».
Mia madre le fece un sorriso e andò in cucina a preparare.
«Grazie amore» le dissi appena fummo sole, «ma ti va davvero?»
«Certo che mi va! Ti amo. E poi questo è un modo per stemperare un po’ la tensione con tua madre, non ti pare?».»
«Temo ci vorrà ben altro... Però sono felicissima che tu sia qui.»
La serata passò tranquilla. Fu una cena informale, parlammo del più e del meno senza mai accennare alla nostra relazione. Verso le undici "ordinai" a Chiara di chiamare suo padre per farsi venire a prendere: non volevo assolutamente che tornasse a casa a piedi a quell'ora, anche se la nostra è una zona tranquilla.
Una volta andata via lei, l’eco dei saluti sembrò rimanere sospeso nell'aria per qualche istante. Mi voltai per tornarmene in camera a dormire, sfinita ma con il cuore decisamente più leggero, quando la voce di mia madre mi fermò.
«Federica, aspetta. Hai un minuto?»
«Dimmi», risposi, mantenendo la voce neutra, quasi sulla difensiva. Dopo le ultime settimane, ogni confronto mi sembrava una trappola.
Lei fece un passo avanti, poi si fermò. «Devo chiederti scusa…» disse, sollevando finalmente gli occhi nei miei.
«Ah sì? E per cosa?» La mia risposta suonò più tagliente di quanto avessi voluto, ma la ferita era ancora troppo fresca.
Mia madre non si rintanò, come faceva di solito. Fece un respiro profondo. «Per come ho reagito all'inizio. Per tutto quello che ho detto. Stasera… stasera vi ho osservate molto. Solo una persona davvero innamorata si sarebbe precipitata qui in quel modo, senza nemmeno sapere se sarebbe stata cacciata, solo per sapere come stavi. E poi ho visto come ti era vicina sul divano, come vi abbracciavate prima che andasse via. C'era… c'era una verità in quei gesti che non potevo ignorare.»
«E quindi?» chiesi, incrociando le braccia. Volevo che lo dicesse chiaramente.
«E quindi ho capito che vi amate davvero. Non è un capriccio, non è una fase. Dovrò… dovrò farmene una ragione, in qualche modo.»
«E ti ci è voluto tutto questo per capirlo?» La rabbia accumulata nei giorni di silenzio iniziò a venire a galla. «Ti è servito vederla qui per capire che non stavo recitando?»
«Ma come facevo prima, Federica? Prova a metterti nei miei panni», accennò lei, con una nota di supplica nella voce. «Pensavo fosse solo un colpo di testa, una ribellione. Non sapevo cosa pensare, ero spaventata da quello che avrebbe detto la gente, da quello che avrebbe detto tuo fratello…»
«E adesso, improvvisamente, non sono più una malata da far curare?» la interruppi, lasciando cadere le braccia lungo i fianchi. Le parole che mi avevano ferito di più pesavano come macigni.
Mia madre sgranò gli occhi, sinceramente colpita. «Ma no, non ho mai pensato questo! Come puoi dire una cosa simile?»
«A me è sembrato proprio il contrario, mamma. Mi avete guardata per settimane come se fossi un problema da risolvere, una vergogna da nascondere in casa.»
«Ero confusa, ti prego, prova a capirmi…» Si avvicinò di un altro passo, accorciando le distanze. «Ho sbagliato, lo ammetto. Ma per me ora è tutto a posto. Davvero. Se tu sei felice, lo sono anche io. Non voglio perderti per questo.»
La guardai per qualche secondo. C’era una sincerità fragile nei suoi occhi che non le avevo mai visto prima. La tensione accumulatesi nel corridoio si sgonfiò di colpo, lasciando solo una grande stanchezza.
«Va bene, faccio finta di crederti», dissi, accennando un mezzo sorriso amaro, più per proteggere me stessa che per ferire lei.
«Non sto fingendo, sono sincera», sussurrò.
