Schiavo Delle Sue Amiche - Capitolo 10
di
_ale_
genere
tradimenti
Quel «Bravo» sussurrato da Sofia nel buio fu l'ultimo chiodo piantato sulla mia bara.
Non risposi. Non mi voltai a guardarla. Mi alzai dal divano con le gambe che sembravano fatte di cenere, afferrai i boxer e la maglietta dal pavimento, infilandoli con gesti meccanici, tremanti. Non era una semplice uscita; era una fuga disperata.
Aprii la porta a vetri e mi lanciai fuori, nel giardino. I miei piedi scalzi impattarono contro le mattonelle fredde e ruvide del patio, un contrasto brutale con il calore soffocante che mi bruciava le vene. L'aria notturna era densa, pesante, satura dell'umidità di un temporale estivo imminente. Mi aggrappai al muretto esterno della villa, riempiendomi i polmoni di respiri spezzati che sapevano di terra umida, salsedine e del fumo stantio delle sigarette dimenticate nel posacenere.
Dietro di me, oltre il vetro, il bagliore della TV continuava a danzare sulle pareti del salotto. Il film andava avanti, i dialoghi scorrevano perfetti e finti, come se la mia vita non fosse appena andata in mille pezzi. Lo stomaco mi si rivoltò. Mi piegai in avanti, convinto di vomitare, ma non uscì nulla. Volevo piangere, urlare fino a spaccarmi la gola, ma non potevo nemmeno concedermi quel lusso. Sofia era ancora lì dentro. Sveglia. Vincitrice. In ascolto.
Il fruscio della porta finestra alle mie spalle mi fece gelare il sangue. Il vetro scorse sui binari, per poi richiudersi con un tonfo sordo. Trattenni il respiro, aspettandomi di sentire la voce di Sofia, venuta a godersi lo spettacolo della mia rovina. O magari era Erika, scesa di nuovo per affrontarmi. Invece, quando mi voltai lentamente, la figura che emerse dalla penombra del patio fu un'altra.
Sara. Indossava solo una maglietta bianca oversize che le arrivava a metà coscia, i capelli biondi spettinati dal sonno interrotto. Stava a qualche metro da me. La luce lontana del lampione illuminava a malapena il suo viso, ma la sua postura era tesa come la corda di un arco. Non c'era traccia del torpore della notte, solo una lucidità fredda e tagliente.
Rimanemmo in silenzio per un tempo che sembrò infinito. Sentivo solo il frinire delle cicale e il battito impazzito del mio cuore. Poi, con una voce secca, priva di qualsiasi inflessione, Sara ruppe il silenzio.
«Hai detto il mio nome.»
Chiusi gli occhi, schiacciando la schiena contro il muro ruvido. Non risposi. Lei fece un passo avanti. I suoi piedi nudi non produssero alcun suono.
«Hai detto il mio nome mentre eri con lei.»
Non era una domanda. Era una condanna. Sara non sapeva del video, non sapeva del ricatto malato di Sofia, ma il buio del salotto aveva amplificato tutto. Aveva sentito il mio orgasmo, la mia voce spezzata che invocava lei. Aveva sentito la domanda disperata di Erika, la mia esitazione calcolata, le mie risposte crudeli, e infine quel suono secco. Lo schiaffo.
«Sara...» gracchiai, la gola arida. «Ti prego... non è come pensi.»
Quella fu la scintilla. Sara esplose. La calma apparente svanì in una frazione di secondo, sostituita da una rabbia viscerale e purissima. Si avventò su di me, afferrandomi per il colletto della maglietta con entrambe le mani. La sua forza mi spiazzò. Mi spinse all'indietro con violenza, sbattendomi contro la parete intonacata della villa.
Smack. Uno schiaffo mi girò la faccia. Non c'era nulla di erotico in quel gesto. Era un colpo punitivo, sporco, disperato. Mi voltai appena in tempo per prenderne un altro, più forte, che mi fece fischiare l'orecchio. «Pezzo di merda!» sibilò, la voce rotta dalle lacrime che iniziavano a rigarle le guance. Il suo corpo tremava contro il mio. Il calore della sua pelle, il profumo di vaniglia che emanava dal suo collo, l'ansito del suo respiro... tutto si mescolava in una vicinanza fisica estrema, carica di una tensione feroce che sfiorava la sensualità proprio per la sua crudezza.
Non alzai nemmeno le mani per difendermi. La lasciai fare. Me lo meritavo.
«Tu non hai umiliato solo lei,» piagnucolò Sara, stringendo il tessuto della mia maglia così forte da strapparlo, il viso a un palmo dal mio. I suoi occhi mi bruciavano l'anima. «Hai usato me per farlo!» «Sara...» «Hai preso il mio nome e l'hai infilato nella sua testa come un coltello!» urlò, in un sussurro strozzato per non svegliare il resto della casa. Il suo petto si alzava e si abbassava furiosamente contro il mio, i capezzoli induriti dalla rabbia e dall'aria umida che premevano attraverso il cotone sottile della maglietta. «Lei adesso penserà a me ogni volta che ti guarda! Penserà che le stavo rubando l'uomo mentre dormivo a due metri da voi! Ti rendi conto di quello che hai fottutamente fatto?!»
Rimasi muto. Il mio silenzio, la mia totale rassegnazione fisica, la mandò fuori di testa. Mi strattonò di nuovo, sbattendomi ancora contro il muro.
