Sorella Sbagliata - Capitolo 5
di
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genere
incesti
Erano passati quattro giorni. Quattro giorni in cui, con uno sforzo mentale disumano, mi ero convinto di avere la situazione sotto controllo. Avevo tenuto le distanze, mi ero comportato da fidanzato perfetto con Erika, avevo evitato di restare solo con Giulia. Avevo quasi iniziato a credere che quella notte folle potesse essere confinata in un cassetto oscuro del mio cervello, un segreto chiuso a chiave e sepolto per sempre.
Poi, mercoledì mattina, il telefono vibrò sul tavolo della biblioteca.
Erika: «Amore, ti posso chiedere un favore enorme?»
Il cuore mi saltò un battito. Quando la tua ragazza ti scrive una frase del genere, di solito non è nulla di buono. Ma quando hai le mani sporche come le mie, ogni notifica è una potenziale condanna a morte.
«Dimmi tutto.» «Oggi in reparto è un inferno, la caposala mi ha incastrata per un doppio turno. Mamma è fuori città per quel convegno. Giulia finisce gli esami di simulazione all'una, mi aveva chiesto di passarla a prendere perché ha una borsa pesante con i libri da restituire in biblioteca e fuori ci sono quaranta gradi. Ci andresti tu? Ti prego, mi salvi la vita.»
Fissai lo schermo per dieci secondi buoni. L'universo, evidentemente, aveva deciso di prendermi a calci in faccia.
Digitai la risposta, rapido, cercando di non far trasparire nulla. «Certo. Nessun problema. Buon lavoro, piccola.»
Bloccai lo schermo e mi passai le mani sul viso, respirando a fondo. Certo. Perché evidentemente Satana in persona aveva preso in gestione la logistica familiare.
Alle tredici in punto, accostai la macchina davanti al liceo scientifico di Giulia. L'aria condizionata sparata al massimo a stento combatteva l'afa di fine giugno. Il piazzale era un fottuto caos: motorini truccati che sgasavano, asfalto rovente, madri in SUV parcheggiate in doppia fila, professori distrutti e un'orda di diciottenni sudati, urlanti e carichi di zaini che si riversava fuori dai cancelli.
Mi sentivo totalmente fuori posto. Avevo solo pochi anni più di loro, ma guardarli da dietro il finestrino abbassato mi fece sentire improvvisamente sporco. Era questo il mondo di Giulia. La scuola, le versioni di latino, i pettegolezzi. E io, l'uomo adulto, il fidanzato di sua sorella, le avevo infilato le dita dentro mentre piangeva nel suo letto. Deglutii a fatica, appoggiando il gomito sulla portiera aperta.
Poi la vidi. Uscì dal cancello principale affiancata da tre amiche. Indossava un paio di pantaloncini di jeans chiari a vita alta e un top bianco aderente che le lasciava scoperta una striscia di pancia piatta. I capelli neri erano legati in una coda disordinata.
Il mio sguardo incrociò il suo. Mi vide all'istante. Mi aspettavo che salutasse le amiche e venisse verso la macchina. Invece, fece la cosa più da "Giulia" possibile. Rallentò il passo. Alzò il mento, inarcò la schiena e iniziò a camminare verso di me con un'andatura studiata, ancheggiando impercettibilmente. Una diva di provincia che sapeva di avere gli occhi addosso.
Si stava mettendo in mostra. Stava usando me, la mia macchina, la mia presenza lì ad aspettarla come un trofeo da sbandierare davanti alle sue amichette del liceo.
Si fermarono a due metri dalla mia portiera, proprio dal lato del finestrino abbassato. Io non dissi una parola, le braccia incrociate sul volante.
Una delle sue amiche, una biondina con un chupa-chups in bocca, sbirciò verso l'abitacolo, squadrandomi. «Ma chi è quello?» le chiese sottovoce, anche se nel baccano della strada la sentii perfettamente.
Giulia non si voltò nemmeno a guardarmi. Fece un sorriso furbo, carico di malizia, sistemandosi la cinghia dello zaino sulla spalla. «Il fidanzato di mia sorella,» rispose, con un tono annoiato che era pura recitazione.
Fece una pausa teatrale di due secondi. «Purtroppo.»
Strinsi le mani sul volante fino a farmi sbiancare le nocche. Quella fottuta mocciosa. Le avevo detto di essere discreta, le avevo imposto delle regole quella notte, e lei non riusciva a non giocare con il fuoco alla prima occasione utile, solo per farsi bella davanti a tre ragazzine.
Un'altra amica, mora e con gli occhiali, ridacchiò. «Ah, peccato. Pensavo fosse il tuo, con quella faccia.»
A quel punto, Giulia si voltò verso di me. I suoi occhi scuri incontrarono i miei. Il suo sguardo era carico di una sfida così sfacciata che mi incendiò il sangue nelle vene. Sorrise, tornando a guardare l'amica. «No,» scandì bene le parole, assicurandosi che le sentissi. «Il mio sarebbe meno serio.»
Le amiche scoppiarono a ridere, salutandola con baci sulle guance prima di allontanarsi verso le fermate degli autobus.
Giulia rimase sola sul marciapiede. Il suo sorrisetto trionfante durò esattamente il tempo che le ci volle per girarsi completamente verso di me e incrociare il mio sguardo. La fulminai. Non c'era traccia di divertimento o di tolleranza nei miei occhi. Era uno sguardo duro, freddo, che non prometteva nulla di buono. Lo stesso sguardo che aveva visto su di me prima di spogliarla.
Capì immediatamente di aver tirato troppo la corda. Il sorriso le morì sulle labbra, sostituito da un guizzo di panico misto a un'eccitazione febbrile. Sapeva di aver fatto un casino, e sapeva perfettamente che, nel chiuso di quell'abitacolo, non sarebbe stata lei ad avere il controllo.
Senza dire una parola, aprì la portiera del passeggero, buttò lo zaino pesante sui sedili posteriori e si lasciò cadere accanto a me, chiudendo lo sportello con quel suo solito, insopportabile sorrisetto da peste stampato in faccia.
Appena lo sportello si chiuse con un tonfo sordo, isolandoci dal frastuono della strada, l’aria nell’abitacolo cambiò drasticamente. La bolla pubblica si era infranta. Ora eravamo solo noi due, l'aria condizionata che soffiava fredda e il silenzio carico di tensione.
Ingranai la prima e mi immisi nel traffico con una manovra fin troppo secca.
«Ti sei divertita?» ruppi il silenzio, senza staccare gli occhi dalla strada, la voce venata di un fastidio gelido.
Giulia si sistemò sul sedile, tirandosi giù l'orlo dei pantaloncini che le si erano arrampicati sulle cosce sudate. «Abbastanza,» rispose, lisciandosi la coda di cavallo sullo schienale. «Anche se tu eri davvero carino con quella faccia da funerale.»
«Te l'ho detto l'altra notte, Giulia. Non devi usarmi per fare scena davanti alle tue amichette.»
«Non ti ho usato,» ribatté subito lei, con quel tono da maestrina che le veniva naturale. «Ti ho solo contestualizzato.»
«Hai diciotto anni, Giulia, dovresti capire le cose,» sospirai, stringendo il volante. «Impara almeno a mentire con eleganza. Sembrava la recita di una bambina che ha rubato il giocattolo alla sorella maggiore.»
Quella frase colpì nel segno. Giulia si offese, ma nel suo tipico stile: teatrale, drammatico, fottutamente irritante. Incrociò le braccia sotto il seno, spingendolo in su in modo tutt'altro che casuale, e sbuffò sonoramente.
«Ah, certo. Scusa se non sono raffinata e perfetta come Erika,» sibilò.
Ed eccolo lì. Il vero nucleo della questione. La maschera da mangiauomini era caduta di nuovo. Giulia non stava solo giocando a fare la ribelle: era divorata dalla gelosia. Voleva disperatamente che io fossi lì per lei, e non come un fattorino mandato dalla sorella.
Girò il viso verso il finestrino, fissando i palazzi che scorrevano veloci, e abbassò la voce. Il tono arrogante si incrinò. «Comunque... sei venuto solo perché te l'ha chiesto lei, vero?»
L'istinto mi disse di addolcire la pillola, di assecondare quella sua vulnerabilità, ma sapevo che se avessi ceduto il controllo sarei stato fottuto. «Sì,» risposi, secco e inesorabile.
Giulia strinse le labbra. La delusione le attraversò lo sguardo scuro come un'ombra fulminea. «Almeno potevi mentire,» mormorò, stringendosi nelle spalle.
Era una frase carica di un dolore reale, infantile. Voleva essere scelta. Voleva la priorità. Sentii una morsa allo stomaco, ma prima che potessi dire qualcosa per rimediare, lei capì di essersi mostrata debole e cambiò tattica in un millesimo di secondo. La vulnerabilità sparì, sostituita dalla lussuria calcolata di una piccola manipolatrice.
