Io e mia moglie Chiara. Capitolo 9: la laurea

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saffico

Capitolo 9: la laurea
La tregua profonda e dolcissima della notte si sciolse non appena la sveglia tagliò il silenzio della mattina. Bastò il primo riflesso della luce del sole sulle pareti della camera da letto per farmi piombare addosso, di colpo, tutta la realtà: era il giorno della mia laurea. La calma che Chiara era riuscita a imprimermi sulla pelle poche ore prima evaporò in un istante, sostituita da una tachicardia sorda che mi fece tremare le mani mentre cercavo di bere un sorso di caffè dal bicchiere di carta.
Camminavo avanti e indietro per il soggiorno, stringendo tra le dita i fogli stropicciati del mio discorso di tesi, ripetendo a memoria l'introduzione sulle complicanze post-operatorie senza riuscire a connettere davvero le parole. Ero un blocco di ghiaccio e nervi.
Chiara, che era già impeccabile nel suo completo elegante, color rosso scuro, mi osservò appoggiata allo stipite della porta. Sul suo viso non c'era traccia di ansia, solo quel solito sguardo acuto, divertito e incredibilmente sornione.
«Se continui a consumare il pavimento in questo modo, mio papà dovrà rifare il parquet prima ancora che abbiamo finito il trasloco», commentò, avvicinandosi a me con passi lenti e felini.
«Chiara, non scherzare, ti prego. Sento la nausea. E se mi blocco davanti al presidente di commissione? Se non mi ricordo la casistica clinica del terzo capitolo?», dissi, la voce che saliva di un'ottava mentre sventolavo i fogli.
Anziché calmarmi a parole, Chiara mi prese delicatamente i fogli dalle mani e li appoggiò sul tavolo. Poi, mi prese per i polsi, costringendomi a guardarla. «Ti ho detto ieri sera che al resto ci pensavo io. E visto che la mia terapia della parola non sta funzionando a sufficienza, passeremo alla terapia d'urgenza. Direi che è il momento perfetto per il tuo primo regalo di laurea».
La guardai confusa. «Un regalo adesso? Ma la proclamazione è tra due ore...»
Chiara non rispose. Si diresse verso la borsa, tirò fuori un sacchettino di raso nero e lo posò sul tavolo, proprio sopra i miei appunti di Medicina. Quando lo aprì, ne estrasse tre piccoli ovetti di silicone liscio, di un viola intenso, uniti da un sottile cordoncino flessibile, insieme a un piccolo telecomando piatto.
Spalancai gli occhi, sentendo le guance andare a fuoco all'istante. «Chiara! Ma... ma in negozio pensavo scherzassi!»
«Io non scherzo mai sulle prescrizioni mediche, Fede», ribatté lei, con una serietà fintamente professionale che rendeva la scena ancora più erotica. Prese gli ovetti tra le dita, facendoli oscillare leggermente. «Ti ricordi cosa ci siamo dette in pelletteria? La borsa blu ha lo spazio perfetto per il telecomando. E tu hai bisogno di qualcosa che distragga il tuo cervello dal panico da esame».
Si fece più vicina, costringendomi a fare un passo indietro finché la mia schiena non toccò la parete. Il suo profumo mi avvolse, denso e familiare. Con la mano libera iniziò a sollevare lentamente il bordo del mio tubino blu, facendolo scivolare lungo le cosce, fino a scoprire lo slip.
«Chiara, dobbiamo uscire tra venti minuti... i miei genitori ci aspettano davanti all'università...», provai a protestare, ma il mio stesso corpo mi smentiva, mentre il cuore prendeva a battere non più per la paura, ma per l'eccitazione che si stava facendo largo sotto la pelle.
«Appunto. Ci metterai pochissimo», sussurrò lei, appoggiando la punta delle dita calde sul mio inguine, sopra il pizzo dello slip. «Voglio che tu li inserisca adesso, Fede. Subito. Voglio che tu li spinga bene in fondo all'interno della tua vagina, lasciando fuori solo il filo».
Il suo tono di voce, una miscela irresistibile di comando e dolcezza, mi fece mancare il fiato. Chiara fece scivolare un dito sotto il bordo dello slip, accarezzando la mia intimità che, traditrice, era già calda e accogliente.