«Difenditi, cazzo!» mi sputò in faccia, le lacrime che le bagnavano le labbra tremanti. «Dimmi che sono pazza! Dimmi che ho sentito male, dimmi che ho capito male!»
La guardai. Guardai i suoi occhi disperati, il suo corpo che fremeva contro di me, implorando una spiegazione, una scusa, un appiglio per non credere che l'universo fosse diventato così marcio. Avrei voluto dirle tutto. Avrei voluto dirle di Sofia, del ricatto, della prigione in cui ero rinchiuso. Ma la luce nel salotto era ancora accesa. Il timer era ancora attivo.
La fissai con un'espressione vuota, l'anima ormai morta, e le diedi l'unica risposta che avrebbe fermato le sue domande, ma che l'avrebbe distrutta.
«Hai capito anche troppo.»
Sara si bloccò. Le sue mani mollarono lentamente la presa sulla mia maglietta. L'ira che l'aveva incendiata fino a un secondo prima sembrò spegnersi di colpo, sostituita da uno shock freddo e paralizzante, destabilizzata da quella conferma inaspettata.
Le mani di Sara mollarono lentamente la presa sul cotone strappato della mia maglietta. L'ira che l'aveva incendiata fino a un secondo prima sembrò spegnersi, o meglio, mutare forma.
Fece un passo indietro, scrutandomi nel buio. Era venuta fuori per odiarmi, per distruggermi con le parole e con i pugni. Ma si trovava davanti un fantasma. Non provavo a giustificarmi, non le stavo mentendo, non cercavo di manipolarla. Ero un condannato in attesa del patibolo.
Il suo sguardo divenne tagliente, analitico. Notò il modo in cui il mio petto si alzava a scatti, il sudore freddo che mi imperlava la fronte. Notò la mia mano destra, ancora stretta a pugno lungo il fianco, con il palmo irrimediabilmente arrossato per lo schiaffo che avevo appena dato alla donna della mia vita. Ma soprattutto, notò la traiettoria dei miei occhi.
Non stavo guardando lei. I miei occhi, terrorizzati e vuoti, continuavano a scattare oltre la sua spalla, puntando dritti verso la porta a vetri del salotto, verso l'oscurità dove si nascondeva il mostro.
«Perché guardi sempre dentro?» mi chiese Sara, la voce che si abbassava, perdendo la nota isterica per farsi improvvisamente lucida. Non risposi. Deglutii, sentendo la gola di carta vetrata. Sara seguì il mio sguardo, fissando per un istante il salotto buio. Poi tornò su di me. I pezzi del puzzle stavano iniziando a incastrarsi nella sua mente, delineando un'ombra molto più spaventosa di un semplice tradimento.
«Cosa c'entra Sofia?»
Il suono di quel nome fu una frustata. Il mio corpo si irrigidì di colpo, un riflesso incondizionato che non potei controllare. Chiusi gli occhi, schiacciando la testa contro il muro ruvido. Quell'irrigidimento le confermò tutto. Aveva colpito il nervo scoperto.
Sara mi fissò, il respiro che le tremava. Il disgusto nei suoi occhi si mescolò a una confusione atroce. Mi odiava per quello che avevo fatto a Erika, ma vedeva chiaramente che ero già in pezzi, un burattino a cui avevano appena tagliato i fili. Questa mia assoluta, patetica vulnerabilità la destabilizzò, creando un corto circuito emotivo letale.
«Tu vuoi che ti odi, vero?» sussurrò Sara, accorciando di nuovo la distanza, la voce carica di un'angoscia rabbiosa. «Sarebbe più facile,» le risposi, con un filo di voce. «Per chi? Per te?» Non risposi. Una lacrima, calda e amara, mi sfuggì, rigandomi la guancia.
Lei mi afferrò di nuovo per la maglietta. Ma stavolta non lo fece per sbattermi contro il muro. Mi tenne fermo, ancorandomi a sé. Era vicinissima. Sentivo il calore della sua pelle nuda, il suo respiro affannoso che mi sfiorava le labbra, il profumo di vaniglia mescolato all'odore elettrico della tempesta in arrivo. C'era rabbia, c'era disgusto, ma c'era anche un'attrazione sbagliata, malata, alimentata dall'adrenalina e dal dolore.
Con un impulso feroce, Sara azzerò la distanza. Le sue labbra si schiantarono sulle mie. Fu un bacio arrabbiato, una collisione di denti, disperazione e lacrime salate che ci bagnavano i visi. La sua lingua invase la mia bocca con una foga punitiva, un bisogno di annullarsi e di ferirmi allo stesso tempo. Poi, con la stessa violenza, si staccò. Il suo petto si alzava e si abbassava contro il mio. «Dimmi di no,» sibilò, gli occhi lucidi e feroci piantati nei miei. Ero devastato, svuotato, bisognoso di espiare le mie colpe nel modo più distruttivo possibile. «Non voglio dirti di no,» ansimai. «Allora guardami,» ordinò lei, prendendomi il viso con entrambe le mani, piantandomi le unghie nelle guance. «Non usare anche questo come scusa. Guardami, Franci.»
Il bacio che seguì fu un incendio. Le nostre mani diventarono frenetiche, spietate. Le afferrai i fianchi, tirandola contro di me, mentre lei mi strappava definitivamente la maglietta dal petto. Le feci scivolare via l'oversize bianca, lasciandola nuda nel buio umido del giardino. La pelle di Sara era bollente sotto le mie dita. Non c'era traccia della dolcezza o dell'esitazione che avevo provato con Erika. Era pura fame, collera e senso di colpa trasformati in carne.
