Processo Simulato - Vol.1: Capitolo 6

di
genere
etero

Il risveglio ebbe il sapore amaro dell'inevitabile. Aprii gli occhi fissando il soffitto di camera mia, con il cervello che processava simultaneamente due concetti pesantissimi. Primo: il processo simulato si era trasformato da una farsa accademica a una fottuta guerra di trincea in cui la mia reputazione e il mio orgoglio venivano scuoiati vivi ogni giorno. Secondo: l'indomani, alle diciotto in punto, avrei visto Val.
Un caffè. Fuori dall'aula, fuori dai fascicoli, fuori dal raggio d'azione dell'accusa e della difesa. Un caffè nostro.
Mi trascinai in cucina, passando una mano tra i capelli in disordine. Mi aspettavo di trovare l'aria satura dell'ostilità glaciale di Anna, un'estensione del freddo che ci eravamo scambiati la notte precedente, dopo il mio disastro davanti al tutor. Invece, Anna era già seduta al tavolo, immersa nei documenti.
Era perfetta. La camicia abbottonata in modo inappuntabile fasciava il suo busto delicato, i lunghi capelli castani erano disciplinati in una piega liscia che le scivolava oltre le spalle, e il suo viso ovale, dai lineamenti finissimi e regolari, era immacolato, protetto da un trucco leggero ma impeccabile. Nessuna traccia della donna sfatta, ansimante e vendicativa della notte prima. Era un'illusione ottica di controllo assoluto.
Eppure, quando mi avvicinai, notai le crepe.
Senza alzare lo sguardo dal computer, Anna allungò una mano e fece scivolare verso di me una tazza fumante. Poi, con l'altra mano, prese il cavo del caricabatterie e lo spostò esattamente di fianco al mio posto.
«Domani alle diciotto hai il tuo impegno,» disse, la voce atona, tecnica, priva di qualsiasi inflessione. Mi bloccai con la tazza a mezz'aria. «Il mio impegno?» «Non so come preferisci chiamarlo,» ribatté lei, girando una pagina del codice con un fruscio secco. «Caffè, fuga strategica, autolesionismo romantico. Scegli tu la categoria giurisprudenziale.»
Soffiai sul bordo della tazza, abbozzando un mezzo sorriso. «Sei gelosa, Perfettina?» I suoi occhi castani, luminosi e spietati, si alzarono a incrociare i miei. «Sono semplicemente consapevole delle tue criticità operative, Alessandro.»
Era la sua firma. Non ammetteva nulla, ma stava sanguinando sotto la corazza, e io lo sapevo. «Ti ho lasciato il caffè,» aggiunse, fredda, indicando la tazza con la punta della penna. «Grazie. È un gesto premuroso.» «Non commuoverti e non abituartici,» sibilò, tornando a guardare lo schermo. «Sei totalmente inutile alla difesa se ti addormenti sulla scrivania.»
Due ore dopo, la tensione della cucina si era trasferita nell'aula seminari del dipartimento. Era un incontro preliminare, una sorta di deposito informale delle memorie difensive davanti al tutor. Avevamo appena sganciato la nostra bomba: la catena di custodia digitale degli screenshot era compromessa. La testimone amica della vittima non si era limitata a ricevere i messaggi, li aveva filtrati, ordinati e montati.
Mi appoggiai allo schienale della sedia, pronto a godermi lo spettacolo di Val in difficoltà.
Ma Val non era lì per fare la bella statuina. Quando si alzò per replicare, lo fece con una sicurezza che mi lasciò senza fiato. I suoi capelli biondo miele, voluminosi e mossi in modo naturale, le incorniciavano il viso in un'aura di fascino luminoso ed elegante. Indossava una camicia morbida che seguiva le sue curve senza costringerle, e la sua postura comunicava una tranquillità assoluta.
«Il punto sollevato dalla difesa è affascinante, ma fuorviante,» esordì Val. La sua voce era chiara, musicale, ma chirurgica. «L'ordine sequenziale dei file non prova in alcun modo la malafede della testimone. Prova semplicemente che, dopo il panico iniziale e lo shock della vittima, qualcuno ha cercato di rendere leggibile per le autorità una storia confusa. Si chiama ordine razionale, non manipolazione.»
Sentii il terreno franarmi sotto i piedi. Era una motivazione dannatamente ragionevole. Logica. Perfetta.