Fece l'ultimo passo e mi strinse in un abbraccio. Fu un abbraccio stretto, quasi doloroso, come se volesse usarlo per cancellare d'un colpo quelle settimane di silenzi, di sguardi bassi e di cene consumate senza parlarsi. In quel contatto, nonostante tutto il risentimento che ancora provavo, sentii che stavamo finalmente ritrovando la pace.
Quando si staccò, mi accarezzò una guancia in silenzio e tornò in camera sua, stavolta senza sbattere la porta. Rimasi nel corridoio per qualche istante, avvolta da un silenzio che dopo settimane non sembrava più pesante, ma quasi leggero.
Presi il telefono e scrissi a Chiara, informandola che la sua sorpresa aveva compiuto un vero miracolo. Lei ne fu entusiasta, e così i suoi genitori non appena lo vennero a sapere. Per la prima volta dopo due mesi, andai a dormire sentendomi di nuovo al sicuro tra le mura di casa mia.
Ma fu una pace breve. Ormai l’unica persona a non aver accettato la nostra storia era mio fratello Andrea. Rimproverò persino mia madre di essersi lasciata abbindolare e commuovere, insistendo che avrebbe dovuto mantenere la linea dura. Secondo lui ero diventata la pecora nera della famiglia, colpevole di andare contro la volontà divina e di macchiarmi di un peccato mortale. Una sfilza di idiozie medievali a cui mia madre, incredibilmente, tentava di opporsi, spiegandogli che doveva accettarmi perché ero sua figlia ed ero felice. Andrea, però, rimase fermo sulle sue posizioni. Un pomeriggio tornò addirittura a casa in compagnia di un suo amico prete. Capii subito che si trattava di un'imboscata spirituale. Da bambina avevo subìto un tale lavaggio del cervello sul sesso come cosa sporca e sull'importanza della verginità, da averne fatto un'indigestione totale. Ero ancora credente, a modo mio, ma ero diventata allergica alla Chiesa e ai suoi rappresentanti. Per educazione salutai l'ospite, ma non appena l'uomo si schiarì la voce, compresi che non potevo permettergli di iniziare.
«Cara Federica, ho saputo che hai una relazione con una ragazza, vorrei dirti che…»
«Guardi, se è qui per questo ha solo perso il suo tempo», lo interruppi, gelandolo con lo sguardo. «Non ho la minima intenzione di parlarne con lei. Non credo le competa nulla della mia vita privata.»
«Federica, lascialo parlare!» intervenne Andrea, facendosi avanti con fare minaccioso.
Mi voltai verso di lui, sentendo la rabbia salirmi allo stomaco. «Ti ho già detto che non devi ficcare il naso nella mia storia! Pensa alla tua, di vita. Fatevi i cazzi vostri. Arrivederci.»
Girai i tacchi, lasciandoli lì, e sbattei la porta.

Capitolo 2: il pranzo di Pasqua e la pace conquistata

I giorni successivi trascorsero abbastanza tranquilli. Mi ero immersa a capofitto nei libri, dividendomi tra le lezioni all'università e lo studio a casa; come sempre, vedevo Chiara soltanto nel fine settimana.
Un sabato, a metà aprile – era il 2017 e Pasqua sarebbe caduta il 16 – i genitori di Chiara mi fecero una sorpresa: «Ascolta Federica, avremmo tanto il piacere di conoscere i tuoi e tuo fratello. Che ne diresti se li invitassimo qui per il pranzo di Pasqua?»
Rimasi spiazzata, senza sapere cosa rispondere.
«Dai, amore!» mi incoraggiò Chiara. «Sarebbe bellissimo passare le feste tutti insieme.»
«Sì, lo so, grazie. È che non so se i miei siano pronti...»
«Ma figurati! Alla fine, è solo un pranzo per fare conoscenza.»
«E va bene» cedetti, sorridendo.
«Se ci dai il numero li chiamiamo subito, che dici?» propose la madre.
«Guardi, è meglio se telefono io e poi le passo mia madre.»
«Certo, fai come credi sia meglio, tu la conosci più di chiunque altro.»
Digitai il numero e, appena mia madre rispose, la anticipai per non darle il tempo di fare domande: «Mamma, ascolta, ti passo la mamma di Chiara».