Mi lasciai cadere in ginocchio sull'erba umida, davanti a lei. Le afferrai l'interno delle cosce, aprendole, e affondai il viso nella sua intimità. Sara cacciò un gemito soffocato, afferrandomi i capelli con entrambe le mani. La leccai con una foga disperata, una furia liquida. Trovai il suo clitoride già duro e sensibile, e iniziai a succhiarlo, inumidendolo con la saliva, torturandolo con movimenti rapidi della lingua. Le lacrime continuavano a scendermi sulle guance, mescolandosi ai suoi umori. Lei tremava, piangeva di rabbia e di un piacere che non voleva provare. Mi schiacciò la faccia tra le cosce, stringendomi con forza, soffocandomi nel suo sapore mentre i suoi fianchi scattavano in avanti, cercando disperatamente l'attrito della mia bocca.
«Basta...» ansimò, la voce rotta, tirandomi su per i capelli. «Scopami. Fallo e basta, cazzo.»
Mi alzai di scatto, sfilandomi i boxer. L'erezione era dolorosa, pulsante, alimentata dall'odio di me stesso. L'afferrai per i fianchi e, con una mossa brutale, la girai e la sbattei contro il muro intonacato della villa. L'impatto fu duro, ruvido. Le sollevai una gamba, agganciandola al mio fianco, e senza alcun preliminare romantico, entrai in lei con una singola spinta violenta.
Sara urlò, affondando i denti nel proprio avambraccio per non farsi sentire. Era strettissima, bollente, e le sue pareti interne si contrassero attorno a me come un pugno. Iniziai a muovermi dentro di lei. Non c'era amore, non c'era cura. Erano affondi profondi, spietati, il rumore sordo dei nostri corpi che sbattevano ritmicamente coperto a malapena dal frinire delle cicale. La tenevo schiacciata contro il muro. Con una mano le stringevo saldamente la nuca, affondando le dita nei suoi capelli biondi, per tenerla ferma contro di me. Con l'altra mano le afferrai un seno, stringendo la carne morbida, impastandola con una forza ruvida, quasi cattiva, che le strappò un altro gemito roco.
Il sudore ci ricopriva, facendo scivolare i nostri petti incollati. Il muro le graffiava la schiena, ma nessuno dei due sembrava curarsi del dolore.
«Non ti meriti lei...» singhiozzò Sara, ansimando contro la mia spalla mentre io la penetravo senza sosta, scavando dentro di lei. «Lo so,» ringhiai, la voce rotta dallo sforzo e dal disprezzo per me stesso. «E non ti meriti...» continuò lei, piantandomi le unghie nelle spalle per resistere a una spinta ancora più profonda. «Non ti meriti nemmeno di dire il mio nome.»
Quella frase fu un'ascia sul collo. Il climax esplose non per la bellezza dell'atto, ma per la pura, devastante intensità del dolore che ci stavamo infliggendo a vicenda. La scopai ancora più forte, chiudendo gli occhi, il fiato che mi bruciava i polmoni. L'orgasmo mi investì come un colpo di fucile. Venni dentro di lei con spasmi violenti, gemendo contro il suo collo, svuotandomi di tutto, mentre Sara veniva insieme a me, tremando incontrollabilmente contro il muro, le sue unghie che mi lasciavano solchi rossi sulla pelle.
Quando il respiro tornò normale, il senso di colpa ci schiacciò come una pressa idraulica. Eravamo due corpi sudati, ansimanti, incollati a un muro ruvido, svuotati e più soli di prima. E dentro casa, nel buio del salotto, l'ombra di Sofia continuava a tessere la sua tela velenosa.
Il silenzio calò su di noi con la stessa violenza dell'amplesso appena consumato. Nessun bacio sulla fronte, nessuna carezza rassicurante, nessun sussurro di conforto, al contrario di quanto accade nei racconti in cui l'apoteosi dei sensi porta a una soddisfazione profonda. C'era solo l'aria fredda e umida del temporale che si infrangeva sui nostri corpi madidi di sudore.
Mi staccai da lei, sentendo l'attrito della pelle nuda contro il muro intonacato. Mi lasciai scivolare verso il basso, fino a sedermi sull'erba bagnata, con le ginocchia al petto e la testa tra le mani. Ero svuotato, il mio seme ancora caldo sporcava l'interno delle sue cosce, segnando una colpa che non avrei mai potuto lavare via.
Sara si ricompose per prima, ma i suoi movimenti erano a scatti, quasi robotici. Si chinò a raccogliere la maglietta oversize dal prato e se la infilò di fretta, coprendo i seni arrossati e il corpo che ancora tremava. Tirò giù l'orlo con forza, come se volesse strapparlo. Si sentiva sporca, violata dalla sua stessa debolezza, tradita da un istinto che aveva confuso il disgusto con il desiderio.
Incrociò le braccia sotto il petto e mi guardò dall'alto in basso, l'ombra del disgusto che le induriva i lineamenti. «Adesso mi fai ancora più schifo,» sputò, la voce carica di veleno.
Emisi un suono strozzato. Non era una risata, era il rantolo di un uomo a cui avevano appena spezzato la schiena. «Lo so,» mormorai, senza nemmeno alzare la testa.