Per un secondo, però, mentre mi provocava, le vidi passare negli occhi l’ombra della notte precedente. Non paura vera. Peggio: il ricordo di essersi scoperta fragile, inesperta, troppo esposta. Il ricordo di avermi voluto addosso e poi di essersi spezzata proprio quando voleva dimostrarmi di essere pronta. Fu un lampo minuscolo, quasi invisibile. E infatti subito dopo alzò il mento, irrigidì la bocca e si sistemò sul sedile con quell’aria arrogante da stronzetta viziata, come se dovesse compensare a ogni costo il fatto che io l’avessi vista crollare.
Sganciò impercettibilmente la tensione delle spalle. Si girò verso di me, piegando una gamba sul sedile in modo che il ginocchio nudo puntasse verso la leva del cambio. La cintura di sicurezza le si tese diagonalmente sul petto, evidenziando la forma del seno acerbo sotto il top bianco. L'odore del suo profumo dolce, mischiato al calore della sua pelle dopo la mattinata di scuola, mi invase le narici.
«Mamma è fuori città,» esordì, la voce che improvvisamente si faceva più vellutata, strascicata. «Erika fa il doppio turno in reparto fino a stasera. La casa è vuota, Franci.»
«Bene. Così puoi studiare in pace,» risposi rigido, guardando dritto davanti a me, cercando di ignorare il lembo di pelle scoperta sulla sua pancia che si alzava e si abbassava a ritmo regolare.
«Studiare? Con questo caldo?» piagnucolò dolcemente. Allungò una mano. L'indice con l'unghia laccata di rosso scivolò lungo la plastica della console centrale, fino a sfiorare il tessuto dei miei jeans, proprio a due dita dalla mia coscia. «Dai... mi lasci a casa a mangiare un'insalata triste da sola? Portami a pranzo fuori. Voglio il sushi.»
«Giulia, devo tornare a studiare in biblioteca.»
«Solo un pranzo veloce,» insistette, sporgendosi leggermente verso di me. Il suo seno sfiorò il mio braccio mentre cambiavo marcia. Lo fece apposta, lo sapevamo entrambi. Mi lanciò un'occhiata da sotto in su, le labbra socchiuse. «E poi... ho bisogno di un favore. Devo andare al centro commerciale. Mi serve un costume nuovo per il mare. Potresti accompagnarmi... magari mi aiuti a sceglierlo. Voglio sapere cosa ti piace.»
Cazzo. La sola immagine mentale di lei chiusa nel camerino di un negozio, mentre si sfilava i vestiti per provarsi un bikini davanti a me, mi fece accendere il sangue. Feci appello a tutto il mio autocontrollo per non inchiodare la macchina in mezzo alla strada.
«Non se ne parla,» dissi, la voce leggermente più roca di prima. «Non sono il tuo autista personale, né il tuo cameriere.»
«Non ti ho chiesto di fare il cameriere,» sussurrò lei, le dita che ora tracciavano piccoli cerchi invisibili sul tessuto del mio jeans, pericolosamente vicine al mio inguine. Si stava comportando come la mia fottuta fidanzata. Voleva un appuntamento in piena regola. Voleva portarmi in giro, farsi comprare le cose, farsi guardare.
Afferrai il suo polso prima che la mano potesse spingersi dove non doveva, stringendolo appena. «Smettila. Ti porto a casa.»
Giulia non si ritrasse. Anzi, usò la mia presa per tirarsi ancora più vicina al mio viso. Il suo respiro caldo mi solleticò il collo. Gli occhi le brillavano di una furbizia diabolica. Sapeva di avere un'arma di ricatto potentissima, e decise di usarla.
«Abbiamo fatto un patto l'altra notte, Franci,» mormorò, il tono basso e roco, carico di promesse oscene. «Io rispetto le tue regole. Nessun altro ragazzo, massima discrezione. Ma... se vuoi che continui a fare la brava... se vuoi che tenga la bocca chiusa con Erika su quello che mi hai fatto nel mio letto... devi farmi contenta ogni tanto. Devi viziarmi.»
Era un ricatto in piena regola. Una manipolazione così sfacciata e perfida che mi fece arrabbiare ed eccitare in egual misura. Era un mostro bellissimo che stavo nutrendo con le mie stesse mani.
La guardai negli occhi. Vidi la sfida, la voglia di dominio nascosta dietro quell'aria da ragazzina viziata. E sentii la mia erezione premere contro la cerniera dei pantaloni, tradendo ogni mia logica.
Rilasciai il suo polso con un movimento secco. Sospirai, passandomi una mano tra i capelli, consapevole di star precipitando in un burrone senza fondo.
«Va bene,» ringhiai a denti stretti, mettendo la freccia per cambiare direzione verso l'autostrada. «Mangiamo e poi andiamo a prendere questo cazzo di costume. Ma se provi a fare un'altra scenata davanti a qualcuno, ti giuro che ti riporto a casa a calci.»
Giulia fece un sorriso radioso, vittorioso, ritirandosi sul suo sedile come una gatta soddisfatta. «Sapevo che avresti ceduto,» cinguettò, allungando le gambe sul cruscotto con una sfrontatezza assoluta. «Sarà un pomeriggio bellissimo, amore.»
L'uso di quella parola, amore, buttata lì con finta noncuranza mentre andavamo al centro commerciale, mi rimbombò nella testa per tutto il tragitto. Avevo accettato le sue condizioni. E ormai non sapevo più chi dei due stesse davvero conducendo il gioco.
Misi la mano sulla leva del cambio, pronto a ingranare la prima e toglierci da quel piazzale rovente, ma la mano di Giulia scattò sulla mia, fermandomi.
Mi voltai a guardarla. Aveva un'espressione indecifrabile, a metà tra il broncio di una bambina e la pretesa di una donna viziata. Picchiettò l'indice sulle proprie labbra, lucide di burrocacao alla fragola. «Hai dimenticato qualcosa,» sussurrò, inclinando la testa. «I fidanzati veri si salutano quando si vedono. Non accendo il motore finché non mi saluti come si deve.»
Cazzo, era così fottutamente sexy quando faceva l'esigente. La razionalità mi urlava di dirle di smetterla, di ricordarle che eravamo nel parcheggio della sua scuola, ma la vicinanza, il suo profumo e la sfrontatezza con cui mi sfidava spazzarono via ogni buon senso. Sospirai, un suono roco e sconfitto, e mi sporsi verso di lei.
Non le diedi un bacio a stampo. Afferrai la sua nuca, intrecciando le dita nei capelli neri, e schiacciai la mia bocca sulla sua. Giulia emise un gemito sorpreso contro le mie labbra, spalancandole all'istante. La sua inesperienza era ancora palese: la sua lingua scattò in avanti in modo goffo, irruento, cercando la mia con una foga disordinata, quasi affamata. Ma stava imparando. Sentii come cercava di assecondare il mio ritmo, come succhiava il mio labbro inferiore imitando quello che le avevo fatto nel suo letto. Le nostre salive si intrecciarono in un bacio bagnato, intenso, un contrasto assurdo con la luce del giorno che inondava l'abitacolo. Quando mi staccai, il suo respiro era corto e il lucidalabbra era sbavato su entrambi.
Lei sorrise, le guance rosse, gli occhi brillanti. «Così va meglio,» mormorò, leccandosi le labbra.
Passammo al drive-thru del McDonald's, mangiando hamburger e patatine nell'abitacolo con l'aria condizionata a palla, parcheggiati in una zona d'ombra. Sembrava una scena di una normalità disarmante, se non fosse per la tensione elettrica che ci legava.
Giulia intinse una patatina nel ketchup e me la sventolò davanti. «Comunque, questo fine settimana mamma ed Erika hanno deciso che andiamo tutti alla casa al mare. Da venerdì sera a domenica.» Fece una pausa, masticando lentamente. «Vieni anche tu, vero?»
«Sì,» risposi, pulendomi le mani con un tovagliolo. «Erika me l'ha chiesto ieri.»
Giulia sorrise, un guizzo di pura malizia le attraversò lo sguardo. «Perfetto. Allora il costume che andremo a comprare tra poco dovrà essere molto sexy. Se dobbiamo stare in spiaggia tutto il giorno, e in casa la sera... voglio assicurarmi che tu faccia una gran fatica a guardare altrove.»
Scossi la testa, cercando di mascherare l'impatto di quell'immagine sul mio cervello. «Sei diabolica.» «Sono solo previdente,» ribatté lei, finendo la sua bibita.
Mezz'ora dopo, il mio inferno personale prese la forma di un negozio di abbigliamento mare al centro commerciale. L'ambiente era tutto ciò che odiavo: luci bianche al neon che sparavano negli occhi, musica reggaeton orrenda e assordante, odore di plastica nuova mescolato a un vago sentore di cocco sintetico. C'erano famiglie, commesse indaffarate e gruppetti di ragazzine che ridacchiavano tra gli stand. Io ero totalmente fuori posto, piantato come un palo davanti alla zona dei camerini, le mani in tasca, mentre Giulia mi usava come suo personale spettatore.