«Buongiorno signora, che piacere! Sua figlia ci parla sempre di voi... Siccome Chiara e Federica stanno insieme da un po', avremmo davvero il piacere di fare conoscenza. Vi andrebbe di essere nostri ospiti a pranzo per Pasqua?»
Alla fine della telefonata, la madre di Chiara era entusiasta: mia madre si era consultata al volo con mio padre e avevano accettato. Se da un lato l'idea di quel pranzo mi faceva piacere, dall'altro provavo un forte imbarazzo. Temevo che a mia madre scappasse qualcuna delle sue solite 'perle', rovinando l'atmosfera gioiosa che i suoceri avrebbero di sicuro preparato. Decisi che avrei dovuto 'indottrinarla' a dovere per evitare frasi pericolose.
Tornata a casa, infatti, la affrontai: «Come mai avete accettato l’invito?»
«Ma tesoro, che domanda! Non sei contenta?»
«Sì, ma mi sembra strano. Non credo fino in fondo che tu sia felice per me.»
«Invece lo sono, quante volte te lo devo ripetere?»
«Sarà... ma fai molta attenzione a pesare le parole.»
«In che senso?»
«Niente uscite imprudenti contro le unioni omosessuali, niente discorsi sulla religione o assurdità del genere.»
«Ma per chi mi prendi, per una stupida? Pensi davvero che andrei a dire queste cose ai tuoi suoceri?»
«Me lo auguro di cuore!»
«Ma piantala, dai!»
Per la prima volta mi sembrò sincera. Mio padre, come al solito, si sarebbe adeguato a lei. L’unico a rifiutare l’invito fu mio fratello. In quei giorni mia madre fece di tutto per convincerlo, dicendogli che avrebbe fatto una pessima figura a non presentarsi, ma lui fu irremovibile: sosteneva che accettare il pranzo equivaleva ad approvare la nostra relazione, e che quindi non sarebbe venuto per nessuna ragione al mondo.
«Meglio così» sbottai alla fine. «Resta pure a casa, ci avresti solo rovinato la festa con le tue idiozie!»
«Non ho intenzione di mescolarmi con una famiglia dove si manca di rispetto a Dio!»
«Tu dovresti iniziare a rispettare la tua, di famiglia, cosa che non fai mai!»
«Io l’ho sempre fatto!»
«Ora basta!» urlò mia madre, intromettendosi. «Smettetela di litigare! Se non vuole venire, lascialo stare, andrà dalla sua ragazza. E tu, Andrea, dovresti avere più comprensione per tua sorella!»
Mio fratello se ne andò in camera senza aggiungere una parola. Io feci lo stesso, tornando ai miei libri con il cuore decisamente più leggero: mia madre, con tutti i suoi limiti, aveva scelto di stare dalla mia parte.

I giorni successivi furono frenetici: io, Chiara e i suoi genitori sistemammo la casa al meglio e aiutammo sua madre a preparare il pranzo. Finalmente arrivò il giorno fatidico. I miei genitori si presentarono con un mazzo di fiori e un vassoio di pasticcini di Romanengo – e per chi non è di Genova, basti sapere che Romanengo è un’istituzione assoluta in fatto di dolci, indiscutibile!
Chiara era splendida: indossava un abito aderente a pois gialli e neri, corto sopra il ginocchio, che le slanciava le gambe sui tacchi. Io avevo scelto una linea più decisa, con pantaloni Harlow di pelle nera, camicia di popeline bianca e scarpe alte.
Superati i convenevoli, la visita della casa con il suo panorama e le prime chiacchiere, ci sedemmo a tavola. Fu un pranzo lungo e piacevolissimo. Per fortuna a mia madre non scappò nessuna frase imprudente; mio padre si intrattenne a lungo con il papà di Chiara scoprendo passioni comuni, su tutte gli scacchi – essendo entrambi giocatori – e la fotografia. Io e Chiara chiacchierammo un po’ con tutti.