Vittoria, seduta accanto a lei, non perse un battito. Si sporse sul tavolo, gli occhi ridotti a due fessure ironiche e velenose. «La verità è che la difesa vuole disperatamente farvi guardare i nomi e i numerini dei file, perché sa benissimo che non può permettersi di farvi guardare il contenuto di quelle chat.»
Il tutor si schiarì la voce, guardandoci da sopra gli occhiali. «Difesa, attenzione. La vostra linea tecnica è molto interessante, ma se si trasforma in un'insinuazione gratuita contro la testimone senza ulteriori prove, rischia di ritorcersi contro di voi in dibattimento.»
Fissai Val. Era bellissima, brillante, spontanea e formidabile. Aveva parato il nostro colpo migliore e lo aveva rispedito al mittente con l'eleganza di un sorriso. Invece di provare rabbia, sentii un'ondata di pura, cristallina ammirazione. Era la ragazza che desideravo da anni, e vederla combattere in quel modo mi rendeva impossibile trattarla come un nemico.
Anna, seduta alla mia sinistra, non disse una parola. Ma la temperatura corporea che irradiava scese a zero. Il suo respiro si bloccò per una frazione di secondo. Con la coda dell'occhio, la vidi stringere la penna fino a farsi sbiancare le nocche. Aveva percepito il mio rammollimento istantaneo. Aveva visto il mio sguardo su Val. E, peggio ancora, sapeva che Val ci stava mettendo con le spalle al muro.
Quella sera, l'aria nell'appartamento era densa come pece. Il tavolo della cucina era il solito campo di battaglia: fascicoli sparsi, computer accesi, rimasugli di una cena arrangiata al volo.
Anna aveva abbandonato la formalità universitaria. Indossava un paio di pantaloncini leggeri da casa e una maglia morbida e scollata che le scivolava continuamente da una spalla, esponendo la pelle chiara e il contrasto scuro della spallina del reggiseno. I suoi capelli erano raccolti in modo disordinato da una pinza, e i piedi nudi erano appoggiati sul pavimento freddo. Un'intimità domestica, stanca, ma carica di un potenziale erotico che mi teneva i nervi a fior di pelle.
Stava leggendo la lista delle domande di controinterrogatorio che avevo preparato nel pomeriggio per distruggere la tesi di Val.
Il silenzio fu interrotto dal rumore dei fogli che venivano lanciati sul tavolo, scivolando fino a urtare il mio computer. «Questa non è una domanda,» decretò Anna, la voce bassa, impregnata di un disprezzo purissimo. «È una carezza con il punto interrogativo.»
Sbuffai, passandomi le mani sul viso. «Non posso massacrarla, Anna. Se attacco Val in modo troppo aggressivo, la giuria e il tutor ci prenderanno per sadici.» «Perché è Val?» chiese, incrociando le braccia sotto il seno, un gesto che ne evidenziò la forma morbida e rotonda contro la stoffa sottile della maglia. «Perché è brava,» mentii, sostenendo il suo sguardo fiammeggiante. «Hai sentito come ha ribaltato la questione dell'ordinamento dei file. Se ci vado giù pesante e lei mi para il colpo, sembro un idiota.»
«Appunto,» sibilò Anna, sporgendosi in avanti. Il suo viso si avvicinò al mio. Potevo sentire il suo calore, il profumo della sua pelle stanca ma pulsante di vita. Le sue labbra carnose, quel dettaglio che mi mandava in cortocircuito la logica, si schiusero per pronunciare la sentenza definitiva. «È esattamente per questo che devi colpire meglio. Più forte. Più a fondo.»
«Non posso trasformare l'udienza in un'esecuzione pubblica.»
Anna si alzò in piedi. A piedi nudi, aggirò il tavolo e venne a piantarsi esattamente di fianco alla mia sedia. Non mi toccò, ma la sua vicinanza era una pressione fisica, un campo gravitazionale.
«Il tuo problema non è la giuria, Alessandro,» mormorò, la voce che era un rasoio di seta. Si chinò appena, sfiorandomi quasi l'orecchio con il viso, il respiro caldo che mi fece venire i brividi lungo la schiena. «Il tuo problema è che con me vuoi vincere. Con lei... con lei vuoi piacere.»
La frase mi colpì dritto alla bocca dello stomaco. Era la verità. Assoluta. Sporca. Innegabile. Non potevo fare a pezzi Val perché volevo che lei mi guardasse ancora con quell'ammirazione luminosa, perché volevo arrivare a quel fottuto caffè del venerdì senza dovermi scusare.