«Immaginati lì dentro, davanti a tutta la commissione, serissima, mentre esponi la tua tesi», continuò a sussurrare contro il mio orecchio, la sua bocca che sfiorava il mio lobo. «Nessuno saprà nulla. Sarà il nostro segreto. E io terrò il telecomando nella mia tasca per tutto il tempo. Ogni volta che ti vedrò esitare, o ogni volta che vorrò ricordarti quanto sei bella, ti manderò una piccola vibrazione. Giusto un promemoria per farti rilassare».
Le sue dita mi porsero gli ovetti viola, freschi contro il palmo della mia mano che tremava. Guardai Chiara negli occhi, vedendoci dentro quella stessa identica luce complice e dominante che avevamo scoperto a Cap d'Agde, quella libertà assoluta che ci rendeva invincibili.
Senza dire una parola, guidata dal calore del suo sguardo, infilai la mano sotto il vestito. Sotto i suoi occhi attenti, spinsi gli ovetti dentro di me, sentendo il silicone freddo che veniva subito avvolto e riscaldato dalle mie pareti interne, mentre un brivido mi attraversava l'intera colonna vertebrale.
Chiara si avvicinò ancora di più, annullando ogni distanza. Mi prese le mani, che stavano tremando, e le strinse tra le sue, impedendomi di abbassare lo sguardo. Il suo tono cambiò, perdendo quell'ironia sorniona per farsi di una serietà disarmante.
«Fede, guardami», mi ordinò dolcemente. «Quello che stai mettendo dentro di te non è solo un gioco. È il segno che, ovunque tu sia, qualunque professore ti stia guardando, tu non sei mai sola. Io sarò lì, in ogni tua parola, in ogni tuo respiro. Quel battito che sentirai sarà solo il promemoria del fatto che il mio cuore batte per il tuo successo».
Deglutii a fatica, sentendo il calore degli ovetti che iniziava a farsi parte di me. «Mi farai impazzire davanti alla commissione, vero?», sussurrò Chiara, con un sorriso che era un misto di amore e pura devozione.
Chiara mi scostò una ciocca di capelli dal viso, accarezzandomi la tempia con il pollice. «Ti farò restare concentrata. Ti farò ricordare che, oltre a essere una dottoressa brillante, sei mia. Ed è questa la tua vera forza, non i libri che hai studiato».
Subito dopo avermi sistemato con cura le pieghe del vestito blu e avermi dato un bacio veloce e casto sulla bocca Chiara disse con voce ferma: «Perfetto. La dottoressa è pronta. Adesso andiamo a prenderci questo centodieci e lode».
«Aspetta», aggiunse poi, bloccandomi mentre stavo per afferrare la borsa. Mi fece cenno di sedermi sullo sgabello della sala, davanti allo specchio che avevamo appena appeso. «Guarda quel mascara. Sembri uscita da un film horror!».
Sbuffai, portandomi una mano al viso. «Lo sapevo. Ho cercato di rimediare al danno che ho fatto stamattina, ma ho solo peggiorato la situazione. Sono negata, Chiara, non so nemmeno perché ci provo».
Lei ridacchiò, prendendo un dischetto di cotone e un po' di struccante. «Ecco perché ci sono io. Resta ferma, o ti cavo un occhio». Con una delicatezza che contrastava con la sua solita determinazione, pulì la sbavatura sotto i miei occhi e, in pochi tocchi sapienti, ridisegnò il contorno con un tratto leggero di matita. Poi, prese con precisione chirurgica un paio di forcine e, in pochi secondi, riprodusse l'acconciatura che il parrucchiere mi aveva fatto il pomeriggio precedente.
«Ecco qua», disse, facendomi voltare verso lo specchio. Il mio riflesso era cambiato: non c'era più la ragazza spaventata di poco prima, ma una donna che sembrava possedere il mondo. «Vedi? Ti ho dato l'aria di quella che ha già vinto tutto. Adesso, per favore, cerca di non piangere o di non sbattere la testa contro le porte, o ti tocca rifare tutto da sola».
«Sei un genio, lo sai?», sussurrai, guardandola nello specchio. Lei mi scoccò un bacio sulla tempia, sistemandomi il colletto della giacca per l'ultima volta. «Sono la tua stylist, ricordi? E oggi ho standard altissimi da mantenere».