Finito il dolce, mentre i padri si ritirarono nello studio per una partita, io, Chiara e le nostre madri ci accomodammo in salotto. Visto che fino a quel momento non si era mai accennato apertamente alla nostra relazione, la mamma di Chiara decise di rompere il ghiaccio.
«Allora signora, è contenta delle nostre ragazze?»
«Oh sì» rispose mia madre.
«Guardi, io voglio già un gran bene a Federica. Posso dire di conoscerla un po' ed è una ragazza così perbene, educata, studiosa... Ha reso felice mia figlia, può esserne davvero fiera.»
«Sì, è vero. Ho cercato di educarla al meglio.»
«Pensi che il sabato mattina, quando è qui, si mette sui libri e studia per ore, anche nel pomeriggio!»
«Lo so, ci tiene molto.»
«Io mi auguro che possano essere felici così a lungo.»
«Io sono felice se Federica lo è.»
«Certo! Noi mamme dobbiamo essere così: felici della loro gioia.»
Io e Chiara stavamo in silenzio, sedute vicine, mano nella mano. Osservavo il profilo di mia madre e notavo la rigidità delle sue spalle; rispondeva per pura cortesia, ma la sua recita mi stava lentamente facendo salire il sangue al cervello.
«Mamma» le dissi, «guarda che puoi dirlo liberamente, tanto la signora sa tutto.»
«Che cosa?»
«Che all’inizio non hai accettato per niente la mia relazione!»
«Uh, vabbè, ma all’inizio…»
«Solo all’inizio?» sbottai a voce più alta.
In quel momento Chiara mi strinse la mano, quasi a stritolarmela, per implorarmi di smetterla.
«Federica» mi interruppe dolcemente sua madre, «ognuno ha i suoi tempi per metabolizzare queste notizie. Tua madre ha solo avuto bisogno di un po' di flessibilità.»
«Va bene, ma che lo ammetta almeno! Con tutto quello che mi ha fatto penare!»
«Che esagerata!» incalzò mia madre.
«Io esagerata? E tutte le volte che mi hai fatto piangere? Te le sei scordate?»
«Basta, Federica!» mi rimproverò Chiara, fulminandomi con uno sguardo severo che non le avevo mai visto prima.
Sprofondai di nuovo contro lo schienale del divano, ammutolita. La madre di Chiara ridacchiava per stemperare la tensione che si era creata, mentre mia madre cercava di minimizzare. Fu allora che Chiara mi sussurrò all'orecchio: «Vieni con me». Ci alzammo e andammo in camera sua.
«Ma perché fai così?» mi chiese appena chiusa la porta.
«Così come?»
«Hai cercato di litigare di nuovo con tua madre davanti a mia madre!»
«Non volevo litigare, mi dà solo nausea che minimizzi e riscriva la storia a modo suo!»
«Cosa volevi che dicesse? Che all'inizio ti credeva malata?».
«Sì! Avrei preferito così, almeno sarebbe stata onesta!»
«Ma ti pare il momento?» Chiara si lasciò sfuggire una risata incredula. «È normale che adesso mostri il suo lato migliore. Pensa al presente, non rivangare il passato.»
«Per me non è normale. Doveva dire la verità.»
«Ma l’ha detta! È felice per te.»
«Sì, ma ammesso che sia vero, avrebbe dovuto essere sincera per una volta e ammettere tutto il veleno che mi ha sputato addosso in questi mesi!»
«Ma ti pare che si metta a raccontare certe cose oggi, davanti ai miei? Se mai ne avrà voglia, lo farà con calma.»
«Sì, come no... e tu la difendi pure!»
«Ma lo sai che quando vuoi sei tremenda? Una vera attaccabrighe!» mi disse, ridendo ancora di più avvicinandosi a me e accarezzandomi il viso.
«Io?» ribattei, fingendomi offesa ma trattenendo a stento un sorriso. «Io sarei un'attaccabrighe?»
«Certo, tu! Guarda che stasera, per punizione, se non la smetti ti do tante di quelle sculacciate su quel tuo culetto…»
«Lo prometti?»
«Se continui così, sicuro!»
«E allora vado di là a litigare ancora un po’!»