Cercai di ribattere, di trovare la mia solita scappatoia cinica, ma incrociai lo sguardo di Anna. I suoi occhi castani non erano solo giudicanti. Erano scuri, dilatati, accesi da un mix tossico di frustrazione accademica e di un desiderio ferito, possessivo, che stava cercando una valvola di sfogo.
Aveva capito che per distruggere l'accusa non doveva solo addestrarmi sul fascicolo. Doveva strapparmi dalla testa il bisogno di piacere a Val. E, guardando il modo in cui il suo petto si alzava e si abbassava irregolarmente sotto la maglia morbida, capii che aveva appena deciso come fare.
L’aria in cucina era diventata densa, quasi irrespirabile. Avevamo lavorato per altre due ore in un silenzio spezzato solo dallo scricchiolio della sedia e dal fruscio dei fogli. Eppure, ogni volta che alzavo gli occhi dal mio computer, la mia concentrazione andava a schiantarsi contro un muro. Quel muro era Anna.
Non si era vestita per sedurre, o almeno questo è quello che avrebbe sostenuto in un controinterrogatorio. Si era vestita per vincere. Indossava un paio di pantaloncini neri da casa, così morbidi e corti da lasciare quasi interamente scoperte le gambe snelle e la pelle chiara, incorniciando perfettamente la curva dei fianchi. Sopra, aveva una canottiera aderente scura, sovrastata da un cardigan di filo color panna che le scivolava costantemente oltre la spalla, rivelando la linea tesa della clavicola e un lembo di pizzo nero. I capelli castano scuro, di solito lisci e perfetti, erano stati raccolti malamente con una pinza sulla nuca, lasciando cadere un paio di ciocche ribelli sul collo nudo. Il trucco era leggero, ormai quasi consumato dalla fatica, ma scaldava i suoi lineamenti fini in un modo che la rendeva di una bellezza cruda, reale, domestica. Ed era scalza. Teneva un piede nudo appoggiato sul bordo della mia sedia, le dita che sfioravano il legno.
Cercai di leggere l'ennesima deposizione, ma il mio sguardo cadde di nuovo sull'ombra dell'ombelico sopra l'elastico dei pantaloncini.
«Ti sei vestita così per interrogarmi?» sbottai alla fine, gettando la penna sul tavolo. Anna non alzò lo sguardo dal fascicolo che teneva sulle ginocchia. «Mi sono vestita così perché questa casa è un forno.» «Siamo a novembre, Anna.» «Allora sarà un forno metaforico,» ribatté lei, la voce piana e chirurgica.
Chiusi gli occhi per un secondo. Il suo corpo era diventato una distrazione infinitamente peggiore del sorriso di Val. Ed era una distrazione costruita a tavolino, un ostacolo tattico piazzato lì apposta per addestrarmi.
Anna chiuse il fascicolo e lo appoggiò sul tavolo. Mi guardò, i suoi occhi grandi e luminosi puntati nei miei con una calma spietata. «Facciamo così,» esordì, incrociando le braccia sotto il seno. «Ogni domanda utile contro Val ti fa guadagnare qualcosa.»
Mi raddrizzai lentamente. Il sangue iniziò a pompare più forte. «Qualcosa... cosa?» «Dipende da quanto sei disposto a smettere di proteggerla,» rispose, glaciale.
Si sporse appena in avanti, definendo le regole del meccanismo con la precisione di un contratto. «Niente telefono. Niente battute per cercare di scappare. Niente domande gentili. Niente Val usata come tuo personale alibi emotivo. Se perdi il filo logico del discorso, io mi fermo. Se cerchi solo il piacere, spegni il cervello e smetti di lavorare, io mi rivesto e chiudiamo tutto. Intesi?» Deglutii. «Mi sembra un regime dittatoriale.» «Ogni singola ricompensa nasce da un progresso concreto sul controinterrogatorio,» precisò lei, ignorando la mia ironia. Poi, abbassò la voce. «Non ti sto distraendo dal processo, Alessandro. Sto verificando se sei capace di restare nel processo mentre vuoi qualcos'altro.»
Accettai. Non avevo scampo. Presi i miei appunti. «Può spiegare perché gli screenshot sono stati ordinati?»
Anna scosse la testa. «Bocciata. Troppo aperta. Le lasci spazio per inventare una scusa pietosa.» Feci un respiro profondo, costringendo il cervello a ignorare il lembo di pizzo nero che faceva capolino dal suo top. «Può indicare chi ha deciso l'ordine di presentazione degli screenshot prima del deposito in cancelleria?»