«No,» ribatté lei, tagliente. Fece un mezzo passo avanti. «Non lo sai. Perché io ancora non so tutto, vero?» Il silenzio si allungò tra noi, denso e insopportabile. Il battito del mio cuore rimbombava contro le costole. Sara restrinse gli occhi, la sua intelligenza affilata che faceva a pezzi la cortina di fumo. La rabbia pura lasciò spazio a una fredda, clinica deduzione. «Cosa ti ha fatto Sofia?»
Fu la chiave che scardinò la diga. Crollai. Non fu una confessione ordinata o razionale. Vomitai la verità in un groviglio di frasi spezzate, ansimando, il respiro corto per il panico che mi serrava la gola. «Ha un video... con Lara...» balbettai, sollevando il viso rigato di lacrime. «Oggi pomeriggio, in camera... mi ha ricattato. Ce l'ha sul telefono, nella chat di Erika... pronto da inviare. Se non facevo quello che voleva, l'avrebbe distrutta.»
Sara sbiancò, ma non mi fermò. «Mi ha ordinato lei di farlo,» continuai, la voce che si incrinava, un fiume in piena di orrore e mortificazione. «Mi ha ordinato di scopare Erika sul divano... mi ha ordinato di dire il tuo nome al momento di venire. Ha detto che dovevo distruggerla. Mi ha vietato di consolarla. Mi ha detto che dovevo trattarla male, farle credere che il tuo nome fosse... che fosse la verità.»
Mi presi la testa tra le mani, tirandomi i capelli. «E stanotte... le foto stanotte. È stata lei. Tu non c'entravi niente, Sara. È stata lei a spogliarti, a metterti nel mio letto. A scattare quelle fottute foto. Ti ha usata fin dall'inizio per preparare questa fottuta trappola.»
Sara rimase immobile. All'inizio, la negazione le attraversò lo sguardo. Sembrava impossibile che una singola persona potesse orchestrare un livello di crudeltà così perverso. Ma poi, il suo cervello iniziò a collegare i pezzi. L'eccessiva calma di Sofia in salotto. Il "Bravo" sussurrato nel buio, una parola che ora assumeva contorni demoniaci. Le umiliazioni continue, i giochi alcolici mirati, il terrore negli occhi di Lara e il modo in cui Sofia muoveva i fili di ognuno di noi come burattini.
«Mio dio...» sussurrò Sara, portandosi una mano alla bocca.
Mi guardò. Ma non c'era pietà nei suoi occhi, e non doveva esserci. «Questo non ti assolve, Franci,» decretò, con una durezza che mi spaccò in due. «Lo so,» ammisi, le spalle curve sotto il peso della mia condanna. «Hai comunque scelto di salvarci dal video facendole male. Hai scelto di pugnalarla nel modo peggiore possibile.» «Sì.»
Non cercai scuse. Non cercai il suo perdono. Avevo fatto una scelta mostruosa e me ne stavo assumendo la responsabilità.
Ma il vero trauma, per Sara, non fu la mia vigliaccheria. Fu la realizzazione improvvisa e agghiacciante del proprio ruolo in quel teatro degli orrori. Le sue mani scesero lungo i fianchi. Si guardò le braccia tremanti, le cosce ancora sporche del mio sperma, il corpo che fino a poco prima pensava appartenesse solo a lei. Ora capiva. Non era stata solo un bersaglio. Sofia l'aveva svuotata, trasformandola in un oggetto inerte: un pretesto per umiliare Erika, un'arma erotica per far esplodere la nostra coppia, un fantasma tossico impiantato a forza nella testa della sua migliore amica.
Sara chiuse gli occhi, un brivido violento le percorse la spina dorsale. «Lei non mi ha nemmeno toccata...» sussurrò, la voce incrinata dal disgusto assoluto, «eppure mi sento addosso le sue mani ovunque. Mi ha usata senza neanche aver bisogno di me.»
Era la violazione definitiva. Sofia aveva vinto non sporcandosi le mani, ma costringendo noi a farlo per lei. Ci aveva resi i carnefici delle persone che amavamo.
Sara si passò una mano tra i capelli, respirando piano, con ampie boccate, come se stesse cercando disperatamente di non vomitare sul prato. Il temporale in lontananza brontolò. Quando tornò a guardarmi, qualcosa in lei si era spezzato e ricomposto in una forma nuova. Non c'era più traccia del desiderio malato di poco prima. Non c'era nemmeno la rabbia pura e accecante. C'era qualcosa di di gran lunga peggiore: una lucidità spietata, metallica e letale.
Si asciugò una lacrima solitaria con il dorso della mano. «Tu adesso mi racconti tutto,» disse, la voce inflessibile come un ordine militare. «Sara...» «Tutto, Franci. Ogni singolo video, ogni cazzo di ordine, ogni foto.» Si strinse la maglietta addosso, gli occhi che brillavano di una determinazione oscura. «E poi decidiamo cosa fare di quella stronza.»
Deglutii, sentendo il sapore del sangue in bocca. «Mi odi?» le chiesi, una domanda patetica a cui conoscevo già la risposta.
Lei mi fissò senza sbattere le palpebre. Il gelo nel suo sguardo avrebbe potuto fermare il battito di un cuore. «Sì.»
Si voltò, facendo un passo verso la porta della villa, verso il bagliore lontano del salotto dove la nostra carceriera ci stava aspettando. Poi si fermò, voltando solo leggermente la testa. «Ma per adesso mi servi vivo.»
