Il cesso della stazione
di
Marianeve
genere
confessioni
Mi ero accorta che le scritte sui cessi pubblici cambiavano spesso, ma col tempo avevo iniziato a notarlo in modo più preciso. Non era solo che fossero diverse da una volta all’altra, era proprio che non restavano quasi mai le stesse per più di qualche giorno. Alcune sparivano del tutto, altre venivano coperte, altre ancora riscritte sopra senza preoccuparsi di quello che c’era sotto.
All’inizio avevo fatto caso solo al cesso del centro. Era quello che usavo più spesso quando ero in città. Le scritte non erano molte e occupavano soprattutto la parte centrale della porta e qualche angolo. C’erano numeri di telefono scritti in fretta, spesso senza nome o con nomi inventati. Tipo “333…… scrivimi”, oppure “chi c’è?”. A volte erano già cancellati o graffiati sopra, come se qualcuno avesse provato a toglierli senza riuscirci del tutto.
Poi c’erano frasi molto semplici e dirette. “Non c’è carta”, “porta rotta”, “luce non funziona”, “pulite ogni tanto”. Non avevano una forma precisa, sembravano scritte al momento. Ogni tanto compariva qualche insulto breve, tipo “sei un idiota” o “che schifo qui”, e sotto a volte una risposta dello stesso tono.
C’erano anche nomi, ma scritti senza ordine. “Marco”, “Giulia”, “Andrea”, oppure iniziali tipo “M.” o “A.”. A volte erano accompagnati da date o cuori disegnati male. Non era chiaro se avessero un significato preciso o fossero solo segni lasciati lì senza pensarci troppo.
Non restava quasi niente per molto tempo. Quando tornavo dopo qualche giorno, spesso trovavo già tutto cambiato o coperto.
Solo più avanti mi capitò di entrare anche nel cesso della stazione.
Era una cosa che non avevo mai considerato prima. Non era un posto in cui mi fermavo spesso anche ho preso molte volte il treno li e non faceva parte delle mie commissioni abituali. La prima volta ci entrai quasi per caso, aspettando un treno e cercando un posto dove lavarmi le mani.
La differenza si notava subito.
Le scritte erano molte di più e occupavano quasi tutta la superficie della porta. Tutto si sovrapponeva senza ordine, come se nessuno avesse mai avuto il tempo di distinguere ciò che c’era prima.
C’erano nomi di città, numeri di telefono, frasi lasciate in fretta. “Milano”, “Napoli”, “Bologna”. Oppure “sto aspettando il treno”, “parto tra poco”, “ritardo”.
Alcune erano quasi lamentele: “che palle”, “fa caldo”, “treno in ritardo”, “bagno sporco”, “manca carta”. Tutto diretto, senza filtri.
Ogni tanto comparivano anche frasi più personali, ma sempre brevi, come “non torno più”, “non so dove vado”, oppure “non mi fermo qui”. Ma sparivano in fretta, coperte da altre scritte o graffiate sopra da nuovi segni.
Anche lì non c’era niente di stabile. Bastava poco perché tutto cambiasse.
Con il tempo iniziai a confrontare i due posti.
Quello del centro era quello più familiare. Più lento nei cambiamenti, meno affollato di segni. Quello della stazione invece era più caotico, come se le superfici venissero continuamente riscritte senza pausa, quasi senza che una cosa avesse il tempo di restare leggibile.
Quando mi capitava di passare in città, davo uno sguardo quasi automatico alla porta. A volte entravo, altre volte no. Non era una decisione, succedeva e basta.
Mi accorgevo subito se qualcosa era cambiato. Non serviva leggere tutto: bastava anche solo la densità delle scritte, la presenza di nuove sovrapposizioni, o un segno fresco sopra uno vecchio per capire che qualcuno era passato di recente.
E quella constatazione, col tempo, era diventata quasi una forma di abitudine: tutto lì dentro era temporaneo.
Non avevo fretta, e non c’era niente di particolare da fare se non aspettare.
Dentro era come sempre: sovrapposizioni fitte, segni, numeri, nomi, scritte lasciate in fretta e già parzialmente cancellate. L’insieme dava l’idea di qualcosa che non si fermava mai, anche quando non c’era nessuno in quel momento.
Sono rimasta davanti alla porta della cabina senza leggere davvero nulla. Solo uno sguardo generale, automatico, come si guarda qualcosa che si conosce già.
Poi ho aperto la borsa.