Feci per girarmi verso la porta, ma Chiara mi afferrò per un braccio, tirandomi a sé. Scoppiammo a ridere entrambe, e la finta rabbia si sciolse in un abbraccio stretto. Quando le sue labbra cercarono le mie, il gioco svanì, sostituito da un desiderio improvviso e disperato di fare l'amore lì, in quel preciso istante. Ma, purtroppo, dovemmo rimandare.
Riappacificati gli animi, passammo il resto del pomeriggio a parlare del più e del meno. Le due mamme erano decisamente chiacchierone, molto più dei papà, che si univano alle conversazioni solo ogni tanto, più per cortesia che per un reale interesse.
Sul tardi, salutai i miei genitori dicendo che ci saremmo rivisti martedì, e io e Chiara ci rifugiammo finalmente in camera sua.
«Allora, sono stata brava?» le chiesi
«Dopo sì, ma prima... ricordati della punizione! Ti servirà da lezione!»
Le rivolsi un sorriso malizioso. Mi tolsi quelle scarpe che dopo tante ore mi avevano devastato i piedi – così come aveva fatto Chiara – e mi sdraiai a pancia in giù sul letto, ancora vestita. Chiara era in piedi dietro di me; mi voltai un momento a guardarla: mi stava osservando divertita, forse incuriosita. Mi sbottonai i pantaloni e iniziai ad abbassarli lentamente, quando Chiara ne prese i lembi e me li sfilò con una certa energia. Essendo molto aderenti, quel gesto si portò via anche le mutandine. Ero rimasta nuda sotto, scalza, ma con ancora la camicetta addosso, mentre lei era del tutto vestita.
«Ora ferma, non provare a scappare!» mi ordinò con un tono scherzosamente severo.
«No... non scappo.»
Si sedette accanto a me e, dopo aver passato le mani sulle mie natiche, iniziò a schiaffeggiarle. Ci metteva un certo impegno, tanto che mi scappò da ridere.
«Ah, ridi pure? Allora raddoppiamo le sculacciate!»
Scoppiai a ridere ancora di più, mentre lei continuava a colpire ogni centimetro. Il calore degli schiaffetti, unito al profumo di Chiara e al gioco erotico, mi fece eccitare rapidamente.
Terminata la sfilza di sculacciate, mi disse: «Adesso hai imparato? Non devi essere così attaccabrighe!»
«Va bene... cercherò di fare la buona» risposi, ridacchiando.
«Farai bene! Però guarda qui, per colpa della tua monellaggine hai il culetto tutto rosso...»
Finsi di piagnucolare.
«Ma adesso rimediamo!»
La sua bocca si appoggiò sulla mia natica sinistra: prima con una scia di baci, poi con la lingua la percorse tutta, per poi passare alla destra e alternarsi più volte. Per facilitarla inarcai il sedere piegando le ginocchia: la sua lingua esplorò ogni meandro e centimetro di pelle, scendendo verso la zona perianale e risalendo con insistenza. Quelle carezze umide erano una spinta inebriante che mi faceva ansimare a occhi chiusi, per assaporare ogni istante.
Subito dopo, i suoi baci scesero più giù, lungo le mie piccole e grandi labbra, pronti a darmi uno scacco quasi matto. La sua lingua lambiva la carne sfiorandola appena, per poi affondarvi dentro quasi a scavarne la profondità, succhiando e mordicchiando, fino ad arrivare al clitoride. Lo titillava con la punta e lo stimolava con le labbra, mentre le sue dita affondavano voracemente nella mia vagina. Ero al limite, con il cuore a mille e il fiato corto; l'orgasmo era pronto a esplodere e i miei umori stavano allagando tutto.
Proprio in quel momento lei si staccò, mi fece voltare e mi sfilò la camicetta. Si tolse l'abito e l'intimo e, mettendosi a cavalcioni su di me, mi premette il viso contro il suo per baciarmi ancora. Restammo a lungo unite, avviluppate in un intreccio di baci, salive, sapori e capelli che si mescolavano. Le mani afferravano il viso l’una dell’altra, le gambe si intrecciavano e i seni si sfregavano creando un’atmosfera carica di sensualità, che ci portava vicine al culmine senza mai farcelo raggiungere del tutto.