Non risposi. Non mi voltai a guardarla. Mi alzai dal divano con le gambe che sembravano fatte di cenere, afferrai i boxer e la maglietta dal pavimento, infilandoli con gesti meccanici, tremanti. Non era una semplice uscita; era una fuga disperata.
Aprii la porta a vetri e mi lanciai fuori, nel giardino. I miei piedi scalzi impattarono contro le mattonelle fredde e ruvide del patio, un contrasto brutale con il calore soffocante che mi bruciava le vene. L'aria notturna era densa, pesante, satura dell'umidità di un temporale estivo imminente. Mi aggrappai al muretto esterno della villa, riempiendomi i polmoni di respiri spezzati che sapevano di terra umida, salsedine e del fumo stantio delle sigarette dimenticate nel posacenere.
Dietro di me, oltre il vetro, il bagliore della TV continuava a danzare sulle pareti del salotto. Il film andava avanti, i dialoghi scorrevano perfetti e finti, come se la mia vita non fosse appena andata in mille pezzi. Lo stomaco mi si rivoltò. Mi piegai in avanti, convinto di vomitare, ma non uscì nulla. Volevo piangere, urlare fino a spaccarmi la gola, ma non potevo nemmeno concedermi quel lusso. Sofia era ancora lì dentro. Sveglia. Vincitrice. In ascolto.
Il fruscio della porta finestra alle mie spalle mi fece gelare il sangue. Il vetro scorse sui binari, per poi richiudersi con un tonfo sordo. Trattenni il respiro, aspettandomi di sentire la voce di Sofia, venuta a godersi lo spettacolo della mia rovina. O magari era Erika, scesa di nuovo per affrontarmi. Invece, quando mi voltai lentamente, la figura che emerse dalla penombra del patio fu un'altra.
Sara. Indossava solo una maglietta bianca oversize che le arrivava a metà coscia, i capelli biondi spettinati dal sonno interrotto. Stava a qualche metro da me. La luce lontana del lampione illuminava a malapena il suo viso, ma la sua postura era tesa come la corda di un arco. Non c'era traccia del torpore della notte, solo una lucidità fredda e tagliente.
Rimanemmo in silenzio per un tempo che sembrò infinito. Sentivo solo il frinire delle cicale e il battito impazzito del mio cuore. Poi, con una voce secca, priva di qualsiasi inflessione, Sara ruppe il silenzio.
«Hai detto il mio nome.»
Chiusi gli occhi, schiacciando la schiena contro il muro ruvido. Non risposi. Lei fece un passo avanti. I suoi piedi nudi non produssero alcun suono.
«Hai detto il mio nome mentre eri con lei.»
Non era una domanda. Era una condanna. Sara non sapeva del video, non sapeva del ricatto malato di Sofia, ma il buio del salotto aveva amplificato tutto. Aveva sentito il mio orgasmo, la mia voce spezzata che invocava lei. Aveva sentito la domanda disperata di Erika, la mia esitazione calcolata, le mie risposte crudeli, e infine quel suono secco. Lo schiaffo.
«Sara...» gracchiai, la gola arida. «Ti prego... non è come pensi.»
Quella fu la scintilla. Sara esplose. La calma apparente svanì in una frazione di secondo, sostituita da una rabbia viscerale e purissima. Si avventò su di me, afferrandomi per il colletto della maglietta con entrambe le mani. La sua forza mi spiazzò. Mi spinse all'indietro con violenza, sbattendomi contro la parete intonacata della villa.
Smack. Uno schiaffo mi girò la faccia. Non c'era nulla di erotico in quel gesto. Era un colpo punitivo, sporco, disperato. Mi voltai appena in tempo per prenderne un altro, più forte, che mi fece fischiare l'orecchio. «Pezzo di merda!» sibilò, la voce rotta dalle lacrime che iniziavano a rigarle le guance. Il suo corpo tremava contro il mio. Il calore della sua pelle, il profumo di vaniglia che emanava dal suo collo, l'ansito del suo respiro... tutto si mescolava in una vicinanza fisica estrema, carica di una tensione feroce che sfiorava la sensualità proprio per la sua crudezza.
Non alzai nemmeno le mani per difendermi. La lasciai fare. Me lo meritavo.
«Tu non hai umiliato solo lei,» piagnucolò Sara, stringendo il tessuto della mia maglia così forte da strapparlo, il viso a un palmo dal mio. I suoi occhi mi bruciavano l'anima. «Hai usato me per farlo!» «Sara...» «Hai preso il mio nome e l'hai infilato nella sua testa come un coltello!» urlò, in un sussurro strozzato per non svegliare il resto della casa. Il suo petto si alzava e si abbassava furiosamente contro il mio, i capezzoli induriti dalla rabbia e dall'aria umida che premevano attraverso il cotone sottile della maglietta. «Lei adesso penserà a me ogni volta che ti guarda! Penserà che le stavo rubando l'uomo mentre dormivo a due metri da voi! Ti rendi conto di quello che hai fottutamente fatto?!»
Rimasi muto. Il mio silenzio, la mia totale rassegnazione fisica, la mandò fuori di testa. Mi strattonò di nuovo, sbattendomi ancora contro il muro.