Anna mi fissò per tre secondi. Poi annuì. «Accettabile.» Si alzò dalla sua sedia. A piedi nudi, si avvicinò a me. Il suo profumo di crema e pelle stanca mi avvolse. Si fermò al mio fianco, le sue dita fredde mi sfiorarono la nuca, facendomi sussultare. Mi prese il mento, inclinandomi il viso verso l'alto, e premette le sue labbra lucide e carnose contro le mie. Fu un bacio breve, netto, un assaggio umido e perfetto. Poi si staccò all'istante, tornando a un passo di distanza.
Rimasi col respiro sospeso. «Tutto qui?» «Era un acconto.» «Un acconto fottutamente crudele.» Il suo viso ovale non tradì emozioni. «Allora guadagnati il saldo. Prossima domanda.»
Mi passai le mani sul viso, la mente che lavorava a ritmi folli. L'adrenalina processuale si stava mescolando all'eccitazione fisica. «Se la testimone sostiene di aver ricevuto gli screenshot in momenti diversi, come spiega che i file risultino ordinati in una sequenza unica, coerente e successiva ai fatti?»
Anna si bloccò. Il suo sguardo si accese di una stima puramente tecnica. «Questa è buona.» Si avvicinò di nuovo. Questa volta, si sedette sul bordo del tavolo, di fianco alla mia sedia. Prese le mie mani e, guidandole, se le appoggiò sulla vita nuda, proprio dove finiva la maglietta. La sua pelle era calda, liscia. Le mie dita si strinsero istintivamente sui suoi fianchi. Lei mi permise di far scivolare i palmi sulla parte bassa della schiena, per poi risalire lungo il busto, accarezzando la stoffa aderente della canottiera. Sentii i muscoli del suo addome contrarsi sotto il mio tocco.
Ma proprio mentre stavo per far scivolare le mani più su, lei mi bloccò i polsi. «Domanda successiva,» sussurrò. «Anna, cazzo, così non ragiono.» «Allora domani Val ti farà a pezzi in aula.» Il suo tono non ammetteva repliche. Non stava solo giocando. Mi stava allenando a resistere sotto tortura.
Fissai il tessuto scuro del suo top, poi i suoi occhi. «Lei conferma che la testimone non si è limitata a ricevere materiale, ma ha selezionato deliberatamente quali elementi rendere visibili e in quale ordine presentarli?»
Anna capì subito che avevo affilato la lama. Non urlò di gioia, non si entusiasmò, ma i suoi occhi castani diventarono scuri, liquidi. Lentamente, senza dire una parola, sfilò il cardigan dalle braccia. Poi, afferrò l'orlo della canottiera aderente e lo tirò su, sfilandosela dalla testa, seguita dal reggiseno nero. Il mio respiro si azzerò. Sotto la luce gialla della lampada, il suo seno era nudo, sodo, di una femminilità prorompente che contrastava con la sua figura snella. I capezzoli erano già turgidi. Non c'era nulla di romantico nel modo in cui mi guardava; era un'offerta controllata, quasi spietata.
Avvolsi i suoi seni con le mani, sentendo la pesantezza e il calore della sua carne. Anna chiuse gli occhi per una frazione di secondo, le labbra dischiuse, ma il suo cervello non smise di lavorare. «Prima domanda,» ordinò, la voce appena un po' più roca. Strinsi la presa, accarezzando la pelle delicata con i pollici. «Catena di custodia compromessa.» Lei ansimò piano. «Seconda.» «Testimone non passiva.» «Terza...» «Sequenza probatoria costruita prima del deposito.»
«Continua,» mormorò lei. E io lo feci. Il passaggio successivo richiedeva una sequenza micidiale. La mia bocca indugiava sulla pelle del suo ventre, baciando la linea scura dei pantaloncini, mentre la mente si sforzava di mantenere il fuoco su Val.
«Chi ha ricevuto per primo gli screenshot? Chi li ha rinominati? Chi ha scelto l'ordine di presentazione? Perché una prova definita 'spontanea' arriva al fascicolo già ordinata come un fottuto dossier?» Scandii le domande una dopo l'altra. Erano processualmente perfette.
Anna scivolò giù dal tavolo e, in un unico movimento, si sedette a cavalcioni sulle mie cosce. Il contatto fu devastante. La sua intimità premette contro la mia erezione intrappolata nei pantaloni. Le mie mani scesero automaticamente sul suo fondoschiena, stringendo la carne morbida, mentre lei si chinava a baciarmi. Fu un bacio profondo, affamato, lunghissimo. Le nostre lingue si intrecciarono con foga, mentre il suo corpo si inarcava contro il mio.