Ed era fastidiosissima. Usciva dal camerino ogni tre minuti, provando bikini sempre più striminziti, e faceva domande fatte apposta per mettermi in difficoltà. Voleva disperatamente che reagissi, che facessi la bava, che perdessi il controllo davanti a tutti. Ma avevo deciso di non darle questa soddisfazione. Restavo freddo come il ghiaccio, e questo la stava facendo letteralmente impazzire.
Uscì per l’ennesima volta, indossando un bikini verde smeraldo a triangolo, tenuto insieme da due laccetti sottilissimi dietro il collo e sulla schiena. Lo slip era basso sui fianchi, brasiliano, con due nodi laterali così piccoli che sembravano messi lì più per sfidare la gravità che per coprire qualcosa. Su un’altra ragazza sarebbe stato soltanto un costume audace, uno di quelli comprati per sentirsi un po’ più bella in spiaggia. Su Giulia era una minaccia. Il verde le accendeva la pelle chiara, faceva risaltare il nero disordinato dei capelli e sottolineava ogni contrasto del suo corpo minuto: la vita stretta, i fianchi morbidi, il sedere sodo che lo slip lasciava intuire con una crudeltà quasi scientifica. Il triangolo del sopra copriva appena il necessario, ma non abbastanza da impedirti di immaginare il resto; anzi, sembrava costruito apposta per trasformare ogni respiro in una provocazione. In quel momento capii con una lucidità agghiacciante che, se avesse indossato quel costume al mare davanti a Erika, sua madre e mezzo stabilimento, il problema non sarebbe stato guardarla. Sarebbe stato riuscire a smettere. «Questo mi fa sembrare piccola?» chiese, con una finta espressione innocente.
La squadrai dall'alto in basso, senza battere ciglio. «Ti fa sembrare una persona che dovrebbe smettere di farmi domande.»
Giulia assottigliò lo sguardo. «Quindi piccola.»
«Quindi insopportabile,» ribattei, imperturbabile.
Lei mise il broncio, stizzita. «Non era tra le opzioni.» Si girò sui talloni e tornò nel camerino, tirando la tenda verde con un gesto rabbioso. Non sopportava di non avere il controllo della mia reazione.
Passarono due minuti. Poi, il bordo della tendina si aprì appena, rivelando solo il suo viso e una spalla nuda. «Franci...» sussurrò, la voce improvvisamente flebile. «Mi aiuti? Il laccetto dietro si è incastrato. Non riesco a slacciarlo.»
Sapevo benissimo che era una trappola. Un trucco vecchio come il mondo. Ma il richiamo di quello spazio chiuso era troppo forte. Mi guardai intorno: una commessa stava sistemando dei parei a due metri di distanza. Feci un passo veloce e scivolai dentro il camerino.
Giulia richiuse la tenda di scatto dietro di me. Lo spazio era minuscolo. Sapeva di tessuto nuovo e del suo sudore leggero. La luce fredda rimbalzava sugli specchi, triplicando l'immagine dei nostri corpi incollati. Eravamo troppo vicini.
Mi appoggiò le mani sul petto, alzando il viso verso di me con un sorriso furbo, trionfante. «Questa è l'ultima volta che mi metti in mezzo per fare la donna davanti agli altri,» le sibilai a un millimetro dal viso, afferrandole i polsi prima che potesse accarezzarmi.
Lei fece la sfrontata, alzando il mento. «Però sei entrato.»
Ed era vero. Cazzo se era vero. Senza lasciarle il tempo di assaporare la vittoria, la feci girare su se stessa con una mossa decisa, schiacciandole la schiena contro il mio petto e costringendola a guardare la nostra immagine riflessa nello specchio davanti a noi. Le tenni le braccia bloccate lungo i fianchi. Trovai il famoso laccetto del costume, che ovviamente non era affatto incastrato, e glielo sistemai con lentezza, facendo scorrere le dita sulla sua schiena nuda e bollente.
Giulia iniziò a tremare. Pensava di comandare la scena, di avermi intrappolato, ma si rese conto all'improvviso che era esattamente il contrario. Era chiusa in trappola con me. Provò a voltarsi, a cercare la mia bocca, ma io la tenni ferma lì, di fronte allo specchio.
«Guardati,» le sussurrai all'orecchio, la mia voce un ringhio basso che sovrastava la musica del negozio. «Fai la grande da mezz'ora là fuori, fai la spavalda... e appena ti tocco non sai più dove mettere gli occhi.»
Il suo riflesso confermava ogni mia parola. Era rossa in viso, le labbra socchiuse, il respiro irregolare che faceva alzare e abbassare il piccolo seno contro la stoffa del costume. Aveva perso la battuta. La sua maschera era crollata nel giro di cinque secondi.
Spostai la mano destra, portandola davanti a lei. Afferrai il suo seno, stringendolo e impastandolo con foga attraverso la lycra sottile. La stoffa tesa mise in risalto il capezzolo turgido tra le mie dita. Giulia emise un gemito acuto, strozzato, mordendosi il labbro per non farsi sentire fuori. La sua testa cadde all'indietro contro la mia spalla.
Approfittando di quel suo smarrimento, la mia mano sinistra scese giù, lungo il suo stomaco piatto, per poi infilarsi senza esitazione sotto l'elastico dello slip del costume.
La trovai già completamente bagnata. Il suo stesso gioco l'aveva eccitata a dismisura. Trovai il clitoride e lo premetti con il pollice, compiendo un movimento circolare, secco e deciso.
Giulia inarcò la schiena, le ginocchia che le cedevano leggermente. «Franci... oddio, siamo in un negozio...» piagnucolò, la voce che si spezzava per il piacere e il terrore di essere scoperti.
«Ricordatelo, mocciosa,» le mormorai contro il collo, aumentando il ritmo delle mie dita giù in basso, mentre continuavo a stritolarle il seno con l'altra mano. I nostri sguardi rimasero incatenati nello specchio: io, dominatore e inflessibile, lei, completamente in balìa delle sensazioni, sottomessa e vinta dalla sua stessa inesperienza. «Sei tu che hai voluto le regole. Sono io che decido come, dove e quando. Io comando. Non dimenticarlo mai.»
All'improvviso, la voce della commessa risuonò forte e chiara appena fuori dalla nostra tenda, a pochi centimetri da noi. «Tutto bene lì dentro? Serve una taglia diversa?»
Giulia si irrigidì come una statua, gli occhi sbarrati dal panico assoluto nello specchio, il fiato bloccato in gola. Io estrassi la mano dai suoi slip in un lampo, lasciando anche la presa sul suo seno. Mi staccai da lei, sistemandomi la maglietta in un battito di ciglia.
«No, grazie! Va benissimo questo!» rispose Giulia con una voce stridula e falsamente allegra, anche se tremava da capo a piedi.
Feci scorrere la tendina per uscire. Prima di andarmene, mi fermai un istante sulla soglia. La guardai: era sudata, rossa in viso, le gambe molli, il costume stropicciato e una macchia umida inconfondibile che si stava allargando sul tessuto all'altezza dell'inguine.
«Compra questo,» le ordinai sottovoce, con un sorriso freddo. «Questo fine settimana al mare voglio vedere se sai comportarti.»
Giulia deglutì a fatica, appoggiandosi alla parete del camerino per non cadere. «E se non so?» sussurrò, con l'ultimo briciolo di sfida che le restava.
«Peggio per te,» risposi.
La lasciai lì, richiudendo la tenda alle mie spalle. Uscii dal negozio con le mani in tasca, camminando sotto le luci al neon, con la certezza matematica che quel fine settimana al mare sarebbe stato un fottuto, meraviglioso disastro.
Il tragitto in macchina dal centro commerciale a casa sua fu un incubo di tensione inespressa. Giulia teneva la busta di carta con il costume stretto sulle ginocchia, le nocche bianche per la forza con cui la stringeva. Fissava il finestrino ostinatamente. Non aveva spiccicato parola da quando eravamo usciti dal negozio. Il climax abortito nel camerino non aveva risolto nulla; l'aveva solo caricata a molla, lasciandola frustrata, bagnata e sudata sotto i vestiti.
«Miracolo. Silenzio,» dissi, tenendo gli occhi sulla strada.
«Non ho niente da dire,» rispose lei, secca, senza voltarsi.
«Quindi stai per dire una cazzata enorme.»
Quella provocazione fece saltare il tappo. Giulia si girò di scatto, gli occhi neri che lanciavano scintille di rabbia e desiderio insoddisfatto. «Mi hai fatto entrare in testa una cosa, mi hai toccata in quel modo in mezzo a un negozio, e poi pretendi che io stia tranquilla e muta sul sedile del passeggero? Non funziona così, Franci.»
«Funziona come dico io,» ringhiai, stringendo il volante.
