Il passato che ritorna 2
di
DDS76
genere
trans
Eravamo usciti come al solito, prima aperitivo e poi cena. Sembrava tutto normale, ma non era così, c’era in me qualcosa quella sera, e lei era più figa del solito. Uscire con lei era come portare una bomba carica in mezzo alla gente.
Miami di notte non perdona. Tacchi che battono sui marciapiedi, vestiti corti, occhi affamati. Daniela li attirava come una calamita. Non faceva niente di speciale: camminava. Respirava. Esisteva.
E bastava quello.
Li vedevo, gli sguardi. Maschi, femmine, coppie annoiate. Occhi che le scivolavano addosso, che si fermavano sui fianchi, sul seno, sulle gambe nude. Occhi che la volevano.
E io sentivo una cosa strana crescermi nello stomaco.
Gelosia.
Non quella teatrale, urlata. Quella silenziosa, animale. Le mettevo una mano sulla schiena nuda, non per proteggerla: per marcare territorio. E lei lo sapeva. Mi sorrideva appena, come se quel possesso le piacesse.
La parte che mi mandava fuori di testa e che mi faceva eccitare era un’altra.
Nessuno vedeva.
Nessuno capiva.
Nessuno immaginava che la donna che stavano spogliando con gli occhi fosse una bellissima trans.
E questo mi eccitava in un modo che non avevo previsto. Non per il segreto in sé, ma per il fatto che era mia. Che io sapevo. Che io ero l’unico ammesso dentro quella verità.
Potere puro. Intimità sporca.
Quella sera, tornati a casa, non abbiamo acceso le luci. Il mare entrava dalle finestre come un respiro lento. Daniela si è seduta sul divano, ha incrociato le gambe e mi ha guardato con quell’aria calma che mi disarma più di qualsiasi provocazione.
«Posso chiederti una cosa?»
Quando dice così, so che niente sarà come prima.
Ho annuito.
«Hai mai pensato… di fidarti davvero di me? Anche nel corpo.»
Non ho risposto subito. Sentivo il cuore battere dove non doveva. Io, quello che comandava sempre. Io, che prendeva.
Nei mesi in cui ci stavamo frequentando ero sempre io quello che dava, avevo esplorato il suo culo ormai centinaia di volte, conoscevo tutte le sue pieghe interne, ormai il mio cazzo aveva dato la forma al suo buco. La sua bocca era sempre alla ricerca del mio piacere per farmi godere e inogiare tutto sempre.
Poi quella sera successe. Lei si è avvicinata, senza toccarmi.
«Vorrei che provassi a lasciarti andare. A essere passivo. Solo con me. Perché io sono la tua donna.»
La parola mi ha colpito come un pugno lento. Passivo.
Io non lo ero mai stato. Neanche una volta. Nemmeno per gioco.
E invece… invece non ho detto no.
La sensazione è stata questa: perdere il controllo senza perdere dignità. Affidarmi senza sentirmi piccolo. Quando le sue mani hanno guidato le mie su suo cazzo già duro, quando mi ha fatto capire che non dovevo dimostrare niente, che non dovevo vincere… ho sentito qualcosa aprirsi dentro di me.
Non il corpo. La testa.
La paura è diventata calore.
La resistenza, desiderio.
E nel momento in cui ho smesso di pensare a chi ero sempre stato, ho scoperto una cosa che mi ha spaventato più del resto: mi piaceva.
Mi piaceva sentire che qualcuno mi leggeva.
Mi piaceva non essere il predatore.
Mi piaceva che fosse proprio lei — proprio lui — a guidarmi.
Incollò la sua bocca sulla mia e piano piano mi spinse verso il letto. Mi spinse verso il letto mi salì di sopra e si impalò cavalcando forsennatamente fino a farmi sborrare in pochissimi minuti. Ero eccitato per quello che sarebbe successo dopo, mi fece mettere carponi e si posizionò dietro, si sdraiò sulla mia schiena, appoggiò le labbra sul mio orecchio e leccandomi mi sussurrò «Ti amo» e subito dopo mi penetrò lentamente. Fu dolce e non irruenta come io facevo con lei. Iniziò a muoversi sempre più velocemente fino a che dopo un tempo indefinito si scaricò dentro di me.
Siamo rimasti sdraiati in silenzio. Io fissavo il soffitto, il cuore ancora troppo veloce. Daniela mi ha accarezzato i capelli, piano, come si fa con chi ha attraversato qualcosa.
Non mi sono sentito meno uomo.
Mi sono sentito più vero.
