Viva le donne divorziate!
di
Kaede
genere
etero
Sono motociclista da una vita e questo fatto spesso mi ha reso più facile l’approccio con le donne. In questo caso specifico però la moto è stato il pretesto per questa donna per farsi fottere alla grande.
Era venerdi sera e dopo una settimana di fuoco in ufficio avevo deciso di scappare un montagna con la mia moto per l’intero week end. Prenotai in un alberghetto molto carino e tipico della Valtellina e nel giro di un paio d’ore ero su. Parcheggiai la moto al coperto e mi recai a salutare il proprietario, ormai amico di vecchia data. Mentre attendevo il mio turno per il check in notai questa donna in fila. Jeans neri, magliettina bianca aderente che poco lasciava all’immaginazione ed un gilet in pelle nero che tentava di contenere il tutto vanamente. Capelli castano chiaro, ricci che cadevano giusto sulle spalle. Una figa pazzesca. Mi faceva un sangue incredibile. Arrivò il mio turno e chiesi info al mio amico che poco risucì a dirmi. Aveva scambiato quattro chiacchere con lei in via confidenziale ed era venuto fuori che aveva da poco divorziato e che si stava concedendo una breve vacanza in moto, lontana dagli sbattimenti che aveva in città. Io già fantasticavo ma sembrava una con un bastone conficcato nel culo. Fredda e poco socievole all’apparenza. Arrivò velocemente l’ora di cena ed essendo solo mi posizionai su un tavolino in disparte e così fece anche la biker riccioluta. Il mio amico, gran figlio di zoccola, si avvicinò alla donna e le propose di sedersi al tavolo con me, essendo entrambi motociclisti e soprattutto soli. Lei mi sorprese ed accettò immediatamente. Ci presentammo ed iniziammo a parlare dei problemi che avevamo lasciato a casa e del piccolo programma che avevamo in testa per questi due giorni. Le ore volarono in piacevole compagnia e senza accorgemene ci eravamo sparati due bottiglie a testa di vino rosso. Io iniziavo a biascicare dopo aver concluso con tre bicchierini di grappa barricata, mentre lei sembrava avere il fegato di un alpino. Ad un certo punto mi venne il dubbio di aver lasciato le chiavi della moto nel quadro e decisi di fare una capatina giù in rimessa. Lei mi segui perchè doveva recuperare un borsone ancora ancorato alla moto. Facemmo la ripida scalinata che portava al garage. Entrammo al buio perchè il sensore della luce era parecchio distante. Io mi fermai all’improvviso perchè diedi una tibiata a qualcosa di molto duro e parti una bestemmia. Lei mi tamponò col suo davanzale e si scusò per l’accaduto. Io più di là che di qua le dissi che avrei accettato le sue scuse solo se mi avesse baciato lì in quel momento. Sentii una piccola risatina e subito dopo avvertii il suo volto vicino al mio. Respiravo il suo caldo alito alcolico e capii che eravamo veramente vicini. Lei si avvicinò e posò le sue labbra sulle mie a stampo, ma io nel giro di breve le cinsi la vita e l’appiccicai a me mentre con la mia lingua andavo in cerca della sua. Spalancò anche lei la bocca ed iniziai a succhiargli quel morbido tappeto fatto di papille gustative. Aveva una lingua avvolgente e la sapere usare molto bene. Ci baciammo per diversi minuti inghiottiti dall’oscurità. Io piano piano mi feci largo tra i suoi vestiti in cerca di mete più piccanti. Prima andai verso l’alto ed afferrai quel burroso e generoso seno che aveva dei capezzoli turgidi e pronti per essere sicchiati. Mentre gli palpavo le bocce lei iniziò a limonare in modo più porco. Avevo la sua lingua che mi leccava le labbra, poi il collo fin dietro all’orecchio e poi ancora dentro fino in fondo alla mia gola. Tirai fuori la lingua dalla mia bocca e lei iniziò a succhiarmela come se me la stesse spompinando. Io avevo già fatto scivolare giù i pantaloni e le mutande ed all’improvviso glielo misi in mano barzotto. Lei si bloccò un istante e subito dopo s’inginocchiò e mi lecco la mazza per un tempo indefinito. Leccava come un’ossessa il tronco fermandosi a volte sulle palle. Mio dio come ci sapeva fare. Le mie palle venivano fatte saltellare dai suoi colpi di lingua e