«No!» esplose lei, la voce che vibrava di una ribellione feroce. «Funziona finché ti fa comodo. Mi accendi quando ti pare per sentirti il padrone della situazione, e poi mi spegni perché hai paura.»
Incassai il colpo. Sapevo che aveva ragione, ed era proprio questo che mi mandava in bestia. Volevo gestirla, ma lei si rifiutava di essere solo un burattino.
Accostai l'auto. Non in una stradina buia o in un parcheggio isolato. Accostai esattamente sotto il portone di casa sua, in pieno giorno. Intorno a noi c'era il rumore del traffico pomeridiano, i motorini che sgasavano, i vicini con le finestre aperte per il caldo. Una banalità opprimente, l'antitesi di qualsiasi atmosfera romantica o clandestina.
Spensi il motore. Giulia si ammutolì, guardandomi con un misto di attesa e confusione. Forse pensava che volessi baciarla, che volessi scusarmi. Invece, allungai una mano, le presi la busta del costume e gliela sbattei di nuovo con forza sulle cosce.
«Ascoltami bene,» le dissi, la voce dura, glaciale. «Questo fine settimana al mare, niente scenate. Niente battute strane davanti agli altri. Niente sguardi da gatta morta mentre sono con Erika. Niente giochetti provocatori davanti a tua madre. Devi essere invisibile.»
Giulia strinse i denti, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente. «E io cosa dovrei fare per tre giorni? Stare ferma in un angolo come una bambola?»
«No. Come una persona che sa mantenere un cazzo di segreto.»
Lei mi guardò, per un istante genuinamente ferita dalla mia freddezza. Poi, l'istinto di sopravvivenza e la sua natura manipolatrice ripresero il sopravvento. «E se ci riesco?» sussurrò, inclinando appena la testa.
«Allora forse ti meriti qualcosa.»
Giulia sorrise appena. Un sorriso sghembo, affilato. Fece scorrere un dito lungo il bordo della busta di carta. «Il problema, Franci, è che mi hai lasciata eccitata da morire là dentro,» piagnucolò dolcemente, facendo la ragazzina capricciosa, ma con gli occhi carichi di malizia. «E per fare la brava bambolina per un intero fine settimana... ho bisogno di un incentivo adesso. Altrimenti non garantisco nulla.»
Ero al limite. Il mio autocontrollo si sgretolò in un istante sotto il peso del caldo, del suo profumo e di quella sfacciataggine assoluta. «Tra quanto tornano tua madre ed Erika?» le chiesi, la voce improvvisamente roca, ridotta a un sibilo.
Il suo sorriso si allargò. «Abbiamo due ore.»
Scesi dalla macchina senza dire una parola, chiudendo lo sportello con un colpo secco. Lei mi seguì al volo, quasi correndo.
Non aspettammo nemmeno di arrivare in salotto. Appena la porta di casa scattò alle nostre spalle, mi avventai su di lei. La spinsi con violenza contro il muro freddo dell'ingresso. La busta del costume le cadde di mano. Le afferrai il culo con foga, impastando la carne soda attraverso il jeans dei pantaloncini, e la sollevai di peso. Giulia lanciò un gemito acuto, avvolgendo istantaneamente le gambe nude attorno alla mia vita e le braccia al mio collo, attaccandosi alla mia bocca come un animale affamato. Eravamo fradici di sudore, i nostri respiri rimbombavano nel corridoio vuoto. La baciavo con una rabbia cieca, divorandole le labbra, mentre la portavo di peso lungo il corridoio.
Non andai in camera sua. Spinsi la porta della camera di Erika.
La sbattei sul materasso matrimoniale, facendola rimbalzare. Il solo pensiero di fare questo nel letto della mia fidanzata mi mandò il cervello in fumo. Giulia ansimava, i capelli sparsi sul copriletto, guardandomi dal basso con pura lussuria. Le slacciai i pantaloncini in una frazione di secondo e glieli strappai via lungo le gambe, portandomi dietro anche gli slip. La lasciai con indosso solo il top bianco arricciato sotto il seno.
Mi inginocchiai sul bordo del letto, tra le sue gambe spalancate. L'odore della sua eccitazione era fortissimo. Senza alcun preavviso, senza nessuna dolcezza, mi portai due dita alle labbra, le inumidii pesantemente con la mia saliva e poi, guardandola dritta negli occhi, sputai direttamente sulla sua figa.
Giulia sgranò gli occhi, sconvolta da quel gesto crudo, volgare e di dominazione assoluta. «Ah... Franci...» ansimò, tremando quando la saliva bagnata e calda colpì la sua intimità già fradicia.
Approfittando di quello shock, infilai due dita dentro di lei con una spinta decisa. «Ahhh!» urlò lei, inarcando la schiena in modo innaturale, le mani che si conficcavano nelle lenzuola di sua sorella.
Era strettissima, una morsa bollente e umida che mi stringeva le dita facendomi quasi male. E questa volta non c'era nessuno da non svegliare. Nessun genitore, nessuna sorella nell'altra stanza. Poteva gridare quanto voleva, e lo stava facendo. Iniziai a muovere le dita con foga, pompando dentro e fuori, senza la delicatezza della prima volta. La stavo punendo per come mi aveva fatto sentire nel negozio. Sentivo i suoi muscoli contrarsi freneticamente attorno a me a ogni spinta.
«Sì... cazzo, Franci, sì...» piangeva e gridava, perdendo ogni freno inibitore, scuotendo la testa sul cuscino.
Ma non mi bastava. Sfilai le dita, lasciandola gemere per il vuoto improvviso, e mi tuffai con il viso tra le sue cosce. Schiacciai la bocca direttamente su di lei. Le mie labbra catturarono il suo clitoride gonfio e sensibilissimo. Iniziai a succhiarlo con passione disperata, mentre la mia lingua lavorava senza sosta. Con una mano le tenevo fermo il bacino, con l'altra reintrodussi le dita, coordinando il movimento interno con la lingua all'esterno.
Il corpo di Giulia andò in corto circuito. Strinse le cosce sudate attorno alla mia testa, quasi soffocandomi, premendo il mio viso contro di sé. «Non fermarti... ti prego, non fermarti... vengo!» strillò, la voce rotta, stridula, il respiro che le si mozzava in gola.
Il suo climax fu violento, quasi troppo intenso per lei. Le sue gambe iniziarono a tremare senza controllo, i fianchi si sollevarono contro la mia bocca in preda a spasmi incontrollabili. Emise un urlo lungo e sordo, graffiando il copriletto, mentre l'orgasmo la svuotava completamente.
Continuai a leccarla delicatamente finché i tremiti non diminuirono, assaporando tutto di lei. Poi, con il fiato corto, risalii lungo il suo corpo. Mi posizionai sopra di lei e catturai le sue labbra in un bacio intensissimo. Giulia mi accolse, assaporando il suo stesso sapore sulla mia lingua, baciandomi con una profondità e una dedizione che non aveva mai mostrato prima. Era un limone sporco, viscerale, carico di sudore e di un possesso totale.
Eravamo persi in quell'intreccio di salive quando il trillo del mio telefono, abbandonato sul comodino di Erika, ci fece gelare il sangue.
Mi staccai di scatto. Giulia aveva gli occhi semichiusi, il respiro corto. Guardai lo schermo. Erika.
Deglutii il vuoto. Feci segno a Giulia di non fare il minimo rumore. Mi schiarii la voce, cercando di regolarizzare il respiro, e risposi. «Ehi, piccola,» dissi, la voce che mi sembrava innaturale.
«Amore! Ho due minuti di pausa,» cinguettò Erika, con i suoni del reparto in sottofondo. «Com’è andata? L'hai presa? Si è comportata bene la mocciosa?»
Guardai Giulia. Era sdraiata sul letto della sorella, mezza nuda, bagnata e col trucco sfatto. Mi fissava, aspettando la mia risposta come se fosse una sentenza, pendendo dalle mie labbra.
«A tratti,» risposi freddamente, senza distogliere lo sguardo da lei.
Giulia spalancò gli occhi, fingendo di offendersi, gonfiando le guance con aria di sfida.
Dall'altra parte del telefono, Erika scoppiò a ridere, ignara di tutto. «Quindi benissimo per i suoi standard! Dai, ci vediamo stasera. Grazie ancora per avermi salvata, ti amo.»
«Ti amo anche io. A stasera.» Chiusi la chiamata.
Fissai Giulia. Lei si sollevò sui gomiti. Non c'era più traccia dell'offesa simulata. «Vi odio entrambi,» mormorò, con un filo di voce.
Ma stavolta, mentre lo diceva, non era un capriccio. Il modo in cui mi guardava – con gli occhi scuri, dilatati, ancora umidi di piacere – era diverso. Era una promessa. Una dedizione totale al gioco malato che avevamo appena perfezionato.
Quella sera, mentre ero a casa mia a fare i bagagli per il fine settimana, il telefono vibrò.
Giulia: « al mare sarò bravissima.»