Il pennarello era lì, come nelle altre volte, ma questa volta l’ho sentito in modo diverso mentre lo prendevo. Non per un’idea precisa, ma per il gesto stesso, che ormai si stava ripetendo con una certa familiarità.
L’ho tenuto in mano un attimo prima di muovermi. Non c’era una frase già pronta, ma nemmeno una ricerca. In quel tipo di posto le cose sembravano arrivare già semplificate, come se bastasse decidere di farle per farle emergere da sole.
Mi sono abbassata davanti alla parete, vicino alla parte bassa del muro, su una piastrella leggermente più libera rispetto alle altre. Era uno spazio piccolo, stretto tra scritte già presenti, numeri quasi cancellati e segni sovrapposti.
Ho avvicinato la punta del pennarello.
In quel momento la frase è arrivata senza costruzione. Non è stata pensata, né scelta tra alternative. È semplicemente comparsa come una forma unica, già completa: “M. è passata da qui”.
Ho iniziato a scrivere senza interrompermi. Il gesto è stato continuo, lineare. Le lettere sono uscite una dopo l’altra con lo stesso ritmo, senza esitazioni o ripensamenti.
Quando ho finito sono rimasta ferma qualche secondo.
Non per riflettere, ma per guardare. La scritta era lì, semplice, integrata nel resto senza differenziarsi troppo, eppure riconoscibile per il fatto di essere appena nata.
Poi ho richiuso il pennarello.
L’ho rimesso in borsa con lo stesso gesto di sempre.
A scritta finita ho fatto un passo appena indietro e ho sputato con forza verso la parete, in modo secco e rumoroso, come un gesto netto e deliberato, quasi di sfida, sentendolo come un piccolo passo in avanti dentro quel luogo, che ai miei occhi ormai rappresentava un posto dove quasi tutto sembrava possibile o tollerato, anche ciò che normalmente sarebbe fuori posto.
Sono uscita subito dopo.
Sul treno, questa volta, il pensiero è arrivato quasi subito. Non in modo continuo, ma a intervalli, come se la mente tornasse più volte allo stesso punto. Non era tanto la frase in sé a tornare, quanto il momento preciso in cui l’avevo scritta: l’abbassarmi, la scelta dello spazio sulla piastrella, la rapidità con cui tutto era avvenuto.
E col passare del viaggio, quella sensazione si è chiarita sempre di più. Non avevo scritto qualcosa di importante, e non era quello il punto. Il punto era che piano piano mi stavo liberando dai preconcetti e mi sentivo piu libera di fare.
All’inizio avevo fatto caso solo al cesso del centro. Era quello che usavo più spesso quando ero in città. Le scritte non erano molte e occupavano soprattutto la parte centrale della porta e qualche angolo. C’erano numeri di telefono scritti in fretta, spesso senza nome o con nomi inventati. Tipo “333…… scrivimi”, oppure “chi c’è?”. A volte erano già cancellati o graffiati sopra, come se qualcuno avesse provato a toglierli senza riuscirci del tutto.
Poi c’erano frasi molto semplici e dirette. “Non c’è carta”, “porta rotta”, “luce non funziona”, “pulite ogni tanto”. Non avevano una forma precisa, sembravano scritte al momento. Ogni tanto compariva qualche insulto breve, tipo “sei un idiota” o “che schifo qui”, e sotto a volte una risposta dello stesso tono.
C’erano anche nomi, ma scritti senza ordine. “Marco”, “Giulia”, “Andrea”, oppure iniziali tipo “M.” o “A.”. A volte erano accompagnati da date o cuori disegnati male. Non era chiaro se avessero un significato preciso o fossero solo segni lasciati lì senza pensarci troppo.
Non restava quasi niente per molto tempo. Quando tornavo dopo qualche giorno, spesso trovavo già tutto cambiato o coperto.
Solo più avanti mi capitò di entrare anche nel cesso della stazione.
Era una cosa che non avevo mai considerato prima. Non era un posto in cui mi fermavo spesso anche ho preso molte volte il treno li e non faceva parte delle mie commissioni abituali. La prima volta ci entrai quasi per caso, aspettando un treno e cercando un posto dove lavarmi le mani.
La differenza si notava subito.
Le scritte erano molte di più e occupavano quasi tutta la superficie della porta. Tutto si sovrapponeva senza ordine, come se nessuno avesse mai avuto il tempo di distinguere ciò che c’era prima.
C’erano nomi di città, numeri di telefono, frasi lasciate in fretta. “Milano”, “Napoli”, “Bologna”. Oppure “sto aspettando il treno”, “parto tra poco”, “ritardo”.