«Difenditi, cazzo!» mi sputò in faccia, le lacrime che le bagnavano le labbra tremanti. «Dimmi che sono pazza! Dimmi che ho sentito male, dimmi che ho capito male!»
La guardai. Guardai i suoi occhi disperati, il suo corpo che fremeva contro di me, implorando una spiegazione, una scusa, un appiglio per non credere che l'universo fosse diventato così marcio. Avrei voluto dirle tutto. Avrei voluto dirle di Sofia, del ricatto, della prigione in cui ero rinchiuso. Ma la luce nel salotto era ancora accesa. Il timer era ancora attivo.
La fissai con un'espressione vuota, l'anima ormai morta, e le diedi l'unica risposta che avrebbe fermato le sue domande, ma che l'avrebbe distrutta.
«Hai capito anche troppo.»
Sara si bloccò. Le sue mani mollarono lentamente la presa sulla mia maglietta. L'ira che l'aveva incendiata fino a un secondo prima sembrò spegnersi di colpo, sostituita da uno shock freddo e paralizzante, destabilizzata da quella conferma inaspettata.
Le mani di Sara mollarono lentamente la presa sul cotone strappato della mia maglietta. L'ira che l'aveva incendiata fino a un secondo prima sembrò spegnersi, o meglio, mutare forma.
Fece un passo indietro, scrutandomi nel buio. Era venuta fuori per odiarmi, per distruggermi con le parole e con i pugni. Ma si trovava davanti un fantasma. Non provavo a giustificarmi, non le stavo mentendo, non cercavo di manipolarla. Ero un condannato in attesa del patibolo.
Il suo sguardo divenne tagliente, analitico. Notò il modo in cui il mio petto si alzava a scatti, il sudore freddo che mi imperlava la fronte. Notò la mia mano destra, ancora stretta a pugno lungo il fianco, con il palmo irrimediabilmente arrossato per lo schiaffo che avevo appena dato alla donna della mia vita. Ma soprattutto, notò la traiettoria dei miei occhi.
Non stavo guardando lei. I miei occhi, terrorizzati e vuoti, continuavano a scattare oltre la sua spalla, puntando dritti verso la porta a vetri del salotto, verso l'oscurità dove si nascondeva il mostro.
«Perché guardi sempre dentro?» mi chiese Sara, la voce che si abbassava, perdendo la nota isterica per farsi improvvisamente lucida. Non risposi. Deglutii, sentendo la gola di carta vetrata. Sara seguì il mio sguardo, fissando per un istante il salotto buio. Poi tornò su di me. I pezzi del puzzle stavano iniziando a incastrarsi nella sua mente, delineando un'ombra molto più spaventosa di un semplice tradimento.
«Cosa c'entra Sofia?»
Il suono di quel nome fu una frustata. Il mio corpo si irrigidì di colpo, un riflesso incondizionato che non potei controllare. Chiusi gli occhi, schiacciando la testa contro il muro ruvido. Quell'irrigidimento le confermò tutto. Aveva colpito il nervo scoperto.
Sara mi fissò, il respiro che le tremava. Il disgusto nei suoi occhi si mescolò a una confusione atroce. Mi odiava per quello che avevo fatto a Erika, ma vedeva chiaramente che ero già in pezzi, un burattino a cui avevano appena tagliato i fili. Questa mia assoluta, patetica vulnerabilità la destabilizzò, creando un corto circuito emotivo letale.
«Tu vuoi che ti odi, vero?» sussurrò Sara, accorciando di nuovo la distanza, la voce carica di un'angoscia rabbiosa. «Sarebbe più facile,» le risposi, con un filo di voce. «Per chi? Per te?» Non risposi. Una lacrima, calda e amara, mi sfuggì, rigandomi la guancia.
Lei mi afferrò di nuovo per la maglietta. Ma stavolta non lo fece per sbattermi contro il muro. Mi tenne fermo, ancorandomi a sé. Era vicinissima. Sentivo il calore della sua pelle nuda, il suo respiro affannoso che mi sfiorava le labbra, il profumo di vaniglia mescolato all'odore elettrico della tempesta in arrivo. C'era rabbia, c'era disgusto, ma c'era anche un'attrazione sbagliata, malata, alimentata dall'adrenalina e dal dolore.
Con un impulso feroce, Sara azzerò la distanza. Le sue labbra si schiantarono sulle mie. Fu un bacio arrabbiato, una collisione di denti, disperazione e lacrime salate che ci bagnavano i visi. La sua lingua invase la mia bocca con una foga punitiva, un bisogno di annullarsi e di ferirmi allo stesso tempo. Poi, con la stessa violenza, si staccò. Il suo petto si alzava e si abbassava contro il mio. «Dimmi di no,» sibilò, gli occhi lucidi e feroci piantati nei miei. Ero devastato, svuotato, bisognoso di espiare le mie colpe nel modo più distruttivo possibile. «Non voglio dirti di no,» ansimai. «Allora guardami,» ordinò lei, prendendomi il viso con entrambe le mani, piantandomi le unghie nelle guance. «Non usare anche questo come scusa. Guardami, Franci.»
Il bacio che seguì fu un incendio. Le nostre mani diventarono frenetiche, spietate. Le afferrai i fianchi, tirandola contro di me, mentre lei mi strappava definitivamente la maglietta dal petto. Le feci scivolare via l'oversize bianca, lasciandola nuda nel buio umido del giardino. La pelle di Sara era bollente sotto le mie dita. Non c'era traccia della dolcezza o dell'esitazione che avevo provato con Erika. Era pura fame, collera e senso di colpa trasformati in carne.
