E' solo uno sfogo

di
genere
etero

La vedevo sempre alla mattina mentre andava a piedi alla stazione. Sui venticinque anni, piccoletta, bruttina, ma con belle tette; spesso con minigonne strette, anche se le sue gambotte avrebbero dovuto sconsigliarla. Prendeva il mio stesso treno, però non ci avevo mai parlato. Non so perché (e non lo so nemmeno ora) ma mi faceva sesso.

Un giorno andavo alla stazione in macchina e la vidi che si stava affrettando: in effetti era un po' tardi per arrivarci a piedi. Così mi fermai e le dissi "Sali che ti porto io". Da quel giorno capitava ogni tanto che le dessi un passaggio e che facessimo il viaggio assieme. Mi ringraziava sempre, ma parlavamo poco, non avevamo molto da dirci. A fine estate cambiai orario, non la vedevo più alla mattina ma invece spesso al ritorno nel tardo pomeriggio. Quando avevo la macchina le dicevo semplicemente "Ti do un passaggio" e lei accettava con un cenno.

A ottobre cambiò l'ora e quando il treno arrivò in stazione era ormai buio. Ero in macchina e le dissi come al solito che le avrei dato un passaggio. Quando salì la guardai e le dissi: "E' venuto il buio, stasera ci fermiamo un po' in un parcheggio". Mi rispose solo "Sì, va bene". Non era impaurita o agitata, ma nemmeno eccitata. Sembrava che stesse semplicemente accettando l'inevitabile.

Mi fermai nel parcheggio del cimitero, lei si era già sbottonata la camicetta e tolta il reggiseno: le tette non erano niente male davvero. Abbassò il sedile e si alzò la minigonna scostando lo slip e mettendo in mostra un bel cespuglio naturale. Io ce l'avevo durissimo, le salii sopra e glielo spinsi dentro. Entrò molto bene, lei favoriva i movimenti ma non sembrava partecipasse moltissimo. Normalmente questo mi avrebbe smontato, non ho mai sopportato una partner passiva; però con lei questo mi eccitava ancora di più, me ne fregavo se stesse godendo o no. La volevo come una puttana, una da fottere per godere, svuotare i coglioni e basta. Le afferravo le tettone, le succhiavo i capezzoli, poi la limonavo mentre le mettevo le mani dietro il culo, le stringevo le chiappe e spingevo il suo bacino contro il mio cazzo. "Guarda che non prendo niente" furono le uniche parole che mi disse. "Tranquilla, finiamo in un altro modo". Quando sentii che ero vicino lo tirai fuori, le alzai le gambe e glielo misi nel culo. Non disse niente, solo un piccolo urlo iniziale. Capii che non ero il primo nemmeno lì, ma francamente non ci pensai più di tanto: sborrai e basta, una bella goduta. Si ripulì con dei fazzolettini e si risistemò mentre la portavo a casa.

Quell'inverno successe varie volte: non si negava mai, solo un paio di volte mi disse che aveva il ciclo. "Meglio, risposi, così posso sborrarti in figa". Una sera mentre scendevamo dal treno mi disse: oggi i miei non ci sono, possiamo salire a casa. Approfittai del letto per provare anche altre posizioni: non disse mai di no, né "facciamo questo o quest'altro", non so nemmeno se le piacesse: ci stava e basta e io la usavo per godere. Ancora oggi la rivedo come quella sera, completamente nuda per la prima e unica volta mentre le salgo sopra per montarla.

Poi cambiò lavoro, oppure orari, fatto sta che non la vidi più per vent'anni. Solo un paio di volte la incrociai in città con un bambino: ci salutammo con un cenno, lei sempre impassibile. Adesso però è un mese che la rivedo, scende dal treno la sera e si avvia a piedi verso il paese. Domani verrò con la macchine e le darò un passaggio. Al pensiero, mi sono già masturbato più volte.
scritto il
2026-07-02
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