Il viaggio in auto verso l'università fu un concentrato di adrenalina pura. Io stringevo il volante con le nocche bianche, lo sguardo fisso sulla strada, mentre i caruggi del centro storico lasciavano spazio ai corsi più ampi che portavano verso la facoltà di Medicina nel quartiere di San Martino. Ogni volta che cambiavo marcia, percepivo chiaramente il peso minimo e la consistenza degli ovetti dentro di me; una presenza costante, intima, che creava un contrasto pazzesco con la solennità dei miei pensieri burocratici.
Chiara era seduta sul sedile del passeggero, apparentemente concentrata a guardare fuori dal finestrino la città che si svegliava. Sembrava una modella prestata a un giorno di ordinaria formalità: il completo elegante, i capelli perfetti, le scarpe nere e lucide dal tacco vertiginoso e quell'aria di totale controllo. Solo la sua mano destra, infilata con studiata disinvoltura nella tasca della giacca, tradiva la verità.
Arrivate all'altezza di un incrocio trafficato, scattò il semaforo rosso. Frenai bruscamente, emettendo un sospiro pesante e appoggiando la testa contro il poggiatesta.
«Ci siamo quasi, Fede», disse Chiara, voltandosi a guardarmi. La sua voce era calma, fin troppo tranquilla.
«Ho lo stomaco completamente chiuso, Chiara. Credo che se il presidente mi fa una domanda fuori programma, svengo direttamente sulla cattedra», ammisi, voltando la testa verso di lei. Avevo il respiro corto, lo stesso panico della sera prima che cercava di riaffiorare e mi stringeva la gola.
Chiara non rispose a parole. Fece un piccolo, deliberato movimento con le dita dentro la tasca della giacca.
All'improvviso, nel silenzio dell'abitacolo, un ronzio sordo e profondo si accese dentro di me. Gli ovetti presero a vibrare a un'intensità media, costante, proprio contro il mio punto più sensibile. Il guizzo improvviso mi colse del tutto impreparata: inarcai la schiena sul sedile dell'auto, stringendo i denti mentre un brivido elettrico mi risaliva lungo la colonna vertebrale fino alla nuca. Aggrappai le mani al volante, le nocche bianche, per trattenere un gemito che minacciava di uscirmi dalle labbra.
«Chiara... mio Dio, spegni... siamo in mezzo al traffico!», sussurrai con il fiato corto.
Le mie pareti vaginali si erano contratte d'istinto attorno al silicone, e quel riflesso non faceva che amplificare la stimolazione. Sentivo il calore iniziare a fluire e a raccogliersi nel basso ventre, denso e pesante. La vibrazione costante premeva sul clitoride dall'interno, irraggiando una scossa liquida che mi rendeva le cosce deboli e scosse da piccoli brividi involontari. Sotto il tessuto leggero del tubino blu, i capezzoli si erano irrigiditi all'istante, sfregando contro il reggiseno a ogni mio respiro affannoso.
«Ti avevo detto che era una terapia d'urgenza», ribatté lei, senza muovere un muscolo, godendosi ogni mio sussulto con un sorriso sornione. «Concentrati sul tuo corpo, Fede. Vedi come l'ansia per la tesi è sparita? Adesso sei tutta mia».
Era maledettamente vero. Il panico accademico era stato completamente spazzato via, sostituito da un'eccitazione prepotente che mi appannava i pensieri e dal contrasto tra l'asfalto grigio di Genova fuori dal finestrino e quel segreto intimo, bagnato e pulsante, che mi faceva girare la testa. Chiara cambiò il ritmo dal telecomando, impostando una pulsazione intermittente: tre colpi rapidi e una pausa. Quella breve frazione di secondo in cui l'ovetto si fermava mi lasciava sospesa, col fiato corto, desiderando disperatamente la scarica successiva; quando la vibrazione riprendeva, un'ondata di piacere ancora più intensa mi costringeva a stringere le cosce l'una contro l'altra, bagnando irrimediabilmente lo slip di pizzo.

«Chiara, ti prego... scatta il verde... devo guidare...», mormorai, sentendo le guance bruciare per il sangue che affluiva al viso. Un camionista sul mezzo pesante accanto a noi guardò distrattamente nella nostra direzione, e l'idea che qualcuno potesse intuire anche solo un briciolo di quello che mi stava succedendo mi fece contrarre ancora di più, aumentando il godimento.
«Allora guida bene, dottoressa», sussurrò lei, rilasciando il pulsante proprio nell'istante in cui la luce del semaforo tornò verde.