Alcune erano quasi lamentele: “che palle”, “fa caldo”, “treno in ritardo”, “bagno sporco”, “manca carta”. Tutto diretto, senza filtri.
Ogni tanto comparivano anche frasi più personali, ma sempre brevi, come “non torno più”, “non so dove vado”, oppure “non mi fermo qui”. Ma sparivano in fretta, coperte da altre scritte o graffiate sopra da nuovi segni.
Anche lì non c’era niente di stabile. Bastava poco perché tutto cambiasse.
Con il tempo iniziai a confrontare i due posti.
Quello del centro era quello più familiare. Più lento nei cambiamenti, meno affollato di segni. Quello della stazione invece era più caotico, come se le superfici venissero continuamente riscritte senza pausa, quasi senza che una cosa avesse il tempo di restare leggibile.
Quando mi capitava di passare in città, davo uno sguardo quasi automatico alla porta. A volte entravo, altre volte no. Non era una decisione, succedeva e basta.
Mi accorgevo subito se qualcosa era cambiato. Non serviva leggere tutto: bastava anche solo la densità delle scritte, la presenza di nuove sovrapposizioni, o un segno fresco sopra uno vecchio per capire che qualcuno era passato di recente.
E quella constatazione, col tempo, era diventata quasi una forma di abitudine: tutto lì dentro era temporaneo.
Non avevo fretta, e non c’era niente di particolare da fare se non aspettare.
Dentro era come sempre: sovrapposizioni fitte, segni, numeri, nomi, scritte lasciate in fretta e già parzialmente cancellate. L’insieme dava l’idea di qualcosa che non si fermava mai, anche quando non c’era nessuno in quel momento.
Sono rimasta davanti alla porta della cabina senza leggere davvero nulla. Solo uno sguardo generale, automatico, come si guarda qualcosa che si conosce già.
Poi ho aperto la borsa.
Il pennarello era lì, come nelle altre volte, ma questa volta l’ho sentito in modo diverso mentre lo prendevo. Non per un’idea precisa, ma per il gesto stesso, che ormai si stava ripetendo con una certa familiarità.
L’ho tenuto in mano un attimo prima di muovermi. Non c’era una frase già pronta, ma nemmeno una ricerca. In quel tipo di posto le cose sembravano arrivare già semplificate, come se bastasse decidere di farle per farle emergere da sole.
Mi sono abbassata davanti alla parete, vicino alla parte bassa del muro, su una piastrella leggermente più libera rispetto alle altre. Era uno spazio piccolo, stretto tra scritte già presenti, numeri quasi cancellati e segni sovrapposti.
Ho avvicinato la punta del pennarello.
In quel momento la frase è arrivata senza costruzione. Non è stata pensata, né scelta tra alternative. È semplicemente comparsa come una forma unica, già completa: “M. è passata da qui”.
Ho iniziato a scrivere senza interrompermi. Il gesto è stato continuo, lineare. Le lettere sono uscite una dopo l’altra con lo stesso ritmo, senza esitazioni o ripensamenti.
Quando ho finito sono rimasta ferma qualche secondo.
Non per riflettere, ma per guardare. La scritta era lì, semplice, integrata nel resto senza differenziarsi troppo, eppure riconoscibile per il fatto di essere appena nata.
Poi ho richiuso il pennarello.
L’ho rimesso in borsa con lo stesso gesto di sempre.
A scritta finita ho fatto un passo appena indietro e ho sputato con forza verso la parete, in modo secco e rumoroso, come un gesto netto e deliberato, quasi di sfida, sentendolo come un piccolo passo in avanti dentro quel luogo, che ai miei occhi ormai rappresentava un posto dove quasi tutto sembrava possibile o tollerato, anche ciò che normalmente sarebbe fuori posto.
Sono uscita subito dopo.
Sul treno, questa volta, il pensiero è arrivato quasi subito. Non in modo continuo, ma a intervalli, come se la mente tornasse più volte allo stesso punto. Non era tanto la frase in sé a tornare, quanto il momento preciso in cui l’avevo scritta: l’abbassarmi, la scelta dello spazio sulla piastrella, la rapidità con cui tutto era avvenuto.
E col passare del viaggio, quella sensazione si è chiarita sempre di più. Non avevo scritto qualcosa di importante, e non era quello il punto. Il punto era che piano piano mi stavo liberando dai preconcetti e mi sentivo piu libera di fare.
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