Si staccò, il respiro spezzato, le mani appoggiate sulle mie spalle. «Se domani ti basta il sorriso di Val per diventare gentile, abbiamo perso tutto,» mi disse, a un centimetro dalle mie labbra. «Non sono gentile,» ansimai. «Con lei sì,» ribatté, implacabile. «Ripeti la quarta domanda.»
Lo feci. La recitai a memoria, a denti stretti, mentre le accarezzavo la schiena nuda.
«Ora,» disse Anna, scivolando via dalle mie gambe con una fluidità crudele e rimettendosi in piedi davanti a me. «Voglio la domanda che non vuoi farle. Voglio la vera domanda cattiva. Quella che la farà sanguinare in aula.»
Sapevo quale fosse. L'avevo in testa da ore, ma mi ero rifiutato di scriverla perché sapevo che avrebbe umiliato Val. Esitai. La penna tremò tra le mie dita. Anna lo notò subito. «Non vuoi fargliela.» «Non è questo.» «È esattamente questo, Alessandro,» disse, avvicinandosi. «Non vuoi sembrare scorretto.» «Non voglio infierire a livello personale!» «No,» lo corresse lei, la voce affilata come una lama. «Tu non vuoi smettere di piacerle.»
Fu un colpo basso. E fece male perché era vero. La guardai. Guardai la sua pelle nuda, il suo viso stanco ma ferocemente lucido, e capii che se volevo lei, se volevo vincere, dovevo smettere di fare lo spettatore della mia stessa vita. Appoggiai la penna sul foglio e scrissi.
«Ci state chiedendo di credere a una prova spontanea che spontanea non è. Quindi, pubblico ministero, chi ha costruito l'ordine di questa storia a tavolino, inquinando le prove, prima che arrivassero al fascicolo?»
Rilessi la frase ad alta voce. Era la fine dell'innocenza della nostra difesa. Era un attacco diretto. Alzai lo sguardo su Anna. «Questa è abbastanza buona?» I suoi occhi castani si scurirono in modo vertiginoso. «No.» «No?» «È abbastanza cattiva.»
Il silenzio che calò in cucina fu carico di una tensione insopportabile. «E quindi?» sussurrai. «Quindi, hai guadagnato l'ultimo incentivo.»
Anna non si rimise la maglia. Si inginocchiò lentamente sul tappeto, finendo esattamente in mezzo alle mie gambe divaricate. La sua pelle chiara brillava sotto la luce della lampada. «Regole,» esordì, guardandomi dal basso verso l'alto con un'espressione che mischiava l'autorità accademica a una lussuria primordiale. «Niente mani nei miei capelli.»
Feci un sorriso teso. «Sempre regole, Anna?» «Soprattutto adesso,» rispose lei, sbottonando i miei pantaloni con dita sottili ed esperte. «E tu, cosa devi fare?» «Restare lucido,» risposi, mentre la cerniera scendeva e il mio cazzo, duro e dolorante, scattava fuori. «Restare abbastanza lucido da ripeterti la fottuta domanda quando me lo chiederai.»
Lei annuì. Non c'era sottomissione nel suo gesto. C'era un possesso assoluto. Schiuse le labbra carnose e lucide, e si sporse in avanti.
Il primo contatto fu un brivido rovente. La sua lingua, umida e caldissima, tracciò una linea lenta lungo la parte inferiore dell'asta, partendo dalla base fino a sfiorare la punta. Inarcai la schiena, stringendo convulsamente i braccioli della sedia per non violare la regola delle mani. Anna mi prese completamente in bocca. Le sue labbra si serrarono attorno a me, morbide ma decise, creando un vuoto che mi fece mozzare il fiato. Iniziò a muoversi su e giù. Non era un gesto frettoloso o servile. Era metodica, ingorda, incredibilmente esperta. Usava la lingua per accarezzare il frenulo a ogni affondo, mentre la saliva bagnava la pelle riducendo l'attrito a una scivolata perfetta.
Guardai giù, la mente che iniziava a disintegrarsi. Le sue guance si concavavano ritmicamente. I suoi seni nudi si muovevano leggermente a ogni spinta, i capezzoli scuri e turgidi. Con una mano, Anna scese a sfiorarmi le palle. Le dita iniziarono a massaggiarle con una pressione solida, stuzzicante, intrecciandosi con il ritmo forsennato della sua bocca. Il piacere era un ronzio bianco, assordante. Stavo perdendo ogni cognizione dello spazio e del tempo. Il caso, il processo, Val... tutto stava annegando in quel buio umido e rovente.