poi risucchiate nella sua bocca per essere insalivate a dovere ed ancora succhiate. Nel buoi si sentiva il solo suono che produceva il suo pompino. Io avevo le vertigini dal piacere e la lascia fare ancorà un pò. Poi però presi il comando e le feci un linguino spaziale che la fece sbrodolare come una troietta. Ansimava come verginella alla prima scopata. Mi spingeva letteralemente la testa contro la sua fighetta grondante ed io non facevo altro che succhiare e leccare. Misi dentro un paio di dita ed iniziai a sditalinarla a ritmo lento prima e forsennato poi. Ad ogni cambio di velocità lei sbuffava come una giumenta. Avevo ormai la mano piena del suo umore e nel buoi leccai tutto quel nettare con molto gusto. Lei arrivò all’orgasmo e mi tolse le dita dal suo pertugio. Mi prese dalle spalle e mi fece sdraiare non so dove. Salì sopra e si posizionò in mio manganello all’entrata della sua vagina e lentamente lo fece sparire fino alla fine. Iniziò ad aumentare il ritmo ed io avevo spasmi tipo scossa elettrica. Mi cavalcò come una pazza ed io raggiunsi l’orgasmo nel giro di pochi minuti. L’avvisai dell’imminente sborrata e lei si tolse e si ficcò in gola la mia cappella in attesa della mia brodaglia bollente. Ne uscì tanta ma lei non si fece il minimo problema. La bevve tutta e continuò a leccare la punta con la speranza di recuperare le ultime gocce. Ad un certo punto ci spostammo senza rendercene conto ed arrivammo nel campo d’azione della fotocellula che fece sparire quell’intima oscurità. Ci guardammo per qualche secondo e scoppiammo a ridere. Lei aveva la maglietta alzata e le tettone a vista ancora con i capezzoli in tiro, mentre i jeans erano stati sfilati da una sola gamba per permetterle il gioco di bacino; io da parte mia avevo i pantaloni alle caviglie e mi muovevo come uno che si era cagato addosso. L’uccello era ancora bello dritto e lei non si fece scappare l’occasione. Riprese in bocca l’arnese e tornò a spompinare. Questa volta mi guardava dritto negli occhi e la cosa mi piacque molto. Scivolò con la testa sotto alle mie palle e mi leccò il culo mentre con la mano mi segava. Avevo quella bistecca a punta alle porte del mio buchino che tentava di entrami dentro. Mi trapanò con la lingua e leccò tutto quello che trovava. Si rialzò e si mise a succhiarmi i capezzoli. Mi sentivo veramente come un troietta. Ma quanto mi fece arrapare quella donna. Sapeva il fatto suo e di arretrato ne aveva. Con le mie ultime forze la presi in braccio e glielo ficcai senza pietà. Ad ogni colpo le sue urla rimbombavano nel box fino a quando stremato la posizionai sulla mia moto. Io continuavo a picchiarglielo dentro e lei girandosi iniziò a succhiare le mie manopole. Mi stava spompindando la moto. Visto che voleva fare una cosa a tre la ripresi in braccio e la misi a smorza candela facendogli entrare nella figa parte del mio manubrio. Glielo feci scivolare dentro calandola lentamente e lei non capì più nulla. Era come se la stessimo scopando in due. La lasciai e lei piegandosi a novanta perfezionò l’iinclinazione permettendomi di scoparle la bocca. Mentre gli sbattevo il mio cazzo in bocca fino in fondo dall’altra parte il manubrio della mia moto la stava fottendo. Non poteva neanche più mugugnare perchè la mia cappella era tra le sue tonsille. Quella grande troia mi sorprese nuovamente afferrandomi le chiappe e ficcandomi un dito nel culo. Io le scopavo la testa, la mia moto le scopava la fighetta e lei mi scopava il culo. Questa donna divorziata era il sogno di ogni uomo. Poche chiacchere e molta sostanza. Lei venne ancora ed io le sborrai nuovamente in bocca mentre il suo dito mi faceva toccare vette di piacere assurde. Recuperammo alla fine io le chiavi e lei il suo borsone. Mi confessò che aveva portato con se qualche amichetto per passare ore felici anche se sola. Io le risposi che stasera dopo cena l’avrei fatta ancora mia nella mia stanza, anche in compagnia del suo amichetto. Mi fece l’occhiolino e prenotammo il tavolo per la cena successiva promettendoci un’altra nottata di sesso e passione.