Fissai il messaggio per un lungo istante, ricordando il sapore che mi aveva lasciato in bocca. Digitai la risposta: «Le bugiarde partono già svantaggiate.»
Tre secondi dopo, la risposta. Giulia: «Allora controllami meglio.»
Poi, mercoledì mattina, il telefono vibrò sul tavolo della biblioteca.
Erika: «Amore, ti posso chiedere un favore enorme?»
Il cuore mi saltò un battito. Quando la tua ragazza ti scrive una frase del genere, di solito non è nulla di buono. Ma quando hai le mani sporche come le mie, ogni notifica è una potenziale condanna a morte.
«Dimmi tutto.» «Oggi in reparto è un inferno, la caposala mi ha incastrata per un doppio turno. Mamma è fuori città per quel convegno. Giulia finisce gli esami di simulazione all'una, mi aveva chiesto di passarla a prendere perché ha una borsa pesante con i libri da restituire in biblioteca e fuori ci sono quaranta gradi. Ci andresti tu? Ti prego, mi salvi la vita.»
Fissai lo schermo per dieci secondi buoni. L'universo, evidentemente, aveva deciso di prendermi a calci in faccia.
Digitai la risposta, rapido, cercando di non far trasparire nulla. «Certo. Nessun problema. Buon lavoro, piccola.»
Bloccai lo schermo e mi passai le mani sul viso, respirando a fondo. Certo. Perché evidentemente Satana in persona aveva preso in gestione la logistica familiare.
Alle tredici in punto, accostai la macchina davanti al liceo scientifico di Giulia. L'aria condizionata sparata al massimo a stento combatteva l'afa di fine giugno. Il piazzale era un fottuto caos: motorini truccati che sgasavano, asfalto rovente, madri in SUV parcheggiate in doppia fila, professori distrutti e un'orda di diciottenni sudati, urlanti e carichi di zaini che si riversava fuori dai cancelli.
Mi sentivo totalmente fuori posto. Avevo solo pochi anni più di loro, ma guardarli da dietro il finestrino abbassato mi fece sentire improvvisamente sporco. Era questo il mondo di Giulia. La scuola, le versioni di latino, i pettegolezzi. E io, l'uomo adulto, il fidanzato di sua sorella, le avevo infilato le dita dentro mentre piangeva nel suo letto. Deglutii a fatica, appoggiando il gomito sulla portiera aperta.
Poi la vidi. Uscì dal cancello principale affiancata da tre amiche. Indossava un paio di pantaloncini di jeans chiari a vita alta e un top bianco aderente che le lasciava scoperta una striscia di pancia piatta. I capelli neri erano legati in una coda disordinata.
Il mio sguardo incrociò il suo. Mi vide all'istante. Mi aspettavo che salutasse le amiche e venisse verso la macchina. Invece, fece la cosa più da "Giulia" possibile. Rallentò il passo. Alzò il mento, inarcò la schiena e iniziò a camminare verso di me con un'andatura studiata, ancheggiando impercettibilmente. Una diva di provincia che sapeva di avere gli occhi addosso.
Si stava mettendo in mostra. Stava usando me, la mia macchina, la mia presenza lì ad aspettarla come un trofeo da sbandierare davanti alle sue amichette del liceo.
Si fermarono a due metri dalla mia portiera, proprio dal lato del finestrino abbassato. Io non dissi una parola, le braccia incrociate sul volante.
Una delle sue amiche, una biondina con un chupa-chups in bocca, sbirciò verso l'abitacolo, squadrandomi. «Ma chi è quello?» le chiese sottovoce, anche se nel baccano della strada la sentii perfettamente.
Giulia non si voltò nemmeno a guardarmi. Fece un sorriso furbo, carico di malizia, sistemandosi la cinghia dello zaino sulla spalla. «Il fidanzato di mia sorella,» rispose, con un tono annoiato che era pura recitazione.
Fece una pausa teatrale di due secondi. «Purtroppo.»
Strinsi le mani sul volante fino a farmi sbiancare le nocche. Quella fottuta mocciosa. Le avevo detto di essere discreta, le avevo imposto delle regole quella notte, e lei non riusciva a non giocare con il fuoco alla prima occasione utile, solo per farsi bella davanti a tre ragazzine.
Un'altra amica, mora e con gli occhiali, ridacchiò. «Ah, peccato. Pensavo fosse il tuo, con quella faccia.»
A quel punto, Giulia si voltò verso di me. I suoi occhi scuri incontrarono i miei. Il suo sguardo era carico di una sfida così sfacciata che mi incendiò il sangue nelle vene. Sorrise, tornando a guardare l'amica. «No,» scandì bene le parole, assicurandosi che le sentissi. «Il mio sarebbe meno serio.»
Le amiche scoppiarono a ridere, salutandola con baci sulle guance prima di allontanarsi verso le fermate degli autobus.
Giulia rimase sola sul marciapiede. Il suo sorrisetto trionfante durò esattamente il tempo che le ci volle per girarsi completamente verso di me e incrociare il mio sguardo. La fulminai. Non c'era traccia di divertimento o di tolleranza nei miei occhi. Era uno sguardo duro, freddo, che non prometteva nulla di buono. Lo stesso sguardo che aveva visto su di me prima di spogliarla.
Capì immediatamente di aver tirato troppo la corda. Il sorriso le morì sulle labbra, sostituito da un guizzo di panico misto a un'eccitazione febbrile. Sapeva di aver fatto un casino, e sapeva perfettamente che, nel chiuso di quell'abitacolo, non sarebbe stata lei ad avere il controllo.
Senza dire una parola, aprì la portiera del passeggero, buttò lo zaino pesante sui sedili posteriori e si lasciò cadere accanto a me, chiudendo lo sportello con quel suo solito, insopportabile sorrisetto da peste stampato in faccia.
Appena lo sportello si chiuse con un tonfo sordo, isolandoci dal frastuono della strada, l’aria nell’abitacolo cambiò drasticamente. La bolla pubblica si era infranta. Ora eravamo solo noi due, l'aria condizionata che soffiava fredda e il silenzio carico di tensione.
Ingranai la prima e mi immisi nel traffico con una manovra fin troppo secca.
«Ti sei divertita?» ruppi il silenzio, senza staccare gli occhi dalla strada, la voce venata di un fastidio gelido.
Giulia si sistemò sul sedile, tirandosi giù l'orlo dei pantaloncini che le si erano arrampicati sulle cosce sudate. «Abbastanza,» rispose, lisciandosi la coda di cavallo sullo schienale. «Anche se tu eri davvero carino con quella faccia da funerale.»
«Te l'ho detto l'altra notte, Giulia. Non devi usarmi per fare scena davanti alle tue amichette.»
«Non ti ho usato,» ribatté subito lei, con quel tono da maestrina che le veniva naturale. «Ti ho solo contestualizzato.»
«Hai diciotto anni, Giulia, dovresti capire le cose,» sospirai, stringendo il volante. «Impara almeno a mentire con eleganza. Sembrava la recita di una bambina che ha rubato il giocattolo alla sorella maggiore.»
Quella frase colpì nel segno. Giulia si offese, ma nel suo tipico stile: teatrale, drammatico, fottutamente irritante. Incrociò le braccia sotto il seno, spingendolo in su in modo tutt'altro che casuale, e sbuffò sonoramente.
«Ah, certo. Scusa se non sono raffinata e perfetta come Erika,» sibilò.
Ed eccolo lì. Il vero nucleo della questione. La maschera da mangiauomini era caduta di nuovo. Giulia non stava solo giocando a fare la ribelle: era divorata dalla gelosia. Voleva disperatamente che io fossi lì per lei, e non come un fattorino mandato dalla sorella.
Girò il viso verso il finestrino, fissando i palazzi che scorrevano veloci, e abbassò la voce. Il tono arrogante si incrinò. «Comunque... sei venuto solo perché te l'ha chiesto lei, vero?»
L'istinto mi disse di addolcire la pillola, di assecondare quella sua vulnerabilità, ma sapevo che se avessi ceduto il controllo sarei stato fottuto. «Sì,» risposi, secco e inesorabile.
Giulia strinse le labbra. La delusione le attraversò lo sguardo scuro come un'ombra fulminea. «Almeno potevi mentire,» mormorò, stringendosi nelle spalle.
Era una frase carica di un dolore reale, infantile. Voleva essere scelta. Voleva la priorità. Sentii una morsa allo stomaco, ma prima che potessi dire qualcosa per rimediare, lei capì di essersi mostrata debole e cambiò tattica in un millesimo di secondo. La vulnerabilità sparì, sostituita dalla lussuria calcolata di una piccola manipolatrice.
Per un secondo, però, mentre mi provocava, le vidi passare negli occhi l’ombra della notte precedente. Non paura vera. Peggio: il ricordo di essersi scoperta fragile, inesperta, troppo esposta. Il ricordo di avermi voluto addosso e poi di essersi spezzata proprio quando voleva dimostrarmi di essere pronta. Fu un lampo minuscolo, quasi invisibile. E infatti subito dopo alzò il mento, irrigidì la bocca e si sistemò sul sedile con quell’aria arrogante da stronzetta viziata, come se dovesse compensare a ogni costo il fatto che io l’avessi vista crollare.