Mi lasciai cadere in ginocchio sull'erba umida, davanti a lei. Le afferrai l'interno delle cosce, aprendole, e affondai il viso nella sua intimità. Sara cacciò un gemito soffocato, afferrandomi i capelli con entrambe le mani. La leccai con una foga disperata, una furia liquida. Trovai il suo clitoride già duro e sensibile, e iniziai a succhiarlo, inumidendolo con la saliva, torturandolo con movimenti rapidi della lingua. Le lacrime continuavano a scendermi sulle guance, mescolandosi ai suoi umori. Lei tremava, piangeva di rabbia e di un piacere che non voleva provare. Mi schiacciò la faccia tra le cosce, stringendomi con forza, soffocandomi nel suo sapore mentre i suoi fianchi scattavano in avanti, cercando disperatamente l'attrito della mia bocca.
«Basta...» ansimò, la voce rotta, tirandomi su per i capelli. «Scopami. Fallo e basta, cazzo.»
Mi alzai di scatto, sfilandomi i boxer. L'erezione era dolorosa, pulsante, alimentata dall'odio di me stesso. L'afferrai per i fianchi e, con una mossa brutale, la girai e la sbattei contro il muro intonacato della villa. L'impatto fu duro, ruvido. Le sollevai una gamba, agganciandola al mio fianco, e senza alcun preliminare romantico, entrai in lei con una singola spinta violenta.
Sara urlò, affondando i denti nel proprio avambraccio per non farsi sentire. Era strettissima, bollente, e le sue pareti interne si contrassero attorno a me come un pugno. Iniziai a muovermi dentro di lei. Non c'era amore, non c'era cura. Erano affondi profondi, spietati, il rumore sordo dei nostri corpi che sbattevano ritmicamente coperto a malapena dal frinire delle cicale. La tenevo schiacciata contro il muro. Con una mano le stringevo saldamente la nuca, affondando le dita nei suoi capelli biondi, per tenerla ferma contro di me. Con l'altra mano le afferrai un seno, stringendo la carne morbida, impastandola con una forza ruvida, quasi cattiva, che le strappò un altro gemito roco.
Il sudore ci ricopriva, facendo scivolare i nostri petti incollati. Il muro le graffiava la schiena, ma nessuno dei due sembrava curarsi del dolore.
«Non ti meriti lei...» singhiozzò Sara, ansimando contro la mia spalla mentre io la penetravo senza sosta, scavando dentro di lei. «Lo so,» ringhiai, la voce rotta dallo sforzo e dal disprezzo per me stesso. «E non ti meriti...» continuò lei, piantandomi le unghie nelle spalle per resistere a una spinta ancora più profonda. «Non ti meriti nemmeno di dire il mio nome.»
Quella frase fu un'ascia sul collo. Il climax esplose non per la bellezza dell'atto, ma per la pura, devastante intensità del dolore che ci stavamo infliggendo a vicenda. La scopai ancora più forte, chiudendo gli occhi, il fiato che mi bruciava i polmoni. L'orgasmo mi investì come un colpo di fucile. Venni dentro di lei con spasmi violenti, gemendo contro il suo collo, svuotandomi di tutto, mentre Sara veniva insieme a me, tremando incontrollabilmente contro il muro, le sue unghie che mi lasciavano solchi rossi sulla pelle.
Quando il respiro tornò normale, il senso di colpa ci schiacciò come una pressa idraulica. Eravamo due corpi sudati, ansimanti, incollati a un muro ruvido, svuotati e più soli di prima. E dentro casa, nel buio del salotto, l'ombra di Sofia continuava a tessere la sua tela velenosa.
Il silenzio calò su di noi con la stessa violenza dell'amplesso appena consumato. Nessun bacio sulla fronte, nessuna carezza rassicurante, nessun sussurro di conforto, al contrario di quanto accade nei racconti in cui l'apoteosi dei sensi porta a una soddisfazione profonda. C'era solo l'aria fredda e umida del temporale che si infrangeva sui nostri corpi madidi di sudore.
Mi staccai da lei, sentendo l'attrito della pelle nuda contro il muro intonacato. Mi lasciai scivolare verso il basso, fino a sedermi sull'erba bagnata, con le ginocchia al petto e la testa tra le mani. Ero svuotato, il mio seme ancora caldo sporcava l'interno delle sue cosce, segnando una colpa che non avrei mai potuto lavare via.
Sara si ricompose per prima, ma i suoi movimenti erano a scatti, quasi robotici. Si chinò a raccogliere la maglietta oversize dal prato e se la infilò di fretta, coprendo i seni arrossati e il corpo che ancora tremava. Tirò giù l'orlo con forza, come se volesse strapparlo. Si sentiva sporca, violata dalla sua stessa debolezza, tradita da un istinto che aveva confuso il disgusto con il desiderio.
Incrociò le braccia sotto il petto e mi guardò dall'alto in basso, l'ombra del disgusto che le induriva i lineamenti. «Adesso mi fai ancora più schifo,» sputò, la voce carica di veleno.
Emisi un suono strozzato. Non era una risata, era il rantolo di un uomo a cui avevano appena spezzato la schiena. «Lo so,» mormorai, senza nemmeno alzare la testa.