Staccatasi un attimo, mi guardò: «Aspetta, voglio farti vedere una cosa».
Aprì con una chiave un cassetto del comodino e tirò fuori una scatola, da cui estrasse un vibratore viola. Era la prima volta che ne vedevo uno dal vivo.
«Ti va di provarlo?»
Mi misi a ridere, ma l’idea mi stuzzicava parecchio: «Ok!»
Chiara appoggiò il vibratore sul letto e riprese a baciarmi con passione, per poi ridiscendere con la bocca lungo il mio corpo. La sua lingua percorse la mia pelle fino al clitoride, che già vibrava di piacere. Avvertendo il mio imminente orgasmo, si staccò per un attimo, afferrò lo strumento e ne passò la punta prima sull'ingresso della vagina e poi lungo le labbra, provocandomi un brivido freddo lungo la schiena. Dopo avermi dato qualche bacio sulla pancia e sul pube, si sedette al mio fianco e lo introdusse delicatamente, quasi per intero, accendendolo alla massima velocità.
Una violenta scossa di piacere mi pervase, facendomi irrigidire le gambe e inarcare la schiena; chiusi gli occhi per assaporare ogni istante di quell'estasi inebriante. Chiara muoveva il giocattolo avanti e indietro, ora lentamente, ora in modo più deciso, e quel movimento faceva scorrere i miei umori. Nel frattempo, chinandosi su di me, mi baciava i capezzoli, poi la bocca e il collo, per poi tornare sul mio seno. Quando, con l’altra mano, iniziò a stimolarmi il clitoride, una spinta più profonda mi fece esplodere in un orgasmo liberatorio e potente emettendo un grido strozzato di piacere.
Mi irrigidii completamente prima di abbandonarmi a una meravigliosa spossatezza. Chiara sfilò lo strumento, interamente impregnato del mio piacere, e guardandomi con occhi voluttuosi lo leccò avidamente per non perderne nemmeno una goccia. Mi sollevai per baciarla, grata per ciò che mi aveva regalato e desiderosa di ricambiare. Lei si gettò di nuovo su di me, stringendomi: «Ora tocca a te!» mi sussurrò con gli occhi sorridenti.
Si dispose sopra di me al contrario, in modo che la sua intimità fosse a contatto con la mia bocca. Cominciai subito a baciarla: era già bagnata di umori caldi, mentre lei scendeva a leccarmi le cosce, avvicinandosi di nuovo a me.
Presi il vibratore – era la prima volta che ne tenevo uno in mano – e lo passai per tutta la lunghezza della sua vulva, dal clitoride alle labbra, per poi introdurlo e accenderlo. Al sibilo del motore Chiara fece uno scatto ed emise un gemito profondo. Cominciai a muoverlo lentamente avanti e indietro, imitando quello che lei aveva fatto con me, mentre con l’altra mano le accarezzavo il sedere. Quel lento movimento esaltava la sua eccitazione crescente; intanto lei baciava e leccava in modo violentemente piacevole la mia carne. Un mio affondo più deciso la spinse oltre il limite, facendola crollare nel suo orgasmo. Sfilai l'oggetto e mi tuffai con la bocca su di lei, assaporando ogni rigagnolo, il calore e il profumo intenso della sua pelle.
Sfinita e felice, Chiara si sdraiò di nuovo al mio fianco, ridendo e stringendomi forte. Le sussurrai ancora una volta quanto fossi innamorata di lei, che mi sentivo la ragazza più fortunata e appagata della terra e che nulla avrebbe potuto rendermi più felice. Lei mi sorrise, ripetendomi che mi amava. In quel momento non avrei potuto chiedere nient'altro al mondo.
Restammo abbracciate per un bel po' di tempo, con la sola luce del comodino accesa, finchè non ci addormentammo. Ma la bolla in cui eravamo rinchiuse fu interrotta da un bisogno decisamente più terreno. Mi scappava terribilmente la pipì.