La vibrazione si interruppe di colpo, lasciandomi con una sensazione di vuoto quasi dolorosa e un battito profondo, vivo, che continuava a reclamare il tocco di Chiara. Diedi gas all'auto con le gambe che ancora tremavano sui pedali, il cuore a mille e un sorriso colpevole, ma del tutto libera dal panico della sessione d'esame.
Parcheggiai l'auto a poca distanza dall'ingresso della facoltà con i palmi delle mani ancora leggermente umidi e il corpo attraversato da un calore residuo che faticava a scemare.
Mi voltai verso Chiara. Lei mi guardò, mi sistemò con un gesto fulmineo e possessivo il colletto della giacca e mi fece l'occhiolino, infilandosi con nonchalance il telecomando nella borsa blu appena acquistata.
«Cerca di camminare dritta, dottoressa», sussurrò maliziosa mentre apriva la portiera.
Non appena mettemmo davanti alla facoltà, la bolla intima e spregiudicata in cui Chiara mi aveva dondolato fino a un attimo prima si scontrò con la realtà della giornata. A pochi metri dall'ingresso, schierato come un comitato d'onore, c'era il nostro mondo al completo.
I primi a venirci incontro furono i miei genitori. Mia madre, con gli occhi già lucidi prima ancora che avessi proferito una sola parola sulla tesi, mi tese le braccia stringendomi in un abbraccio soffocante che rischiava di sgualcire il tubino. «Federica, sei bellissima... non posso crederci che questo giorno sia arrivato», sussurrò, la voce rotta dall'emozione. Mio padre le stava subito dietro, con un sorriso fiero, gli occhi lucidi e quella tipica compostezza paterna che cercava di nascondere un orgoglio smisurato; mi strinse la mano con forza, dandomi poi una pacca sulla spalla.
Subito dietro di loro c'era il padre di Chiara, l'uomo che con una busta bianca ci aveva regalato le chiavi del nostro futuro. Ci guardò entrambe con un affetto immenso, elegante nel suo abito scuro, salutandomi con un bacio affettuoso sulla guancia. «Oggi ti prendi quello che meriti, Fede», mi disse a bassa voce, e io gli strinsi la mano con gratitudine profonda, pensando alle mura della casa in cui avevamo dormito la notte prima.
«Ehi, sorellona! Guarda che se svieni là dentro, io non ti rianimo, non ho fatto il corso di primo soccorso!», gridò una voce ironica e fin troppo familiare. Era mio fratello Andrea, che si fece largo tra i parenti per stamparmi un bacio rumoroso sulla tempia, dandomi una spallata affettuosa.
E poi c'erano loro, la nostra storica e instancabile cerchia di amici, il gruppo dei quattro con cui avevamo condiviso viaggi, confidenze e serate infinite. Erano lì, armati di mazzi di fiori, macchine fotografiche e striscioni imbarazzanti ancora arrotolati, pronti a fare casino non appena la commissione avesse pronunciato le parole fatidiche. Ci corsero incontro tra applausi e battute, riempiendo l’atrio di un'energia contagiosa.
Mentre rispondevo ai saluti, abbracciavo gli amici e cercavo di rassicurare mia madre, sentii lo sguardo di Chiara fisso su di me. Era rimasta un passo indietro, accanto a suo padre, apparentemente intenta a chiacchierare. Ma con un movimento impercettibile, la vidi infilare la mano nella sua borsa.
Sotto il tessuto attillato del vestito, sentii chiaramente la presenza degli ovetti contro le mie pareti ancora sensibili. La sola idea di trovarmi lì, circondata dall'affetto pulito e formale dei miei genitori, di mio fratello e degli amici, mentre custodivo dentro di me quel segreto così carnale e proibito, mi fece mancare un battito, accendendo una nuova, improvvisa scarica di adrenalina che mi imporporò le guance. Incrociai gli occhi scuri di Chiara: la sua espressione era un capolavoro di innocenza, ma l'ombra di quel sorriso sornione mi disse che il vero esame, per entrambe, era appena cominciato.
Mentre cercavo di dare retta a tutti, il mio sguardo cadde sul tabellone ufficiale affisso accanto al grande portone di ingresso della facoltà. Scorsi rapidamente l'elenco dei candidati della sessione mattutina fino a trovare il mio cognome.