All'improvviso, si fermò. L'aria fredda colpì la mia pelle bagnata di saliva. Anna alzò il viso, le labbra arrossate, il respiro pesante, ma gli occhi perfettamente a fuoco.
«Ripeti la domanda,» sussurrò. Cercai di mettere a fuoco la cucina. «Anna, ti prego...» «Ripetila. O mi fermo, Alessandro. E mi rivesto.»
Il terrore di perdere quel calore mi sferzò il cervello. Strinsi i denti, obbligando la mia bocca a formulare le parole. «Ci state chiedendo... di credere a una prova spontanea...» ansimai. «Quindi... chi ha costruito l'ordine di questa storia... prima che arrivasse al fascicolo?»
Anna fece un sorriso minuscolo, feroce. «Bravo avvocato.» E riprese. Questa volta fu spietata. Aumentò la velocità, spingendosi più a fondo, prendendomi quasi fino alla gola. La sua mano stringeva la base, aumentando la pressione a ogni risucchio. Le mie nocche erano bianche sui braccioli. Gemetto, incapace di trattenermi, il mio bacino che iniziava a muoversi per cercare disperatamente il suo palato. Lei assecondò il movimento, incassando ogni mia spinta senza cedere di un millimetro, padrona assoluta del mio corpo e della mia mente.
«Domani...» ansimò Anna, staccandosi appena per prendere fiato, la saliva che brillava sulle sue labbra, «domani puoi sorriderle quanto cazzo vuoi. Ma in aula... in aula non le regali niente.» «E fuori... fuori dall'aula?» rantolai, vicino al limite. Anna si irrigidì, gli occhi scuri che scintillarono. «Fuori dall'aula, Val non è oggetto di questa preparazione.»
Quella risposta, così fottutamente cinica e perfetta, mi fece scattare. L'eccitazione si tramutò in puro fuoco. «Vengo... Anna, vengo,» la avvisai, il respiro spezzato.
Lei non si spostò. Trattenne il respiro, stringendo le mani sui miei fianchi, e mi prese di nuovo in bocca, accogliendo l'urto. Il mio orgasmo esplose con una violenza che mi fece tremare le gambe. Gemetto il suo nome, svuotandomi in lei e sul suo viso, mentre le mie cosce tremavano per lo sforzo di restare seduto. Venne via da me lentamente, il viso arrossato, il fiato corto. Non c'era vergogna, solo il trionfo di una donna che aveva appena piegato il mio caos al suo ordine.
Il silenzio tornò a scendere sull'appartamento, pesante ma svuotato dall'adrenalina. Anna si alzò in piedi. Con calma, si pulì il viso e le labbra con un fazzoletto di carta. Poi raccolse il cardigan da terra, se lo infilò, e tornò a sedersi alla sua postazione. Rimase con i bottoni aperti, la canottiera scartata sulla sedia accanto, ma la sua postura tornò a essere quella dello studio.
Io ero distrutto. Fisicamente e mentalmente. Non feci battute. Non c'era spazio per l'ironia. Mi allacciai i pantaloni e, invece di alzarmi e andarmene, spostai la sedia di qualche centimetro e mi accasciai al tavolo, a poca distanza da lei.
L'atmosfera era cambiata. Le ore erano minuscole. Fuori, la strada era un nastro di asfalto morto e silenzioso. Dentro, sotto la luce giallastra della lampada, la casa era un disastro di fascicoli, evidenziatori scarichi, bicchieri opachi e un tramezzino dimenticato. Eppure, in mezzo a quel degrado studentesco, c'era un'intimità nuova. Non ci stavamo comportando da coppia ufficiale. Ci stavamo comportando come due sopravvissuti alla stessa trincea, che si stavano lentamente, inesorabilmente, abituando a condividere lo stesso fottuto metro quadrato di ossigeno.
Anna leggeva una sentenza sullo schermo, il riflesso azzurrognolo che le illuminava il viso struccato e stanco. Io fissavo i miei appunti. L'erotismo si era depositato sul fondo, lasciando spazio
L’aria della cucina, dopo quello che era successo sul tappeto, aveva una consistenza diversa. Era densa, carica di un’elettricità residua che mi formicolava sui polsi. Ero distrutto, fisicamente e psicologicamente svuotato, ma per un miracolo della chimica o della follia, il mio cervello era una lama affilata.
