Monella

di
genere
etero

Il sole di giugno picchiava forte sulle colline calabresi di Arcavacata, facendo tremare l'orizzonte sopra i campi e i profili moderni della vicina università.
In paese, l'aria era immobile, interrotta soltanto dal frinire delle cicale e dal rumore metallico di una vecchia bicicletta che avanzava sul ciottolato.

In sella c'era lei, Maria S.

Con i suoi 168 centimetri di fiera presenza e una fisicità generosa, Maria non passava mai inosservata per le strade di Arcavacata. Avanzava fiera, con i capelli corti e mossi che catturavano la luce del sole e un paio di occhiali da vista che le davano un'aria da intellettuale, smentita subito dopo dal lampo malizioso e ironico del suo sguardo.
Indossava un abito estivo leggerissimo, a motivi floreali accesi, che ballava a ogni pedalata, sottolineando senza troppi misteri le sue forme morbide.

Dietro i tavolini del bar principale del paese, i rari avventori avevano sospeso ogni attività.
Il vecchio farmacista aveva gli occhi sbarrati sopra la gazzetta, e persino un professore di passaggio, fingendo di sistemare i propri appunti, aveva allungato il collo. Maria sapeva benissimo di essere il centro di quel piccolo mondo e, da perfetta "monella" matura, ci godeva un mondo. Mandò un bacio volante al garzone della bottega, che per poco non si fece cadere una cassetta di fichi, e regalò un sorriso radioso a un geometra locale.

Il vero destinatario di tutta quella messinscena, però, era seduto poco più in là, sotto l'ombra di un pergolato. Franco, il suo compagno, la guardava masticando amaro.
Franco era un uomo d'altri tempi: rigido, d'un pezzo, perennemente preoccupato di quello che la gente della zona avrebbe potuto dire.
Amava Maria alla follia, ma la sua esuberanza lo terrorizzava.
Per lui, la rispettabilità e il quieto vivere della provincia venivano prima di tutto.

"Maria, ti prego," brontolò Franco non appena lei scese dalla bicicletta con una mossa felina, facendogli accomodare il vestito sui fianchi. "Tutta Arcavacata ci guarda. Ti sembra il modo di andare in giro alla tua età? Un po' di contegno!"

Maria scoppiò in una risata fragorosa, una di quelle risate calde che riempivano l'aria del pomeriggio.
Si chinò verso di lui, appoggiando i gomiti sul tavolino e offrendogli uno sguardo ravvicinato che gli fece perdere un battito. "Ah, Franco mio... la vita è troppo corta per passarla a coprirsi! E poi, se agli altri fa piacere guardare, perché dovrei essere così egoista da privarli di un po' di bellezza?"

Franco arrossì fino alla radice dei capelli e distolse lo sguardo, fingendo di essere interessato al suo caffè corretto.
Era la solita storia: lui si castigava dietro i tabù, e lei cercava in ogni modo di scuoterlo dal suo torpore.

Visto che le parole non bastavano, Maria decise che era il momento di passare ai fatti, mettendo in atto una strategia degna delle migliori commedie sensuali popolari.

Nei giorni successivi, i vicoli e le campagne intorno ad Arcavacata divennero il palcoscenico privato di Maria S. Ogni scusa era buona per creare scompiglio e scatenare la gelosia del suo uomo. Un pomeriggio si fece trovare nel retrobottega del ferramenta locale, apparentemente intenta a farsi spiegare la filettatura di alcuni tubi idraulici, ridendo a voce un po' troppo alta con il proprietario. Il giorno dopo, si attardò lungo un sentiero di campagna con un giovane olivicoltore della zona, discutendo animatamente di "innesti, potature e nodi d'autore" mentre si rinfrescava la nuca con l'acqua di una fontanella, lasciando che qualche goccia ribelle scivolasse lungo il decolleté svelando la sua silhouette.

Franco, che la seguiva come un'ombra divorato dal sospetto tra le stradine del paese, sentiva la terra mancargli sotto i piedi. Vedeva i passanti improvvisamente più allegri, i vicini di casa che si offrivano premurosamente di portarle la spesa e un'intera comunità che ruotava intorno al magnetismo di quella donna senza inibizioni.

La resa dei conti arrivò la sera della festa del paese. La piazza era illuminata da lunghe file di lampadine colorate e l'orchestra suonava una musica travolgente che richiamava tutti in pista. Maria arrivò tardi, da vera diva. Indossava un abito rosso fuoco che fasciava i suoi 75 chili di pura sensualità, muovendosi con una sicurezza che zittì i presenti.

Prima che Franco potesse fare un passo, Maria accettò l'invito a ballare di un distinto signore del posto, un uomo solitamente serioso che quella sera sembrava aver dimenticato ogni rigore. I due iniziarono a muoversi a ritmo, e Maria, ridendo, lanciava occhiate infuocate verso l'angolo buio dove Franco stringeva il suo bicchiere di vino locale fino a farsi sbiancare le nocche.

Non ne poté più. L'orgoglio ferito e la paura folle di perderla spazzarono via anni di polverose convenzioni.

Franco entrò in pista, troncando a metà il ballo. Prese Maria per un polso – non con violenza, ma con una decisione che lei non gli aveva mai visto prima – e la tirò a sé. "Adesso basta," le sussurrò all'orecchio, con la voce resa roca dalla gelosia e dal desiderio. "Questo ballo è mio. E anche tutto il resto."

Maria lo guardò da sotto le ciglia, gli occhi che brillavano di trionfo dietro le lenti degli occhiali. "Finalmente, Franco. Cominciavo a pensare che dovessi regalarmi a qualcun altro per farti svegliare."

Quella notte, le finestre della casa di Franco rimasero spalancate sulla campagna silenziosa di Arcavacata, mentre i grilli cantavano e gli ultimi echi della festa sfumavano in lontananza. Le paure del "cosa dirà la gente" erano state definitivamente sepolte sotto il peso di una passione ritrovata, libera e sfrontata, proprio come Maria S.
scritto il
2026-06-14
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