«Sono la quarta a discutere», dissi ad alta voce, voltandomi verso il gruppo. La notizia mi provocò una fiammata di ansia: non sarei entrata subito, liberandomi del dente in un colpo solo, ma non avrei nemmeno dovuto aspettare ore. Sarei stata la quarta. Significava avere esattamente tre persone davanti, tre presentazioni da ascoltare mentre il panico si accumulava nello stomaco, minuto dopo minuto, nell'attesa che chiamassero il mio nome.
«Quarta è perfetto, Fede! Il tempo di capire come gira la commissione e poi spacchi tutto», esclamò Andrea, cercando di sdrammatizzare, mentre mia madre ricominciava a sistemarmi freneticamente la giacca del tubino, visibilmente più tesa di me.
«Speriamo solo che il presidente non sia già stanco», mormorai, sentendo le mani ritornare fredde. Mi voltai verso mio padre per cercare un briciolo di quella sua solida razionalità, e proprio mentre lui iniziava a dirmi qualcosa per rassicurarmi, tenendomi per un gomito, avvertii un movimento minimo alla mia sinistra. Chiara si era avvicinata di un passo, posizionandosi subito dietro mia madre.
Incrociai il suo sguardo per un millesimo di secondo. Le sue dita erano già infilate nella borsa.
Non feci in tempo a formulare un pensiero di supplica che, senza il minimo preavviso, l'ovetto dentro di me si ridestò con una scarica violenta, impostata direttamente sull'intensità massima. Il ronzio sordo fu accompagnato da una vibrazione profonda, spietata, che colpì il mio punto più sensibile con la forza di una scossa elettrica.
Sussultai visibilmente. Le mie gambe si irrigidirono sotto il vestito e fui costretta ad aggrapparmi d'istinto al braccio di mio padre per non perdere l'equilibrio. Un calore improvviso e liquido mi invase il basso ventre, facendomi mancare il respiro.
«Tutto bene, Federica? Sei pallida, tremi...», chiese mia madre, sgranando gli occhi e avvicinando una mano alla mia fronte per sentire la temperatura.
«S-sì... solo un po' di vertigine per la tensione», riuscii a rimediare con un filo di voce, stringendo i denti e contraendo disperatamente i muscoli pelvici attorno al silicone vibrante per tentare di smorzare quella sensazione devastante. Più stringevo, però, più la stimolazione diventava intensa, elettrica, intima. Sentivo lo slip di pizzo inumidirsi rapidamente e le guance andarmi letteralmente a fuoco, un rossore violento che mia madre scambiò immediatamente per l'emozione dell'esame.
A un metro da noi, Chiara manteneva un'espressione di assoluta e impeccabile cortesia, annuendo alle parole di mio padre, ma i suoi occhi scuri brillavano di una malizia pura, quasi crudele. Continuò a tenere premuto il tasto per altri dieci, interminabili secondi, costringendomi a subire quel piacere proibito e violento proprio lì, davanti ai miei genitori, a mio fratello e ai miei amici, prima di rilasciarlo di colpo.
Rimasi senza fiato, con il cuore che batteva a ritmi da fibrillazione e il corpo scosso da un calore residuo che mi faceva vibrare ogni singola cellula.
«Ecco, vedi che ti è tornato il colore in viso?», sorrise mio padre, accarezzandomi il braccio, del tutto ignaro del motivo di quel flusso di sangue improvviso.
Chiara tolse finalmente la mano dalla borsa, mi guardò dritta negli occhi e si limitò a un impercettibile, trionfante cenno del capo. L'ansia per il quarto posto in graduatoria era stata letteralmente atomizzata; ora, l'unica cosa che riuscivo a sentire era il battito accelerato del mio stesso desiderio.
«Scusateci un secondo, rubo la futura dottoressa per un ultimo controllo al trucco», disse Chiara sfoderando il suo sorriso più candido e convincente nei confronti di mia madre.
Senza aspettare risposta, mi prese fermamente sottobraccio e, con passo deciso, mi trascinò in disparte, dietro una parete dell'atrio, lontano dagli occhi indiscreti del nostro "comitato d'onore". Non appena fummo riparate dalla vista dei parenti, mi lasciò andare il braccio, appoggiò la schiena alla parete e mi fissò dall'alto in basso con un'aria di trionfo assoluto.
«Tu sei completamente pazza!», sussurrai furiosa, anche se la voce mi tremava anc
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2026-07-07
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