Anna si era ricomposta con la sua solita efficienza chirurgica, ma non era fuggita. Non si era chiusa in camera. Era tornata a sedersi di fronte a me, le gambe rannicchiate sotto il mento, il cardigan scivolato su una spalla e la penna rossa stretta tra le dita sottili. Lavoravamo. Non per riempire pagine vuote o per ansia da prestazione accademica, ma perché, in qualche modo contorto e disfunzionale, quella era diventata la nostra forma di stare insieme.
Allungai la mano e le rubai la tazza, bevendo un sorso del suo caffè freddo. Anna non alzò lo sguardo dal fascicolo, ma le sue sopracciglia naturali e ben definite si contrassero in un'espressione di puro fastidio. «C’è il tuo, di fianco al computer.» «Il mio è finito,» risposi, riappoggiando la tazza con un sorriso sghembo. «La tua grafia è un crimine contro il codice penale,» sospirò lei, tracciando un segno rosso spietato su una delle mie domande. «Sembri un medico che prescrive ansiolitici.» «E tu lo sai che usi la parola quantomeno ogni singola volta che sei nervosa o vuoi sembrare più autorevole?»
Anna bloccò la penna. I suoi occhi castani, grandi e lucidi, mi trafissero nella penombra. «Io sono autorevole.» «Quantomeno.»
Le sue labbra, carnose e ancora leggermente arrossate, si strinsero. «Ti odio,» sibilò. Mi appoggiai allo schienale della sedia. «Meno di ieri.»
Ci fu una pausa. Il rumore lontano di un'ambulanza tagliò il silenzio della strada. Anna abbozzò l'ombra di un mezzo sorriso, un cedimento microscopico e bellissimo. «Non approfittarne.»
La notte avanzava, trasformando la nostra guerra fredda in una trincea condivisa. Lentamente, tra una riga di procedura e l'altra, iniziammo a parlare. Non c'erano le solite difese ciniche, né le confessioni melodrammatiche da film di mezzanotte. Erano frammenti. Pezzi di vetro lasciati cadere sul tavolo.
«Io non ho mai avuto il lusso di essere brillante e basta, Alessandro,» disse Anna a un certo punto, fissando il buio oltre la finestra. La sua ambizione, la sua natura metodica e tagliente, le facevano da scudo. «Se tu sbagli una risposta, sei il genio sregolato che non si applica. Se la sbaglio io, mi resta addosso come una macchia. Il controllo è l'unica armatura che ho.»
La guardai, sentendo un nodo strano alla base della gola. La sua paura di perdere il controllo era reale, non solo una posa. «Io ho sempre fatto finta che non mi importasse di niente,» confessai, la voce bassa, raschiando il fondo della mia stessa ipocrisia. «Perché così, se andava male, se fallivo... almeno sembrava una scelta. Sembrava che non ci avessi provato davvero.»
Anna mi guardò. Non ci fu compassione nei suoi occhi, nessuna pacca sulla spalla. «È una strategia pessima,» sentenziò. «Lo so.» «Però... è coerente.» Ed era il complimento più tenero che Anna potesse mai concepire.
Un'ora dopo, la tensione erotica che ci aveva travolti si era finalmente depositata, lasciando spazio a un rilassamento muscolare assoluto. Ma io, fedele alla mia natura, non riuscivo a non sfiorare i fili scoperti.
Mi schiarii la gola. «Posso fare una domanda non attinente al fascicolo?» Anna continuò a sottolineare. «Di solito sono le uniche che fai.» «Riguarda quella cosa di prima.»
La penna si fermò. Anna non alzò subito lo sguardo. Il suo viso ovale, dai lineamenti delicati, sembrò improvvisamente di porcellana. «Quale delle molte cose compromettenti di prima?» Mi appoggiai sui gomiti, avvicinandomi. «Eri... parecchio competente. Sorprendentemente metodica.»
Il silenzio divenne denso, imbarazzante e fottutamente erotico. Una macchia rossa le fiorì sulle guance chiare. Anna, la ragazza glaciale, stava arrossendo. Provò a riprendere il controllo, raddrizzando le spalle. «Esperienza pregressa,» disse, gelida. «Curriculum?» la presi in giro, non resistendo. «Non fare lo scemo.»
Distolse lo sguardo, puntandolo su una riga a caso del documento. Le sue dita giocherellavano con il tappo dell'evidenziatore. «Il mio ex,» mormorò dopo una pausa che sembrò infinita, «era molto... insistente.» Corrugai la fronte. «Insistente?» Anna abbassò ulteriormente gli occhi. «Voglioso.»