Mi sollevai sul gomito, guardando verso la porta. Chiara si voltò a guardarmi, ormai mezza addormentata. «Che fai, hai freddo, ti metti il pigiama?» mi chiese, vedendomi scendere dal letto.
«No», risposi. E in quel momento, un pensiero strano, elettrico, mi attraversò la mente. Pensai a mio fratello e ai suoi anatemi medievali, pensai alla recita di mia madre in salotto, a tutta l'ipocrisia che avevamo dovuto masticare prima di poterci chiudere qui dentro.
Chiara mi guardò sgranando gli occhi quando mi vide afferrare la maniglia della porta esattamente come mamma mi aveva fatta: nuda, spettinata, con la pelle ancora calda del nostro amore.
«Fede, ma sei pazza? E se c'è qualcuno in corridoio?» sussurrò, tra il divertito e il terrorizzato, tirandosi il lenzuolo sul viso.
«Che guardino», dissi, regalandole un sorriso sfrontato.
Aprii la porta e uscii. Il pavimento freddo del corridoio sotto i piedi nudi mi diede una scossa di lucidità. Camminai a testa alta, con una sicurezza che non avevo mai sentito in vita mia. Non c'era nulla di sporco in me, nulla di sbagliato. Se qualcuno mi avesse incrociata in quel momento, avrebbe visto solo una ragazza libera, fiera e profondamente amata. Raggiunsi il bagno senza voltarmi, lasciando che la porta si chiudesse dietro di me con un clic secco, liberatorio.
Quando riaprii la porta del bagno e percorsi il corridoio al contrario, la scossa di adrenalina stava già lasciando il posto a una strana leggerezza. Rientrai in camera e richiusi la porta alle mie spalle, appoggiandovi la schiena.
Chiara era esattamente come l’avevo lasciata, ma si era tirata su contro la testata del letto, con il lenzuolo stretto sotto le ascelle come un vestito di fortuna. Non appena mi vide, i suoi occhi si illuminarono di una luce tra il complice e l'incredulo. Trattenne il fiato per un secondo, poi scoppiò in una risata soffocata, era del resto già notte e non voleva farsi sentire dal resto della casa.
«Tu sei completamente matta!» sussurrò, scuotendo la testa mentre i capelli le ricadevano sulle spalle. «Giuro, ho smesso di respirare da quando è scattata la maniglia a quando sei tornata. Ti prego, dimmi che non hai incrociato mio padre.»
«Nessuno sul percorso», risposi, camminando fieramente e lentamente verso il letto, nuda e con un sorriso sfrontato stampato in faccia. «Ma se anche fosse successo, avrebbe capito chi comanda adesso.»
«Ah, sì? Senti la mossa del comando?» Chiara mollò la presa sul lenzuolo, lasciandolo scivolare e rivelando la sua nudità. Si mise in ginocchio sul materasso, guardandomi dal basso all'alto con un'aria deliziosamente provocatoria. «Vieni qui, va', mia impavida esibizionista.»
Mi arrampicai sul letto e lei mi afferrò subito per i fianchi, tirando il mio corpo contro il suo. La sua pelle era calda, un contrasto perfetto con il fresco che avevo addosso dopo l'incursione in corridoio. Mi passò le braccia intorno al collo, guardandomi negli occhi con un misto di ammirazione e divertimento puro.
«Però, devo ammetterlo...» mi sussurrò a un millimetro dalle labbra, mentre le sue dita prendevano ad accarezzarmi la schiena. «Un po' ti invidio. Hai una faccia tosta che mi fa impazzire. Sei entrata in bagno come se fossi la regina della casa.»
«Lo sono», ribattei, baciandole la punta del naso. «O almeno, sono la regina di questa stanza.»
«Su questo non c'è dubbio», rise lei, facendomi cadere all'indietro sul materasso e coprendomi con il suo corpo. «E adesso che sei tornata sana e salva dalla tua missione segreta, direi che possiamo riprendere da dove avevamo interrotto...»

federika000milani@libero.it
scritto il
2026-06-28
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