Sganciò impercettibilmente la tensione delle spalle. Si girò verso di me, piegando una gamba sul sedile in modo che il ginocchio nudo puntasse verso la leva del cambio. La cintura di sicurezza le si tese diagonalmente sul petto, evidenziando la forma del seno acerbo sotto il top bianco. L'odore del suo profumo dolce, mischiato al calore della sua pelle dopo la mattinata di scuola, mi invase le narici.
«Mamma è fuori città,» esordì, la voce che improvvisamente si faceva più vellutata, strascicata. «Erika fa il doppio turno in reparto fino a stasera. La casa è vuota, Franci.»
«Bene. Così puoi studiare in pace,» risposi rigido, guardando dritto davanti a me, cercando di ignorare il lembo di pelle scoperta sulla sua pancia che si alzava e si abbassava a ritmo regolare.
«Studiare? Con questo caldo?» piagnucolò dolcemente. Allungò una mano. L'indice con l'unghia laccata di rosso scivolò lungo la plastica della console centrale, fino a sfiorare il tessuto dei miei jeans, proprio a due dita dalla mia coscia. «Dai... mi lasci a casa a mangiare un'insalata triste da sola? Portami a pranzo fuori. Voglio il sushi.»
«Giulia, devo tornare a studiare in biblioteca.»
«Solo un pranzo veloce,» insistette, sporgendosi leggermente verso di me. Il suo seno sfiorò il mio braccio mentre cambiavo marcia. Lo fece apposta, lo sapevamo entrambi. Mi lanciò un'occhiata da sotto in su, le labbra socchiuse. «E poi... ho bisogno di un favore. Devo andare al centro commerciale. Mi serve un costume nuovo per il mare. Potresti accompagnarmi... magari mi aiuti a sceglierlo. Voglio sapere cosa ti piace.»
Cazzo. La sola immagine mentale di lei chiusa nel camerino di un negozio, mentre si sfilava i vestiti per provarsi un bikini davanti a me, mi fece accendere il sangue. Feci appello a tutto il mio autocontrollo per non inchiodare la macchina in mezzo alla strada.
«Non se ne parla,» dissi, la voce leggermente più roca di prima. «Non sono il tuo autista personale, né il tuo cameriere.»
«Non ti ho chiesto di fare il cameriere,» sussurrò lei, le dita che ora tracciavano piccoli cerchi invisibili sul tessuto del mio jeans, pericolosamente vicine al mio inguine. Si stava comportando come la mia fottuta fidanzata. Voleva un appuntamento in piena regola. Voleva portarmi in giro, farsi comprare le cose, farsi guardare.
Afferrai il suo polso prima che la mano potesse spingersi dove non doveva, stringendolo appena. «Smettila. Ti porto a casa.»
Giulia non si ritrasse. Anzi, usò la mia presa per tirarsi ancora più vicina al mio viso. Il suo respiro caldo mi solleticò il collo. Gli occhi le brillavano di una furbizia diabolica. Sapeva di avere un'arma di ricatto potentissima, e decise di usarla.
«Abbiamo fatto un patto l'altra notte, Franci,» mormorò, il tono basso e roco, carico di promesse oscene. «Io rispetto le tue regole. Nessun altro ragazzo, massima discrezione. Ma... se vuoi che continui a fare la brava... se vuoi che tenga la bocca chiusa con Erika su quello che mi hai fatto nel mio letto... devi farmi contenta ogni tanto. Devi viziarmi.»
Era un ricatto in piena regola. Una manipolazione così sfacciata e perfida che mi fece arrabbiare ed eccitare in egual misura. Era un mostro bellissimo che stavo nutrendo con le mie stesse mani.
La guardai negli occhi. Vidi la sfida, la voglia di dominio nascosta dietro quell'aria da ragazzina viziata. E sentii la mia erezione premere contro la cerniera dei pantaloni, tradendo ogni mia logica.
Rilasciai il suo polso con un movimento secco. Sospirai, passandomi una mano tra i capelli, consapevole di star precipitando in un burrone senza fondo.
«Va bene,» ringhiai a denti stretti, mettendo la freccia per cambiare direzione verso l'autostrada. «Mangiamo e poi andiamo a prendere questo cazzo di costume. Ma se provi a fare un'altra scenata davanti a qualcuno, ti giuro che ti riporto a casa a calci.»
Giulia fece un sorriso radioso, vittorioso, ritirandosi sul suo sedile come una gatta soddisfatta. «Sapevo che avresti ceduto,» cinguettò, allungando le gambe sul cruscotto con una sfrontatezza assoluta. «Sarà un pomeriggio bellissimo, amore.»
L'uso di quella parola, amore, buttata lì con finta noncuranza mentre andavamo al centro commerciale, mi rimbombò nella testa per tutto il tragitto. Avevo accettato le sue condizioni. E ormai non sapevo più chi dei due stesse davvero conducendo il gioco.
Misi la mano sulla leva del cambio, pronto a ingranare la prima e toglierci da quel piazzale rovente, ma la mano di Giulia scattò sulla mia, fermandomi.
Mi voltai a guardarla. Aveva un'espressione indecifrabile, a metà tra il broncio di una bambina e la pretesa di una donna viziata. Picchiettò l'indice sulle proprie labbra, lucide di burrocacao alla fragola. «Hai dimenticato qualcosa,» sussurrò, inclinando la testa. «I fidanzati veri si salutano quando si vedono. Non accendo il motore finché non mi saluti come si deve.»
Cazzo, era così fottutamente sexy quando faceva l'esigente. La razionalità mi urlava di dirle di smetterla, di ricordarle che eravamo nel parcheggio della sua scuola, ma la vicinanza, il suo profumo e la sfrontatezza con cui mi sfidava spazzarono via ogni buon senso. Sospirai, un suono roco e sconfitto, e mi sporsi verso di lei.
Non le diedi un bacio a stampo. Afferrai la sua nuca, intrecciando le dita nei capelli neri, e schiacciai la mia bocca sulla sua. Giulia emise un gemito sorpreso contro le mie labbra, spalancandole all'istante. La sua inesperienza era ancora palese: la sua lingua scattò in avanti in modo goffo, irruento, cercando la mia con una foga disordinata, quasi affamata. Ma stava imparando. Sentii come cercava di assecondare il mio ritmo, come succhiava il mio labbro inferiore imitando quello che le avevo fatto nel suo letto. Le nostre salive si intrecciarono in un bacio bagnato, intenso, un contrasto assurdo con la luce del giorno che inondava l'abitacolo. Quando mi staccai, il suo respiro era corto e il lucidalabbra era sbavato su entrambi.
Lei sorrise, le guance rosse, gli occhi brillanti. «Così va meglio,» mormorò, leccandosi le labbra.
Passammo al drive-thru del McDonald's, mangiando hamburger e patatine nell'abitacolo con l'aria condizionata a palla, parcheggiati in una zona d'ombra. Sembrava una scena di una normalità disarmante, se non fosse per la tensione elettrica che ci legava.
Giulia intinse una patatina nel ketchup e me la sventolò davanti. «Comunque, questo fine settimana mamma ed Erika hanno deciso che andiamo tutti alla casa al mare. Da venerdì sera a domenica.» Fece una pausa, masticando lentamente. «Vieni anche tu, vero?»
«Sì,» risposi, pulendomi le mani con un tovagliolo. «Erika me l'ha chiesto ieri.»
Giulia sorrise, un guizzo di pura malizia le attraversò lo sguardo. «Perfetto. Allora il costume che andremo a comprare tra poco dovrà essere molto sexy. Se dobbiamo stare in spiaggia tutto il giorno, e in casa la sera... voglio assicurarmi che tu faccia una gran fatica a guardare altrove.»
Scossi la testa, cercando di mascherare l'impatto di quell'immagine sul mio cervello. «Sei diabolica.» «Sono solo previdente,» ribatté lei, finendo la sua bibita.
Mezz'ora dopo, il mio inferno personale prese la forma di un negozio di abbigliamento mare al centro commerciale. L'ambiente era tutto ciò che odiavo: luci bianche al neon che sparavano negli occhi, musica reggaeton orrenda e assordante, odore di plastica nuova mescolato a un vago sentore di cocco sintetico. C'erano famiglie, commesse indaffarate e gruppetti di ragazzine che ridacchiavano tra gli stand. Io ero totalmente fuori posto, piantato come un palo davanti alla zona dei camerini, le mani in tasca, mentre Giulia mi usava come suo personale spettatore.