Ed è lì che ho capito che questa storia non mi avrebbe salvato.
Ma mi avrebbe cambiato.
E forse — per uno come me — è molto peggio.
Miami di notte non perdona. Tacchi che battono sui marciapiedi, vestiti corti, occhi affamati. Daniela li attirava come una calamita. Non faceva niente di speciale: camminava. Respirava. Esisteva.
E bastava quello.
Li vedevo, gli sguardi. Maschi, femmine, coppie annoiate. Occhi che le scivolavano addosso, che si fermavano sui fianchi, sul seno, sulle gambe nude. Occhi che la volevano.
E io sentivo una cosa strana crescermi nello stomaco.
Gelosia.
Non quella teatrale, urlata. Quella silenziosa, animale. Le mettevo una mano sulla schiena nuda, non per proteggerla: per marcare territorio. E lei lo sapeva. Mi sorrideva appena, come se quel possesso le piacesse.
La parte che mi mandava fuori di testa e che mi faceva eccitare era un’altra.
Nessuno vedeva.
Nessuno capiva.
Nessuno immaginava che la donna che stavano spogliando con gli occhi fosse una bellissima trans.
E questo mi eccitava in un modo che non avevo previsto. Non per il segreto in sé, ma per il fatto che era mia. Che io sapevo. Che io ero l’unico ammesso dentro quella verità.
Potere puro. Intimità sporca.
Quella sera, tornati a casa, non abbiamo acceso le luci. Il mare entrava dalle finestre come un respiro lento. Daniela si è seduta sul divano, ha incrociato le gambe e mi ha guardato con quell’aria calma che mi disarma più di qualsiasi provocazione.
«Posso chiederti una cosa?»
Quando dice così, so che niente sarà come prima.
Ho annuito.
«Hai mai pensato… di fidarti davvero di me? Anche nel corpo.»
Non ho risposto subito. Sentivo il cuore battere dove non doveva. Io, quello che comandava sempre. Io, che prendeva.
Nei mesi in cui ci stavamo frequentando ero sempre io quello che dava, avevo esplorato il suo culo ormai centinaia di volte, conoscevo tutte le sue pieghe interne, ormai il mio cazzo aveva dato la forma al suo buco. La sua bocca era sempre alla ricerca del mio piacere per farmi godere e inogiare tutto sempre.
Poi quella sera successe. Lei si è avvicinata, senza toccarmi.
«Vorrei che provassi a lasciarti andare. A essere passivo. Solo con me. Perché io sono la tua donna.»
La parola mi ha colpito come un pugno lento. Passivo.
Io non lo ero mai stato. Neanche una volta. Nemmeno per gioco.
E invece… invece non ho detto no.
La sensazione è stata questa: perdere il controllo senza perdere dignità. Affidarmi senza sentirmi piccolo. Quando le sue mani hanno guidato le mie su suo cazzo già duro, quando mi ha fatto capire che non dovevo dimostrare niente, che non dovevo vincere… ho sentito qualcosa aprirsi dentro di me.
Non il corpo. La testa.
La paura è diventata calore.
La resistenza, desiderio.
E nel momento in cui ho smesso di pensare a chi ero sempre stato, ho scoperto una cosa che mi ha spaventato più del resto: mi piaceva.
Mi piaceva sentire che qualcuno mi leggeva.
Mi piaceva non essere il predatore.
Mi piaceva che fosse proprio lei — proprio lui — a guidarmi.
Incollò la sua bocca sulla mia e piano piano mi spinse verso il letto. Mi spinse verso il letto mi salì di sopra e si impalò cavalcando forsennatamente fino a farmi sborrare in pochissimi minuti. Ero eccitato per quello che sarebbe successo dopo, mi fece mettere carponi e si posizionò dietro, si sdraiò sulla mia schiena, appoggiò le labbra sul mio orecchio e leccandomi mi sussurrò «Ti amo» e subito dopo mi penetrò lentamente. Fu dolce e non irruenta come io facevo con lei. Iniziò a muoversi sempre più velocemente fino a che dopo un tempo indefinito si scaricò dentro di me.
Siamo rimasti sdraiati in silenzio. Io fissavo il soffitto, il cuore ancora troppo veloce. Daniela mi ha accarezzato i capelli, piano, come si fa con chi ha attraversato qualcosa.
Non mi sono sentito meno uomo.
Mi sono sentito più vero.
Ed è lì che ho capito che questa storia non mi avrebbe salvato.
Ma mi avrebbe cambiato.
E forse — per uno come me — è molto peggio.
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