Il cesso pubblico in centro
di
Marianeve
genere
confessioni
Da qualche tempo mi ero accorta di essere diventata molto più osservatrice di quanto fossi stata in passato. Da giovane attraversavo le giornate quasi senza soffermarmi sui dettagli: entravo nei negozi, prendevo un autobus, aspettavo il mio turno in un ufficio e ripartivo senza fare troppo caso alle persone o agli oggetti che mi circondavano. Negli ultimi anni, invece, avevo sviluppato una curiosità diversa. Mi sorprendevo a immaginare la vita degli sconosciuti, a chiedermi cosa pensassero, quali preoccupazioni avessero e quante cose nascondessero dietro un'apparenza del tutto normale.
Fu proprio questa curiosità a farmi notare qualcosa che, probabilmente, era sempre esistito davanti ai miei occhi.
Un sabato pomeriggio ero in centro per alcune commissioni. Dopo aver camminato a lungo decisi di entrare in un bagno pubblico. Era un luogo semplice, piuttosto vecchio, con pareti che avevano visto passare migliaia di persone. Mentre aspettavo che si liberasse una cabina, iniziai a leggere distrattamente le scritte sulla porta. C'erano nomi, date, cuori disegnati in fretta, insulti, battute, numeri di telefono ormai quasi illeggibili. Alcuni messaggi erano stati cancellati con la vernice, ma qualcuno aveva scritto di nuovo nello stesso punto.
Mi colpì soprattutto il numero di annunci lasciati da persone completamente sconosciute.
Non erano soltanto frasi provocatorie. Alcuni sembravano quasi confessioni, altri richieste di contatto, altri ancora semplici fantasie affidate a poche parole. Rimasi qualche minuto a osservarli, cercando di immaginare chi potesse averli scritti. Forse un ragazzo poco più che ventenne. Forse un uomo sposato. Forse una donna. Forse qualcuno che non avrebbe mai avuto il coraggio di parlare apertamente con nessuno e che aveva trovato in quella porta un posto anonimo dove lasciare una piccola traccia di sé.
Entrai nella cabina e continuai a pensarci.
Mi resi conto che ciò che mi incuriosiva non era tanto il contenuto degli annunci quanto il meccanismo che c'era dietro. Bastavano poche parole scarabocchiate su una porta perché uno sconosciuto iniziasse a immaginare un'altra persona. Era quasi un gioco della mente, un modo per costruire storie senza conoscere davvero chi ci fosse dall'altra parte.
Ripensai anche a me stessa.
Negli ultimi anni avevo scoperto di fantasticare molto più spesso rispetto a quando ero giovane. Non perché fossi insoddisfatta della mia vita, ma perché avevo imparato a distinguere nettamente la fantasia dalla realtà. La fantasia era uno spazio privato, silenzioso, dove la mente poteva inventare situazioni improbabili senza alcuna intenzione di viverle davvero.
Mentre mi lavavo le mani davanti allo specchio, mi osservai per qualche secondo. I capelli neri con la frangetta erano ormai parte della mia immagine. Anche il mio modo di stare in piedi era cambiato. Mi sembrava di occupare lo spazio con maggiore sicurezza, senza bisogno di dimostrare nulla a nessuno. Sorrisi tra me e me pensando che forse anche quella nuova sicurezza mi rendeva più aperta a osservare il mondo con curiosità.
Uscendo dal bagno ripensai ancora agli annunci.
Era strano come un luogo tanto anonimo potesse diventare una specie di diario collettivo. Migliaia di persone passavano di lì ogni settimana e soltanto alcune lasciavano una frase. Chissà quante altre, come me, si limitavano a leggerla, a sorridere o a riflettere per qualche minuto prima di tornare alla propria vita.
Continuai la passeggiata senza fretta. Entrai in una libreria, poi in un bar per prendere un caffè. Eppure il pensiero tornava ogni tanto a quelle porte piene di scritte. Non perché desiderassi rispondere a qualcuno, ma perché mi affascinava l'idea che ognuno custodisse una parte di sé invisibile agli altri. Persone apparentemente comuni potevano avere sogni, paure, desideri o fantasie che nessuno avrebbe mai immaginato.
Forse era questo che mi aveva colpita davvero.
Con il passare degli anni avevo imparato che le persone sono molto più complesse di quanto sembrino a prima vista. Anch'io lo ero diventata. Dietro l'immagine della donna sicura, elegante e apparentemente sempre padrona della situazione, esisteva un mondo interiore fatto di ricordi, riflessioni e immaginazione che apparteneva soltanto a me.
Quando rientrai a casa, posai la borsa sul tavolo e mi sedetti sul divano. Ripensai ancora una volta a quella porta piena di messaggi. Sorrisi. Non avevo alcuna intenzione di cercare sconosciuti né di trasformare quelle fantasie in qualcosa di reale. Mi bastava sapere che la mente umana è capace di costruire infiniti scenari senza oltrepassare il confine dell'immaginazione. E, in fondo, era proprio questo uno degli aspetti più affascinanti della maturità: imparare a conoscere se stessi, anche attraverso i pensieri più insoliti, senza sentirsi obbligati a trasformarli in azioni.