Ed era fastidiosissima. Usciva dal camerino ogni tre minuti, provando bikini sempre più striminziti, e faceva domande fatte apposta per mettermi in difficoltà. Voleva disperatamente che reagissi, che facessi la bava, che perdessi il controllo davanti a tutti. Ma avevo deciso di non darle questa soddisfazione. Restavo freddo come il ghiaccio, e questo la stava facendo letteralmente impazzire.
Uscì per l’ennesima volta, indossando un bikini verde smeraldo a triangolo, tenuto insieme da due laccetti sottilissimi dietro il collo e sulla schiena. Lo slip era basso sui fianchi, brasiliano, con due nodi laterali così piccoli che sembravano messi lì più per sfidare la gravità che per coprire qualcosa. Su un’altra ragazza sarebbe stato soltanto un costume audace, uno di quelli comprati per sentirsi un po’ più bella in spiaggia. Su Giulia era una minaccia. Il verde le accendeva la pelle chiara, faceva risaltare il nero disordinato dei capelli e sottolineava ogni contrasto del suo corpo minuto: la vita stretta, i fianchi morbidi, il sedere sodo che lo slip lasciava intuire con una crudeltà quasi scientifica. Il triangolo del sopra copriva appena il necessario, ma non abbastanza da impedirti di immaginare il resto; anzi, sembrava costruito apposta per trasformare ogni respiro in una provocazione. In quel momento capii con una lucidità agghiacciante che, se avesse indossato quel costume al mare davanti a Erika, sua madre e mezzo stabilimento, il problema non sarebbe stato guardarla. Sarebbe stato riuscire a smettere. «Questo mi fa sembrare piccola?» chiese, con una finta espressione innocente.
La squadrai dall'alto in basso, senza battere ciglio. «Ti fa sembrare una persona che dovrebbe smettere di farmi domande.»
Giulia assottigliò lo sguardo. «Quindi piccola.»
«Quindi insopportabile,» ribattei, imperturbabile.
Lei mise il broncio, stizzita. «Non era tra le opzioni.» Si girò sui talloni e tornò nel camerino, tirando la tenda verde con un gesto rabbioso. Non sopportava di non avere il controllo della mia reazione.
Passarono due minuti. Poi, il bordo della tendina si aprì appena, rivelando solo il suo viso e una spalla nuda. «Franci...» sussurrò, la voce improvvisamente flebile. «Mi aiuti? Il laccetto dietro si è incastrato. Non riesco a slacciarlo.»
Sapevo benissimo che era una trappola. Un trucco vecchio come il mondo. Ma il richiamo di quello spazio chiuso era troppo forte. Mi guardai intorno: una commessa stava sistemando dei parei a due metri di distanza. Feci un passo veloce e scivolai dentro il camerino.
Giulia richiuse la tenda di scatto dietro di me. Lo spazio era minuscolo. Sapeva di tessuto nuovo e del suo sudore leggero. La luce fredda rimbalzava sugli specchi, triplicando l'immagine dei nostri corpi incollati. Eravamo troppo vicini.
Mi appoggiò le mani sul petto, alzando il viso verso di me con un sorriso furbo, trionfante. «Questa è l'ultima volta che mi metti in mezzo per fare la donna davanti agli altri,» le sibilai a un millimetro dal viso, afferrandole i polsi prima che potesse accarezzarmi.
Lei fece la sfrontata, alzando il mento. «Però sei entrato.»
Ed era vero. Cazzo se era vero. Senza lasciarle il tempo di assaporare la vittoria, la feci girare su se stessa con una mossa decisa, schiacciandole la schiena contro il mio petto e costringendola a guardare la nostra immagine riflessa nello specchio davanti a noi. Le tenni le braccia bloccate lungo i fianchi. Trovai il famoso laccetto del costume, che ovviamente non era affatto incastrato, e glielo sistemai con lentezza, facendo scorrere le dita sulla sua schiena nuda e bollente.
Giulia iniziò a tremare. Pensava di comandare la scena, di avermi intrappolato, ma si rese conto all'improvviso che era esattamente il contrario. Era chiusa in trappola con me. Provò a voltarsi, a cercare la mia bocca, ma io la tenni ferma lì, di fronte allo specchio.
«Guardati,» le sussurrai all'orecchio, la mia voce un ringhio basso che sovrastava la musica del negozio. «Fai la grande da mezz'ora là fuori, fai la spavalda... e appena ti tocco non sai più dove mettere gli occhi.»
Il suo riflesso confermava ogni mia parola. Era rossa in viso, le labbra socchiuse, il respiro irregolare che faceva alzare e abbassare il piccolo seno contro la stoffa del costume. Aveva perso la battuta. La sua maschera era crollata nel giro di cinque secondi.
Spostai la mano destra, portandola davanti a lei. Afferrai il suo seno, stringendolo e impastandolo con foga attraverso la lycra sottile. La stoffa tesa mise in risalto il capezzolo turgido tra le mie dita. Giulia emise un gemito acuto, strozzato, mordendosi il labbro per non farsi sentire fuori. La sua testa cadde all'indietro contro la mia spalla.
Approfittando di quel suo smarrimento, la mia mano sinistra scese giù, lungo il suo stomaco piatto, per poi infilarsi senza esitazione sotto l'elastico dello slip del costume.
La trovai già completamente bagnata. Il suo stesso gioco l'aveva eccitata a dismisura. Trovai il clitoride e lo premetti con il pollice, compiendo un movimento circolare, secco e deciso.
Giulia inarcò la schiena, le ginocchia che le cedevano leggermente. «Franci... oddio, siamo in un negozio...» piagnucolò, la voce che si spezzava per il piacere e il terrore di essere scoperti.
«Ricordatelo, mocciosa,» le mormorai contro il collo, aumentando il ritmo delle mie dita giù in basso, mentre continuavo a stritolarle il seno con l'altra mano. I nostri sguardi rimasero incatenati nello specchio: io, dominatore e inflessibile, lei, completamente in balìa delle sensazioni, sottomessa e vinta dalla sua stessa inesperienza. «Sei tu che hai voluto le regole. Sono io che decido come, dove e quando. Io comando. Non dimenticarlo mai.»
All'improvviso, la voce della commessa risuonò forte e chiara appena fuori dalla nostra tenda, a pochi centimetri da noi. «Tutto bene lì dentro? Serve una taglia diversa?»
Giulia si irrigidì come una statua, gli occhi sbarrati dal panico assoluto nello specchio, il fiato bloccato in gola. Io estrassi la mano dai suoi slip in un lampo, lasciando anche la presa sul suo seno. Mi staccai da lei, sistemandomi la maglietta in un battito di ciglia.
«No, grazie! Va benissimo questo!» rispose Giulia con una voce stridula e falsamente allegra, anche se tremava da capo a piedi.
Feci scorrere la tendina per uscire. Prima di andarmene, mi fermai un istante sulla soglia. La guardai: era sudata, rossa in viso, le gambe molli, il costume stropicciato e una macchia umida inconfondibile che si stava allargando sul tessuto all'altezza dell'inguine.
«Compra questo,» le ordinai sottovoce, con un sorriso freddo. «Questo fine settimana al mare voglio vedere se sai comportarti.»
Giulia deglutì a fatica, appoggiandosi alla parete del camerino per non cadere. «E se non so?» sussurrò, con l'ultimo briciolo di sfida che le restava.
«Peggio per te,» risposi.
La lasciai lì, richiudendo la tenda alle mie spalle. Uscii dal negozio con le mani in tasca, camminando sotto le luci al neon, con la certezza matematica che quel fine settimana al mare sarebbe stato un fottuto, meraviglioso disastro.
Il tragitto in macchina dal centro commerciale a casa sua fu un incubo di tensione inespressa. Giulia teneva la busta di carta con il costume stretto sulle ginocchia, le nocche bianche per la forza con cui la stringeva. Fissava il finestrino ostinatamente. Non aveva spiccicato parola da quando eravamo usciti dal negozio. Il climax abortito nel camerino non aveva risolto nulla; l'aveva solo caricata a molla, lasciandola frustrata, bagnata e sudata sotto i vestiti.
«Miracolo. Silenzio,» dissi, tenendo gli occhi sulla strada.
«Non ho niente da dire,» rispose lei, secca, senza voltarsi.
«Quindi stai per dire una cazzata enorme.»
Quella provocazione fece saltare il tappo. Giulia si girò di scatto, gli occhi neri che lanciavano scintille di rabbia e desiderio insoddisfatto. «Mi hai fatto entrare in testa una cosa, mi hai toccata in quel modo in mezzo a un negozio, e poi pretendi che io stia tranquilla e muta sul sedile del passeggero? Non funziona così, Franci.»
«Funziona come dico io,» ringhiai, stringendo il volante.
«No!» esplose lei, la voce che vibrava di una ribellione feroce. «Funziona finché ti fa comodo. Mi accendi quando ti pare per sentirti il padrone della situazione, e poi mi spegni perché hai paura.»
Incassai il colpo. Sapevo che aveva ragione, ed era proprio questo che mi mandava in bestia. Volevo gestirla, ma lei si rifiutava di essere solo un burattino.