Quella parola, detta da lei, con la sua voce elegante e controllata, fu uno schiaffo. C'era un abisso sotto quell'aggettivo. Capii all'istante che quell'uomo non era solo un ricordo; era il motivo per cui lei aveva imparato a dominare il desiderio, a incasellarlo per non farsi travolgere. Forse l'aveva fatta sentire un oggetto utile, più che una scelta.
Anna si accorse del mio sguardo e si infastidì immediatamente per il proprio stesso rossore. «Non guardarmi così.» «Così come?» «Come se avessi appena scoperto una prova segreta decodificando i miei silenzi.»
Era perfetta. Sorrisi, ma il sorriso morì subito. «Non ti piace parlare di lui,» constatai. «Non mi piace parlare di ciò che non serve.» «E lui non serve?» Anna chiuse il fascicolo con un tonfo secco. «Non più.»
Il mistero si chiuse in quella frase. Non chiesi altro.
Riprendemmo a lavorare. La confidenza tra noi era ormai un tessuto invisibile che ci legava. Mi lanciava frecciatine, io rispondevo. A un certo punto, sfinita, si appoggiò allo schienale della sedia e chiuse gli occhi per due secondi, lasciando cadere la testa all'indietro. Il collo scoperto, la pelle pallida, l'abbandono totale della geometria.
La fissai, incantato. Senza aprire gli occhi, Anna mormorò: «Se dici che sono stanca, ti uccido e nascondo il cadavere nei cassetti della cancelleria.» «Stavo per dire che sembri umana,» replicai. «Peggio.» «Quantomeno.»
Riaprì gli occhi di scatto e mi lanciò una penna. La mancai miseramente, facendola rimbalzare sul muro. Quasi ridemmo. Eravamo la coppia perfetta che non sapeva di esserlo, chiusi in una bolla dove tutto funzionava.
Poi, il mio telefono vibrò sul tavolo. Il bagliore blu illuminò le nostre facce.
Val: Domani alle 18 confermato? Niente processo, giuro.
Il messaggio ruppe l'incantesimo come un sasso scagliato contro una vetrata. Fino a quel secondo, la sera era stata interamente, visceralmente nostra. L'esistenza di Val, genuina, solare e disarmante, irruppe nella cucina spazzando via la tregua.
Fissai il telefono. Poi alzai gli occhi su Anna. Lei lo aveva visto. Lo aveva letto o intuito dal mio irrigidimento. Sbloccai lo schermo e digitai: Confermato.
Inviai.
Mi preparai all'impatto. Alla cattiveria. Ma Anna non fece scenate. Non ci fu nessuna sfuriata. Ed era cento volte peggio. La sua gelosia tornò a essere quella di sempre: glaciale, silenziosa, letale. La sua mano tornò ferma sui fogli. Il viso si chiuse, i lineamenti si indurirono. Il collo perse ogni rilassatezza, tornando a essere una linea rigida. Gli occhi grandi e scuri si abbassarono sul fascicolo, spegnendo ogni traccia di calore.
«Bene,» disse, con una voce così professionale da farmi gelare il sangue. «Anna...» «Domani mattina ripetiamo la sequenza del controinterrogatorio,» mi interruppe, senza guardarmi. «Pensavo avessimo finito.» «Non abbastanza.»
Prese la penna, raddrizzando la schiena in quella posa altezzosa che la rendeva irraggiungibile. «Domani vai da lei,» concluse, il tono liscio come l'acciaio. «Prima, però, vieni in aula con me.»
Era la chiusura perfetta di una trappola emotiva. Mi stava dicendo, senza usare una sola parola sentimentale, che non aveva alcun diritto su di me, ma che finché facevo parte di quella maledetta difesa, appartenevo a lei. E che vedermi andare via le faceva più male di quanto potesse mai ammettere.
Tornai a fissare il mio fascicolo, ma le parole sulla carta non avevano più senso. Quella notte non sembrò una notte speciale. Sembrò una delle nostre. La stanchezza condivisa, le battute, il lavoro, il sesso sporco ed esigente.
Ed era esattamente questo il problema. Perché il giorno dopo, alle diciotto in punto, io avevo promesso a Val di uscire dal processo per scoprire la realtà del nostro sogno adolescenziale. Ma Anna, senza confessarlo mai, aveva già iniziato a costruirsi una casa dentro casa mia.
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2026-06-29
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