Da quel giorno continuai a ripensare a quelle scritte. Mi accorgevo che, se non mi fossi fermata a leggerle per caso, probabilmente non ci avrei mai fatto caso. Eppure mi avevano lasciato addosso una curiosità difficile da spiegare. Non era tanto il contenuto dei messaggi ad avermi colpita, quanto il fatto che tante persone sentissero il bisogno di affidare pensieri e fantasie alle pareti di un cesso pubblico, nella speranza che qualcuno, prima o poi, li leggesse.
Così, quasi senza rendermene conto, il cesso pubblico del centro divenne una piccola tappa delle mie uscite del sabato. Quasi ogni fine settimana andavo in centro per fare qualche commissione: passavo in libreria, facevo un salto al mercato, entravo in farmacia oppure mi concedeva semplicemente una passeggiata tra le vie del centro. Quel cesso pubblico era stato installato soltanto da qualche anno, probabilmente dal Comune, proprio vicino alla piazza principale. Era moderno, automatico e molto più pulito dei vecchi bagni pubblici che ricordavo da ragazza. All'inizio vi entravo soltanto quando ne avevo realmente bisogno. Col passare delle settimane, però, finii quasi per considerarlo una tappa abituale. Se mi capitava di passarci davanti, spesso entravo comunque, anche solo per lavarmi le mani o fermarmi un momento prima di riprendere le mie commissioni.
Ogni volta il mio sguardo finiva quasi automaticamente sulla porta della cabina. Le scritte cambiavano continuamente. Alcune sparivano, cancellate dagli addetti alle pulizie, mentre altre comparivano già la settimana successiva. C'erano frasi spiritose, insulti, disegni fatti in fretta, numeri di telefono e annunci lasciati da perfetti sconosciuti. Mi ritrovavo a leggerli quasi tutti. Non perché avessi davvero intenzione di rispondere a qualcuno, ma perché mi incuriosiva quel piccolo mondo nascosto che sembrava esistere soltanto lì dentro. Mi sembrava incredibile che un luogo anonimo come un cesso pubblico potesse trasformarsi in una specie di bacheca segreta, dove persone che probabilmente non si sarebbero mai incontrate affidavano desideri, pensieri e fantasie a poche righe scritte con un pennarello.
Sabato dopo sabato, quella piccola abitudine è finita per trasformarsi in qualcosa di più. Ormai, quando ho programmato le mie commissioni in centro, ho saputo già che prima o poi sarei passata anche da quel cesso pubblico. Non lo ho fatto con uno scopo preciso: è diventato quasi un gesto automatico. Sono entrata, mi sono lavata le mani, ho dato un’occhiata alle scritte nuove e sono uscita. Eppure mi sono resa conto che la mia curiosità è cresciuta ogni settimana. Ho cominciato perfino a domandarmi cosa si provasse a lasciare una frase su quella porta, sapendo che decine di perfetti sconosciuti l’avrebbero letta.
Una mattina, quasi senza pensarci, ho infilato un pennarello nero nella borsa prima di uscire di casa. L’ho fatto con naturalezza, come se fosse la cosa più normale del mondo, ma durante il tragitto mi sono sorpresa più volte a sfiorarlo con la mano. Mi ha quasi fatto sorridere l’idea di averlo portato con me. Quando sono arrivata nel cesso pubblico, ho letto le solite scritte, sono rimasta qualche istante davanti alla porta e ho sentito il pennarello pesarmi nella borsa molto più di quanto pesasse davvero. Avrei potuto aggiungere una frase qualunque, una battuta, perfino una semplice parola. Invece non ho fatto nulla. Sono rimasta immobile per qualche secondo, poi ho richiuso la borsa e sono uscita. Tornando verso la piazza mi sono resa conto che mi ero comportata come un’adolescente che ha preparato una bravata senza trovare il coraggio di portarla fino in fondo.
Il sabato successivo il pennarello è tornato di nuovo nella mia borsa. Quella volta sono rimasta qualche minuto da sola nella cabina. L’ho tirato fuori, ho tolto il cappuccio e ho avvicinato la punta alla porta. Ho esitato ancora, poi, quasi per gioco, ho scritto una breve frase dal tono provocatorio e ironico, senza indicare alcun nome e senza rivolgermi a nessuno in particolare. L’ho osservata per qualche secondo. Era soltanto una sciocchezza, niente di importante, ma il semplice fatto di aver lasciato un segno in quel luogo mi ha provocato una sensazione strana. Ho richiuso il pennarello, l’ho rimesso in borsa e sono uscita dal cesso pubblico, chiedendomi se il sabato seguente qualcuno avrebbe letto quella frase e si sarebbe fermato a sorridere, proprio come avevo fatto io tante volte con quelle degli altri.
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