Accostai l'auto. Non in una stradina buia o in un parcheggio isolato. Accostai esattamente sotto il portone di casa sua, in pieno giorno. Intorno a noi c'era il rumore del traffico pomeridiano, i motorini che sgasavano, i vicini con le finestre aperte per il caldo. Una banalità opprimente, l'antitesi di qualsiasi atmosfera romantica o clandestina.
Spensi il motore. Giulia si ammutolì, guardandomi con un misto di attesa e confusione. Forse pensava che volessi baciarla, che volessi scusarmi. Invece, allungai una mano, le presi la busta del costume e gliela sbattei di nuovo con forza sulle cosce.
«Ascoltami bene,» le dissi, la voce dura, glaciale. «Questo fine settimana al mare, niente scenate. Niente battute strane davanti agli altri. Niente sguardi da gatta morta mentre sono con Erika. Niente giochetti provocatori davanti a tua madre. Devi essere invisibile.»
Giulia strinse i denti, il petto che si alzava e si abbassava rapidamente. «E io cosa dovrei fare per tre giorni? Stare ferma in un angolo come una bambola?»
«No. Come una persona che sa mantenere un cazzo di segreto.»
Lei mi guardò, per un istante genuinamente ferita dalla mia freddezza. Poi, l'istinto di sopravvivenza e la sua natura manipolatrice ripresero il sopravvento. «E se ci riesco?» sussurrò, inclinando appena la testa.
«Allora forse ti meriti qualcosa.»
Giulia sorrise appena. Un sorriso sghembo, affilato. Fece scorrere un dito lungo il bordo della busta di carta. «Il problema, Franci, è che mi hai lasciata eccitata da morire là dentro,» piagnucolò dolcemente, facendo la ragazzina capricciosa, ma con gli occhi carichi di malizia. «E per fare la brava bambolina per un intero fine settimana... ho bisogno di un incentivo adesso. Altrimenti non garantisco nulla.»
Ero al limite. Il mio autocontrollo si sgretolò in un istante sotto il peso del caldo, del suo profumo e di quella sfacciataggine assoluta. «Tra quanto tornano tua madre ed Erika?» le chiesi, la voce improvvisamente roca, ridotta a un sibilo.
Il suo sorriso si allargò. «Abbiamo due ore.»
Scesi dalla macchina senza dire una parola, chiudendo lo sportello con un colpo secco. Lei mi seguì al volo, quasi correndo.
Non aspettammo nemmeno di arrivare in salotto. Appena la porta di casa scattò alle nostre spalle, mi avventai su di lei. La spinsi con violenza contro il muro freddo dell'ingresso. La busta del costume le cadde di mano. Le afferrai il culo con foga, impastando la carne soda attraverso il jeans dei pantaloncini, e la sollevai di peso. Giulia lanciò un gemito acuto, avvolgendo istantaneamente le gambe nude attorno alla mia vita e le braccia al mio collo, attaccandosi alla mia bocca come un animale affamato. Eravamo fradici di sudore, i nostri respiri rimbombavano nel corridoio vuoto. La baciavo con una rabbia cieca, divorandole le labbra, mentre la portavo di peso lungo il corridoio.
Non andai in camera sua. Spinsi la porta della camera di Erika.
La sbattei sul materasso matrimoniale, facendola rimbalzare. Il solo pensiero di fare questo nel letto della mia fidanzata mi mandò il cervello in fumo. Giulia ansimava, i capelli sparsi sul copriletto, guardandomi dal basso con pura lussuria. Le slacciai i pantaloncini in una frazione di secondo e glieli strappai via lungo le gambe, portandomi dietro anche gli slip. La lasciai con indosso solo il top bianco arricciato sotto il seno.
Mi inginocchiai sul bordo del letto, tra le sue gambe spalancate. L'odore della sua eccitazione era fortissimo. Senza alcun preavviso, senza nessuna dolcezza, mi portai due dita alle labbra, le inumidii pesantemente con la mia saliva e poi, guardandola dritta negli occhi, sputai direttamente sulla sua figa.
Giulia sgranò gli occhi, sconvolta da quel gesto crudo, volgare e di dominazione assoluta. «Ah... Franci...» ansimò, tremando quando la saliva bagnata e calda colpì la sua intimità già fradicia.
Approfittando di quello shock, infilai due dita dentro di lei con una spinta decisa. «Ahhh!» urlò lei, inarcando la schiena in modo innaturale, le mani che si conficcavano nelle lenzuola di sua sorella.
Era strettissima, una morsa bollente e umida che mi stringeva le dita facendomi quasi male. E questa volta non c'era nessuno da non svegliare. Nessun genitore, nessuna sorella nell'altra stanza. Poteva gridare quanto voleva, e lo stava facendo. Iniziai a muovere le dita con foga, pompando dentro e fuori, senza la delicatezza della prima volta. La stavo punendo per come mi aveva fatto sentire nel negozio. Sentivo i suoi muscoli contrarsi freneticamente attorno a me a ogni spinta.
«Sì... cazzo, Franci, sì...» piangeva e gridava, perdendo ogni freno inibitore, scuotendo la testa sul cuscino.
Ma non mi bastava. Sfilai le dita, lasciandola gemere per il vuoto improvviso, e mi tuffai con il viso tra le sue cosce. Schiacciai la bocca direttamente su di lei. Le mie labbra catturarono il suo clitoride gonfio e sensibilissimo. Iniziai a succhiarlo con passione disperata, mentre la mia lingua lavorava senza sosta. Con una mano le tenevo fermo il bacino, con l'altra reintrodussi le dita, coordinando il movimento interno con la lingua all'esterno.
Il corpo di Giulia andò in corto circuito. Strinse le cosce sudate attorno alla mia testa, quasi soffocandomi, premendo il mio viso contro di sé. «Non fermarti... ti prego, non fermarti... vengo!» strillò, la voce rotta, stridula, il respiro che le si mozzava in gola.
Il suo climax fu violento, quasi troppo intenso per lei. Le sue gambe iniziarono a tremare senza controllo, i fianchi si sollevarono contro la mia bocca in preda a spasmi incontrollabili. Emise un urlo lungo e sordo, graffiando il copriletto, mentre l'orgasmo la svuotava completamente.
Continuai a leccarla delicatamente finché i tremiti non diminuirono, assaporando tutto di lei. Poi, con il fiato corto, risalii lungo il suo corpo. Mi posizionai sopra di lei e catturai le sue labbra in un bacio intensissimo. Giulia mi accolse, assaporando il suo stesso sapore sulla mia lingua, baciandomi con una profondità e una dedizione che non aveva mai mostrato prima. Era un limone sporco, viscerale, carico di sudore e di un possesso totale.
Eravamo persi in quell'intreccio di salive quando il trillo del mio telefono, abbandonato sul comodino di Erika, ci fece gelare il sangue.
Mi staccai di scatto. Giulia aveva gli occhi semichiusi, il respiro corto. Guardai lo schermo. Erika.
Deglutii il vuoto. Feci segno a Giulia di non fare il minimo rumore. Mi schiarii la voce, cercando di regolarizzare il respiro, e risposi. «Ehi, piccola,» dissi, la voce che mi sembrava innaturale.
«Amore! Ho due minuti di pausa,» cinguettò Erika, con i suoni del reparto in sottofondo. «Com’è andata? L'hai presa? Si è comportata bene la mocciosa?»
Guardai Giulia. Era sdraiata sul letto della sorella, mezza nuda, bagnata e col trucco sfatto. Mi fissava, aspettando la mia risposta come se fosse una sentenza, pendendo dalle mie labbra.
«A tratti,» risposi freddamente, senza distogliere lo sguardo da lei.
Giulia spalancò gli occhi, fingendo di offendersi, gonfiando le guance con aria di sfida.
Dall'altra parte del telefono, Erika scoppiò a ridere, ignara di tutto. «Quindi benissimo per i suoi standard! Dai, ci vediamo stasera. Grazie ancora per avermi salvata, ti amo.»
«Ti amo anche io. A stasera.» Chiusi la chiamata.
Fissai Giulia. Lei si sollevò sui gomiti. Non c'era più traccia dell'offesa simulata. «Vi odio entrambi,» mormorò, con un filo di voce.
Ma stavolta, mentre lo diceva, non era un capriccio. Il modo in cui mi guardava – con gli occhi scuri, dilatati, ancora umidi di piacere – era diverso. Era una promessa. Una dedizione totale al gioco malato che avevamo appena perfezionato.
Quella sera, mentre ero a casa mia a fare i bagagli per il fine settimana, il telefono vibrò.
Giulia: « al mare sarò bravissima.»
Fissai il messaggio per un lungo istante, ricordando il sapore che mi aveva lasciato in bocca. Digitai la risposta: «Le bugiarde partono già svantaggiate.»
Tre secondi dopo, la risposta. Giulia: «Allora controllami meglio.»
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