«No,» ribatté lei, tagliente. Fece un mezzo passo avanti. «Non lo sai. Perché io ancora non so tutto, vero?» Il silenzio si allungò tra noi, denso e insopportabile. Il battito del mio cuore rimbombava contro le costole. Sara restrinse gli occhi, la sua intelligenza affilata che faceva a pezzi la cortina di fumo. La rabbia pura lasciò spazio a una fredda, clinica deduzione. «Cosa ti ha fatto Sofia?»
Fu la chiave che scardinò la diga. Crollai. Non fu una confessione ordinata o razionale. Vomitai la verità in un groviglio di frasi spezzate, ansimando, il respiro corto per il panico che mi serrava la gola. «Ha un video... con Lara...» balbettai, sollevando il viso rigato di lacrime. «Oggi pomeriggio, in camera... mi ha ricattato. Ce l'ha sul telefono, nella chat di Erika... pronto da inviare. Se non facevo quello che voleva, l'avrebbe distrutta.»
Sara sbiancò, ma non mi fermò. «Mi ha ordinato lei di farlo,» continuai, la voce che si incrinava, un fiume in piena di orrore e mortificazione. «Mi ha ordinato di scopare Erika sul divano... mi ha ordinato di dire il tuo nome al momento di venire. Ha detto che dovevo distruggerla. Mi ha vietato di consolarla. Mi ha detto che dovevo trattarla male, farle credere che il tuo nome fosse... che fosse la verità.»
Mi presi la testa tra le mani, tirandomi i capelli. «E stanotte... le foto stanotte. È stata lei. Tu non c'entravi niente, Sara. È stata lei a spogliarti, a metterti nel mio letto. A scattare quelle fottute foto. Ti ha usata fin dall'inizio per preparare questa fottuta trappola.»
Sara rimase immobile. All'inizio, la negazione le attraversò lo sguardo. Sembrava impossibile che una singola persona potesse orchestrare un livello di crudeltà così perverso. Ma poi, il suo cervello iniziò a collegare i pezzi. L'eccessiva calma di Sofia in salotto. Il "Bravo" sussurrato nel buio, una parola che ora assumeva contorni demoniaci. Le umiliazioni continue, i giochi alcolici mirati, il terrore negli occhi di Lara e il modo in cui Sofia muoveva i fili di ognuno di noi come burattini.
«Mio dio...» sussurrò Sara, portandosi una mano alla bocca.
Mi guardò. Ma non c'era pietà nei suoi occhi, e non doveva esserci. «Questo non ti assolve, Franci,» decretò, con una durezza che mi spaccò in due. «Lo so,» ammisi, le spalle curve sotto il peso della mia condanna. «Hai comunque scelto di salvarci dal video facendole male. Hai scelto di pugnalarla nel modo peggiore possibile.» «Sì.»
Non cercai scuse. Non cercai il suo perdono. Avevo fatto una scelta mostruosa e me ne stavo assumendo la responsabilità.
Ma il vero trauma, per Sara, non fu la mia vigliaccheria. Fu la realizzazione improvvisa e agghiacciante del proprio ruolo in quel teatro degli orrori. Le sue mani scesero lungo i fianchi. Si guardò le braccia tremanti, le cosce ancora sporche del mio sperma, il corpo che fino a poco prima pensava appartenesse solo a lei. Ora capiva. Non era stata solo un bersaglio. Sofia l'aveva svuotata, trasformandola in un oggetto inerte: un pretesto per umiliare Erika, un'arma erotica per far esplodere la nostra coppia, un fantasma tossico impiantato a forza nella testa della sua migliore amica.
Sara chiuse gli occhi, un brivido violento le percorse la spina dorsale. «Lei non mi ha nemmeno toccata...» sussurrò, la voce incrinata dal disgusto assoluto, «eppure mi sento addosso le sue mani ovunque. Mi ha usata senza neanche aver bisogno di me.»
Era la violazione definitiva. Sofia aveva vinto non sporcandosi le mani, ma costringendo noi a farlo per lei. Ci aveva resi i carnefici delle persone che amavamo.
Sara si passò una mano tra i capelli, respirando piano, con ampie boccate, come se stesse cercando disperatamente di non vomitare sul prato. Il temporale in lontananza brontolò. Quando tornò a guardarmi, qualcosa in lei si era spezzato e ricomposto in una forma nuova. Non c'era più traccia del desiderio malato di poco prima. Non c'era nemmeno la rabbia pura e accecante. C'era qualcosa di di gran lunga peggiore: una lucidità spietata, metallica e letale.
Si asciugò una lacrima solitaria con il dorso della mano. «Tu adesso mi racconti tutto,» disse, la voce inflessibile come un ordine militare. «Sara...» «Tutto, Franci. Ogni singolo video, ogni cazzo di ordine, ogni foto.» Si strinse la maglietta addosso, gli occhi che brillavano di una determinazione oscura. «E poi decidiamo cosa fare di quella stronza.»
Deglutii, sentendo il sapore del sangue in bocca. «Mi odi?» le chiesi, una domanda patetica a cui conoscevo già la risposta.
Lei mi fissò senza sbattere le palpebre. Il gelo nel suo sguardo avrebbe potuto fermare il battito di un cuore. «Sì.»
Si voltò, facendo un passo verso la porta della villa, verso il bagliore lontano del salotto dove la nostra carceriera ci stava aspettando. Poi si fermò, voltando solo leggermente la testa. «Ma per adesso mi servi vivo.»
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