Era venerdi sera e dopo una settimana di fuoco in ufficio avevo deciso di scappare un montagna con la mia moto per l’intero week end. Prenotai in un alberghetto molto carino e tipico della Valtellina e nel giro di un paio d’ore ero su. Parcheggiai la moto al coperto e mi recai a salutare il proprietario, ormai amico di vecchia data. Mentre attendevo il mio turno per il check in notai questa donna in fila. Jeans neri, magliettina bianca aderente che poco lasciava all’immaginazione ed un gilet in pelle nero che tentava di contenere il tutto vanamente. Capelli castano chiaro, ricci che cadevano giusto sulle spalle. Una figa pazzesca. Mi faceva un sangue incredibile. Arrivò il mio turno e chiesi info al mio amico che poco risucì a dirmi. Aveva scambiato quattro chiacchere con lei in via confidenziale ed era venuto fuori che aveva da poco divorziato e che si stava concedendo una breve vacanza in moto, lontana dagli sbattimenti che aveva in città. Io già fantasticavo ma sembrava una con un bastone conficcato nel culo. Fredda e poco socievole all’apparenza. Arrivò velocemente l’ora di cena ed essendo solo mi posizionai su un tavolino in disparte e così fece anche la biker riccioluta. Il mio amico, gran figlio di zoccola, si avvicinò alla donna e le propose di sedersi al tavolo con me, essendo entrambi motociclisti e soprattutto soli. Lei mi sorprese ed accettò immediatamente. Ci presentammo ed iniziammo a parlare dei problemi che avevamo lasciato a casa e del piccolo programma che avevamo in testa per questi due giorni. Le ore volarono in piacevole compagnia e senza accorgemene ci eravamo sparati due bottiglie a testa di vino rosso. Io iniziavo a biascicare dopo aver concluso con tre bicchierini di grappa barricata, mentre lei sembrava avere il fegato di un alpino. Ad un certo punto mi venne il dubbio di aver lasciato le chiavi della moto nel quadro e decisi di fare una capatina giù in rimessa. Lei mi segui perchè doveva recuperare un borsone ancora ancorato alla moto. Facemmo la ripida scalinata che portava al garage. Entrammo al buio perchè il sensore della luce era parecchio distante. Io mi fermai all’improvviso perchè diedi una tibiata a qualcosa di molto duro e parti una bestemmia. Lei mi tamponò col suo davanzale e si scusò per l’accaduto. Io più di là che di qua le dissi che avrei accettato le sue scuse solo se mi avesse baciato lì in quel momento. Sentii una piccola risatina e subito dopo avvertii il suo volto vicino al mio. Respiravo il suo caldo alito alcolico e capii che eravamo veramente vicini. Lei si avvicinò e posò le sue labbra sulle mie a stampo, ma io nel giro di breve le cinsi la vita e l’appiccicai a me mentre con la mia lingua andavo in cerca della sua. Spalancò anche lei la bocca ed iniziai a succhiargli quel morbido tappeto fatto di papille gustative. Aveva una lingua avvolgente e la sapere usare molto bene. Ci baciammo per diversi minuti inghiottiti dall’oscurità. Io piano piano mi feci largo tra i suoi vestiti in cerca di mete più piccanti. Prima andai verso l’alto ed afferrai quel burroso e generoso seno che aveva dei capezzoli turgidi e pronti per essere sicchiati. Mentre gli palpavo le bocce lei iniziò a limonare in modo più porco. Avevo la sua lingua che mi leccava le labbra, poi il collo fin dietro all’orecchio e poi ancora dentro fino in fondo alla mia gola. Tirai fuori la lingua dalla mia bocca e lei iniziò a succhiarmela come se me la stesse spompinando. Io avevo già fatto scivolare giù i pantaloni e le mutande ed all’improvviso glielo misi in mano barzotto. Lei si bloccò un istante e subito dopo s’inginocchiò e mi lecco la mazza per un tempo indefinito. Leccava come un’ossessa il tronco fermandosi a volte sulle palle. Mio dio come ci sapeva fare. Le mie palle venivano fatte saltellare dai suoi colpi di lingua e poi risucchiate nella sua bocca per essere insalivate a dovere ed ancora succhiate. Nel buoi si sentiva il solo suono che produceva il suo pompino. Io avevo le vertigini dal piacere e la lascia fare ancorà un pò. Poi però presi il comando e le feci un linguino spaziale che la fece sbrodolare come una troietta. Ansimava come verginella alla prima scopata. Mi spingeva letteralemente la testa contro la sua fighetta grondante ed io non facevo altro che succhiare e leccare. Misi dentro un paio di dita ed iniziai a sditalinarla a ritmo lento prima e forsennato poi. Ad ogni cambio di velocità lei sbuffava come una giumenta. Avevo ormai la mano piena del suo umore e nel buoi leccai tutto quel nettare con molto gusto. Lei arrivò all’orgasmo e mi tolse le dita dal suo pertugio. Mi prese dalle spalle e mi fece sdraiare non so dove. Salì sopra e si posizionò in mio manganello all’entrata della sua vagina e lentamente lo fece sparire fino alla fine. Iniziò ad aumentare il ritmo ed io avevo spasmi tipo scossa elettrica. Mi cavalcò come una pazza ed io raggiunsi l’orgasmo nel giro di pochi minuti. L’avvisai dell’imminente sborrata e lei si tolse e si ficcò in gola la mia cappella in attesa della mia brodaglia bollente. Ne uscì tanta ma lei non si fece il minimo problema. La bevve tutta e continuò a leccare la punta con la speranza di recuperare le ultime gocce. Ad un certo punto ci spostammo senza rendercene conto ed arrivammo nel campo d’azione della fotocellula che fece sparire quell’intima oscurità. Ci guardammo per qualche secondo e scoppiammo a ridere. Lei aveva la maglietta alzata e le tettone a vista ancora con i capezzoli in tiro, mentre i jeans erano stati sfilati da una sola gamba per permetterle il gioco di bacino; io da parte mia avevo i pantaloni alle caviglie e mi muovevo come uno che si era cagato addosso. L’uccello era ancora bello dritto e lei non si fece scappare l’occasione. Riprese in bocca l’arnese e tornò a spompinare. Questa volta mi guardava dritto negli occhi e la cosa mi piacque molto. Scivolò con la testa sotto alle mie palle e mi leccò il culo mentre con la mano mi segava. Avevo quella bistecca a punta alle porte del mio buchino che tentava di entrami dentro. Mi trapanò con la lingua e leccò tutto quello che trovava. Si rialzò e si mise a succhiarmi i capezzoli. Mi sentivo veramente come un troietta. Ma quanto mi fece arrapare quella donna. Sapeva il fatto suo e di arretrato ne aveva. Con le mie ultime forze la presi in braccio e glielo ficcai senza pietà. Ad ogni colpo le sue urla rimbombavano nel box fino a quando stremato la posizionai sulla mia moto. Io continuavo a picchiarglielo dentro e lei girandosi iniziò a succhiare le mie manopole. Mi stava spompindando la moto. Visto che voleva fare una cosa a tre la ripresi in braccio e la misi a smorza candela facendogli entrare nella figa parte del mio manubrio. Glielo feci scivolare dentro calandola lentamente e lei non capì più nulla. Era come se la stessimo scopando in due. La lasciai e lei piegandosi a novanta perfezionò l’iinclinazione permettendomi di scoparle la bocca. Mentre gli sbattevo il mio cazzo in bocca fino in fondo dall’altra parte il manubrio della mia moto la stava fottendo. Non poteva neanche più mugugnare perchè la mia cappella era tra le sue tonsille. Quella grande troia mi sorprese nuovamente afferrandomi le chiappe e ficcandomi un dito nel culo. Io le scopavo la testa, la mia moto le scopava la fighetta e lei mi scopava il culo. Questa donna divorziata era il sogno di ogni uomo. Poche chiacchere e molta sostanza. Lei venne ancora ed io le sborrai nuovamente in bocca mentre il suo dito mi faceva toccare vette di piacere assurde. Recuperammo alla fine io le chiavi e lei il suo borsone. Mi confessò che aveva portato con se qualche amichetto per passare ore felici anche se sola. Io le risposi che stasera dopo cena l’avrei fatta ancora mia nella mia stanza, anche in compagnia del suo amichetto. Mi fece l’occhiolino e prenotammo il tavolo per la cena successiva promettendoci un’altra nottata di sesso e passione.
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